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Carlo Petrini e Jacopo Fo per Dario - 15 ottobre 2016

Di seguito la trascrizione delle parole di Carlo Petrini e Jacopo Fo durante il funerale di Dario Fo davanti al Duomo di Milano, il 15 ottobre.

Le parole di Carlo Petrini:

 

Dario ha voluto curare questa ultima regia e io per amicizia e per affetto mi trovo a fare questa difficile parte. 
Con tutto il rispetto del luogo, sono vittima di un bello “scherzo da prete”! 
E chiedo a voi benevolenza e comprensione se mi limiterò a ricordare a tutti due episodi tra i più significativi e importanti della mia lunga amicizia con Dario: uno pubblico e uno privato.

Prima di tutto però lasciatemi dire una cosa: in questi giorni molte persone oneste e sincere hanno tenuto a sottolineare la differenza tra l'artista, il genio straordinario, l'attore meraviglioso, e la politica, quasi come se le due cose fossero scindibili. Ecco, io voglio dire, con tutto il rispetto, che penso che questo sia impossibile e che non sia giusto. 
E ben lo sapevano quei sovversivi dell'Accademia svedese che motivarono il suo Nobel con una sintesi perfetta: “Seguendo la tradizione dei giullari medioevali dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi…” Dileggia il potere e restituisce la dignità agli oppressi!
Sono accademici, sono svedesi e fanno questa affermazione quando l'anno successivo, nel riconoscere lo stesso premio a Josè Saramago, motivarono il suo Nobel per la sua straordinaria immaginazione e poi nel 2006 a Orhan Pamuk per la nostalgia della sua città natale. 
Per Dario la motivazione fu: “dileggia i potenti per restituire dignità agli oppressi”. 
La sintesi è che questo premio, nella sua valenza artistica, era impregnato di grande politicità… e noi dobbiamo riaffermarla con forza, questa simbiosi stretta, strettissima tra la sua arte e il suo impegno politico, sempre guidato da un gran senso civico! Con grande onestà, senza ricavarne benefici, sempre al fianco dei più umili. Pensare a Dario senza la politica è come se dalle mie parti dovessimo pensare a un buon vino fatto senza l'uva. E oggi voglio partire da questa politicità nel ricordo di quella che per me è stata un'esperienza straordinaria che voglio condividere con voi. 

Nell'ottobre del 2012, davanti a 7000 delegati di Terra Madre (contadini, pescatori, nomadi, artigiani del cibo) difensori della biodiversità del pianeta, provenienti da 140 paesi del mondo, Dario volle rappresentare La fame dello Zanni. 
Quando salì davanti a quell'immenso pubblico, dopo aver sentito come questa parte dell'umanità è chiamata a soffrire a causa di un'economia finanziaria canaglia che distrugge la loro dignità e il loro lavoro, Dario ricordò che nel '500 lo Zanni Padano, il Johan, il Giovanni, era anche lui vittima, vittima di questo sopruso. Perché già allora si accumulavano derrate alimentari per poi metterle nel mercato e distruggere i prezzi, distruggere la vita dei contadini… e questo accadeva già nel '500 e Dario lo ricordò davanti a quella straordinaria umanità. 
Aveva davanti 7000 Zanni, 7000 ne aveva, parlavano lingue diverse, la maggior parte non conosceva Dario Fo: come potevano conoscere Dario Fo gli Indios Yanomami dell'Amazzonia, i pastori Masai del Kenya, i contadini del Burkina Faso, i pescatori della Tailandia? No, non lo conoscevano … E ad un certo punto, in un momento estremamente intenso, si dovettero fermare tutte le traduzioni - dieci traduzioni in lingua che davano a tutti l'opportunità di capire quello che si andava dicendo - perché Dario incominciò il suo gramelot, dichiarando che non era quello originale ma era frutto della sua fantasia. 
E descrisse la fame dello Zanni che prima prende parte del suo corpo e se lo mangia dalla fame, poi s'immagina in una immaginifica cucina dove c'è di tutto, ogni ben di Dio, e prepara un pasto straordinario. 
Nei primi due o tre minuti quei volti guardavano questo ottuagenario che si esprimeva col corpo, poi incominciarono a intuire che tirava il collo a una gallina, incominciarono a intuire che tagliava a fette il salame, videro che accendeva il fuoco della caldaia, videro che tutti questi pezzi entravano dentro, capirono che c'era il sale, il pepe, il mestolo che girava, e lui girava il mestolo per preparare questo pranzo e incominciarono a entrare in sintonia senza capire niente di quel gramelot.  Ma era la rappresentazione visiva di un messaggio, il messaggio di quello che è la vergogna di sempre di questo mondo, il messaggio che ci mostra che dobbiamo convivere ancora in un mondo dove milioni di persone soffrono la malnutrizione e la fame, e questa parte di mondo non merita questa logica di un'economia finanziaria canaglia.  
Quando lo Zanni poi prende questo calderone e mangia a quattro palmenti, sazio, come per incanto si accorge che era tutta fantasia, che non c'era niente, che non c'era niente da mangiare e urla disperato, però a un certo punto una mosca incomincia a girare, incomincia a voltargli attorno e lui la prende e questa mosca diventa il suo pasto, quelle alette, quelle gambe che ricordano i prosciutti e poi la mangia, la divora e chiude, chiude urlando davanti a tutti: “Che magnata! Che magnata!”.

