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Aggiornato: 4 ore 58 min fa

Morti vere per farmaci falsi

Lun, 03/04/2019 - 15:33
Farmaci contraffatti: un business migliore dell’eroina

Il business delle droghe contraffatte è un commercio con profitti enormi. Mentre per $ 1.000 investiti il traffico di eroina produce una media di $ 20.000 di guadagno, lo stesso investimento nella falsificazione di un “blockbuster” di farmaco secondo l’Iracm (Istituto di Ricerca AntiContraffazione dei Medicinali) produce un profitto di da $ 250.000 a $ 450.000, fino a oltre 20 volte di più del traffico di eroina. Non solo più lucrativo dei narcotici, ma anche particolarmente meno rischioso in termini di possibili conseguenze penali. «Il rapporto tra investimento, rendimento e rischio è fenomenale. Ecco perché questo traffico è in crescita, afferma Bernard Leroy, direttore di Iracm. Nonostante i pericoli per la salute pubblica, il traffico di farmaci contraffatti non entra nel campo del narcotraffico. I farmaci contraffatti sono soggetti alle norme sulla contraffazione dei prodotti. Ma la contraffazione dei medicinali, poiché riguarda la salute umana, dovrebbe essere punita molto più severamente delle falsificazione delle borse Louis Vuitton. «Ecco che si spiega come mai il principale cartello della droga messicano sarebbe anche interessato a convertirsi verso la produzione e il commercio farmaci falsi”.

100.000 morti all’anno solo in Africa

Uno su dieci farmaci venduti in tutto il mondo è un falso, dice l’OMS (organizzazione Mondiale della Sanità). In alcuni Paesi, questa cifra può raggiungere anche sette farmaci su dieci, in particolare in Africa, dove ogni anno muoiono 100.000 persone a causa dell’uso di farmaci contraffatti.

Che cosa rappresenta questa produzione illegale in relazione al volume della produzione farmaceutica globale? Secondo Bernard Leroy (Iracm), «la produzione legale ammonta a 1 trilione di dollari mentre le medicine false rappresentano tra 70 e 200 miliardi di dollari nel mondo». La maggior parte della produzione di falsi è concentrata in Cina e India, due paesi che producono anche materie prime e ingredienti attivi di molti farmaci commercializzati nei paesi occidentali. «In Pakistan, la produzione avviene nei cortili. In Cina è nel settore legale che produce la materia prima per tutto il mondo che si concentra il traffico illegale” spiega il direttore di Iracm.

Oltre alla contraffazione ci sono poi a volte problemi nello stoccaggio edistribuzione dei farmaci. Secondo Bernard Leroy, «i contenitori di medicinali provenienti dalla Cina sono talvolta conservati in Africa. A volte, per ottenere una tangente prima di far rilasciare il carico di medicinali, l’ufficiale della dogana lascia i contenitori sotto il sole. All’interno, la temperatura può salire fino a 80 gradi. Questo riattiva automaticamente i ceppi di vaccino.»

In Benin, il presidente Patrice Talon, in carica da aprile 2016, sta combattendo una feroce battaglia contro le medicine contraffatte. Al 32esimo summit dell’Unione Africana ad Addis Abeba, il 10 febbraio, i paesi membri hanno adottato il trattato che istituisce l’Agenzia africana dei medicinali per combattere la proliferazione delle medicine false. «Stiamo sviluppando sistemi di contrasto al traffico criminale di farmaci ma questo sta avvenendo troppo lentamente, dice Bernard Leroy. Ci deve essere un’azione forte anche da parte del G7 e in particolare del G20».

I farmaci falsi in Europa

In Europa il problema della falsificazione è di natura diversa. Le imitazioni dei prodotti hanno raggiunto un tale livello di sofisticazione che a volte è impossibile distinguere il vero dal falso ad occhio nudo. Fortunatamente i consumatori sono protetti da un sistema di distribuzione nelle farmacie che finora si è dimostrato sicuro. «I farmaci più falsificati sono i prodotti contro disfunzione erettile, dimagrimento, anabolizzanti. Viaggiano attraverso due canali: aree di transito, come porti o aeroporti, e Internet.»

L’operazione “Pangea“, avviata dall’Interpol e dall’Organizzazione mondiale delle dogane, è il principale sforzo coordinato a livello internazionale per combattere il traffico di prodotti sanitari illegali. Nell’ultimo anno ha reso possibile identificare 116 siti di rivendita illegale.

L’operazione europea Mismed è stata lanciata nel 2017 in seguito alla scoperta del traffico di Subutex (un farmaco usato per combattere le dipendenze da droga) tra Francia e Finlandia. L’operazione Mismed combatte anche la piaga dei “medicinali usati in modo improprio”. Molte droghe legali, come Subutex, sono dirottate dal loro uso e quindi rivendute a fini psicotropi.  Secondo il direttore di Mismed, Jacques Diacono «le indagini hanno dimostrato che il problema dei farmaci contraffatti è sempre più importante in Europa. Alcuni prodotti hanno l’aspetto dell’imballaggio corretto ma non lo sono. Quasi la metà delle medicine sequestrate sul suolo europeo contraffatte hanno l’aspetto del prodotto legale. Attraverso questa operazione, i vari servizi europei hanno condotto 43 indagini giudiziarie e arrestato 24 gruppi criminali organizzati nei 16 paesi partecipanti.»

L’Europa approva Datamatrix per combattere i falsi. In Italia solo dal 2025

Un codice a barre per ogni farmaco venduto. Questa è la misura presa per combattere la recrudescenza delle medicine contraffatte in Europa. Entrato in vigore il 9 febbraio, questo dispositivo di serializzazione dà seguito ad una direttiva europea approvata nel 2011. Chiamato “Datamatrix”, il nuovo pittogramma in bianco e nero non è solo un codice a barre. E una vera carta d’identità per il farmaco, ora presente su ogni confezione di medicinali venduti in Europa. Il numero è una sequenza di 20 caratteri alfanumerici. Verificherà che la scatola è libera da ogni manipolazione. Una volta scansionato, l’imballaggio e i suoi dati vengono controllati in tempo reale su un database europeo. Oltre a questo numero di serie, ogni confezione sarà dotata di un dispositivo antimanomissione: un anello di cartone che garantirà al consumatore che il farmaco non è stato aperto. L’obiettivo di questa misura è combattere il traffico di medicinali falsificati nella catena di approvvigionamento legale. Ma anche per rafforzare il circuito di distribuzione dei farmaci per rintracciare e localizzare il falso.

Il Governo italiano ha chiesto e ottenuto l’introduzione nel nostro Paese di Datamatrix solo dal 2025 poiché da noi esiste già un sistema di tracciatura (il bollino autoadesivo), sebbene le organizzazioni delle case farmaceutiche auspicassero l’immediata introduzione anche da noi di Datamatrix.

Fonti:
liberation.fr
iracm.com
who.int
europol.europa.eu

Pane e latte vegetale: quanto risparmia chi li fa in casa

Lun, 03/04/2019 - 15:00

Da un’indagine di Qualescegliere.it la scelta più conveniente è quella di realizzare da soli il pane senza glutine: il costo della materia prima è alto, ma si riescono a tenere in tasca quasi 800 euro in un anno

Basta ritagliarsi un paio di ore a settimana per risparmiare oltre 200 euro l’anno e mangiare alimenti di cui fidarci al cento per cento. Ma il risparmio, se vogliamo, è anche di tempo: perché chi si auto-produce il cibo non ha più bisogno di leggere e decifrare le etichette al supermercato per controllare tabelle nutrizionali ed elenco degli ingredienti.

A quanto ammonta questo risparmio di denaro? Il calcolo l’ha fatto l’Osservatorio Consumi di Qualescegliere.it il sito dedicato alle recensioni di prodotti e servizi. I prodotti presi in esame rientrano in due categorie: il pane (bianco, integrale, in cassetta e senza glutine) e le bevande vegetali a base di riso, mandorla e soia.

Secondo l’analisi di Qualescegliere.it il maggior risparmio si otterrebbe producendosi da soli il pane senza glutine a Milano: a fine anno rimarrebbero in tasca quasi 800 euro. Si spenderebbe esattamente la metà. Notevoli, anche se non così ampi in termini assoluti, i margini di risparmio per chi si prepara il latte di riso in casa: 145 euro all’anno, quasi la metà rispetto a quanto si pagherebbe acquistando nella grande distribuzione.

