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La plastica è buona! (A patto di farne un uso intelligente)

Gio, 06/28/2018 - 02:19

Innanzitutto non ci sarebbe la tastiera su cui stiamo scrivendo e il monitor su cui (speriamo) state leggendo questo articolo.

E così via: non si potrebbero isolare i cavi elettrici, non ci sarebbe la fibra… per non parlare della scomparsa dello scolapasta. Dal più piccolo elettrodomestico, allo strumento più tecnologicamente avanzato, in tutto o quasi c’è la plastica. Vivere senza mantenendo l’attuale livello di sviluppo sarebbe veramente difficile.

Quindi? Il problema sta nello smaltimento e nel sovrautilizzo. La plastica costa poco e per questo viene utilizzata per qualsiasi cosa e soprattutto viene buttata nella spazzatura con facilità. E il danno energetico e ambientale è troppo grande per essere sopportato ancora a lungo dal nostro pianeta.

Come dichiara Daniele Ferrari, presidente di PlasticsEurope e vicepresidente di Federchimica: “La plastica è una risorsa troppo preziosa per diventare un rifiuto e i nostri mari sono un valore da proteggere”.

La soluzione migliore è non usarla. Evitare in tutti i modi di avere a che fare con la plastica non indispensabile, come per esempio le stoviglie monouso. Alle isole Tremiti è lo stesso Comune ad averle abolite già dal primo maggio di quest’anno: vietato in tutto il territorio l’uso di piatti, posate e bicchieri di plastica (che non sono neanche riciclabili, oltretutto).

Altra calamità per i mari sono le cannucce (ne abbiamo parlato anche su People For Planet) e i cotton fioc: anche questi non riciclabili perché di dimensioni troppo ridotte.

In una petizione on line Greenpeace afferma che dal 1950 solo il 9% della plastica prodotta è stata poi correttamente riciclata. E la produzione continua ad aumentare: nella sua petizione Greenpeace chiede alle grandi aziende come Coca-Cola, Nestlè e Unilever – solo per citarne alcune – di interrompere la produzione di plastica usa e getta, rinunciando agli imballaggi inutili che poi vanno a finire nel mare. (E già che parliamo di petizioni non dimentichiamo quella lanciata da People For Planet per contribuire a risolvere il problema delle microplastiche in mare!)

Si diceva che la plastica è un materiale importantissimo e però, appunto, decisamente invadente: per questo andrebbe utilizzata solo quando è veramente necessaria. E in questo senso si muovono da tempo i principali attori della catena distributiva. E’ notizia di poche settimane fa – per citare la più recente – che la catena di supermercati Iceland in Inghilterra ha dichiarato di voler eliminare dai propri negozi tutti gli imballaggi di plastica entro il 2023. Altre buone pratiche in questo senso già si trovano in molti grandi magazzini anche in Italia dove la Coop, per esempio, ha istituito da anni i distributori di detersivi alla spina.

A questo si aggiunge anche l’iniziativa di molti Comuni che hanno istallato distributori di acqua minerale, sempre alla spina. Ci si porta le bottiglie – di vetro! – da casa e si riempiono con pochi centesimi.

Continuare a gettare la plastica negli appositi contenitori per la raccolta differenzia è buona cosa, meglio ancora è cercare di utilizzarla e soprattutto gettarla il meno possibile.  E privilegiare le aziende che per i loro prodotti preferiscono imballaggi di cartone premiandole con i nostri acquisti.

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Dieta Macrobiotica: capiamola meglio

Mer, 06/27/2018 - 03:07

Negli ultimi tempi, anche per via di alcuni fatti di cronaca, si è tornati a parlare di dieta e filosofia macrobiotica. Uscendo dalle pagine della cronaca ed entrando in quelle del mangiar sano, ci siamo chiesti in cosa consista questa dieta e se sia o meno salutare.

La macrobiotica è appunto prima di tutto una filosofia: il termine significa “lunga vita“, ed è stato coniato dal giapponese Nyoiti Sakurazawa, conosciuto anche come George Oshawa, che ha portato questa teoria alla conoscenza del mondo occidentale negli anni ’50. Come spiega anche la pagina dedicata al tema del dizionario di Medicina Treccani, la macrobiotica di fatto unisce molti principi filosofici e religiosi orientali, con attenzione anche alla dieta, alla salute e al rapporto con la natura, in contrasto con le filosofie consumiste del mondo occidentale, e contro l’uso di pesticidi e agenti chimici in agricoltura. Prevede consigli di comportamento alimentare come la masticazione lenta, l’utilizzo di determinati cibi in determinate circostanze e una predilezione per le sostanze non raffinate, cereali integrali, carne e pesce in quantità moderate.