E a quel punto i 7000 contadini e pescatori fecero un applauso straordinario perché avevano avuto quello che è l'elemento distintivo della tradizione contadina, avevano avuto l'oralità, quell'oralità che i nostri contadini provavano nelle stalle sentendo la storia di Bertoldo, quell'oralità che i contadini francesi avevano ripetendo Gargantua e Pantagruel e la sentirono loro, la sentirono in modo uniforme. C'era quell'oralità che nei villaggi indiani gli anziani esprimono raccontando le loro storie. E Dario ne ha fatto la sintesi e in quella sintesi sta il suo vero premio Nobel, ha parlato agli umili e gli umili della terra lo hanno capito.

Guardate, penso che la sua regia prevedeva anche questa pioggia perché solo dei coraggiosi stanno qui per rendergli omaggio sotto alla pioggia. 
L'ultimo ricordo è un ricordo di appena cinque giorni fa quando, nel suo letto di ospedale, ci ha intrattenuti per un'ora e mezza a descrivere le visioni che aveva. Mi diceva: “Sai, non lo governo io! Questo copione non l'ho fatto io, lo sto interpretando, e vedo queste figure… Perché? Perché sono drogato, perché le medicine che mi danno per non soffrire mi drogano e questa droga mi rende impotente!”. 
Le sapeva descrivere e assieme alle figure sentiva delle voci e ci disse che quelle erano le voci che nella drammaturgia shakespeariana e del Ruzzante sono le voci dei pazzi, dei matti che sono fuori di noi ma che diventano parte di noi. Un'ora e mezza, cinque giorni fa, ecco che a quel punto cita il pazzo che davanti alla croce parla col Cristo, cita il pazzo Becchino che parla con l'Amleto, il pazzo, il matto che parla col Re Lear.
Quando sono uscito, impressionato da questa manifestazione, sono andato a vedere cosa diceva il pazzo al Re Lear. Il pazzo al Re Lear diceva: “Troppo in fretta sei invecchiato, non hai fatto in tempo a diventare saggio”. 
Lo scriveva Shakespeare e un secolo prima il Ruzzante, grande maestro di Dante, scriveva di se stesso: “Troppo in fretta mi sono invecchiato, non ho fatto in tempo a liberarmi della leggera imbecillità della giovinezza”.
Ma che bel finale Dario, sei arrivato a novant'anni e ci hai consegnato la bellezza della tua intelligenza e della tua giovinezza! Per questo ha ragione Jacopo: è stato un gran finale! Perché all'età di novant'anni… come si dice dalle mie parti: tanti di noi farebbero la firma per essere protagonisti di un finale del genere ed è per questo che noi oggi dobbiamo celebrare, sotto la pioggia, la gioia, l'allegria, consci che celebriamo una vita spesa nella generosità e nella solidarietà e non la celebriamo solo per Dario, la celebriamo anche per Franca!