Pane. Per calcolare la spesa lo studio ha ipotizzato un consumo standard di 3 chili di pane a settimana. Il costo è stato calcolato sulle piazze di Milano, Roma e Napoli, la meno cara tra queste. Ed ecco che per mangiare pane senza glutine sotto al Vesuvio – ma anche nella Capitale – si spendono 1404 euro l’anno, contro i 1716 di Milano. A fare la differenza è il costo della farina senza glutine, circa doppio rispetto a quello di semola e farina integrale. Cifre più contenute per il pane bianco (312 euro l’anno a Napoli contro i 516 di Roma e Milano), mentre per il pane integrale ai napoletani va davvero di lusso: 390 euro l’anno contro i 624 delle altre due città analizzate.

A fronte di questo, l’Osservatorio ha calcolato il costo delle materie prime (lievito di birra e farina, a seconda del tipo di pane che si vuole realizzare) e il costo medio di una macchina del pane, che è stato individuato in 150 euro. Una spesa, quest’ultima, da considerarsi una tantum, visto che si tratta di apparecchi che possono funzionare per diversi anni.

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45 foto di panchine creative da tutto il mondo

Lun, 03/04/2019 - 10:49

Abbiamo visto come l’arte o il design inseriti all’interno di un contesto urbano facciano la differenza: luoghi arricchiti da manifestazioni di creatività. Nel caso specifico parliamo di panchine dallo stile unico, a volte bizzarro, ma sempre stimolanti e che rinnovano l’immagine di luoghi di aggregazione.

Panchine che spuntano da una pavimentazione, panchine coloratissime o addirittura ricoperte all’uncinetto, altre quasi dalla forma assurda; sapevate che esistono delle panchine ingegnose che non temono la pioggia?

Vi invitiamo a scorrere la lista qui sotto per scoprire le panchine creative disseminate per il mondo.

VEDI LA GALLERY SU KEBLOG.IT

Un gesto semplice che può fare la differenza: i muri della gentilezza

Lun, 03/04/2019 - 09:00

Angoli colorati, creativi e piacevoli, allestiti con appendiabiti dove chi vuole può lasciare vestiti, cappotti, scarpe, sciarpe in buono stato per aiutare i più poveri ad affrontare l’inverno.

Se non ne hai bisogno lascialo, se ne hai bisogno prendilo” è una delle scritte comparse su questi muri nella città di Mashad, in Iran, da dove poi questi muri molto speciali si sono diffusi in tutto il Paese, nel 2015. E da lì in tutto il mondo.

Il muro della gentilezza comparso ad Uppsala in Svezia ha una forma di grande appendiabiti a forma di cubo, lo ha voluto un’agenzia immobiliare del centro per farsi pubblicità in maniera originale e comunque benefica. In quella zona le temperature scendono sotto lo zero per buona parte dell’anno e gli indumenti per proteggersi sono quanto mai necessari.

Anche in Italia ci sono state iniziative simili nate in varie città, una di queste è Modica – qui è partito tutto dagli scout – ma anche a Parma, a Bologna e a Firenze. In queste iniziative senza gestione ci vuole educazione, civiltà e intelligenza per mantenerle in vita e per non creare altri tipi di problemi; bisogna che la cittadinanza sia “pronta” per non vanificare un’iniziativa bella e utile.

Il muro nato a Roma lungo la via Cassia per volontà di una scuola romana con il patrocinio del Municipio XV, dopo solo sei mesi è stato abbandonato e sopra si trova un cartello “Per mancanza di gestione non conferite qui nessun indumento”. Il muro si è trasformato in un deposito senza controllo di abiti, indumenti vari ed oggetti, molti dei quali logori e inutilizzabili al punto da non essere quello il luogo adatto per conferirli.

Le regole affisse sono state disattese e il muro si è trasformato in una discarica a cielo aperto lungo il ciglio di una strada.

Essendo luoghi senza gestione queste iniziative, nate da cittadini più sensibili, dipendono da tutti, e ovunque può accadere che, per la cattiva educazione di alcuni, da una buona idea, da un atto di solidarietà, possa derivare invece un problema.

Un’altra notizia di solidarietà viene da Latina. Qui muri, formati da pannelli in legno, sono stati messi dal Comune per impedire l’accesso al mercato coperto da parte dei senzatetto che cercavano riparo.

I tristi pannelli di legno però, invece di dividere, hanno spinto verso un gesto di gentilezza: vi sono stati affissi appendiabiti e portati indumenti da destinare ai senzatetto. Un cartello apposto a fianco recita “Il vostro muro di intolleranza sarà la nostra solidarietà“.

Immagine di copertina: Armando Tondo

Fonti:
https://www.terranuova.it/News/Stili-di-vita/I-muri-della-gentilezza
https://roma.repubblica.it/cronaca/2016/10/18/foto/roma_fallisce_l_esperimento_del_muro_della_gentilezza_ora_e_abbandonato_al_degrado-150071636/1/#1https://www.greenme.it/approfondire/buone-pratiche-a-case-history/30100-muro-gentilezza-latina

La truffa dei diamanti: mi meraviglio della meraviglia

Lun, 03/04/2019 - 02:18

La meraviglia dovrebbe essere essere uno stile di vita. Se hai smesso di sorprenderti molto tempo fa, è giunto il momento di ricominciare. Il motivo è semplice: meravigliarsi fa bene. E’ una medicina naturale da “assumere” quotidianamente insieme all’entusiasmo.

In questi ultimi giorni  mi  meraviglio della meraviglia.

È notizia di questi giorni che l’inchiesta sulla presunta truffa (la chiamano ancora presunta) dei diamanti si allarga tanto da perdere contorni e confini. Escono fuori i nomi delle banche e i nomi dei clienti, solo quelli eccellenti, come Vasco Rossi, Federica Panicucci, Simona Tagli, Diana Bracco.

La Guardia di Finanza sequestra circa 700 milioni di euro. Bpm, Banca Aletti, Unicredit (ma davvero?), Intesa e Mps risultano indagate.

Tra il 2012 e il 2016 due società, Idb e Dpi, avrebbero (avrebbero?) venduto, attraverso intermediazione, diamanti ad un prezzo superiore, di molto, al reale valore.

Tutto questo, e tanto altro ancora, è scritto in Io so e ho le prove, edito da Chiarelettere sin dall’ottobre 2014. È tutto quello che so, che ho visto, che ho odiato, che ho denunciato e che ho raccontato prima degli altri, che non mi meraviglia, che un po’ mi rende orgoglioso perché forse ho dato ai truffati la possibilità di capire in anticipo, di essere rimborsati

C’è qualche altra cosa allora che potrebbe stupirci? Sicuramente! Nessuno ha detto finora (io sì in “Io so e ho le prove”) che la truffa è iniziata nel 2000, come testimoniano le circolari della banca presso la quale ho lavorato per 22 anni. E quindi la platea dei truffati si allarga. Come mai l’indagine si riferisce solo al periodo 2012-2016? I truffati ante 2012 sono di serie B?

Per il resto nessun stupore?

State calmi, c’è dell’altro.

Dicono che i giornali non godono di buona vita e allora ho capito che forse seguono la logica di Frank Underwood, il personaggio della serie televisiva House of cards interpretato da Kevin Spacey: “Quando la carne fresca sei tu, uccidi e dagli in pasto qualcosa di più fresco”.

Ah Kevin Spacey, che attore! È stato mangiato anche lui. Forse l’ha meritato, forse no, ma quelli di cui voglio parlare io no, loro non l’hanno meritato, sono stati colpiti dalla suddetta pietra nella sinistra e poi ignorati. In questo caso la carne fresca è Vasco Rossi, è Federica Panicucci, è Simona Tragli, è Diana Bracco. Il pubblico ha fame! Gli altri truffati? Ma chi se ne frega.

Non vi fa rabbia? Migliaia e migliaia di truffati che non contano niente, le loro storie non contano niente, perché non fanno vendere, non saziano le persone. Povero Vasco, ha perso due milioni e mezzo di euro. Chi dice “povero Vasco” ha venduto due milioni e mezzo di singoli e ha fatto due milioni e mezzo di spettatori?  Non me ne voglia la rockstar ma lui quell’investimento può pure scordarlo e non fare “rewind”.

Salvatore “rewind” lo fa ogni sera. Salvatore è un impiegato, voleva far studiare i figli e ha investito in ciò che gli hanno detto sicuro, a rendimento sicuro. Lui ha perso i suoi risparmi, ha visto cadere i suoi progetti, il suo futuro, della sua famiglia. Lui San Siro non può riempirlo.

Almeno una riga, una sola riga, gliela si poteva dedicare.

Magari per meravigliarlo.

Mal di schiena solidale

Dom, 03/03/2019 - 12:00

La ciambella costa infinitamente meno di sedie e poltrone ergonomiche e la puoi portare ovunque!