In una recente intervista a La Stampa il professor Franco Berrino, ex direttore dell’Istituto nazionale dei Tumori di Milano, ha evidenziato come i principi fondamentali della dieta macrobiotica siano simili alle indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per una alimentazione sana che prevenga l’insorgere di malattie. Ma ha specificato che “integrale” non significa “integralista”: bisogna prestare attenzione.

“La dieta macrobiotica è una dieta corretta”, conferma il dottor Giuseppe Bellotti, biologo nutrizionista che abbiamo interpellato in proposito. Ha un grande apporto di fibre, ha un limitato apporto di grassi saturi e di grassi in generale, poca carne, poco pesce. Questa filosofia e questo tipo di dieta risente della situazione della società orientale in cui si è sviluppata e della disponibilità di alcuni tipi di cibi. Come d’altronde facevano i nostri nonni, che mangiavano la carne una volta alla settimana”.

“Si tratta di una dieta fondamentalmente equilibrata, tutto sommato abbastanza simile alla dieta Mediterranea, e che va valutata nel contesto in cui è nata”, aggiunge Bellotti. “Come filosofia, così come molte altre, è nata per far accettare alcuni comportamenti che altrimenti sarebbe difficile far accettare. Diciamo una alimentazione corretta con un espediente psicologico”.

Molte persone si avvicinano alla macrobiotica per stare meglio, spesso riuscendoci, anche solo per il fatto di aver regolarizzato la propria dieta, spiega il nutrizionista: “Noi abbiamo bisogno di carboidrati, grassi e proteine nelle giuste quantità. Quando una dieta ha un apporto proporzionato di tutti i nutrienti è una dieta corretta e ci farà stare bene”.

Decidere di seguire di punto in bianco una dieta – di qualsiasi tipo –  è però sbagliato: “Le variazioni repentine sono sempre sbagliate, il corpo ha bisogno di abituarsi, e poi attenzione: bisogna ricordarsi che nessuna dieta è miracolosa o ‘fa guarire’ da qualche malattia e soprattutto non esiste una dieta uguale per tutti”. Specifica Bellotti: “Il corpo di ognuno è diverso e quindi non esiste una dieta che va bene per tutti, che fa star bene tutti allo stesso modo”.

 

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Cristianesimo a targhe alterne, dal Vangelo secondo Matteo Salvini

Mer, 06/27/2018 - 02:57

La campagna elettorale di Matteo Salvini, specie nell’ultima sua fase, si è giocata tutta sul fattore “Cristianesimo” come collante sociale in previsione di quello che giurava sarebbe stato «un governo buono».

Memorabile la manifestazione di chiusura della campagna elettorale svoltasi in Piazza Duomo lo scorso febbraio, dove ringraziò la Madonnina e proclamò, Costituzione in una mano e Vangelo nell’altra: «Mi impegno e giuro di essere fedele al mio popolo, a 60 milioni di italiani, di servirlo con onestà e coraggio, giuro di applicare davvero la Costituzione italiana, da molti ignorata, e giuro di farlo rispettando gli insegnamenti contenuti in questo sacro Vangelo. Io lo giuro, giurate insieme a me? Grazie, andiamo a governare e a riprenderci questo Paese».

La “sacra ampolla” con l’acqua del Po ai piedi di Monviso d’un colpo è stata sostituita dal rosario regalatogli da un don e fatto da una “donna che lavora in strada”. Una delle tante che lavorano in strada e a cui Salvini si appella quando gli si chiede una dichiarazione puntuale a proposito della legalizzazione della cannabis, perché loro, a differenza della cannabis gestita dal mercato criminale, «non fanno male a nessuno».

Il comizio, tutt’altro che incidentale o folkloristico, sembrava la rivisitazione di Carlo Magno che sfila il compito a Papa Leone III di incoronarlo e si incorona da sé. Era la notte di Natale del 800 d.C. e probabilmente qualcuno storse il naso come l’Arcivescovo Mario Delpini. Ci piace immaginare anche un Mario Adinolfi ante litteram a tuonare dal pulpito del suo proto-Facebook di “leggerlo, il Vangelo, prima di giurarci sopra”.