Un giorno nel vederla sempre così attiva, trafelata la definii con una parola piemontese e dissi: “Franca tu sei sfaraggiata” perché lo sfaraggiamento è una dimensione… come dire.... e lei a sentire questa parola si ribellava. Diceva: “Sfaraggiata a me!? Io sono l'unica in questa famiglia… mi devo accudire due matti in casa, c'ho un monumento e io di quel monumento sono il basamento, io lo reggo con la mia schiena, con la mia testa quel basamento.” 
Il monumento non sta in piedi senza il basamento e oggi noi dobbiamo essere felici, felici perché dopo tre anni quel monumento ritrova e si ricongiunge con il suo basamento e dobbiamo essere felici, dobbiamo essere felici di averli conosciuti, dobbiamo essere felici di averli amati, dobbiamo raccontare ai nostri figli e ai nostri genitori che abbiamo conosciuto queste persone, che ci hanno insegnato che per quei quattro giorni che abbiamo da vivere è meglio essere generosi che avari, è meglio darsi da fare che essere accidiosi, è meglio essere gioiosi che magonosi. 
E' questa la giornata che celebriamo, e che piova ancora di più, tanto a noi non ce ne frega niente! Perché in questo sabato noi stapperemo le bottiglie e in questo mezzogiorno, tornando nelle nostre case mangeremo e berremo e canteremo, e se possiamo balliamo, e se possiamo facciamo l'amore, esprimiamo tutta la nostra allegria. 
Ritroviamo la gioia, la gioia straordinaria di chiamarci compagni e compagne, non solo perché dividiamo il pane ma perché condividiamo la gioia, condividiamo la fraternità e questo nostro amore reciproco che non lascia spazio a cattiverie di alcun genere.
Noi siamo e vogliamo essere questi e celebriamo il più grande tra di noi, il più grande che aveva la capacità di dileggiare i potenti con uno sberleffo. 
Oggi allegri bisogna stare che il troppo piangere non fa per noi, allegri bisogna stare perché il troppo piangere non rende onore ai nostri amici, allegri bisogna stare perché celebriamo la vita, il grande mistero della vita e della morte, l'unico grande Mistero Buffo della nostra precaria esistenza.

Le parole di Jacopo Fo:

A tutti voi che siete qui vorrei raccontare un episodio di tanti anni fa, quando ero un bambino… Un giorno mio padre si stava facendo la barba perché doveva uscire, doveva andare a recitare a teatro, e mentre stava lì in bagno mi sono seduto sul bordo della vasca e lui ha iniziato a raccontarmi una storia, la storia di quando nel Medioevo, a Bologna, c'è una guerra e vengono mandati a morire decine di migliaia di giovani bolognesi. 
Davanti a questo massacro, la popolazione insorge, c’è una rivolta, però i nobili, i maggiorenti della città, si chiudono dentro la cittadella di Bologna, che allora era una fortezza impenetrabile, dove avevano scorte di cibo e di acqua per resistere per tantissimo tempo. Il popolo non aveva strumenti per combattere, non aveva torri d’assedio, non aveva le catapulte, non aveva niente. E mio padre mi dice: “Come possono, come può il popolo senza armi riuscire a conquistare la cittadella che è strepitosamente difesa?” Io non avevo nessuna soluzione, mi sembrava impossibile, e allora lui mi raccontò quel che era successo veramente... 
A un certo punto qualcuno ebbe l’idea di fare una cosa elementare: coprire di merda la cittadella di Bologna, e la gente iniziò ad arrivare con le carriole, con i carri, a lanciare la merda con tutti gli strumenti possibili immaginabili. C’era gente che faceva chilometri trattenendosi per arrivare a farla lì. A un certo punto i nobili si trovano talmente coperti di merda che non ha più senso resistere perché gli fa schifo tutto, e si arrendono.
Io credo che, se voi guardate tutto quello che mia madre e mio padre hanno raccontato, c’è sempre questo elemento costante.
Loro hanno raccontato storie di persone che non avevano nessuna possibilità, che si battevano contro un potere immenso e invincibile, però può succedere quella cosa… può succedere che della gente che non ha potere, si prenda il potere! Si prenda la dignità di vivere, trovi delle soluzioni geniali!
In tutte le storie di mio padre ci sono soluzioni geniali che possono rovesciare la situazione, perché se smettiamo di pensare nel modo che ci hanno suggerito, se smettiamo di pensare che una fortezza impenetrabile sia veramente invincibile, allora possiamo trovare un’idea assurda, un’idea ridicola. Una risata vi seppellirà!

C’è un’altra storia che vi voglio raccontare, è una delle prime storie di Mistero Buffo, è la storia di questo contadino poverissimo: a un certo punto, siccome questo contadino ha una moglie bellissima, arriva un signore, il nobile feudale, e massacrano di botte questo contadino, violentano sua moglie e poi la uccidono, uccidono i suoi figli, e lo lasciano per terra convinti che sia morto. Ma questo contadino non è morto e si riprende. Decide che non vuole più vivere, che è troppo orribile quello che gli hanno fatto e prende una corda, gli hanno rubato tutto ma una corda gliela hanno lasciata, la lega a una trave, sale su uno sgabello...
Sta per suicidarsi quando entra un giovane, Gesù, e si avvicina a lui e lo bacia sulla bocca, e improvvisamente nella testa di questo contadino iniziano a muoversi delle rotelle che lui non sapeva neanche di avere, e questo contadino sente una voglia incredibile di raccontare quello che ha subito e diventa un Giullare.
Questa è la storia della nascita del giullare, ed è la storia del lavoro di mia madre e di mio padre, una storia che parte da questo, una storia che parte dal fatto che il primo passo di cambiare le cose è iniziare a raccontarle, raccontare la nostra vita alla gente.
La cosa grandiosa del loro teatro è che si raccontavano loro, che mettevano negli spettacoli quello che gli succedeva, che parlavano con gli operai di una fabbrica, con gli studenti, e poi su quello che questi compagni avevano raccontato costruivano uno spettacolo. In scena c’era la loro vita, non era una semplice esibizione di abilità istrionica, di capacità di fascinazione. 
No, la gente ama Dario e Franca per questo, io credo che voi che siete qui sotto il diluvio universale avete visto questo! Non avete visto un bravo attore, avete visto uno che c’era veramente.