È ormai opinione condivisa anche negli ambienti scientifici che gran parte (non tutti) i dolori alla schiena abbiano come causa primaria o importante concausa errori posturali: cioè, si sta per troppe ore in posizioni sbagliate.

Un esempio semplice riguarda coloro che passano molto tempo alla scrivania. Stando fermi a lungo si verificano due effetti negativi.

Alcuni muscoli restano contratti per troppo tempo, questa contrazione causa una cattiva circolazione del sangue nei capillari, quindi alla lunga si può verificare un danno per le cellule e quindi infiammazione; inoltre i muscoli contratti possono arrivare a premere sui nervi causando dolori.

Un altro effetto della posizione innaturale è che la pressione lungo la spina dorsale si concentra su alcuni punti delle vertebre, anche qui c’è contrazione, cattiva circolazione e quindi un’infiammazione che provoca dolore.

Ovviamente se hai mal di schiena è essenziale innanzi tutto rivolgersi a un medico specializzato e verificare che non ci siano cause più gravi.

Se il dolore ha come causa solo una posizione scorretta è utile seguire un corso di ginnastica posturale per ritornare a posizioni e movimenti naturali (vi sono tanti metodi molto buoni: per esempio quello Mézières, o Alexander, per citarne due tra i più noti, e i metodi antiginnastica, ecc…).

Ho tratto giovamento anche da una serie di massaggi di un esperto di Osteopatia, particolarmente efficaci per sciogliere le contrazioni.

Attenzione a NON sottoporsi a massaggi dolorosi che possono causare danni aumentando l’infiammazione. Se il massaggio provoca dolore o comunque è troppo forte fa male. E prima di farmi camminare sulla schiena da qualcuno voglio vedere che abbia almeno due lauree. In medicina. Le lauree in letteratura romanza non valgono.

Ovviamente la ginnastica serve a poco se poi passi ore a una scrivania, perché comunque tendi a restare immobile e quindi metti sotto stress alcuni punti delle vertebre e crei ipercontrazioni muscolari.

Da una trentina d’anni sono in commercio sedie e poltrone geniali che hanno la caratteristica di essere elastiche. Questa elasticità fa sì che ogni minima variazione della posizione delle braccia o della testa si trasmetta alla sedia che la amplifica. In questo modo ci si trova a dover riequilibrare il movimento della sedia per restare in equilibrio e quindi si modifica leggermente la posizione degli anelli della spina dorsale, evitando così contratture e la pressione eccessiva sempre sugli stessi punti di contatto.

Lo stesso effetto si ottiene con grandi palloni di gomma resistente al peso, che costano un po’ meno delle sedie ergonomiche.

Io ho sperimentato diverse soluzioni di seduta e alla fine ho optato per un cuscino a ciambella, non troppo gonfio, che mi dà grande beneficio al costo di 15/20 euro.

Inoltre me lo posso portare ovunque, gonfiato, dentro una borsa di tessuto leggero con i manici di corda. E all’occorrenza funziona pure da borsa.

Ho avuto grandissimi benefici anche dalla pratica di stendersi e muovere la spina dorsale in tutte le direzioni possibili ma solo di un paio di centimetri e (qui sta il bello) IL PIU’ LENTAMENTE POSSIBILE.

E per lentamente intendo proprio molto lentamente. Il più lentamente possibile.

Il movimento rallentato è una tecnica scoperta dai cinesi almeno 3mila anni fa.

Da questa scoperta è nato il Tai Chi, che in occidente si pratica spesso lentamente ma non troppo, disponendosi in posizioni codificate.

In Cina però ho visto alcuni anziani praticarlo molto più piano.

Questo perché cercando di muoversi alla velocità della lumaca pigra si ottiene il rilassamento della muscolatura profonda, detta anche emotiva o non razionale.

Il cervello, cercando di realizzare un movimento lentissimo, è costretto a chiedere ai muscoli che sono contratti di rilassarsi.

Si può praticare questa ginnastica anche senza conoscere i movimenti codificati dal Tai Chi. Movimenti di pochi centimetri, lentissimi, sono di per sé molto efficaci.

E te ne rendi conto subito perché la spina dorsale dopo alcuni minuti, si riscalda per l’effetto del rilassamento che fa aumentare la circolazione del sangue lungo i capillari.

L’altro vantaggio di questa ginnastica è che può essere praticata anche solo per pochi minuti. E una volta che, grazie al movimento lento, hai imparato a muovere tutti i muscoli, anche quelli che non sai di avere, poi tendi spontaneamente a muoverli sempre lì, che è super benefico. Inoltre questa ginnastica la puoi fare ovunque, anche in piedi o su una sedia, e se ti muovi poco e molto piano nessuno si accorge che stai facendo ginnastica.

Molto benefici sono poi stati bagni in piscine a 34 gradi, con questa temperatura si può restare immersi a lungo senza sentire freddo.

Il metodo migliore che ho sperimentato è quello di stendersi nell’acqua con cuscini pieni d’aria sotto la nuca e sotto le ginocchia o le caviglie. Ci sono in commercio vari tipi di galleggianti fatti apposta ma due o tre salvagenti per bambini, di quelli classici da mare, a ciambella, un po’ sgonfi, possono andare benissimo e costano pochi euro.

Ci si stende sull’acqua, sostenuti dai galleggianti e semplicemente ci si rilassa. Il movimento che si produce respirando trasmette movimenti piccoli e lenti alla spina dorsale con uno straordinario effetto rilassante sulla muscolatura.

Ottimo poi se una persona ti trascina sull’acqua lentamente compiendo movimenti a “S”, si ottiene così una leggera mobilitazione delle vertebre e quindi tonificazione e rilassamento. Ed è veramente gradevole e ipnotico, vai in trance piacevole!

Sempre in acqua calda ci si può mettere in piedi, accovacciati o in ginocchio (a seconda della profondità della piscina), immersi nell’acqua fino al mento, in modo tale che respirando l’aria che entra nei polmoni aumenti il galleggiamento del busto. In questo modo è il galleggiamento aumentato che genera un effetto di lieve e delicato allungamento della spina dorsale. Piacevole!

Se hai sperimentato altri metodi per arginare il mal di schiena pubblica il tuo contributo nello spazio dei commenti a questo articolo. Socializziamo le conoscenze migliori!

Grazie!

Le foto della manifestazione People a Milano

Sab, 03/02/2019 - 18:54

Pelle Bianca come la cera
Pelle Nera come la sera
Pelle Arancione come il sole
Pelle Gialla come il limone
tanti colori come i fiori.
Di nessuno puoi farne a meno
per disegnare l’arcobaleno.
Chi un sol colore amerà
un cuore grigio sempre avrà.

(Gianni Rodari, La Pelle)

Perchè si è manifestato, leggi qui

Le balene libere grazie a Di Caprio e Pamela Anderson

Sab, 03/02/2019 - 17:30

La Guardia Costiera russa ha annunciato che un centinaio di orche, beluga e trichechi, imprigionati illegalmente in Russia nella baia di Srednyaya, vicino a Vladivostok, verranno presto liberate.
A far conoscere la situazione dei cetacei sono state le denunce di alcune associazioni ambientaliste e una petizione lanciata su change.org che ha raccolto oltre 900 mila firme, anche grazie al fatto di essere stata rilanciata da alcuni vip impegnati nella causa ambientalista, in primis Leonardo di Caprio e Pamela Anderson.
Addirittura sembra che lo stesso presidente russo Vladimir Putin, chiamato in causa da una lettera aperta della Anderson, si sia mosso di persona per assicurarsi che la “prigione delle balene” venga chiusa al più presto.

La petizione, che ha reso nota al pubblico questa situazione, si pone come obiettivo di arrivare a un milione di firme ed è tutt’ora in corso (se volete leggerla e firmare la trovate qui).

Nel testo si spiega: “E’ il più grande numero di animali marini mai detenuto all’interno di gabbie temporanee. Alcune di queste balene sono rinchiuse lì da luglio. Gli esperti fanno notare che questi mammiferi marini vengono venduti agli acquari in Cina, nonostante il fatto che possano essere catturate unicamente a scopo scientifico. […] All’interno di questi piccoli recinti ci sono 11 orche, 5 piccoli trichechi e 90 piccole beluga, 15 delle quali sono ancora neonati e completamente dipendenti dalle madri“.
Si chiede quindi di liberarle il prima possibile, in condizioni di sicurezza, e affidarle a personale specializzato.