Perché il dubbio è legittimo: esattamente, quale Vangelo ha letto Salvini?

“Con noi gli ultimi saranno i primi”

Un comizio iniziato con i migliori auspici e sotto un sole addirittura in grado di scacciare le nubi del mattino. «Qualcuno in alto ci sta dando una mano» è stato il commento iniziale dell’allora candidato Salvini, oggi Ministro, che ha poi chiuso citando il verso «con noi gli ultimi saranno i primi».

Chi sono gli ultimi? I poveri, i disoccupati, gli emarginati. A nessuno piace essere povero, come a nessuno piace l’idea che il capitalismo propugna come fatalmente inevitabile, secondo la quale debba esistere una “povertà necessaria” al sistema e a danno di alcuni perché il sistema funzioni per tutti. Giustissimo, abbondiamo: sacrosanto aiutare gli ultimi.

L’abiezione è rivendicarsi cristiani a giorni alterni, come targhe di automobili

Cristiani di fronte al velo di una donna islamica o dopo un attacco terroristico, laici di fronte a chi sfugge da miseria e persecuzioni. Giustizialisti (senza la benché minima prova giudiziaria) con le ONG che praticano l’insegnamento evangelico di aiutare il prossimo, seguaci della Sacra Rota di fronte alle unioni omosessuali. Se da un canto il cristianesimo assiste al graduale svuotamento delle sue messe domenicali, dall’altro, su un piano mediatico, sta pericolosamente dando il fianco a operazioni di polarizzazione identitaria, come non succedeva da secoli. Un tempo era la Chiesa a strumentalizzare la politica, ora succede il contrario.

Ogni società si definisce per ciò che esclude

Al di là del parziale riformismo avviato da Papa Francesco, la Chiesa si sta mostrando incapace di accogliere il cambiamento del suo gregge, che nel frattempo sembra uscito da Brutti, sporchi e cattivi di Ettore Scola.

Di fronte alla modificazione dei suoi fedeli – sempre meno cristiani eppure sempre più convinti di esserlo – la Chiesa rimane rigida, formale, incapace di arginare la guerra fra poveri scoppiata dalla crisi economica degli ultimi anni e rinfocolata dai leader populisti. A livello di comunicazione pastorale e mediatica, fatta eccezione della straordinaria risonanza di Papa Francesco, e in un orizzonte sociale sempre più precario e piegato al cambiamento, la Chiesa fatica a uscire dalle sue chiusure, le sue ipertrofie, le sue burocrazie.

Ma le vie del Signore sono infinite. Attendiamo dunque pastori, non tweet, che siano capaci di spiegare al gregge che tra l’italiano disoccupato e il migrante che raccoglie ortaggi a 2 euro all’ora non c’è alcuna differenza: sono entrambi ultimi. E che agli ultimi posti, se non altro, c’è spazio per tutti.

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A Bolzano si estrae valore dai torsoli di mela

Mer, 06/27/2018 - 02:13

In Alto Adige, dove la melicoltura è una colonna portante dell’economia locale, vengono prodotte oltre 10mila tonnellate di scarti di mela all’anno. Si tratta di bucce, semi e residui di lavorazione dei frutti che vengono usati per produrre succhi di frutta e purea distribuiti poi in Italia e all’estero. Uno scarto che per le imprese è un costo, visto che solo poche aziende lo riutilizzano in impianti a biomasse, mentre la maggior parte lo smaltisce come rifiuto o lo utilizza come concime o ammendante.

CONTINUA A LEGGERE SU AGRONOTIZIE

 

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Cosa succede alla plastica avviata al riciclo?

Mar, 06/26/2018 - 04:28

Qui viene divisa, triturata e trasformata in nuova plastica. Ecco perché è importante riciclare la plastica!

Clicca qui per vedere l’infografica più grande

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Ma quindi non ti sballa?!?

