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Tornano i “limoni per la ricerca” per finanziare la lotta ai tumori

Ven, 04/20/2018 - 04:51

Si chiama limonene ed è contenuto nella buccia del limone: è una sostanza considerata antitumorale che avrebbe capacità soprattutto preventive. E’ proprio per questa caratteristica contenuta nella sua buccia che il limone, già noto per essere un’ottima fonte di vitamina C, è al centro del progetto “Limoni per la ricerca” della Fondazione Umberto Veronesi.

Due euro a retina

Fino a domenica 22 aprile le retine di “Limoni per la ricerca” (500 grammi di limoni varietà primofiore) saranno acquistabili in più di 2500 supermercati di tutta Italia al costo di 2,00 euro, e per ogni retina di limoni venduta 40 centesimi saranno devoluti alla ricerca scientifica. L’iniziativa, al secondo anno consecutivo, è realizzata in collaborazione con “Citrus – l’Orto italiano”, azienda ortofrutticola di Cesena da anni al fianco di Fondazione Umberto Veronesi.

Nel 2017 raccolti 90 mila euro

L’ anno scorso il progetto ha consentito di raccogliere 90 mila euro per la ricerca e sostenuto borse di studio. E anche quest’anno “grazie alla seconda edizione e al prezioso sostegno di Citrus sarà possibile finanziare il lavoro di ricercatori che quotidianamente si impegnano a trovare soluzioni di cura sempre più efficaci”, ha affermato Monica Ramaioli, Direttore Generale della Fondazione Umberto Veronesi.

Dove acquistare?

La lista completa dei punti vendita aderenti all’iniziativa si trova sul sito https://www.citrusitalia.it/i-limoni-per-la-ricerca/.

I benefici del limone

La vitamina C prende parte a diverse reazioni metaboliche e alla sintesi di aminoacidi, ormoni e collagene. Poiché è dotata di notevoli poteri antiossidanti, la vitamina C fortifica il sistema immunitario “ripulendo” l’organismo dalla presenza e dalla produzione di sostanze cancerogene e aiuta a prevenire il rischio di tumori, oltre che di malattie cardiovascolari. Svolge inoltre un ruolo di primaria importanza nella neutralizzazione dei radicali liberi e nell’assorbimento del ferro. Oltre alla vitamina C, il limone contiene altre sostanze che hanno dimostrato in diversi studi scientifici capacità antiossidanti, effetti sulla differenziazione cellulare e potere detossificante.

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La legge Gadda contro lo spreco alimentare (e non solo)

Ven, 04/20/2018 - 04:04

Quante volte ci siamo scandalizzati davanti a immagini televisive che mostravano la distruzione di camionate di cibo e derrate alimentari (spesso prodotti agricoli)? E che stretta al cuore quando ci è capitato di vedere persone emarginate frugare nei cassonetti, e ancora che rabbia assistere alla profonda ingiustizia di un sistema paradossale, che da un lato iper-produce e distrugge e dall’altro è incapace di soccorrere chi ha fam
La questione non è certo né nuova né recente ma il problema dello “spreco” inteso come questione sia economica che sociale è emerso in tutta la sua gravità soprattutto negli ultimi anni, complice senza dubbio la crisi economica dell’ultimo decennio.
Per questo motivo tutti gli operatori della filiera che va dalla produzione alla distribuzione delle derrate alimentari – comprese soprattutto le tante associazioni che da tempo operano sul territorio per “intercettare” il surplus e distribuirlo a chi ne ha bisogno – hanno esultato quando finalmente le aule parlamentari hanno licenziato la c.d. Legge Gadda – dal nome della prima firmataria, Maria Chiara Gadda (PD). Era l’agosto del 2016 e già il titolo della legge bene descrive lo scopo dell’intervento normativo: Disposizioni concernenti la donazione e la distribuzione di prodotti alimentari e farmaceutici a fini di solidarietà sociale e per la limitazione degli sprechi (per il testo completo si veda la Gazzetta Ufficiale, Serie Generale n. 202 del 30-08-2016).

Quali problemi immediati ha risolto il varo della nuova legge?
Diciamo subito che la prima parola d’ordine è stata “facilitare”: gli esercizi pubblici, liberati da lacci e lacciuoli della solita soffocante burocrazia, ora possono donare i prodotti alimentari rimasti invenduti con molta maggiore elasticità. Può essere regalato il pane entro le 24 ore, ma anche, dopo il termine di scadenza, il cibo che sulla confezione riporta la frase “da consumarsi preferibilmente entro il …”, i prodotti confiscati, e quelli che presentano irregolarità nelle etichette o nel confezionamento.
Ovviamente non manca l’attenzione affinché siano rispettate le regole sulla conservazione, il trasporto, il deposito degli alimenti: per il fatto che sono regalati mica si possono ignorare i principi igienico-sanitari.
E comunque, lì dove i prodotti non sono considerati idonei al consumo alimentare umano, possono essere destinati agli animali e infine al compostaggio.
Seconda parola d’ordine: “solidarietà”. Contro lo spreco, sì, ma la ridistribuzione delle eccedenze alimentari deve seguire un principio solidaristico che vuole che destinatari dei beni donati siano le persone indigenti, ovviamente anche per il tramite di associazioni che perseguono questo scopo (il Banco Alimentare, per citarne una per tutte).
Terza parola d’ordine: “incentivazione”: modificare le nostre piccole abitudini, si sa, non è cosa dall’oggi al domani; figuriamoci a livello collettivo! Ma se il comportamento prevede un vantaggio economico, il volano può cominciare a muoversi più in fretta… Ed ecco che una specifica norma concede ai comuni la possibilità di ridurre la tassa sui rifiuti in modo proporzionale alla quantità di cibo donato.
Quarta parola d’ordine: “educazione”. La lotta allo spreco dovrebbe investire un po’ tutti i settori, e dovrebbe coinvolgere anche ognuno di noi: e se la legge non può entrare nelle nostre case e bacchettarci per il troppo cibo che dalle tavole o direttamente dal frigorifero ancora finisce nella pattumiera, offre comunque indicazioni ben precise per chi si siede alle tavole dei ristoranti. Più nessuna vergogna a chiedere, assieme al conto, la “doggy bag”. E’ addirittura previsto che le regioni possano stipulare accordi con i ristoratori perché si dotino “di contenitori riutilizzabili, realizzati in materiale riciclabile, idonei a consentire ai clienti l’asporto dei propri avanzi di cibo”.
Non manca inoltre la previsione di azioni informative (soprattutto attraverso radio e televisione e all’interno delle scuole) per promuovere comportamenti anti-spreco, con un particolare focus sui temi del diritto al cibo, dell’impatto sull’ambiente e sul consumo delle risorse naturali.
Un’ultima parola d’ordine: “non solo cibo”. Lo spreco non coinvolge solo i prodotti alimentari: la legge Gadda regola anche la cessione gratuita di vestiti e capi di abbigliamento e di farmaci, intervenendo anche in questi due settori con lo scopo di semplificare, facilitare, “sburocratizzare”…
Fin qui per sommi capi il contenuto di un provvedimento che – a più di un anno e mezzo dalla sua entrata in vigore – comincia a portare i suoi frutti. Solo un’ultima notazione ancora: spesso questa legge viene confrontata con la sua omologa francese, e il giudizio dei commentatori è a favore di quella italiana. Il legislatore francese ha imperniato il sistema antispreco sulle pesanti sanzioni che colpiscono le aziende che non reimmettono sul mercato i prodotti alimentari. E’ vero che sanzioni di questo genere non sono previste nel nostro sistema – e per alcuni questo può apparire un limite – ma la legge 166 è costruita soprattutto attorno all’aspetto solidaristico: è questo che nelle intenzioni del legislatore deve essere il vero incentivo per la diffusione di comportamenti “virtuosi” – che poi sono quelli che i nostri nonni praticavano quotidianamente!
Si tratta insomma di un bel cambio di prospettiva, di uno di quei casi dove si può concludere che grazie a questa legge l’Italia, in materia di lotta agli sprechi, è diventata un esempio virtuoso per tutta Europa.

Fonti:
Legge Gadda in G.U. http://www.gazzettaufficiale.it/eli/gu/2016/08/30/202/sg/pdf
https://www.bancoalimentare.it/it

Immagini: disegni di Armando Tondo

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La Toscana a capo della rivoluzione per la vendita di farmaci sfusi

Gio, 04/19/2018 - 15:01

La proposta, portata avanti da due esponenti di Sinistra italiana e approvata all’unanimità, s’inserisce in quanto è stato già previsto dalla legge 190/2014 al comma 591 dove si prevede la produzione e distribuzione, in ambito ospedaliero, di medicinali in forma monodose.