E io vorrei dire... Mio padre mi ha detto una cosa fin da quando ero piccolo, non era uno che faceva grandi lezioni, però ogni tanto gli scappava di dare un consiglio, e il consiglio che mi ha dato mio padre è: “Fai quel che vuoi, che campi di più!”.
Ma non “fai quel che vuoi” nel senso che “se non hai voglia di alzarti, se non hai voglia di seguire un impegno, fregatene”. No, non in questo senso!
Fai quello che vuoi nel senso più alto: che cosa desideri? Se hai un desiderio seguilo a tutti i costi. E mio padre e mia madre hanno fatto questo, sono andati avanti nonostante tutto quello che gli hanno fatto, non hanno piegato la testa!
E la gente che li ha colpiti... ha perso!
Mio padre ha fatto una vita straordinaria! Mia madre ha fatto una vita straordinaria!
Hanno ricevuto una quantità di amore...
Io sono stato nella camera ardente a salutare, fino a che ce l’ho fatta a stare in piedi, tutte le persone che venivano. La quantità di persone che venivano a dirmi “tuo padre ha fatto questo per me”...
C’erano gli operai delle fabbriche occupate ma c’erano anche persone che avevano ricevuto una cosa che a volte serve più di qualsiasi altra: essere ascoltati. Mio padre era uno che sembrava completamente distratto ma era uno capace di stare anche un’ora ad ascoltare una persona che vedeva il nero del mondo.

E vorrei dire un’ultima cosa, prima che vi sciogliate definitivamente sotto il diluvio universale... Noi abbiamo saputo che mio padre era, dal punto di vista della malattia, senza speranze a luglio. Era veramente in una situazione difficile, mio padre lo diceva… “Sto lottando come un leone!” Lui è riuscito a recitare il primo agosto davanti a tremila persone in uno spettacolo di due ore, e finire cantando.
Il Professor Poletti, grandissima persona, che lo stava curando, quando gli ho telefonato da Roma e gli ho detto: “Sai, è riuscito a fare tutto lo spettacolo e ha finito lo spettacolo cantando” mi ha detto: “Guarda io sono ateo ma adesso credo nei miracoli!”
Allora, io vorrei dire... la passione per l’arte, l’amore per la gente, la solidarietà: sono medicine!
La riforma della Sanità dobbiamo farla così! I medici devono iniziare a scrivere sulle ricette mediche a fianco dei medicamenti da prendere: dopo i pasti fare arte e fare qualcosa per qualcun altro!

Noi stiamo celebrando questo saluto come mio padre ha lasciato detto, ci sono tanti amici, tanti compagni, che avrebbero tante cose da dire, ma mio padre ha detto che voleva fare una cosa così e noi stiamo rispettando il suo volere.
Qualche compagno mi ha chiesto: ma come mai mettete quella canzone lì, “Stringimi forte i polsi dentro le mani tue?”
Questa è una canzone che mio padre scrisse per mia madre... E lui ha chiesto proprio che fosse suonata questa canzone.
Noi siamo comunisti e siamo atei, però mio padre non ha smesso di parlare con mia madre, non ha smesso di chiederle consiglio… per cui siamo anche un po’ animisti. 
Perché non è credibile che uno muore veramente… dai, si fa per dire!
Sono sicuro che adesso sono lì, insieme.

Tra i tanti messaggi che abbiamo ricevuto ce n’è uno che mi ha commosso, di un padre, di un amico, che ha perso il figlio piccolo da poco, Papo, e questo amico sta scrivendo ogni giorno una lettera a questo bimbo, e ieri gli ha scritto una lettera raccontandogli chi era Dario Fo.
E allora mi piace pensare che adesso mio papà e mia mamma sono lì con Papo e si fanno delle gran risate.

Grazie Compagni, grazie! Grazie!!!