Mar, 06/26/2018 - 02:30
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Qui l’indice di tutta l’inchiesta di People for Planet sul tema canapa light e canapa terapeutica

Cannabis “legale” e “terapeutica”: facciamo chiarezza

Cannabis light “bocciata” dal Consiglio superiore di sanità

Ma questa è marijuana?!? Sì ma senza THC! (VIDEO)

Cannabis per uso terapeutico: realtà dal 2006. Ma serve la prescrizione medica

Tetraidrocannabinolo e cannabidiolo: come agiscono

Lo giuro, non è una canna vera! (VIDEO)

Canapa light, ecco come è nato il fenomeno dell’erba che non “sballa”

Canapa legale: cosa dice la circolare del Ministero sulla cannabis

Le proprietà nutritive della canapa (VIDEO)

Le stupefacenti proprietà nutritive della canapa nell’alimentazione quotidiana

 

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Festival di Yulin, il massacro di animali in un mondo civile

Mar, 06/26/2018 - 02:11

Con il solstizio d’estate, il 21 giugno, ha avuto inizio il Festival di Yulin conosciuto anche come Dog Meat Festival, ovvero il festival della carne di cane.

Si svolge a Yulin, città sita nella Regione Autonoma di Guangxi Zhuang, in Cina, che arriva a sfiorare poco più di 5.000.000 di abitanti e dove, ogni anno, con l’arrivo dell’estate, per dieci giorni consecutivi vengono barbaramente uccisi, secondo le associazioni animaliste, intorno ai 10mila cani e gatti.

In Cina mangiare carne di cane è una tradizione consolidata da secoli e socialmente accettata, la sua commercializzazione è soggetta a regole e norme sanitarie per la tutela sia del consumatore che dell’animale. Nonostante questo, il Festival di Yulin riesce ad indignare gli stessi cinesi, oltre ad avere un forte impatto a livello internazionale: annualmente attivisti per i diritti degli animali provenienti da tutto il mondo si battono per mettervi fine, tanto che lo scorso anno sono stati liberati più di mille cani.

In diversi Paesi del mondo il cane è considerato al pari di una mucca e quindi, a differenza delle abitudini che si sono sviluppate negli anni in occidente, non è considerato animale da compagnia. Indignarsi quindi per il consumo di cane sarebbe ipocrita se pensiamo a tutte le sagre a base di carne che annualmente sono promosse nella sola Italia. Ma la forte indignazione nasce dalla barbarie cui sono sottoposti questi animali nel corso del festival.

Considerati carne proteica e fonte di salute, le vittime destinate ad essere sacrificate vengono catturate per le strade o addirittura rapite dalle proprie abitazioni, segregate in gabbie e cucinate talvolta anche vive per procurare loro scariche di adrenalina che, secondo la tradizione, servirebbero a potenziare l’energia sessuale di chi le consuma. Inoltre gli animali vengono macellati senza aver subito un controllo sanitario, problematica che, secondo il Ministero della Sanità cinese, porterebbe ogni anno tra le duemila e le tremila persone alla morte per aver contratto la rabbia.

Da quando il Festival di Yulin si è guadagnato fama internazionale, molte associazioni animaliste hanno lanciato appelli e raccolte firme per cercare di mettere fine a questa non tradizione. Infatti, come sostenuto dalla Humane Society International, che si batte contro questo orrore, in realtà quella di Yulin non è una tradizione, ma una fiera inventata per fini commerciali nel 2010.

E mentre le associazioni animaliste internazionali e locali s’impegnano facendo pressione sul governo cinese affinché ci sia almeno una regolamentazione di questa mattanza, c’è anche chi concretamente scende in campo al fianco della popolazione locale contraria, come l’italiano Davide Acito, fondatore dell’associazione Action project animal, che ha dato luce, grazie alla collaborazione con la stilista Elisabetta Franchi, al progetto Island dog village E.F., ossia un rifugio nel nord della Cina per i cani tratti in salvo. 

Ci sono anche buone notizie…

Dopo Taiwan, anche in Sud Corea un tribunale locale ha dichiarato illegale l’uccisione dei cani a uso alimentare, sentenza che potrebbe rappresentare una svolta per mettere fuori legge la carne canina, da lungo tempo parte integrante della dieta sudcoreana con circa un milione di cani mangiati annualmente. Stando ai dati, il consumo di questa pietanza è calato in modo significativo da quando i sudcoreani hanno sempre più cominciato a ritenere il cane un animale da compagnia. Tra le generazioni più giovani, infatti, il consumo della carne di cane è considerato un tabù.