Il successo toscano delinea un passo avanti per l’intera Nazione non solo ponendo l’attenzione sulla necessaria riduzione degli sprechi, ma anche, per un risparmio economico non indifferente.

Un atto importante per rendere più efficiente la spesa farmacologica, sia nelle strutture ospedaliere sia nelle famiglie nel solco della campagna di sensibilizzazione promossa dalla rivista ecologista ‘People for Planet’ e dei principali studi ed esperienze internazionali. La somministrazione di farmaci sfusi in farmacia è ormai una realtà in molti paesi, ora è tempo di cambiare anche nel nostro”, commentano consiglieri regionali Paolo Sarti e Tommaso Fattori.

Come ricorda anche il Manifesto di People For Planet, in altri Stati nel mondo, come ad esempio Usa, Canada e Germania, è  possibile recarsi in farmacia comperando l’esatto numero di pasticche prescritte, evitando sprechi nocivi per il nostro portafoglio e anche per l’ambiente. È infatti brutta abitudine di molti liberarsi di pastiglie e sciroppi gettandoli direttamente nello scarico del lavandino o nel bidone dell’indifferenziata. Smaltire in modo non corretto qualsiasi tipo di medicina è potenzialmente un pericolo per  l’ambiente. I principi attivi presenti nei farmaci possono danneggiare il sottosuolo, inquinare i pozzi di acqua potabile o compromettere il funzionamento dei depuratori collocati nelle reti fognarie.

La proposta di adottare anche in Italia la distribuzione dei farmaci sfusi non è solo una questione di sicurezza e tornaconto personale: evitando di acquistare confezioni esagerate di farmaci e utilizzando quelli sfusi risparmierebbe anche lo Stato.

“Troppi sono, infatti, i farmaci, perlopiù a carico del servizio sanitario nazionale, che finiscono sprecati, spesso confezioni mai aperte e scadute, e che diventano poi un enorme quantità di rifiuti da smaltire, oltre 1500 tonnellate l’anno secondo il ‘Rapporto Rifiuti Urbani 2015’ di Ispra. Si deve quindi promuovere una proficua collaborazione tra medici, farmacisti e aziende produttrici per diffondere prioritariamente la vendita di farmaci sfusi e rendere disponibili confezioni dei farmaci calibrate sulle necessità terapeutiche, prevedendo l’introduzione di pacchetti personalizzati e dosi unitarie”, ricordano i due consiglieri regionali.

Ma non è finita qui, un’altra buona notizia è emersa durante il Consiglio. La mozione chiede piena attuazione alla legge 166 del 2016, che consentirebbe di donare farmaci non utilizzati sia agli Enti Onlus impegnati in realtà socio-sanitarie che ad oggi hanno come unico sostegno le donazioni da parte dei privati e la possibilità di recarsi nelle farmacie per la raccolta dei farmaci durante le giornate del Banco Farmaceutico, sia introdurrebbe anche tale disposizione ai farmaci a uso veterinario.

Confidando che, sul modello toscano, le altre regioni si attivino nella promozione di un reale cambiamento a vantaggio di tutti, rimaniamo in attesa degli sviluppi con un Chianti alla mano brindando a questa buona notizia!

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Dolcetti al cioccolato: come utilizzare le uova di Pasqua avanzate

Gio, 04/19/2018 - 02:52

Ingredienti (per circa 40 dolcetti)

Cioccolato 200 gr.
Nocciole 200 gr.

Preparazione

Questa ricetta è ottima se vi è avanzato del cioccolato dopo Pasqua, potete utilizzare sia il cioccolato fondente che quello al latte, a vostro gusto. E’ veloce a non richiede particolari abilità. Potete preparare questi deliziosi dolcetti anche con i bambini che si divertiranno un mondo!
Tritate grossolanamente le nocciole, fondete il cioccolato a bagnomaria e unitelo alle nocciole. Mescolate delicatamente. Versate il composto dividendolo nei pirottini alimentari del formato piccolo o a mucchietti su carta da forno. Lasciate raffreddare ecco pronti i cioccolatini da servire.

Tempo di preparazione: 15 minuti + il tempo per far raffreddare i cioccolatini

Ph: Angela Prati

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Lezioni dai dinosauri delle Dolomiti

Gio, 04/19/2018 - 02:18

Stando alla ricerca del team italiano, a una prima scomparsa dei rettili sarebbe seguito un successivo ripopolamento nell’arco di un tempo relativamente breve se rapportato alle tempistiche del Triassico: 52 milioni di anni. In 52 milioni di anni la presenza dei dinosauri è passata dal 5% della media degli animali all’80%, tutto ciò grazie a una scomparsa. A distanza di poche ore dalla notizia, l’ANSA ne ha poi diffuso un’altra riguardante un ritrovamento scheletrico, però umano, nei pressi di un’ex area ferroviaria di Milano. A causa del deterioramento non è ancora stato stabilito il sesso della persona, tuttavia, accanto allo scheletro è stato trovato il documento appartenente a un uomo scomparso nel 1991, e la cui sparizione era stata segnalata anche dalla trasmissione Chi l’ha visto. Risale a 30 anni fa. Se l’identità dovesse coincidere, lo scheletro umano sarebbe una scoperta archeologica al pari di quella dei dinosauri.

In un mondo che si finge un Panopticon in grado di scrutare, controllare e tracciare tutto, specie in una città come Milano, che ha fatto dell’efficienza e della celerità le prerogative indispensabili anche per bere un caffè, sparire per 30 anni è un’azione rivoluzionaria, degna di un dinosauro. A differenza dell’accezione negativa che l’espressione “estinzione di massa” vanta presso il vocabolario di noi esseri umani, l’Episodio pluviale del Carnico, così si chiama lo sconvolgimento climatico che 252 milioni di anni fa scatenò un brusco surriscaldamento e un intollerabile incremento di emissioni di CO2 nell’atmosfera, ebbe una funzione salvifica. Rappresentò per l’ecosistema mondiale una sorta di guerra à la Tommaso Marinetti, un’igiene del mondo necessaria.

Come spiega Paolo Giannolla, uno dei paleontologi coinvolti nella ricerca, la terza estinzione di massa che colpì il nostro Pianeta (dopo l’estinzione del Devoniano, risalente a 370-380 milioni di anni fa, e prima di quella del Permiano, avvenuta invece 250 milioni di anni fa) fu necessaria per l’evoluzione e la diversificazione degli animali. Fu salvifica non soltanto per i dinosauri ma per i mammiferi, le lucertole, i coccodrilli, le tartarughe, eccetera. L’estinzione di massa, ha dichiarato lo studioso, è una “cesura, un cambio della storia, una rivoluzione. Studiare questi eventi significa tenere conto di chi si è estinto, ma anche di chi si è diversificato in seguito all’evento stesso”.

Commentando con un amico la coincidenza tra la notizia degli scheletri dei dinosauri sulle Dolomiti e quella dello scheletro umano a Milano, si è fatta largo una strana sensazione di libertà, di leggerezza. Di accenni macabri, nessuno.

In una tendenza collettiva sempre più paranoica e nutrita di scenari catastrofici che atterriscono, paralizzano e puntano l’accento sul concetto di perdita, queste due notizie, così simili e accostate l’una all’altra, anziché alimentare un senso di impotenza, rivendicano un diritto che pare caduto in disuso perché quasi impossibile da esercitare: il diritto di scomparire. Un diritto talmente esclusivo da risultare ormai ad appannaggio di pochi eletti: Elvis Presley, Marilyn Monroe, Michael Jackson, e pochi altri. Scomparire, per lo meno nella parte occidentale e settentrionale del mondo, è diventato un lusso da dinosauri.

“I dinosauri si originano subito dopo la più profonda estinzione di massa della storia, 252 milioni di anni fa, si diversificano dopo l’Episodio Pluviale del Carnico ma diventano dominanti nelle faune terrestri solo successivamente, circa 200 milioni di anni fa, quando si estinguono i loro principali competitori ecologici, i crurotarsi”, ha specificato Massimo Bernardi, un altro componente del team dei ricercatori. “Infine, 66 milioni di anni fa, anche i dinosauri cedono il passo ad altre faune, in seguito agli sconvolgimenti causati dall’impatto di un meteorite. I dinosauri diventano così l’emblema di come non sia solo la competizione tra organismi a determinare fortune e disfatte ma anche e soprattutto l’interazione con l’ambiente e i suoi mutamenti, talvolta repentini”.

A riprova di quanto la letteratura riesca a definire addirittura anticipando dei concetti che le sono lontani soltanto in apparenza, basti pensare alla postfazione che Alberto Savinio scrisse nel 1969 per l’edizione italiana del romanzo di George Simenon, L’amico di infanzia di Maigret:

“Per sollecita che sia la divina Provvidenza a moltiplicare i disastri di ogni specie, rimangono tuttavia fra disastro e disastro come delle zone; […] se si prolungassero, porterebbero il borghese alla noia più tetra, alla disperazione, al suicidio”.