I video e le foto, realizzate grazie a un drone, giravano già da novembre scorso: si vedono gli animali in gabbie di una decina di metri per lato, poco profonde e anguste, oppure immagini dove vengono spostati per essere indirizzati chissà dove.
(IL VIDEO)

‘Whale prison’ discovered by drone in Far East Russia pic.twitter.com/gkZBVmYwVp— RT (@RT_com) 8 novembre 2018

La mobilitazione globale è servita a suscitare l’attenzione delle autorità e a far loro assicurare che gli animali saranno liberati al più presto, anche se non è semplice, perché bisogna trovare il modo di farlo senza mettere in pericolo i piccoli o esporli troppo al freddo.

Rimarrebbe anche il problema burocratico: le autorità hanno detto di aver denunciato i responsabili e di stare eseguendo le indagini del caso, soprattutto perché le società coinvolte potrebbero voler cercare di dimostrare che la cattura dei cetacei è avvenuta per scopo scientifico, cosa consentita in Russia. I motivi reali della cattura sarebbero però ben altro che scientifici: un cetaceo potrebbe valere anche un milione di dollari sul mercato cinese. Le società che sono risultate proprietarie delle gabbie non sarebbero nuove a questi traffici: secondo una notizia ripresa su La Stampa e tratta dal quotidiano russo Novaya Gazeta, avrebbero già esportato 13 orche in Cina tra il 2013 e il 2016.

La popolarità del caso fa ben sperare per una conclusione rapida e per una liberazione degli animali. Resta da vigilare costantemente perché questo avvenga una volta che il clamore mediatico si sarà spento. Le 900 mila persone che hanno firmato la petizione, speriamo continuino a controllare. Al mondo serve avere quasi un milione di baywatch.

Immagine di skeeze su Pixabay

“Il 30% della Terra deve diventare area protetta”

Sab, 03/02/2019 - 12:19

Le maggiori Ong che si occupano di conservazione hanno lanciato un appello affinché il Pianeta possa rimanere in buona salute e ricco di biodiversità. Ma cosa vada inteso esattamente per “protezione” non è ancora ben chiaro.

Negli ultimi giorni di gennaio un gruppo di lavoro delle Nazioni Unite ha risposto a un appello pubblicato nel dicembre 2018 da alcune delle maggiori organizzazioni mondiali di conservazione della natura nel quale si chiede che il 30% del pianeta sia protetto entro il 2030 e il 50% entro il 2050. Ma cosa significhi esattamente “protetto” e come i paesi possano raggiungere questi obiettivi, è ancora oggetto di discussione.

Secondo gli ambientalisti, che questi alti livelli di protezione sono necessari per salvaguardare i benefici che gli uomini traggono dalla natura (i cosiddetti servizi ecosistemici), come il filtraggio dell’acqua da bere e lo stoccaggio del carbonio che altrimenti farebbe aumentare ulteriormente l’effetto serra e quindi il riscaldamento globale. Queste aree protette servirebbero anche a prevenire le estinzioni di massa.

Gli esseri umani, e i loro animali domestici, hanno relegato il resto della vita sulla Terra ai margini. Solo il 4% della massa totale dei mammiferi del mondo è rappresentato da animali selvatici. L’altro 96% è costituito da noi stessi e dal bestiame che alleviamo. Dal 1970 le popolazioni di animali selvatici (mammiferi, uccelli, pesci e anfibi) sono diminuite in media del 60%.

La perdita di habitat è considerata come la causa principale dell’estinzione di specie e il drammatico declino osservato in queste popolazioni è un campanello d’allarme che indica come molte specie siano in pericolo di estinzione. La buona notizia è che c’è ancora tempo per salvare molte specie. La Lista rossa dell’Unione internazionale per la conservazione della natura indica 872 specie come estinte, ma un enorme numero, 26.500 specie, sono considerate come minacciate di estinzione. Per salvarle, devono essere protetti, e presto, sia i loro habitat che le altre specie dalle quali dipendono. 

CONTINUA SU NATIONALGEOGRAPHIC.IT 

FOTO: La Sarara Conservancy nel Nord del Kenya, dove i pastori locali di 18 diversi gruppi etnici gestiscono le terre sia per il pascolo del bestiame che per gli animali selvatici, in quello che è considerato un nuovo modello di conservazione. Fotografia di Ami Vitale, Nat Geo Image Collection

Lavorare meno, lavorare tutti

Sab, 03/02/2019 - 09:00

Lavorare meno + lavorare tutti = economia in ripresa + lavoratori meno stressati. La proposta di  legge regionale firmata da Piergiovanni Alleva, per anni ordinario di Diritto del lavoro presso l’Università di Bologna e poi Consigliere regionale, vorrebbe realizzare questa formula per ridurre la disoccupazione distribuendo il monte orario su un più ampio numero di persone e senza lo stanziamento di fondi specifici.

«Lavorare meno»: il lavoratore che in forma volontaria aderisce alla proposta andrà a lavorare un giorno in meno e la perdita di stipendio andrà compensata con strumenti di welfare aziendale su servizi comunque a lui necessari.

«Lavorare tutti»: se questa proposta un giorno diventerà legge, per ogni quattro lavoratori che aderiscono, si andrebbe a creare un nuovo posto di lavoro.

Secondo il sociologo Domenico De Masi, nel suo libro “Il lavoro nel XXI secolo”, edito da Giulio Einaudi: il progresso tecnologico è andato ad eliminare, e in forma sempre più rapida, più manodopera di quanta riusciamo a riassorbirne; in pochissimi anni le operazioni dei settori agricolo, minerario, manifatturiero si sono realizzate con un quarto di quell’energia umana che prima era necessario impegnarvi. E quella curva continuerà a crescere molto velocemente, riducendo ancora inevitabilmente la domanda di lavoro.

C’è un dossier pubblicato da Arel, Agenzia di ricerca e legislazione, realizzato dall’economista Carlo Dell’Aringa, dove si scopre che in Italia in dieci anni si è verificata una riduzione delle ore di lavoro di circa il 15 per cento, ma il numero di persone che risultano occupate è lo stesso.

Le persone lavorano meno ore perché trovano solo occupazioni non piene oppure stagionali. Secondo molti economisti,  una riduzione della quantità di lavoro pro capite, non è di per sé un fattore negativo, ma ciò deve avvenire in un quadro di redistribuzione del lavoro controllata, cogestita e sostenuta dal welfare, aumentando di fatto il numero di occupati complessivo.

In Germania è stato siglato un accordo con i sindacati per consentire ai metalmeccanici con esigenze famigliari di ridurre l’orario a 28 ore settimanali, pur mantenendo i livelli salariali. In questo modo, considerando che i metalmeccanici sono prevalentemente uomini, si dà a loro la possibilità di partecipare alla vita e agli impegni familiari, condividendo con le donne gli impegni e i carichi di queste funzioni, ma anche il piacere di partecipare più attivamente alla vita familiare.

Nel nostro Paese questo modello potrebbe risultare però difficile da replicare: questa flessibilità è ben gestibile nelle imprese di grandi dimensioni, mentre nelle piccole si rischia di imbattersi in gravi problemi di direzione. “E nella tipica impresa italiana, che ha meno di 15 dipendenti, la riduzione d’orario di un dipendente potrebbe aggravare i carichi di lavoro di un altro, a meno che non vi sia una seria pianificazione dei compiti e una gestione manageriale” spiega nel dossier Dell’Ariga.

Nella proposta di riduzione di un giorno di lavoro di Piergiovanni Alleva, per aggirare lo scoglio principale, che è la riduzione dello stipendio di circa il 20%, è previsto che questa quota venga compensata con forme di welfare aziendale, che però devono essere defiscalizzate. Si tratterebbe di servizi che il lavoratore sosterrebbe comunque: dall’asilo ai buoni spesa; il datore di lavoro – allo stesso tempo – non pagherebbe le tasse su questi voucher.

La Coop si sarebbe detta disponibile a fornire buoni spesa con uno sconto del 15% in funzione dei nuovi contratti.

Secondo la proposta di legge di Alleva, è però necessaria una modifica a livello nazionale nel testo Unico delle imposte sui redditi, che dovrà essere estesa, incrementando l’elenco dei bonus per i quali è prevista la defiscalizzazione con i voucher offerti al lavoratore, al pari degli altri benefit di welfare aziendale.

Il datore di lavoro non ci rimette nulla, anzi, ringiovanisce l’organico: la proposta di legge darebbe priorità alle nuove assunzioni, ai giovani disoccupati sotto i 29 anni per i quali è previsto un salario di ingresso inferiore, ma comunque uno stipendio.