Fonti

www.lastampa.it
Action Project Animal
Humane Society International

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Questo non è un gioco!

Lun, 06/25/2018 - 05:19

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Nella Prima parte della nostra indagine sul fenomeno della ludopatia abbiamo raccontato della diffusione del gioco d’azzardo in Italia. Non vi è alcun dubbio, le cifre parlano chiaro… urge uno STOP!

La pubblicità è l’anima della ludopatia

Nei primi 9 nove mesi del 2017 la spesa negli investimenti pubblicitari nei giochi è stata di 45,9  milioni (+ 1,8% contro i 45,1 milioni di euro dello stesso periodo 2016). Secondo uno studio Agimeg, su dati elaborati dalla Nielsen l’85, il 7% degli investimenti è stato destinato alla televisione, che ha segnato un +3,8% con 39,4 milioni. La radio, con investimenti per oltre 2 milioni (rispetto ai 204 mila euro del 2016) registra un +900%. In diminuzione la pubblicità sui giornali (1,5 milioni contro 2,9 milioni) e periodici (358 mila euro contro 511mila); Internet vede un calo di oltre il 32% degli investimenti, da 3,1 milioni del 2016 a 2,1 milioni del 2017.

Per pubblicizzare il gioco online, dei 12 milioni impiegati nei primi 9 mesi del 2017, il 96% è stato speso in televisione. La quota per promuovere il poker online ha sfiorato i 2,2 milioni di euro (+4%).

Secondo dati Nielsen, categoria comprendente Scommesse, Lotto, Superenalotto e Totocalcio, le aziende che hanno più investito in pubblicità nei giochi nel periodo gennaio-settembre 2017 sono Sisal, a seguire Bet365, William Hill, Lottomatica e Bwin. Nel gioco online, invece, Pokerstars seguita da Betsson, 888, William Hill e Tombola.

La legge di Stabilità 2016 – l. n.208 del 2015 – vieta la pubblicità dei giochi con vincita in denaro nelle trasmissioni radiofoniche e televisive “generaliste” – dalle ore 7 alle ore 22 – e in quelle indirizzate in prevalenza a un pubblico di minori.

E allora come mai la parte più grande degli investimenti pubblicitari nel gioco si concentra sulla televisione? Perché sono esclusi dal divieto i media specializzati come le tv a pagamento, le radio, le tv locali e i canali tematici sulle piattaforme a pagamento.

I canali generalisti sono gruppo minoritario. Per esempio: il divieto di pubblicità nella fascia oraria stabilita è valido per Rai1, Rai2 e Rai3, ma non per Rai4, RaiMovie, RaiPremium, RaiSport, etc, perché individuati dalla legge come canali semi-generalisti o tematici.

Gioco lecito non vuole dire innocuo

Secondo i dati di un’indagine dell’Istituto Superiore di Sanità le strutture che prevedono attività cliniche specifiche per il gioco di azzardo sono 184 su 612 SerT/SerD (Servizi per Tossicodipendenze / Dipendenze) e 95 su 769 centri del privato sociale: nel periodo d’indagine gennaio 2014 – agosto 2015 hanno preso in carico poco meno di 24mila persone per DGA (Dipendenza da Gioco d’Azzardo).

Probabilmente la punta dell’iceberg: il Dipartimento delle Politiche Antidroga stima un numero di giocatori patologici da un minimo di 300mila a un massimo di 1.300.000.

Attenti al gioco!” è il nome del progetto Codacons, in cooperazione con S.I.I.PA.C. (Società Italiana di Intervento sulle Patologie Compulsive) e co-finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, per contrastare e prevenire il Gioco d’azzardo Patologico: oggi sul nostro territorio ci sono 20 sportelli informativi e on-line è scaricabile una app, con tanto di test “Scopri se sei ludopatico”, concepita per sensibilizzare e identificare i problemi legati al gioco d’azzardo patologico, oltre che base per iniziare percorsi riabilitativi (mappa e maggiori informazioni sul sito www.attentialgioco.it).

C’è chi dice no

Molti Enti locali (regioni, province, comuni) hanno intrapreso iniziative per arginare il fenomeno della ludopatia. E’ notizia di poche settimana fa che il Tar del Friuli Venezia Giulia ha confermato la legge regionale che istituisce una distanza obbligatoria di almeno 500 metri da scuole, chiese e bancomat – intesi come luoghi sensibili – per l’installazione dei giochi.