Scoperte come quella dei resti dei dinosauri, notizie come quella di un uomo rinvenuto dopo 30 anni di assenza nel bel mezzo di una città brulicante di persone, e romanzi come Dissipatio H.G. di Guido Morselli o Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello, stimolano una riflessione più rilassata, meno tragica, sul tema delle catastrofi, inducono il singolo individuo a impegnarsi nella conservazione della propria identità e nella valorizzazione dell’ambiente, senza cadere nel grande tabù della posterità. La posterità è essenziale, inevitabile, e per sua stessa definizione ha carattere di inclusione/esclusione rispetto a qualcosa e a qualcuno. Accettare la posterità significa abbracciare una visione più ampia che travalica le strettezze della contingenza, le limitazioni della vita, le puerilità dei timori. Significa comprendere la ricorsività di un tempo che è dopo di noi e nonostante noi, la nonchalance di un mondo che come cantava il buon Jimmy Fontana non “si è fermato mai un momento”, l’ostinazione di un universo che – se siamo fortunati, non sa neppure della nostra esistenza, né della mia né della tua. Il Pianeta ha fatto a meno addirittura dei dinosauri e oggi siamo qui a raccoglierne le posterità. Forse è il caso di rilassarci. Domani, chissà.

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Il rilancio del fotovoltaico: più integrato e meglio accettato, meno costi più resa

Gio, 04/19/2018 - 00:04

Un aspetto di questa evoluzione è che si è andata modificando l’accettazione da parte della sensibilità collettiva, conseguente ad una maggiore attenzione ai temi ambientali e del risparmio energetico ed anche ad un maggiore integrabilità dei moduli negli edifici (con un impatto sempre minore).

Ciò ha inciso anche su una maggiore propensione da parte dei Tribunali, laddove ci siano state controversie, ad annullare i provvedimenti di diniego all’installazione se l’incompatibilità paesaggistica non era dimostrata in concreto dall’Autorità competente.

Ma i cambiamenti ci sono anche sotto altri aspetti, il fotovoltaico è oggi: più integrabile nei contesti anche “più delicati ” dal punto di vista paesaggistico grazie ai sistemi costruttivi, progettuali e ai progressi tecnologici; più efficiente nella resa e con maggiore capacità di accumulo ed è, soprattutto, molto più economico rispetto al passato.

Partiamo intanto dall’accettazione, e prima ancora dai fatti: due privati in due Regioni diverse, hanno visto, entrambi, rigettato il provvedimento autorizzatorio all’installazione di pannelli solari o fotovoltaici su proprie abitazioni o edifici di proprietà, in contesti soggetti a vincolo. E due sentenze del TAR, a cui i privati si sono rivolti, negli ultimi mesi, hanno affermato che i pannelli apposti sulla sommità di edifici in zone soggette a vincolo, pur necessitando di autorizzazione paesaggistica, non necessariamente si configurano come fattore di disturbo visivo, ma anche come evoluzione dello stile costruttivo, oggi accettata dall’ordinamento e dalla sensibilità collettiva…alla stregua di elementi normali del paesaggio. E che la loro presenza non configura ex se“un’ipotesi di incompatibilità paesaggistica, ma anche laddove questa venga effettivamente rilevata (e non basta l’essere visibile da punti pubblici), deve comunque essere dimostrata in concreto dall’Autorità competente.

Le Sentenze dei giudici amministrativi

Con più recente pronuncia del TAR Lombardia (Sentenza n. 496 del 21 febbraio 2018) – in linea con un orientamento giurisprudenziale che può considerarsi oramai consolidato, perchè già espresso anche da una Sentenza del TAR Veneto nel 2013- il giudice amministrativo ha accolto il ricorso presentato da un privato, il quale si era visto negare per due volte dalla Soprintendenza la possibilità di installare pannelli fotovoltaici su una tettoia.

Il Tar Lombardia, annullando il provvedimento di diniego della Soprintendenza, ha infatti affermato il principio generale secondo cui il diniego fondato su esigenze di tutela paesaggistiche “non può fondarsi su affermazioni apodittiche, da cui non si evincano le specifiche caratteristiche dei luoghi e del progetto”, ma deve bensì “verificare se la realizzazione del progetto comporti una compromissione dell’area protetta, accertando in concreto la compatibilità dell’intervento con il mantenimento e l’integrità dei valori dei luoghi”. Sottolinea inoltre che la normativa prevede l’impedimento assoluto solo nelle aree “non idonee” espressamente individuate dalla Regione.

Sulla stessa linea anche per la sentenza del TAR Campania Sez. II che l’ha preceduta di qualche mese (n.1458 del 5 ottobre 2017): il ricorso è stato ritenuto fondato perchè, l’apposizione di pannelli fotovoltaici sulla sommità di edifici ubicati in zone sottoposte a vincolo paesaggistico (p.e. quelle individuate direttamente dall’art. 142 e 143 del codice dei beni culturali) necessita senza dubbio della previa autorizzazione paesaggistica, trattandosi di un intervento idoneo ad incidere sull’assetto tutelato, ma va rilevato che, per negare l’installazione bisogna dare prova dell’assoluta incongruenza delle opere rispetto alle peculiarietà del paesaggio e del contesto. Anche qui non è ammissibile una valutazione astratta e generica, non supportata da effettiva dimostrazione di incompatibilità paesaggistica dell’impanto.

Cosa ne discende

Il legislatore ha codificato questa impostazione per quanto riguarda gli edifici di nuova costruzione già nell’art. 4 comma 1-bis del DPR n.380/2001, prevedendo come normale la presenza di impianti fotovoltaici. Diversi anni addietro , l’interesse pubblico collegato agli impianti che utilizzano fonti di energia rinnovabili era già stato definito nell’art. 1 comma 4 della Legge n.10/91.

I citati riferimenti normativi, le sentenze e la sempre più diffusa attenzione verso questo tipo di tecnologia condizionano inevitabilmente il giudizio estetico.
Sugli edifici esistenti e sui beni vincolati le due sentenze citate esprimono un fatto importante e nella stessa direzione, che produce conseguenze significative: nel caso di realizzazione di un impianto fotovoltaico in area gravata da vincolo paesaggistico, non dovrà essere il cittadino a dimostrare che il paesaggio non sarà compromesso dalla presenza dei moduli, ma, al contrario l’onere incomberà sull’Autorità, chiamata a provare l’esistenza di un reale contrasto tra le esigenze di tutela dei valori paesaggistici eventualmente protetti, e le caratteristiche specifiche dell’impianto.
Non sarà sufficiente motivare il provvedimento con una generica affermazione, ma sarà necessario che in concreto si numeri, e puntualmente individui, le esigenze di tutela del paesaggio in ragione delle quali il provvedimento di diniego viene adottato.

Pannelli mimetizzati nell’architettura di casa e integrati, anche in maniera artistica

L’ “accettazione” di cui si è parlato finora, in questi contesti specifici, che comunque in Italia sono diffusissimi, viene poi favorita da scelte progettuali di tipo integrato e anche dalle nuove soluzioni, ora disponibili, dalle forme e dai colori innovativi, per i pannelli.

Si parla di impianto fotovoltaico integrato quando la posa dei moduli avviene contestualmente alla realizzazione della copertura edilizia, o quando comporta l’eliminazione di parte del tegolato, ovvero quando i pannelli, oltre alla funzione di produrre elettricità, assumono il ruolo di elementi da costruzione. Ciò permette di ottenere un prodotto meglio mimetizzato nell’architettura dell’immobile ed è quindi la soluzione migliore in contesti di particolare rilevanza per necessità di tutela (elementi naturali o del paesaggio di contesto, centri storici, ecc).

I ricercatori del CSEM (Centro Svizzero di Elettronica e Microtecnica), già da diversi anni, sono stati capaci di unire all’efficienza energetica anche quel gusto estetico che manca ai più comuni pannelli. Un rivestimento nano-tecnologico applicato ad essi ha permesso di ottenere colorazioni e fantasie disponibili, ricche e complesse, in grado di adattarsi a qualunque contesto, forma edificio e applicabile a qualsiasi tipo di pannello fotovoltaico, anche se è già installato.