Per il lavoratore, non c’è bisogno di dire cosa significhi avere tempo in più: oltre a meno stress e maggiore produttività complessiva nelle ore lavorate, anche una maggiore partecipazione alla vita familiare,  ma anche, e in generale, la possibilità di utilizzare questo tempo per altre attività capaci di “produrre” beni utili per migliorare la qualità della vita, individuale e collettiva.

Fonti:

http://espresso.repubblica.it/affari/2018/06/04/news/lavorare-meno-lavorare-tutti-oggi-piu-che-mai-e-indispensabile-ridurre-l-orario-di-lavoro-1.323303

https://ilmanifesto.it/lavorare-meno-lavorare-tutti-2/

https://www.linkiesta.it/it/article/2018/03/24/lavorare-meno-lavorare-tutti-la-rivoluzione-che-parte-dallemilia-romag/37544/

‘People – Prima le persone’

Ven, 03/01/2019 - 14:00

Politiche nuove ed efficaci per il lavoro, la casa, i diritti delle donne, la scuola e a tutela delle persone con disabilità: scelte radicalmente diverse in materia di immigrazione, lotta alle diseguaglianze e alla povertà.

«Don Milani diceva che le mani pulite non servono a molto se le teniamo in tasca». Danilo De Biasio è il direttore del Festival dei Diritti Umani e tra gli organizzatori della manifestazione nazionale di domani, sabato 2 marzo ‘People – Prima le persone’, prevista a Milano, da Palestro al Duomo; inizialmente l’arrivo era previsto alla Stazione Centrale, in piazza Duca d’Aosta, ma la massiccia adesione di persone e organizzazioni ha imposto una piazza più grande, il Duomo, appunto: lo hanno annunciato sulla pagina Facebook dell’evento i Sentinelli di Milano, anche loro tra gli organizzatori della giornata di protesta. Ad oggi le adesioni superano le 30mila persone. Invariato il luogo di partenza, corso Buenos Aires angolo via Palestro, alle 14: l’arrivo in piazza del Duomo è previsto per le 18.

Lo slogan scelto – ‘prima le persone’ – sottolinea la necessità di “politiche sociali nuove ed efficaci per il lavoro, per la casa, per i diritti delle donne, per la scuola e a tutela delle persone con disabilità. Noi ci battiamo – ha scritto il comitato promotore – per il riscatto dei più deboli e per scelte radicalmente diverse da quelle compiute sino a oggi in materia di immigrazione, politiche di inclusione, lotta alle diseguaglianze e alla povertà”.

Oltre a I Sentinelli di Milano, la manifestazione è stata promossa anche da associazioni come Anpi della provincia di Milano, Acli Milano, Monza e Brianza, Actionaid, dal Comitato Insieme senza Muri, Amnesty International Italia, Arci Milano, Monza e Brianza e Lodi, le organizzazioni sindacali come Cgil, Cisl e Uil, Libera Milano, Medici Senza Frontiere e Terre Des Hommes.
E in queste settimane hanno aderito oltre 800 associazioni, come il Comitato Promotore del Nobel per la Pace per Riace, l’Aned di Bergamo, Assopace Palestina Milano, Futura2018 e molte altre, compreso questo giornale. Parteciperanno poi 3500 associazioni di singole persone, esponenti del mondo della politica come il segretario Cgil Maurizio Landini, quello della Cisl Annamaria Furlan e quello della Uil Carmelo Barbagallo, l’ex presidente della camera Laura Boldrini, il sindaco di Milano Giuseppe Sala, il segretario reggente e candidato alla segreteria del Pd Maurizio Martina, il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti (e anche lui candidato alla segreteria del Pd), il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi, l’ex ministro Emma Bonino.

Ci sono episodi particolari nella cronaca politica degli ultimi mesi che vi hanno spinto con maggiore decisione verso l’organizzazione di questa manifestazione? 
«Purtroppo c’è un campionario di episodi di imbarbarimento. Più che i singoli gesti mi hanno colpito molto le giustificazioni che esponenti della politica – in primis il Ministro dell’Interno – hanno usato. La responsabilità di un omicidio, di un’aggressione, di uno scherzo crudele sono di chi li compie: su questo non si discute. Ma se non c’è una inequivocabile condanna da parte degli esponenti politici una parte della colpa ricade anche su di loro. Superare quel limite etico è la forma più preoccupante di imbarbarimento perché non è più controllabile razionalmente», risponde De Biasio.

La manifestazione è un «invito a non rimanere inerti di fronte alle brutture del mondo e a essere operativamente coerenti con le proprie convinzioni. Di fronte alla marea montante di razzismo e violazioni dei diritti umani abbiamo sentito l’esigenza di rendere pubblica la nostra preoccupazione e di dimostrare che chi crede nell’universalità dei diritti umani difende chi ne viene privato. Non parliamo solo dei migranti: accettare che alcuni siano cittadini di serie B privati dei propri diritti, apre la strada ad altre violazioni. La forza del diritto sta proprio nella sua illimitatezza: diritti uguali per tutti, senza badare al colore della pelle, al sesso, alla lingua parlata, al conto in banca è un bene per l’intera società».

Cosa potrebbe fare l’Europa per far conoscere se stessa e ridurre nazionalismi e populismi che così pericolosamente contraddistinguono oggi i suoi Stati membri? Penso ad esempio al caso Brexit, alla enorme perdita economica che ne è conseguita – per il Regno Unito e l’Europa tutta. Brexit è nata da un appello populista ma ciò nonostante, ora che i britannici navigano nel caos più totale, riescono comunque e sempre ad incolpare l’Europa, e non il governo che ha promosso Brexit, secondo un recente sondaggio. Cosa si dovrebbe fare evitare questo, per diffondere conoscenza?

«Fake-news non può essere tradotto come “bugia”, è un concetto più complesso: segnala che sempre più persone ascoltano solo le notizie che confermano il loro punto di vista, senza domandarsi (o senza capire) se quel dato è vero, falso o verosimile» continua De Biasio. «Perché stupirsi dunque dell’assurdo balletto intorno alla Brexit? L’analfabetismo funzionale è sfruttato da politici senza scrupoli.»

«Egoismo, nazionalismo, paura: il vento soffia in quella direzione. E potrebbe durare a lungo. La storia della conquista dei diritti umani racconta che alcune battaglie sono state combattute da un pugno di persone, minoranze, utopisti. Comunicare un’alternativa più giusta, più sana, più conveniente per tutti deve avvenire con ogni linguaggio possibile: portare testimonianze nelle scuole, smontare i luoghi comuni nei dibattiti televisivi, evidenziare le buone pratiche”, conclude De Biasio. “E andare in manifestazione, in tanti, sabato 2 marzo”.
Noi ci saremo.

A Pechino bisogna vincere una lotteria

Ven, 03/01/2019 - 11:00

È una delle drastiche misure con cui da anni il governo cinese sta provando a ridurre l’inquinamento, riuscendoci

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, Pechino – la capitale della Cina – è la 56esima città più inquinata del mondo: forse una posizione più bassa di quanto ci si possa immaginare, soprattutto perché da alcuni anni il governo cinese ha introdotto una serie di drastiche misure per limitare l’inquinamento e la concentrazione di particolato nell’aria della città. Una di queste è il sistema in vigore dal 2011 per ridurre il numero di auto: per comprare un’auto nuova, gli abitanti di Pechino devono iscriversi a una lotteria e sperare di vincerla. Cosa per niente facile: nel 2018 le targhe messe a disposizione erano 100mila (nel 2013 erano 240mila), tra cui 38mila per auto a benzina e 54mila per auto elettriche. Pechino ha più di 20 milioni di abitanti.

L’obiettivo della città è ridurre il numero di auto registrate a 6,3 milioni entro la fine del 2020. Questo significa che nelle estrazioni, che avvengono ogni due mesi, viene concessa circa una targa ogni 2.000 persone che ne hanno fatto richiesta.

Nel 2014 il primo ministro cinese Li Keqiang disse davanti ai tremila delegati dell’Assemblea nazionale del popolo che la Cina avrebbe “dichiarato guerra all’inquinamento”, mettendo per la prima volta la tutela dell’ambiente davanti alla crescita economica. La Cina veniva da anni in cui la situazione dal punto di vista dell’inquinamento era praticamente disperata, e ancora oggi è tra i posti peggiori del pianeta in cui respirare. Sempre secondo la classifica dell’OMS, la città cinese più inquinata è Baoding, al 19esimo posto: ma tra la 22esima e la 500esima posizione ci sono altre 285 città cinesi, di gran lunga il paese più rappresentato.