Particolarmente interessante è anche il progetto olandese Dutch Solar Design (DSD-PV), condotto dal Centro di Ricerca Energetica dei Paesi Bassi (ECN), dagli architetti di UNStudio, in collaborazione con gli ingegneri dell’Università di Scienze Applicate di Amsterdam. La tecnica utilizzata prevede l’applicazione di un inchiostro durevole e colorato sopra un pannello con celle fotovoltaiche integrate MWT (Metal Wrap Through – Spirali Metalliche).
Il colore viene mantenuto per l’intero ciclo di vita dei moduli, senza ridurre il loro livello di conversione, che è anzi maggiore rispetto alla media grazie all’utilizzo della tecnologia Back Contact. Si tratta della cella in silicio attualmente più efficiente, in cui i contatti non si trovano sulla superficie attiva, ma sono integrati nel retro, migliorando notevolmente la resa.
Il vantaggio di questa tecnologia è anche qui la possibilità di essere personalizzabile e applicabile a qualsiasi architettura. Si vanno a realizzare così pannelli solari con una fantasia che imita i mattoni o disegni più originali, con un’integrazione sempre maggiore al contesto e con un impatto visivo sempre più ridotto.

E già molte sono le aziende, anche Italiane, che commercializzano da alcuni anni moduli integrabili con celle colorate, si tratta di celle in silicio monocristallino, come quelle tradizionali, che corrisponde a celle di aspetto monocromatico, e celle in silicio policristallino che ha un aspetto molto gradevole per via dell’effettotexture irregolare; basta fare un giro sul web e si trovano pannelli con disegni e colori vari, con grado di efficienza di conversione pari ai pannelli classici. Nello specifico il silicio monocristallino supera, nella resa, di qualche punto percentuale, il policristallino, per cui -oltre all’aspetto- è indicato in contesti con spazi disponibili più contenuti.

L’evoluzione a 360°

Se a questi progressi e all’evoluzione normativa, si aggiunge che negli ultimi anni la ricerca ha fatto passi da gigante sviluppando, nel caso del fotovoltaico, pannelli sempre più performanti e batterie per l’accumulo che durano a lungo (consentendo una maggiore autonomia e quindi autoconsumo) e che i miglioramenti tecnologici hanno contribuito ad abbassare di molto i prezzi si deduce come questa tecnologia, grazie a tutto questo e alle detrazioni previste (prorogate), ha veramente molti più margini di sviluppo e diffusione rispetto al passato, perchè conviene.

Secondo il Fraunhofer Institute for Solar Energy Systems, addirittura, in 10 anni l’efficienza media dei moduli è aumentata dal 12% al 17% , e in 25 anni, il prezzo di un impianto si è abbassato del 90%. In Germania, ad esempio, per impianti tra 10 e 100 kWp, si è passati da 14.000 €/kWp del 1990 a 1.270 €/kWp del 2016. Secondo la società di consulenza strategica Roland Berger, dal 2007 ad oggi il prezzo medio dei pannelli solari è sceso dell’80%, e non sono escluse ulteriori limature.
Le detrazioni in Italia anche per quest’anno arriveranno al 50% delle spese e il fotovoltaico sarà comunque un investimento conveniente sia per i prezzi raggiunti per moduli e inverter, sia per la tecnologia attuale che permette un maggiore accumulo ed una maggiore resa, con un maggior autoconsumo e conseguente risparmio in bolletta.

Il settore è davvero più che mai in evoluzione.

Fonti:
http://www.lexambiente.com/materie/beni-ambientali/73-giurisprudenza-amministrativa-tar73/13291-beni-ambientali-apposizione-di-pannelli-fotovoltaici-su-edifici-ubicati-in-zone-sottoposte-a-vincolo-paesaggistico.html

https://www.csem.ch/home

http://www.fotovoltaicosulweb.it/guida/fotovoltaico-realizzati-i-primi-pannelli-solari-bianchi.html

http://www.qualenergia.it/articoli/20170728-facciamo-il-punto-sul-fotovoltaico-dati-e-stato-dell%E2%80%99arte

http://infobuildingenergia.it/

https://www.ambienteambienti.com/rinnovabili-2018-fotovoltaico-basso-costo/

Foto nel testo: Photo by Scott Webb from Pexels

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Cosa sono i Repair Cafè?

Mer, 04/18/2018 - 04:43
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Video di Silvia Mela D’Orazi

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Ideonella salverà l’umanità?

Mer, 04/18/2018 - 04:39

C’era una volta (e c’è ancora, per fortuna) un pianeta noto nella Galassia con nomi diversi: Gaia, Pianeta Azzurro, Terra

Questo pianeta era ed è abitato da molte specie viventi tra cui una, dominante, costituita dagli umani. Questi, pur credendo di essere intelligenti, hanno combinato un po’ di casini, uno dei quali, forse il più pericoloso, si chiama “inquinamento da materie plastiche”.

Una roba davvero colossale: attualmente ogni anno finiscono nei mari OTTO MILIONI DI TONNELLATE di plastica.

Terra guardava con una certa perplessità e un ragionevole timore l’evolversi di questo disastro. Gli umani un po’ per volta assumevano consapevolezza del problema ma non riuscivano a frenare efficacemente il fenomeno che loro stessi avevano provocato. C’era chi segnalava il rischio che nel giro di pochi anni ci sarebbe stata più plastica nei mari che pesci ma c’erano anche Paesi (per esempio uno chiamato Italia) dove c’era un irragionevole consumo di acqua in bottiglie di plastica anziché quella buonissima che esce dai rubinetti.

E tutta questa plastica, ridotta in frammenti microscopici, si trova ormai dappertutto.

A questo punto Terra, che in fondo agli umani vuole bene (e anche ai pesci), decise che era arrivato il momento di intervenire.

Così provocò una scossettina, un movimento quasi inavvertibile in due laboratori (uno negli Usa, uno nel Regno Unito) dove degli scienziati stavano studiando un enzima che si nutre di plastica (PET) ritrovato (per caso?) in una discarica in Giappone. A causa della scossettina gli scienziati hanno inavvertitamente modificato l’enzima e hanno scoperto che, una volta modificato, questo enzima è molto più efficiente nel “mangiare la plastica” di quello esistente in natura.
John McGeehan, della School of Biological Sciences di Portsmouth, uno degli scienziati autori della scoperta, ha scritto nella relazione pubblicata nei giorni scorsi dall’American Academy Of Sciences: “La fortuna gioca spesso un ruolo importante nella ricerca scientifica…”. Ovviamente la Terra ridacchia.

L’enzima è stato battezzato con un nome da scienziati: Ideonella Sakaiensis 201-F6, per noi più semplicemente e affettuosamente Ideonella.

Ora Ideonella è in corso di perfezionamento e gli scienziati hanno fiducia che possa nel prossimo futuro dare un valido contributo alla lotta contro la spazzatura di plastica, mangiandola.

Nel frattempo sarebbe opportuno che noi umani dessimo il nostro contributo riducendo la dispersione delle plastiche. Una delle più devastanti sono i frammenti prodotti dal lavaggio in lavatrice dei capi sintetici.

Per porvi argine People For Planet ha proposto una legge che imponga l’applicazione di filtri efficaci alle lavatrici, una legge che promuoveremo in Parlamento appena il Governo sarà costituito. Puoi sostenerla anche tu con la tua firma.

Fonte: http://www.pnas.org/

Copertina: foto della balena “Plasticus” esposta all’Auditorium Parco della Musica di Roma. E’ lunga 10 metri ed è formata da 250 kg di rifiuti di plastica, la stessa quantità che ogni secondo viene gettata in mare.

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La Green Transformation di Gela (VIDEO)

Mer, 04/18/2018 - 00:51
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Regia di Iacopo Patierno
Fotografia: Paolo Negro
Suono: Daniele Sosio

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Viaggio nella riconversione green della raffineria di Gela, in Sicilia (VIDEO)

Mer, 04/18/2018 - 00:51

Il nuovo impianto produrrà green diesel, green nafta e green GPL da oli vegetali usati, grassi animali e sottoprodotti della lavorazione dell’olio di palma. Un esempio di economia circolare su scala industriale.

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Regia di Iacopo Patierno
Fotografia: Paolo Negro
Suono: Daniele Sosio

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Green Refining: cosa sta succedendo a Gela?

Mer, 04/18/2018 - 00:38

La città di Gela, in Sicilia, sta vivendo un importante momento di transizione e riqualificazione industriale, avviato nel novembre del 2014 con la firma del Protocollo di Intesa tra Eni e istituzioni locali e nazionali e che passa attraverso la trasformazione della Raffineria: da polo petrolchimico per la raffinazione, stoccaggio e trasformazione degli idrocarburi nato negli anni ‘60, a quella che in termini tecnici si chiama “Green Refinery”, una raffineria verde di nuova generazione. Dopo la raffineria Eni di Venezia, quella di Gela rappresenta il secondo esempio al mondo di riconversione di una raffineria a ciclo tradizionale a “bio-refinery”, in grado di produrre “green diesel, green nafta e green GPL”.
Il discorso è tecnicamente lungo e complesso, ma cerchiamo di spiegarlo in modo semplice.

La crisi della raffinazione

Gli ultimi dieci anni il settore della raffinazione in Europa ha vissuto il periodo più critico della sua storia. Da un lato la competizione delle raffinerie di Asia e Medio-Oriente e il conseguente crollo dei margini, dall’altro le direttive del Parlamento Europeo sulla promozione dell’utilizzo dell’energia da fonti rinnovabili congiuntamente ai risparmi energetici e al contrasto del cambiamento climatico, in rispetto al protocollo di Kyoto, che hanno dato un forte impulso verso la produzione di biocarburanti.

La soluzione più semplice (e più praticata) sarebbe stata quella di chiudere i battenti, ma non per Eni che ha deciso di scommettere sulla riconversione dei siti industriali di Venezia prima e Gela dopo in impianti di raffinazione “green”.

La Bioraffineria di Gela

L’annuncio della riconversione di Gela è del 2014, a seguito di un Protocollo d’Intesa siglato nel mese di novembre tra Eni, il Ministero dello Sviluppo Economico, le organizzazioni sindacali, la Regione Sicilia, l’Amministrazione Comunale di Gela, le istituzioni e Confindustria.

Si legge sul sito dell’Eni:
Il progetto della bioraffineria, che sarà ultimata entro ottobre 2018, vuole ripensare la struttura della raffineria individuando soluzioni innovative attraverso cicli “verdi”, sostenibili sia dal punto di vista ambientale che da quello economico. Attraverso la valorizzazione degli impianti esistenti e l’applicazione di tecnologie proprietarie, la bioraffineria converte materie prime non convenzionali di prima (olio di palma) e seconda generazione (grassi animali, olii di frittura) in green diesel, green GPL e green nafta. Quella di Gela sarà una delle poche bioraffinerie al mondo in grado di trattare cariche unconventional in elevata quantità, intorno all’80%. L’impianto potrà lavorare materie derivanti da scarti della produzione alimentare, quali olii usati (UCO, used cooking oil), grassi animali (tallow) e sottoprodotti legati alla lavorazione dell’olio di palma (PFAD, acidi grassi). La costruzione del nuovo impianto di produzione idrogeno, “Steam Reforming” rappresenta la svolta per avviare la produzione entro il 2018 e consentire entro il 2019, con il completamento anche del secondo nuovo impianto di pretrattamento delle biomasse, l’utilizzo di materie prime di seconda generazione. Questa caratteristica renderà la raffineria di Gela un sito a elevata sostenibilità ambientale, in quanto farà uso di cariche che diversamente andrebbero smaltite come rifiuti, con aggravio dei costi per la comunità e impatto sull’ambiente. In linea con l’ultima normativa EU, ridurrà del 60% le emissioni di gas serra.

La Bioraffineria di Gela, in altre parole, instaura un percorso virtuoso di “economia circolare” permettendo di raggiungere elevatissimi standard di sostenibilità correlati alla riduzione in maniera significativa sia dei costi per la comunità sia degli impatti sull’ambiente derivanti dallo smaltimento dei prodotti di risulta.
Oltre ai benefici in termini ambientali, l’intervento di riconversione degli impianti esistenti consentirà di riqualificare il sito industriale, con ricadute positive sull’indotto locale sia nella fase di realizzazione sia di esercizio.

Un contributo importante viene anche dalla ricerca, “Presso il Centro Ricerche Upstream di San Donato vengono impiegate tecniche di analisi elementare e cromatografica, e tecniche spettroscopiche come la Risonanza Magnetica Nucleare (NMR), per studiare le caratteristiche di diverse cariche disponibili in commercio quali oli di frittura o grassi animali semilavorati. Conoscere approfonditamente ogni potenziale carica è il primo passo per ottenere biocarburanti sempre più efficienti e innovativi.

Cosa succederà nel 2020?

Il Green Diesel è il primo importante passo verso formulazioni sempre più avanzate che permettono di rispettare o addirittura anticipare le stringenti normative italiane ed europee sui biocarburanti. La normativa italiana prevede nel 2020 l’aggiunta di 10% di biocarburante nei prodotti immessi al consumo in Italia, di cui l’1,6% di biocarburanti avanzati. Green Diesel è addizionabile, teoricamente senza limiti di percentuale, nei gasoli autotrazione. Infatti, essendo ottenuto dall’idrogenazione di oli vegetali, non contiene ossigeno ed è totalmente idrocarburico, a differenza del biodiesel tradizionale. …. Green Diesel risponde a tutti i requisiti del “biocarburante perfetto”, e grazie alla flessibilità del processo Ecofining potrà anche essere ottenuto da grassi animali o olio di scarto nonché da fonti che il legislatore italiano definisce “avanzate”, quali gli scarti lignocellulosici opportunamente pre-trattati. Eni, grazie al suo impegno costante in ricerca e innovazione nel mondo dei carburanti, si appresta a far fronte ai prossimi impegni fissati dalla Commissione Europea, tra cui la riduzione delle emissioni di gas serra grazie all’uso di biocarburanti.

(Si ringrazia Mario Carfagna per le preziose indicazioni fornite)
(Copertina: foto di Paolo Negro)

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A Gela un centro di formazione sulla sicurezza sul lavoro (VIDEO)

Mer, 04/18/2018 - 00:22

Tre anni fa era solo un sogno, oggi ha già formato 140 nuovi esperti di sicurezza sul lavoro.

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Fotografia: Paolo Negro
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Ponti di primavera: idee e mete per partire

Mar, 04/17/2018 - 09:07

Quattro giorni di vacanza, dal 28 aprile al 1° maggio, oppure – per i più fortunati che possono aggiungere un paio di giorni di ferie – un super ponte che inizia da mercoledì 25 aprile: ecco come spendere al meglio questo break primaverile viaggiando. Tra città emergenti europee e borghi fioriti, itinerari a piedi e slow festival al mare.

Siviglia
È la destinazione numero nella classifica Best in Travel 2018. Premiata dalla guida Lonely Planet per le mostre in occasione dei 400 anni dalla nascita del pittore barocco Bartolomé Esteban Murillo, ma anche per la trasformazione che la città ha vissuto negli ultimi dieci anni. La capitale dell’Andalusia ha valorizzato le sue architetture barocche e arabe, reso pedonale il centro storico, realizzato una rete di piste ciclabili, tanto da diventare una delle città più “bike friendly” dell’Europa del Sud.
La primavera è la stagione migliore per visitare Siviglia, magica contaminazione tra cultura cristiana e araba, con la più grande cattedrale gotica del mondo, sorta sopra una moschea e dominata dalla Giralda, un incrocio tra un minareto e una torre campanaria. E con la fortezza dell’Alcazar: capolavoro assoluto dell’architettura mudéjar, una fusione tra barocco spagnolo, stili e materiali arabi, immerso in meravigliosi giardini. Oltre ai grandi monumenti ad affascinare di Siviglia è l’intrico di vicoli, piazzette, case bianche con i patios, i cortili andalusi abbelliti da azulejos e balconi fioriti. Un invito a perdersi, vagando senza meta in luoghi come il Barrio de Santa Cruz, l’antico quartiere ebraico, il Barrio de San Bartolomé e il quartiere Triana, l’anima flamenca di Siviglia, ma famoso anche per le ceramiche artigianali, sulla sponda opposta del fiume Guadalquivir rispetto al centro.
Info: visitasevilla.es .Volo diretto della Ryanair, da Orio al Serio, Bergamo per Siviglia.

Lubiana
All’ultima edizione della BIT, la Borsa Internazionale del Turismo di Milano, è risultata in cima alla lista delle mete emergenti europee. Città verde e a misura d’uomo, la capitale della Slovenia si gira facilmente a piedi o in bicicletta, iniziando dalle vie del centro storico, chiuso al traffico, sulle quali si affacciano palazzi barocchi e Art Nouveau. Si sale in cima alla collina dove c’è il celebre Castello, che vale una visita anche solo per la vista spettacolare su tutta la città dalla Torre panoramica e dalle mura. In primavera il lungofiume si trasforma in un luogo d’incontro a tutte le ore, animato da locali e ristoranti all’aperto e dal bel Mercato coperto (un giro tra i banchi, entro le 14, è il modo migliore per scoprire la cucina locale) progettato da Jože Plecnik, l’architetto che nel secolo scorso ha ridisegnato Lubiana. Per conoscere le sue opere si può percorrere la Plecnikova Pot, pista ciclabile che passa per il quartiere di Trnovo, con la casa museo dell’architetto, e arriva al Parco di Tivoli, il più grande della città. In battello, canoa, ma anche remando in piedi sul sup, come fanno i tanti giovani della città, si esplora il fiume Ljubljanica e s’incontrano i famosi ponti cittadini, come quello dei Quattro Draghi e il Triplice Ponte, che collega piazza Preseren e il centro storico.
Lubiana è una città universitaria ricca di vita e di cultura, soprattutto musicale: la sua filarmonica è tra le più antiche del mondo, mentre in giugno si svolge il festival di jazz più vecchio d’Europa.
Info: visitljubljana.com.