La lotteria per le nuove auto non è l’unica misura adottata in Cina contro l’inquinamento: la più importante infatti è stata forse la limitazione all’uso del carbone, diversa da provincia a provincia (in quella di Pechino, per esempio, è stata disposta una riduzione del 50 per cento). La Cina ha stanziato l’equivalente di quasi 90 miliardi di euro per combattere l’inquinamento nella sola capitale. Il piano ha avuto anche degli intoppi: nel 2017 il governo dispose l’eliminazione delle caldaie a carbone senza che ci fosse un adeguato piano per sostituirle, lasciando centinaia di migliaia di persone senza riscaldamento per tutto l’inverno.

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Quanto è “verde” l’ultima Manovra economica?

Ven, 03/01/2019 - 10:00

«Ci aspettavamo molto di più da questa Legge di bilancio – sono le parole di Stefano Ciafani, Presidente nazionale di Legambiente – e invece mancano ancora una volta misure strutturali per invertire la rotta e spostare il prelievo fiscale sullo sfruttamento delle risorse ambientali.  Nonostante il testo contenga alcune misure green, questa manovra, come quelle precedenti, non costruisce sulle politiche ambientali, energetiche e climatiche un duraturo volano di sviluppo per il Paese e non contiene nessuna misura per cancellare i miliardari sussidi diretti e indiretti alle fonti fossili, oltre 16 miliardi l’anno. La sola riduzione di tre miliardi, da destinare magari all’auto elettrica e alla mobilità ciclabile, avrebbe potuto dare una spinta più netta al settore della mobilità sostenibile. E questo è solo un esempio di ciò che si potrebbe fare passando le risorse dai fossili alla sostenibilità».

Il Presidente di Legambiente rileva al contempo che «è importante che nella manovra siano state introdotte alcune misure ambientali, come ad esempio lo stanziamento per la bonifica dei cosiddetti siti orfani, i fondi per le nuove assunzioni al ministero dell’Ambiente, gli incentivi per le imprese che prevengono la produzione dei rifiuti da imballaggio, l’ampliamento del fondo destinato alle politiche “plastic free”, e la scelta di destinare il Fondo Kyoto anche all’efficientamento energetico di ospedali e impianti sportivi pubblici. Come anche la conferma per il 2019 del bonus verde e delle detrazioni per la riqualificazione energetica e antisismica degli edifici».

«Il risultato finale – sono sempre parole di Ciafani – è un testo che, seppur racchiuda alcune misure green, purtroppo presenta troppe ombre».

Parole in gran parte condivisibili, se andiamo ad analizzare una per una le misure qualificanti dal punto di vista ambientale della manovra.

Finanziamenti a scuole e ospedali “green”

La “manovra finanziaria” metterà a disposizione del già esistente Fondo per Kyoto (finanziamenti a tasso agevolato) per l’efficientamento energetico delle scuole e delle università soldi anche per gli ospedali e gli impianti sportivi pubblici. Inoltre il fondo sarà spendibile per l’efficientamento idrico. È da notare lo spostamento di risorse dall’affitto del termovalorizzatore di Acerra, per 20,2 milioni l’anno dal 2019 al 2024, al “Fondo bonifiche” del 2016 e nello specifico per gli interventi ambientali nel territorio della regione Campania. Una misura che sposta risorse sugli interventi puntuali in una zona come la Terra dei Fuochi.

Ecobonus auto

Per quanto riguarda l’ecobonus previsto per le auto ecologiche, la norma poteva essere migliorata prevedendo disincentivi per tutte le auto inquinanti con un sistema basato sul reddito, per non gravare troppo sulle famiglie meno abbienti, ma anche incentivi per chi vuole rottamare l’auto inquinante senza acquistarne una nuova, per ridurre il sovradimensionato parco circolante italiano, e per acquistare ad esempio abbonamenti per il trasporto collettivo.

E a proposito di Ecobonus: solo ieri giorni fa, nella serata del 28 febbraio, sono arrivati i chiarimenti dall’Agenzia delle Entrate sulle modalità di applicazione della norma: e non sono incoraggianti… l’Ecotassa si paga subito e l’Ecobonus può attendere.

Auto elettriche scarse e bici assenti

E già che parliamo di auto, guardiamo anche a incentivi e penalizzazioni per veicoli in base all’emissione di CO2: gli incentivi sono sotto forma di sconto sul prezzo per quelli che emettono meno di 70 gr/km, sostanzialmente ibride ed elettriche e aumentano le tasse per chi supera i 160 70 gr/km, mentre sul fronte dell’installazione di sistemi di ricarica elettrica si usa lo stesso schema dell’Ecobonus, ossia la detrazione fiscale. Il provvedimento in realtà incentiva auto di costo elevato quali le ibride e le elettriche, mentre la penalizzazione per quelle inquinanti non sembra così determinante a sconsigliarne l’acquisto. Con il comma 104, la Legge stanzia per la mobilità ciclabile 2 milioni di euro, un fondo esiguo che consentirà la realizzazione di 66,05 km di “autostrade ciclabili”, che però non sono risultano previste nella normativa italiana.

Foreste

Istituzione di un Fondo per la gestione e la manutenzione delle foreste italiane per 14,9 milioni di euro per 4 anni. Ovvero 3,7 milioni l’anno. Una cifra il cui utilizzo concreto sarà interessante verificare nei fatti.

Più soldi al ministero per personale interno

Il Ministero dell’Ambiente è sotto organico da oltre dieci anni e il Ministro è riuscito a spuntare l’assunzione a tempo indeterminato, nei tre anni 2019-2021 di 420 unità di personale, di cui 20 dirigenti.

Plastiche

Sul fronte delle plastiche, punto che sta molto a cuore al Ministro Costa, la migliore notizia arriva ancora dalla Legge di bilancio 2018  – visto che dal 1 gennaio 2019 in Italia, e siamo in primi in Europa, sono banditi i cotton fioc in plastica non biodegradabile. Per il 2019, con la nuova Legge, in materia di plastiche arriva il credito d’imposta del 36% delle spese sostenute dalle imprese per l’acquisto dei prodotti riciclati ottenuti con materiali provenienti dalla raccolta differenziata degli imballaggi in plastica e l’acquisto di imballaggi biodegradabili e compostabili o derivati dalla raccolta differenziata della carta e dell’alluminio. Con il limite però di 20.000 euro per ciascun beneficiario e, complessivamente, di un milione di euro annui per gli anni 2020 e 2021, a cui si aggiungono 100mila euro l’anno per finanziare attività di studio e verifica tecnica e monitoraggio. L’incentivo c’è ma ha dovuto fare i conti con la cassa: si tratta di cifre che su scala nazionale non saranno molto influenti per l’economia circolare.

Manutenzione, finalmente

Viene istituito un Fondo destinato al rilancio degli investimenti degli enti territoriali per lo sviluppo infrastrutturale del Paese, nei settori dell’edilizia pubblica, della manutenzione della rete viaria, del dissesto idrogeologico, della prevenzione del rischio sismico e della valorizzazione dei beni culturali e ambientali. E ha una dotazione di tutto rispetto: 3 miliardi di euro nel 2019, 3,4 miliardi per l’anno 2020, 2 miliardi per il 2021, 2,6 miliardi per il 2022, 3 miliardi per il 2023, 3,4 miliardi per l’anno 2024, 3,5 miliardi per ciascuno degli anni 2025 e 2026, 3,45 miliardi di euro per l’anno 2027, 3,25 miliardi per ciascuno degli anni dal 2028 al 2033 e 1,5 miliardi a decorrere dal 2034.

Spiagge

Per le concessioni demaniali in essere, nella Legge di bilancio 2019 si effettua una deroga di 15 anni. Il che significa che fino al 2034 non esiste nessuna possibilità d’introdurre la concorrenza e, quindi, nessun miglioramento di servizi all’utenza, poche possibilità di risanamento dei litorali,  scarse le possibilità di rimodulazione di esigui canoni demaniali.

Fonti:

https://www.huffingtonpost.it/stefano-ciafani/la-solita-manovra-senza-tagli-alle-fossili_a_23629859/

https://www.lifegate.it/persone/news/manovra-2019-ambiente

Ecotassa e ecobonus auto, istruzioni da Agenzia Entrate

Ven, 03/01/2019 - 09:48

L’ecotassa prevede un tributo da 1.100 a 2.500 euro in base alle emissioni di CO2 della vettura.