Trekking alle Canarie
Famose per il magnifico clima, le onde e le spiagge infinite, le isole Canarie hanno anche un lato montano e di natura selvaggia, che attira sempre più numerosi appassionati di trekking, viaggi a piedi e sulle due ruote. Il bello delle escursioni alle Canarie è che i sentieri attraversano territori e paesaggi di grandi contrasti: nel giro di pochi chilometri si passa dalle dune di sabbia alle foreste, ai vulcani. Tra le escursioni più famose dell’arcipelago, la salita al Monte Teide, sull’isola Tenerife: si attraversa il Parco Nazionale intorno al terzo vulcano più alto del mondo, fino ad arrivare alla gigantesca caldera formata da due depressioni semicircolari separate tra loro da rocce e colate di lava che formano un complesso straordinario di forme e colori, habitat di una flora di grande valore biologico. Un itinerario per veri camminatori (si raggiungono i 3.718 metri di altezza) che regala emozioni e una vista eccezionale sulle altre isole dell’arcipelago. La salita al Teide è uno dei trekking guidati inclusi nel viaggio di Zeppelin, tour operator specializzato in vacanze attive, che dal 22 al 29 aprile, vi porta a piedi alla scoperta delle bellezze naturalistiche dell’isola. Da 1.090 €, volo compreso, su zeppelin.it.

Merano, fioriture al Castel Trauttmansdorff

Merano, città giardino
La prima edizione del Merano Flower Festival è pronta a colorare la città altoatesina dal 27 al 29 aprile. Tre giorni di eventi per celebrare la bellezza e il rispetto della natura, tra la mostra mercato dei fiori al parco delle Terme, visite speciali ai Giardini di Castel Trauttmansdorff,
dove in questa stagione fioriscono oltre 300.000 germogli e boccioli (tulipani, narcisi, frillarie imperiali, ranuncoli, nontiscordardimé, papaveri d’Islanda…)., shopping di prodotti a chilometro zero. Durante la fiera sarà infatti presentato un nuovo progetto “green” che prevede il noleggio di una e-bike in città, per raggiungere, lungo percorsi segnalati, i masi contadini vicini, dove far incetta di formaggi, uova, latte, marmellate e biscotti fatti in casa.
Info: merano-suedtirol.it.

Genova e Pienza in fiore
Per gli appassionati di piante e fiori c’è l’imbarazzo della scelta. A Genova, dal 21 aprile al 6 maggio, torna Euroflora, immensa (e affollatissima) rassegna floreale, per la prima volta quest’anno in scena ai Parchi di Nervi: una location di 86 mila metri quadrati, tra giardini e ville storiche sullo sfondo del mare.
Altro spettacolo per gli occhi a Pienza, la piccola città ideale del Rinascimento in Val d’Orcia (Toscana), che dal 1° al 13 maggio si anima con la nuova edizione di “Pienza e i Fiori”. La piazza antistante il Duomo si trasforma in un meraviglioso giardino effimero, mentre le sale del Museo di Palazzo Borgia accolgono un capolavoro ritrovato: un luminosissimo paesaggio settecentesco del pittore romano Andrea Locatelli, fino ad oggi considerato disperso. 

La cupola affrescata della Cattedrale di Piacenza

Piacenza e i misteri della Cattedrale 
A Piacenza sia il 25 aprile che il primo 1°maggio si potrà visitare “I misteri della cattedrale. Meraviglie nel labirinto del sapere”: un nuovo percorso tra i luoghi sacri e i segreti del Duomo, che conduce fino alla celebre cupola affrescata dal Guercino. Fra le tappe dell’itinerario che coinvolge il Museo della Cattedrale, una mostra che riporta alla luce alcuni dei più preziosi codici miniati medievali (come il “Libro del Maestro” o il “Salterio di Angilberga”), e i giardini sul retro delle absidi del Duomo, resi accessibili per la prima volta. Raggiunta la cupola, i visitatori possono procedere lungo tutto il perimetro per ammirare da vicino gli affreschi del grande pittore emiliano del Seicento. Dagli scomparti con le immagini dei profeti al lunette con gli episodi dell’infanzia di Gesù e otto affascinanti Sibille, al fregio del tamburo e i due spicchi che raffigurano i profeti Davide e Isaia, dipinti dal Morazzone.

Piemonte: gita col cane all’Oasi Zegna
Approfittare di un giorno di festa per passeggiare nella natura e vivere una nuova esperienza con il proprio cane. Il ritrovo è all’Oasi Zegna, parco naturale tra le Alpi Biellesi, per un trekking di gruppo ideato “su misura” per le esigenze degli amici a 4 zampe dall’istruttrice cinofila Theodora Biganzoli. Sarà lei la capofila, insieme a una guida naturalistica, di questa passeggiata in cui gli animali avranno l’opportunità di muoversi in libertà e di socializzare tra loro. La giornata sarà animata anche da una divertente caccia al tesoro, un gioco per stimolare la curiosità e l’istinto da predatore dei cani, e da un picnic all’aperto, con cestini preparati da due agriturismi dell’Oasi Zegna.
La passeggiata è aperta a cani socievoli di tutte razze (dai 5 mesi in su): Info e prenotazioni: 340.8337640, info.dogs@libero.it, oasizegna.com.

Cilento: musica, sentieri e sapori
Non il classico concertone del primo maggio ma uno “slow festival” itinerante, tra musica, parole e la scoperta di un territorio Patrimonio Unesco. Si chiama VIVIAMOCILENTO e si svolgerà dal 25 al 30 aprile con ospiti come Morgan & Megahertz (25 aprile), i Morcheeba (27 aprile), il trio Sergio Cammariere, Gino Paoli, Danilo Rea (28 aprile) e Luca Barbarossa (29 aprile). Ogni giorno il festival proporrà itinerari a piedi alla scoperta di borghi di mare, fra cui Acciaroli e Pioppi, e degustazioni di prodotti tipici, dal fico bianco del Cilento alla mozzarella e ricotta di bufala campana, al carciofo di Paestum.
Info: viviamocilento.it.

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Sammontana green: più gusto con il gelato attento all’ambiente

Mar, 04/17/2018 - 04:25

I Bagnoli, imprenditori toscani conosciuti per i marchi Sammontana, Tre Marie e il Pasticcere, ne sono assolutamente convinti tanto che, dopo l’avvio di un percorso produttivo sostenibile, sono ora focalizzati sulla sensibilità del cliente. Facciamo qualche passo indietro: nel luglio del 2016 Sammontana Spa ha firmato un Accordo Volontario con il Ministero dell’Ambiente e della tutela del Territorio e del Mare impegnandosi a studiare, compensare e a ridurre le emissioni dei gas ad effetto serra derivanti dalla produzione dei suoi prodotti. Obiettivo dell’accordo era quello di perseguire, in modo certificato e trasparente, un approccio più attento alla sostenibilità e all’ambiente. Sammontana ha quindi calcolato l’impronta di carbonio (Carbon Footprint) di alcuni prodotti e ne ha compensato le emissioni relative ai gas a effetto serra.

Oggi, lazienda italiana da settant’anni protagonista del mondo del gelato, non solo ha mantenuto fede all’accordo con ottimi risultati ma ha deciso di fare di più! Grazie alla collaborazione con il C.U.R.A. Consorzio Universitario di Ricerca Applicata dell’Università degli Studi di Padova, si è dotata di una procedura operativa e di modelli personalizzati di “Eco-design” per commercializzare alternative progettuali più sostenibili. Con il risultato di un modello innovativo che riduce l’impatto ambientale ai vari livelli produttivi. I maggiori contributi al totale delle emissioni di gas ad effetto serra provengono dalle fasi relative ad acquisto e produzione di materie prime pari al 46,4% di carbon footprint, il 13,7% delle emissioni invece proviene dalla fase di realizzazione del prodotto, il 16,2% dalla distribuzione, 6,2% dalla fase d’uso, il 14,1% dal packaging e il 3,3% dalla sua fine vita. Ogni step, assicura Sammontana, sarà interessato da uno sviluppo migliorativo, ma, laddove non è possibile intervenire, si compenserà con l’acquisto di Carbon credit.

Abbiamo identificato i processi produttivi con un maggiore impatto ambientale su cui si potevano fare dei miglioramenti” spiega Carlo Felice Chizzolini, direttore generale industriale e ambientale di Sammontana Italia  “Dalle materie prime al packaging, alla fase produttiva, fino alla distribuzione, all’uso e allo smaltimento del contenitore”. Da qui nasce Prima Ricetta, in produzione dal 2018, il gelato pensato fin dalla nascita in chiave green, con ingredienti 100% made in Italy, senza coloranti, solo con aromi naturali e un nuovo eco-design.

Con eco-design s’intende “Il processo in cui inseriamo, nelle scelte per lo sviluppo di nuovi prodotti, le variabili ambientali” riporta Alessandro Manzardo, del C.U.R.A  “Preoccupandoci di quali saranno le conseguenze ambientali del lancio di un prodotto e come si svilupperà il suo ciclo di vita“. In questa direzione nasce una linea di prodotti che sostituisce il latte vaccino, più impattante a livello di Carbon Footprint, con il latte di mandorla, che abbatte l’uso di acqua del 44% . “Il nostro obiettivo è quello di tramandare alle future generazioni un’azienda migliore, non solo dal punto di vista economico” sottolinea l’amministratore delegato del gruppo Leonardo Bagnolima anche in un contesto ambientale migliore“.

Da un’indagine di Ippr, Legambiente ed Enea emerge una media di 670 rifiuti ogni 100 metri di spiaggia. Tra gli oggetti più rinvenuti in termini di peso, abbiamo il 20% composto da packaging alimentare e non alimentare. A fronte di ciò, la Sammontana Spa vuole sensibilizzare proprio sulla decisione di acquisto del cliente, invogliando alla scelta di un gelato confezionato non solo per il buon gusto, ma anche per la consapevolezza che dietro a quel gelato c’è un processo di rispetto per l’ambiente con un uso più efficiente dell’acqua e dell’energia, con una selezione di materie prime certificate e con una gestione innovativa dei rifiuti e della logistica.

Oltre al marketing Sammontana s’impegna anche in attività sociali. Nel 2017 ha affiancato Legambiente con la campagna “Sammontana pulisce la spiaggia vicino a casa tua”, grazie alla quale sono state ripulite 20 spiagge libere e quest’anno scende in campo ancora con l’associazione ambientalista nella prevenzione e contrasto al problema dei rifiuti in plastica. Il progetto si svolgerà durante l’estate per nove settimane, coinvolgendo centinaia di volontari in attività di citizen science.

Che dire di più? Brava e buona Sammontana!

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Il biomonitoraggio ambientale attraverso le api

Mar, 04/17/2018 - 04:17

Di Monia Tamburini

Le api e il miele
Se l’ape scomparisse dalla faccia della terra, all’uomo non resterebbero che quattro anni di vita: è una delle frasi più a effetto che popolano la rete e attribuite ad Albert Einstein (notizia poi smentita).
Chi sia l’autore di questa intuizione a noi può anche interessare poco… Ben altro rilievo ha invece la riflessione di quanto sia sottile il filo che ci unisce al mondo animale e di quanto si sottovalutino i segnali importanti che ci arrivano da esseri forti e allo stesso tempo delicati come le api.
Il risultato dell’attività delle api, il miele, ha una storia antichissima e le api “sociali” avrebbero un’età che va da 20 a 10 milioni di anni or sono. Un milione di anni fa compare l’uomo.
Le prime tracce che testimoniano l’uso del miele da parte dell’uomo, che probabilmente se ne cibava fin dalle origini, sono databili a circa 10mila anni fa su pitture rupestri scoperte in Spagna.
Al miele, così come all’ape, era attribuito un valore sacro e un’origine divina, come testimoniano diversi miti: quello di Zeus nutrito dal latte della capra Amaltea e di miele dalle figlie di Melisseo, di Dioniso allevato a miele da una ninfa, e di Aristeo, figlio di Apollo e della ninfa Cirene, che insegnò agli uomini l’arte dell’apicoltura.
Oggi il miele è una materia prima diventata insostituibile nell’alimentazione dello sportivo: tra le sostanze dolci è l’unico alimento che non subisce manipolazioni da parte dell’uomo, è fortemente caratterizzato da elementi naturali (api e piante) e ha il grande vantaggio di poter fornire all’organismo calorie prontamente disponibili.
Proprio per le sue modalità di produzione, il miele è un vero e proprio veicolo di monitoraggio del territorio: durante l’attività di bottinamento, vale a dire nella fase di raccolta del nettare che serve a produrre il miele, le api catturano e concentrano una miriade di molecole chimiche sospese nell’aria, disciolte nelle acque e radicate nel terreno e nelle piante. Grazie anche ad altre matrici, quali la cera e l’alveare come organismo collettivo, e per l’alta ricettività nei confronti delle variazioni dell’ecosistema in cui opera, l’ape è considerata il “bio indicatore per eccellenza” perfetta per biomonitorare l’ambiente.

Il biomonitoraggio
Il biomonitoraggio è uno strumento innovativo di controllo che può trovare varie applicazioni nel campo degli studi ambientali: permette infatti di rilevare gli effetti dell´inquinamento osservando organismi viventi e i loro parametri biologici attraverso lo studio di variazioni ecologiche dovute all´effetto di una o più sostanze inquinanti presenti nei vari comparti della biosfera.
Questi studi permettono di osservare eventuali modificazioni morfologiche, fisiologiche e genetiche sia a livello cellulare e di organismo, ma anche a livello di popolazione e di comunità.
Perché proprio le api e in particolare il loro prodotto d’eccellenza? Perché non tutti gli organismi sono adatti a essere impiegati come bioindicatori e le api – che già nel 1980 vennero definite “bioindicatori ideali” – per contro rispondono bene ai requisiti richiesti, tra cui la disponibilità d´informazioni biologiche e geografiche, la disponibilità di tecniche di campionamento affidabili e standardizzabili e i costi contenuti sia per il campionamento che per gli esami.
Da qualche anno la dottoressa Serena M. R. Tulini, della Facoltà di Bioscienze e Tecnologie Agroalimentari e Ambientali – Università degli Studi di Teramo, insieme al suo staff di aziende (Az. Agricola ApiLibere di Annalisa Casali; Api UniTe-Buzz Eco Scan; TerÁpia – MenteAlchemica) promuove un’importante attività di biomonitoraggio con le api: in particolare dal 2016, grazie alla sensibilità dell’azienda Ducati Motor Holding S.p.A., è attivo anche un progetto che, nell’ambito delle attività rivolte al controllo e contenimento delle emissioni tossiche, raccoglie i dati relativi allo stato di benessere di un’intera colonia di api.

Come funziona il biomonitoraggio attraverso le api?
Le famiglie di api si muovono entro circa 7 km di raggio rispetto al proprio alveare e sono circa 8000 i prelievi giornalieri dalle matrici ambientali (aria, acqua e suolo) che possono fornire dati qualitativi e quantitativi relativi alla salubrità o meno di un determinato ecosistema. A questi si aggiungono informazioni importanti riguardanti la combinazione e gli effetti sinergici degli inquinanti su ampio raggio.
La zona di studio del progetto di cui abbiamo detto sopra è costituita dal perimetro aziendale della sede produttiva Ducati di Borgo Panigale (Bologna): si tratta di un ambiente definito come area mista (urbana, industriale e agricola) per cui molto complessa, e questo ha permesso di indagare sulla presenza di pesticidi, metalli pesanti, cloruri, solfati e nitrati e altre classi tossicologiche. Si tratta di elementi che hanno la peculiarità di accumularsi e sedimentare all’interno degli organismi umani e animali: e allo stesso modo l’ape assorbe, cattura e raccoglie…
Il miele rappresenta la matrice di raccolta per il breve periodo mentre la cera viene utilizzata per le valutazioni di lungo periodo grazie alla sua natura lipidica che conserva a lungo nel tempo le sostanze inquinanti. Sulla base dei dati raccolti per tutto il periodo di monitoraggio i principi attivi ricercati (cioè quelli pericolosi per l’uomo) si sono rivelati essere quasi non percepibili (la soglia di rilevabilità e di 0,01 mg/kg). Gli alveari hanno prodotto circa 80 kg di miele e gli unici interventi dell’apicoltore (www.apilibere.itFacebook) sono stati di ordinaria profilassi.

Ciò nonostante ci sono stati due gravi episodi di mortalità registrati nel periodo tra giugno e settembre 2016: una distesa di api morte ha allarmato l’apicoltore. Sono stati raccolti quindi corpicini a campione e inviati in laboratorio per ricercarne la causa di morte, dove non sono stati evidenziati elementi tossici con valori rilevanti. Senonché anche nel periodo intorno alla metà di giugno 2017 si è assistito a un fenomeno simile: api morenti disorientate e scoordinate e api morte con ali aperte e ligula estroflessa, un classico scenario da intossicamento da glifosate. Perché non era stato rilevato in laboratorio? Perché la composizione chimica del glifosate non rientra nello studio delle classiche metodiche di analisi sui pesticidi per cui durante i prelievi di biomonitoraggio non sono state evidenziate anomalie Ma questo diserbante, che in effetti veniva utilizzato ciclicamente in azienda, è stato individuato come la causa principale di mortalità acuta e massiva delle api. Ovviamente è stato prontamente sostituito da un altro prodotto erbicida, e nelle ispezioni successive il tutto era rientrato nella norma.