Arrivano l’ecobonus, che premia chi acquista auto elettriche e ibride, e l’ecotassa che prevede un tributo da 1.100 a 2.500 euro in base alle emissioni di CO2 della vettura. L’Agenzia delle Entrate ha pubblicato una risoluzione ad hoc con le prime indicazioni relative all’imposta sui veicoli inquinanti e sulle detrazioni fiscali per l’installazione dei punti di ricarica e la rottamazione di mezzi ad alte emissioni di CO2. L’ecotassa interessa soltanto le auto acquistate e immatricolate dal primo marzo fino al 31 dicembre 2021. Il suo importo è parametrato in base a 4 scaglioni di emissioni di CO2 e va versata tramite F24. L’imposta non è applicata ai veicoli per uso speciale come camper, veicoli blindati, ambulanze, veicoli con accesso per sedia a rotelle.

Pronta anche la piattaforma on line per chiedere gli incentivi all’indirizzo ecobonus.mise.gov.it, sarà attivata alle ore 12.

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Ecco il vero impatto dei 35 euro per l’accoglienza

Ven, 03/01/2019 - 09:00

La valutazione dell’impatto sociale delle proprie attività promossa dalla coop Labirinto a Pesaro e provincia mette in chiaro che si può accogliere in modo virtuoso sia per i cittadini che per gli ospiti.

Eccoli, i famosi 35 euro al giorno destinati all’accoglienza di ogni persona richiedente asilo. Attenzione, all’accoglienza, non alla persona: è l’ente gestore che riceve la somma totale e la usa per ogni servizio utile ad accogliere; a chi richiede asilo vengono date 2,5 euro al giorno, ovvero circa 75 euro mensili. In tempi di bufale sull’immigrazione e dati usati in modo parziale per distorcere la realtà e creare odio sociale verso i migranti forzati e chi li aiuta, è importante fare chiarezza. Una chiarezza che ha messo nero su bianco in modo più che virtuoso la cooperativa sociale Labirinto – realtà non profit che opera a Pesaro, Urbino e provincia nell’ambito dei servizi alla persona – nel presentare la propria valutazione di impatto sociale 2015-2017 in collaborazione con Aiccon, centro studi promosso da Università di Bologna e Alleanza delle cooperative italiane.

Qui sotto, nel dettaglio, le voci in percentuale di spesa dei fondi dell’accoglienza riguardanti in particolare i progetti Sprar e Pat (o Cas, Centri di accoglienza straordinaria), ovvero le accoglienze del Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati: “in tutto nei tre anni abbiamo avuto 600 ospiti nelle strutture, diffuse sul tutto il territorio cittadino e provinciale”, spiega Christian Gretter, responsabile della coop Labirinto per il settore migranti. 23milioni di euro la cifra erogata dal ministero degli Interni alla cooperativa sociale per gestire l’accoglienza.

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Quanto è profonda la plastica.

Gio, 02/28/2019 - 15:03

Partiti per studiare le creature degli abissi, dei biologi inglesi hanno trovato microplastica nelle pance di alcuni gamberetti. Sei fosse oceaniche, inclusa quella delle Marianne, contengono residui di nylon e altre fibre artificiali. “Non esiste più un punto del mare non inquinato”

Cercavano nuove specie viventi negli abissi degli oceani. E hanno trovato la plastica. Un gruppo di biologi inglesi ha calato i suoi “ami” fino a 11mila metri di profondità, nella Fossa delle Marianne. Ha pescato gamberetti capaci di vivere in condizioni estreme di buio e pressione, oltre 6mila metri sotto alla superficie. Uno dei primi indizi che i ricercatori osservano in questi casi è il contenuto dello stomaco. Nel loro apparato digerente sono spuntate minuscole fibre di plastica, per lo più nylon o altri filati sintetici provenienti dai nostri vestiti. Erano sminuzzate e degradate da anni trascorsi nell’acqua salata, ma conservavano ancora la loro tinta nitida.

“Dentro di me mi aspettavo qualcosa di simile. Ma non fino a questo punto” racconta Alan Jamieson, ecologo marino dell’università di Newcastle. E’ lui il primo autore di uno studio pubblicato sulla rivista Royal Society Open Science. I biologi, curiosamente, hanno anche stilato la classifica delle tinte più di moda in fondo al mare. Quattro microplastiche su cinque sono blu, colore particolarmente in voga nella Fossa delle Marianne (lì non c’erano tinte alternative). Seguono nero e rosso. In fondo alle preferenze viola e rosa.

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Latte in formula e violazioni della legge: le sanzioni ci sono. Ma nessuno controlla

Gio, 02/28/2019 - 15:00

E’ proprio il caso di dire: fatta la legge, trovato l’inganno. Ci hanno pensato direttamente i legislatori: la legge che prevede le sanzioni per chi trasgredisce in materia di latte artificiale non esplicita quali siano gli organi accertatori delle trasgressioni. E’ presto detto, quindi: le sanzioni per chiunque violi la normativa (punti vendita, ospedali, farmacie, consultori, medici) ci sono, ma non c’è chi le applica. Di conseguenza non è difficile immaginare che, stando così le cose, per i trasgressori la vita non sia poi così dura.

Latte in formula: la legge è del 2009

Andiamo con ordine. Nel nostro Paese esiste una legge del 1994, aggiornata dal Decreto ministeriale 82/2009, che stabilisce le norme relative alla produzione, alla composizione, all’etichettatura, alla pubblicità e alla commercializzazione del latte in formula. E’ questa legge che, ad esempio, precisa che nel nostro Paese la pubblicità del latte artificiale destinato all’alimentazione dei bimbi nei primi sei mesi di vita è vietata in qualunque modo, in qualunque forma e attraverso qualsiasi canale (compresi gli ospedali, i consultori familiari, gli asili nido, gli studi medici, nonché convegni, congressi, stand ed esposizioni), ed è ancora questa stessa legge che specifica che le lettere di dimissione post parto per i neonati non devono prevedere uno spazio predefinito per le prescrizioni dei sostituti del latte materno (ne abbiamo parlato in una nostra inchiesta).

Le multe ci sono…

Due anni e mezzo dopo la pubblicazione del Decreto ministeriale 82/2009, che ha messo chiaramente nero su bianco quali siano le violazioni sanzionabili riguardo produzione, composizione, etichettatura, pubblicità e commercializzazione degli alimenti per lattanti (ovvero per i bimbi entro i primi sei mesi di vita) e di proseguimento (dopo i primi sei mesi di vita), è arrivato il decreto sanzionatorio, ovvero il Decreto legislativo 84/2011 che ha precisato quale siano gli importi dovuti per le varie trasgressioni. Articolo dopo articolo il decreto 84/2011 snocciola meticolosamente le sanzioni pecuniarie in cui incorrono, tanto per fare alcuni esempi, coloro che inseriscono uno spazio prestampato sui libretti di dimissione dei neonati dopo il parto per indicare una specifica marca di latte in formula (multe da 15 mila a 90 mila euro), oppure chi offre buoni sconto per l’acquisto di questi prodotti o fornisce campioni gratuiti e altri omaggi (multe da 12 mila a 72 mila euro).

…ma nessuno controlla

Il problema è che, però, nessuno controlla le trasgressioni. Se il decreto 84/2011 prevede le sanzioni relative alle violazioni indicate nel DM 82/2009, non fa invece alcun riferimento a quali siano gli enti preposti ad accertare le violazioni e a cui appellarsi per segnalare eventuali trasgressioni.

Organi accertatori, questi sconosciuti

Il decreto 84/2011, quindi, stabilisce l’importo delle multe per le trasgressioni ma “dimentica” di indicare gli enti preposti a effettuare gli accertamenti delle violazioni. Come spiega Mariacristina Petrolo, avvocato di Ibfan (International Baby Food Action Network) Italia, che da anni insieme ad altri colleghi si occupa di questo settore, “gli organi accertatori delle varie tipologie di trasgressioni che si possono riscontrare relativamente a produzione, composizione, etichettatura, pubblicità e commercializzazione della formula artificiale ci sono: potrebbero essere, tanto per fare un esempio, i Nas per quanto concerne le questioni legate alla contraffazione e alla sicurezza  alimentare, il settore antitrust della Guardia di Finanza per le violazioni legate alla pubblicità, gli ordini professionali quando si rinvengono violazioni deontologiche”. Il problema è che questi organi accertatori “non sono stati  espressamente investiti di questo ruolo da alcuna legge, né circolare ministeriale. Di conseguenza, non essendo obbligati a dare riscontro delle segnalazioni che vengono loro inoltrate, queste ultime sono seguite dal silenzio più totale. Cadono nel vuoto. E, ovviamente, rimangono impunite“.