Fonti:
– Ducati Motor Holding S.p.A.
– pH s.r.l. – Gruppo TÜV SÜD
– Az. Agricola Api Libere di Annalisa Casali (Codemondo-RE)
– Serena M.R. Tulini (Medico Veterinario SVETAP, Ricercatore presso Università degli Studi di Teramo)
www.arpae.it

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Conoscete Antanas Mockus?

Mar, 04/17/2018 - 04:11
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Nel video Jacopo cita un documentario su Mockus che abbiamo sottotitolato in italiano. E’ visibile qui.

Qui altre informazioni su Antanas Mockus

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La Formula E a Roma (VIDEO)

Lun, 04/16/2018 - 10:20
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Leggi qui come è andata la gara

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Siria: il gas inventato e i finti bombardamenti con i missili

Lun, 04/16/2018 - 09:21

I media ripetono ossessivamente la versione ufficiale Usa, nonostante sia chiaro che Trump abbia gravi problemi comportamentali e sia un bugiardo seriale.
E pare che troppi si siano scordati della montatura delle armi di distruzione di massa che giustificò l’attacco all’Iraq di Saddam. Ti ricordi? Ci dicevano che era necessario fermare gli iracheni prima che compissero stragi immense… Poi di armi chimiche non se ne trovò neanche un bidoncino. Allora i bugiardoni erano Usa e Inghilterra. Adesso si sono aggiunti Francia e Russia.
È però sgradevole dover ammettere che al momento non abbiamo strumenti decisivi per scoprire qual è la verità e che il movimento pacifista pare addormentato.
Però possiamo esercitare l’arte del sospetto.
Le domande senza risposta sono troppe.
A partire dall’ex spia russa che con la figlia sarebbe stata avvelenata in Gran Bretagna.
Si discute sui campioni prelevati dagli inquirenti inglesi e consegnati alle autorità Onu che vigilano sulle armi chimiche; le analisi avrebbero rivelato la presenza insolita di un allucinogeno potente, e una concentrazione del gas che avrebbe dovuto uccidere all’istante le due vittime, che invece sono vive. E le due cose non avrebbero senso: perché dare un allucinogeno a due persone che vuoi ammazzare? Perché una dose industriale di gas micidiale non li ha uccisi?
I Siriani e i Russi poi negano del tutto che ci siano stati massacri con il gas in Siria. Forniscono video che proverebbero la costruzione ad arte di tutta la storia (vedi sito ufficiale russo in italiano https://it.sputniknews.com/).
Ma altri mormorano che il lancio di missili sia stato addirittura concordato con i Russi e abbia colpito solo aree militari dismesse. Una sceneggiata insomma per dar modo a Trump di far seguire le sue parole deliranti con fatti appariscenti quanto inconcludenti.
Che senso può avere questa sceneggiata? Cosa ci guadagna Trump da questo (forse scenografico) bombardamento? È solo marketing?
Certo che se gli equilibri internazionali sono in mano a una banda di strateghi del social web marketing siamo nella merda!
Questi non sanno dove vogliono andare. Sono dominati dalla sete di like.
Il che vuol dire che il momento è gravissimo.
È indiscutibile che esista un partito trasversale del caos che punta su guerre e distruzione, che vuole impossessarsi dei giacimenti petroliferi altrui e dei territori che saranno attraversati da oleodotti e gasdotti (che permetteranno a questo o a quello di diventare fornitori di combustibile in mercati colossali).
La situazione è però sempre più incasinata perché nuovi attori sono entrati in scena. È un fenomeno globale: nei parlamenti europei cresce sempre più l’influenza dei cosiddetti “partiti anti-sistema” e pure Trump è un fuori casta; e questi nuovi protagonisti hanno sparigliato gli equilibri tra i vecchi partiti; se guardiamo la situazione mondiale è simile: la Cina non si occupa più soltanto di produrre telefonini e magliette a basso costo: è partita con una campagna commerciale potentissima, grazie alla quale, ad esempio, si è accaparrata una bella fetta dei contratti per la ricostruzione dell’Iraq, il che sicuramente ha fatto incazzare il “Partito del Caos” statunitense che sperava di mungere l’economia irachena per decenni…
E anche in Africa la Cina sta andando avanti con un’incredibile invasione: conquista mega appalto dopo mega appalto: ferrovie, strade, dighe, infrastrutture industriali. E stanno spiazzando tutti perché loro non sparano, firmano contratti.
Il groviglio è grande anche perché il “Partito del Caos” Usa non è una forza lobbistica organizzata (che non ci lascerebbe speranze) ma un’orda di complotti secondari che si agglutinano mentre si azzannano tra loro, come le carovane di cercatori d’oro nella California del 1800, marciavano insieme, si sparavano addosso, si derubavano, e comunque ammazzavano collettivamente gli indiani.

Quel che possiamo fare per capire frammenti di quel che succede è guardare al passato recente (e inorridire).
I Russi sono governati da un manipolo di ex capi del Kgb, gente che ha passato la vita a spiare gli oppositori e a mandarli in Siberia, gli stessi che hanno lasciato una scia di orrori in Afghanistan e Cecenia
Dall’altra parte gli Usa hanno pagato Saddam perché combattesse l’Iran, poi i Talebani e Bin Laden perché combattessero i Russi, poi l’Isis perché combattesse il dittatore siriano, e continuano ad appoggiare i Sauditi, che la democrazia non sanno neanche come si chiama, e che stanno massacrando gente nell’Africa centro orientale.
In effetti hanno pure finanziato i Curdi contro l’Isis, erano gli eroi dei media mondiali. Adesso che i Turchi li stanno sterminando sono solo i figli della povera schifosa e che crepino facendo meno rumore possibile (avevano fatto lo stesso con i ribelli iracheni, durante la prima guerra irachena, prima li armarono e incoraggiarono, poi firmarono la tregua con Saddam lasciando che lui se li ammazzasse con calma).
I Francesi invece si sono distinti nella capacità di gettare la Libia nel caos pagando delinquenti comuni perché rovesciassero Gheddafi, colpevole di aver coperto d’oro Sarkosy. È stato come dotare la Ndrangheta di bazooka, mortai, razzi terra/aria, autoblindo e obici. Chiaro che poi ti combinano il casino generalizzato.

La grande domanda in realtà è un’altra: il movimento pacifista riuscirà a svegliarsi e fermare questa ondata di violenze e manipolazioni?
Quando si temeva la guerra in Iraq ci fu una grande reazione: 100 milioni di persone in piazza in tutto il mondo e milioni di bandiere della pace appese alle finestre in Italia. E non siamo riusciti a fermare quella follia.
Dopo almeno due milioni di morti e Afghanistan, Iraq, Siria e Somalia distrutti e milioni di profughi, possiamo dire che avevamo ragione a opporci alla guerra ma certamente abbiamo bisogno di inventare un modo diverso, più efficace di opporci.
Alcuni strumenti che funzionano veramente già li conosciamo. Alla vigilia dell’invasione dell’Iraq lanciammo una campagna di sciopero degli acquisti contro Esso e Shell. Fu un grande insuccesso, e si verificò che un conto è appendere una bandiera arcobaleno alla finestra, un conto è cambiare distributore di carburante quando hai già iniziato la raccolta punti per la telecamera.
Il mondo segue i soldi. E solo chi ha molti soldi ha potere.
In Italia ci sono circa 3 milioni di progressisti radicali, sparsi qua e là dal punto di vista del voto politico, ma che lavorano assieme nella cultura e nelle iniziative solidali ed ecologiche. Se solo 500 mila di questi oppositori radicali decidessero di comprare l’auto assieme, stipulare contratti concordati collettivamente con banche, telefonia e assicurazioni, avrebbero un enorme potere contrattuale, potrebbero risparmiare denaro e premere economicamente sulle grandi multinazionali che comandano il mondo: “Se stai col partito del caos non ti compriamo più!” E quanti sono gli oppositori radicali nel mondo? Che potere d’acquisto collettivo hanno?
Si potrebbe fare ma non si fa… Sembrano cose lontane, impossibili…

Alla fin fine l’esistenza della guerra è una questione di cultura come tutto il resto: i bambini ammazzati ti danno un brivido di disgusto ma passa subito.
Separare la nostra economia, individualmente, tutti i giorni, da quella dell’industria della morte richiede grande determinazione morale e la costruzione di una vera rete di economia etica.
Una rivoluzione culturale.
E mi sa che è arrivato il momento di iniziarla veramente.
Non vorrai mica lasciare il mondo in mano a questi pazzi?

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