Basterebbe una circolare

Per far sì che le segnalazioni delle violazioni vengano recepite dall’organo accertatore competente e che quest’ultimo proceda con i controlli del caso ed, eventualmente, con l’irrogazione delle sanzioni, è necessario definire ufficialmente le competenze degli organi accertatori: “E’ l’unico modo – spiega l’avvocato – per indurli a rispondere alle segnalazioni effettuate”. Ma come? “Non è necessario modificare la legge, che è un meccanismo piuttosto complesso. Basterebbe che il ministero della Salute emanasse una circolare che indichi i vari organi accertatori e ne definisca i rispettivi ambiti di competenza“.

Il Tavolo tecnico sulla promozione dell’allattamento al seno

“Quattro anni fa il Tavolo tecnico operativo interdisciplinare sulla promozione dell’allattamento al seno (TAS) del ministero della Salute ha formulato un’ipotesi su quale organo potesse svolgere il ruolo di accertatore delle trasgressioni, proponendo il Sian, ovvero il Servizio di igiene degli alimenti e nutrizione del Dipartimento di prevenzione, struttura tecnico-funzionale delle aziende sanitarie locali”, spiega l’avvocato. Il suggerimento del Tavolo tecnico, però, non ha comportato alcun cambiamento nella verifica e nell’irrogazione delle sanzioni perché, come spiega l’avvocato, “il suo è un potere esclusivamente consultivo, e non operativo”. E così le violazioni della legge in materia di latte artificiale, ancora oggi, continuano a restare impunite.


Articolo scritto con la consulenza di Mariacristina Petrolo, avvocato di Ibfan Italia

Mi chiamo Navanpreet Kaur e sono una Sikh

Gio, 02/28/2019 - 02:37

“Molti non conoscono il significato del turbante e del pugnale e mi scambiano per una musulmana” ci spiega Navanpreet Kaur, una delle poche donne Sikh.
Tramite lo sportello della Flai CGIL di Maccarese, Roma, aiuta gli immigrati indiani arrivati in Italia a sbrigare le faccende burocratiche, a leggere i documenti e le comunicazioni, a integrarsi nella società.

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Insegnanti di sostegno: il 36% non è specializzato

Gio, 02/28/2019 - 01:57

Molte scuole non offrono alcun ausilio per la didattica, e solo in una su due tutti i docenti di sostegno sono in grado di utilizzare le tecnologie e i software informatici a supporto dell’apprendimento

In Italia il 36% degli insegnanti di sostegno non ha la specializzazione sul sostegno. Molte scuole – quattro su dieci – non offrono alcun ausilio per la didattica, e solo in una su due tutti i docenti di sostegno sono in grado di utilizzare le tecnologie e i software informatici a supporto dell’inclusione e dell’apprendimento. Gli alunni con disabilità sono il 3,1% degli iscritti: di questi, il 41% ha cambiato docente da un anno all’altro, il 12% addirittura nel corso dello stesso anno. I dati, che riguardano l’anno scolastico 2017/2018, arrivano dal report “L’inclusione scolastica: accessibilità, qualità dell’offerta e caratteristiche degli alunni con sostegno realizzato dall’Istat (l’Istituto italiano di statistica) e mettono in evidenza problematiche di cui le famiglie di bambini e ragazzi con disabilità sono già – purtroppo – largamente a conoscenza.

A partire dall’anno scolastico 2017/2018 l’indagine ha esteso il campo di osservazione anche alle scuole dell’infanzia e alle scuole secondarie di secondo grado (scuole superiori): un totale di 56.690 istituti, frequentati da 272.167 alunni con sostegno che rappresentano il 3,1% del totale degli iscritti e in cui prestano servizio 156 mila insegnanti di sostegno.

Insegnanti di sostegno insufficienti

L’insegnante di sostegno nel sistema scolastico italiano può essere definito come “la principale figura professionale a supporto della didattica che, oltre a ricoprire un ruolo fondamentale nel percorso formativo dell’alunno, può promuovere e favorire il processo d’inclusione scolastica, realizzando interventi individualizzati in relazione alle esigenze dei singoli ragazzi”. In Italia, se quantitativamente possiamo dire di avere buoni risultati – il rapporto tra il numero di alunni con sostegno e il numero di insegnanti è  pienamente soddisfatto su quasi tutto il territorio nazionale, con 1,5 studenti ogni docente contro il rapporto previsto dalla legge di 2 alunni ogni insegnante – qualitativamente emergono invece diverse problematiche che necessitano di aggiustamento. A partire dal numero elevato di docenti di sostegno, senza specializzazione (1 su tre), fino ad arrivare all’assenza, in molte scuole, di tecnologie e strumenti per facilitare l’apprendimento da parte di bambini e ragazzi con difficoltà.

Sotto-utilizzata la tecnologia a supporto della didattica

Per migliorare la qualità della didattica è importante che l’insegnante di sostegno sia in grado di utilizzare le tecnologie informatiche e i software a supporto dell’inclusione e dell’apprendimento. I corsi appositamente ideati per la formazione dei docenti in questo settore, però, sono poco seguiti: lo scorso anno scolastico in tre scuole su quattro (74%) hanno frequentato un corso per la formazione in tecnologie educative “nessun insegnante di sostegno” nel 13% delle scuole e “alcuni insegnanti di sostegno” nel 61% degli istituti, e solo in una scuola su quattro (26%) tutti i docenti di sostegno hanno frequentato almeno un corso. A conti fatti, solo nella metà delle scuole tutti gli insegnanti di sostegno sono in grado di utilizzare gli ausili informatici a supporto dell’inclusione e della didattica.

Ausili didattici assenti in 4 scuole su 10

Per favorire l’apprendimento di questi studenti le scuole dovrebbero essere dotate di apparecchi informatici e multimediali (pc, tablet, registratori, lettori cd/dvd) e di software didattici di diverso tipo. Quattro scuole su dieci (38%) tra elementari e medie, però, non offrono alcun strumento che faciliti lo studio ai propri alunni con sostegno e, a livello nazionale, per il 9% degli studenti con sostegno gli ausili utilizzati a scuola risultano poco o per nulla adeguati alle loro esigenze.

In aumento gli alunni con sostegno…

Gli alunni con sostegno che nell’anno scolastico 2017-2018 hanno frequentato le scuole elementari (primarie) e medie (secondarie di primo grado) sono 165.260, il 3,7% degli studenti iscritti complessivi. Un numero in continua crescita con un aumento, negli ultimi 10 anni, di oltre il 27%. Sebbene l’incremento si osservi per ogni tipologia di problema, la quota maggiore riguarda gli alunni con disturbo dello sviluppo che negli ultimi cinque anni sono quasi raddoppiati, passando da poco più di 22 mila a oltre 43 mila. Notevoli le differenze in termini di genere: gli studenti con sostegno sono prevalentemente maschi (68%), 213 maschi ogni 100 femmine.

…e le ore (ma non sempre bastano)

Sebbene negli ultimi cinque anni le ore di sostegno settimanali abbiano subito un incremento in entrambi gli ordini scolastici (1,7 ore in più a settimana), le esigenze degli alunni non sembrano ancora pienamente soddisfatte, tanto che il 5% delle famiglie di questi bambini e ragazzi ha presentato ricorso al Tribunale civile o al Tribunale amministrativo regionale ritenendo l’assegnazione delle ore non idonea a soddisfare le necessità dell’alunno.

Continuità, questa sconosciuta

La mancanza di continuità del rapporto tra docente di sostegno e alunno rappresenta un problema – che si ripete ormai da diversi anni, e che le famiglie di questi alunni conoscono a fondo, loro malgrado – che per nulla giova all’inclusione di questi studenti nell’ambiente scolastico. Come sottolinea l’Istat nella sua indagine, “per la realizzazione del progetto individuale è importante che ci sia una continuità del rapporto tra docente per il sostegno e alunno non solo nel corso dell’anno, ma anche per l’intero ciclo scolastico. Ciò, oltre a favorire l’instaurarsi di un rapporto di fiducia tra l’alunno e il docente, permette all’insegnante di svolgere la propria attività nell’ambito di un progetto più ampio finalizzato all’inclusione”.

Una teoria ineccepibile che, però, sembra non trovare spazio nella vita pratica di tutti i giorni. Lo scorso anno scolastico, infatti, nelle scuole elementari e medie del nostro Paese ha cambiato insegnante rispetto all’anno precedente quasi un alunno con sostegno su due (41%), mentre uno su dieci (12%) ha subito un cambio addirittura nel corso dell’anno. Dati che raccontano di quanta strada ci sia ancora da fare, e di come la “continuità del rapporto tra docente di sostegno e l’alunno”, il “rapporto di fiducia tra l’alunno e il docente” e la “realizzazione di un progetto più ampio finalizzato all’inclusione” siano, ad oggi, concetti astratti ben lontani dal concretizzarsi.