Altri Comuni hanno imposto l’affissione di cartelli che ricordano i rischi del gioco d’azzardo e negano l’autorizzazione all’installazione di slot nei nuovi esercizi commerciali.

Molte volte sono gli stessi proprietari di bar a decidere di rinunciare al guadagno derivante dalle macchinette “mangiasoldi” e non è una scelta da poco visto che si tratta spesso di cifre che vanno dai 1000 ai 1500 euro al mese.

Esiste un vero e proprio movimento NO SLOT (www.noslot.org) “Per contrastare il gioco d’azzardo di massa, per informare su leggi e normative, per promuovere la cultura del buon gioco”. Il sito è promosso da Vita.it

Il programma del nuovo Governo

Come si diceva in apertura della nostra inchiesta, nel programma di governo Lega-M5S è previsto il contrasto all’azzardo: basta macchinette, divieto assoluto di pubblicità, tutela di sicurezza, dignità e salute prima di ogni cosa. Per la prima volta la questione entra in un’agenda di governo. E per noi – che di questo tema abbiamo cominciato ad occuparci ben prima dell’insediamento del nuovo esecutivo – non può che essere un’ottima notizia!

Anche su questo punto attendiamo che le promesse siano mantenute… Vedremo!

Intanto People for Planet chiede a gran voce che almeno la pubblicità ai casino on line e al gioco d’azzardo, così come avviene per le sigarette, sia vietata in modo assoluto da tutti i mezzi di comunicazione. Da subito.

Leggi anche la Prima parte dell’inchiesta: A che gioco stiamo giocando?

Ricerca e fonti a cura di Alessandra Colaiacovo 

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Questo non è un gioco!

Lun, 06/25/2018 - 02:33
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Nella Prima parte della nostra indagine sul fenomeno della ludopatia abbiamo raccontato della diffusione del gioco d’azzardo in Italia. Non vi è alcun dubbio, le cifre parlano chiaro… urge uno STOP!

La pubblicità è l’anima della ludopatia

Nei primi 9 nove mesi del 2017 la spesa negli investimenti pubblicitari nei giochi è stata di 45,9  milioni (+ 1,8% contro i 45,1 milioni di euro dello stesso periodo 2016). Secondo uno studio Agimeg, su dati elaborati dalla Nielsen l’85, il 7% degli investimenti è stato destinato alla televisione, che ha segnato un +3,8% con 39,4 milioni. La radio, con investimenti per oltre 2 milioni (rispetto ai 204 mila euro del 2016) registra un +900%. In diminuzione la pubblicità sui giornali (1,5 milioni contro 2,9 milioni) e periodici (358 mila euro contro 511mila); Internet vede un calo di oltre il 32% degli investimenti, da 3,1 milioni del 2016 a 2,1 milioni del 2017.

Per pubblicizzare il gioco online, dei 12 milioni impiegati nei primi 9 mesi del 2017, il 96% è stato speso in televisione. La quota per promuovere il poker online ha sfiorato i 2,2 milioni di euro (+4%).

Secondo dati Nielsen, categoria comprendente Scommesse, Lotto, Superenalotto e Totocalcio, le aziende che hanno più investito in pubblicità nei giochi nel periodo gennaio-settembre 2017 sono Sisal, a seguire Bet365, William Hill, Lottomatica e Bwin. Nel gioco online, invece, Pokerstars seguita da Betsson, 888, William Hill e Tombola.

La legge di Stabilità 2016 – l. n.208 del 2015 – vieta la pubblicità dei giochi con vincita in denaro nelle trasmissioni radiofoniche e televisive “generaliste” – dalle ore 7 alle ore 22 – e in quelle indirizzate in prevalenza a un pubblico di minori.

E allora come mai la parte più grande degli investimenti pubblicitari nel gioco si concentra sulla televisione? Perché sono esclusi dal divieto i media specializzati come le tv a pagamento, le radio, le tv locali e i canali tematici sulle piattaforme a pagamento.

I canali generalisti sono gruppo minoritario. Per esempio: il divieto di pubblicità nella fascia oraria stabilita è valido per Rai1, Rai2 e Rai3, ma non per Rai4, RaiMovie, RaiPremium, RaiSport, etc, perché individuati dalla legge come canali semi-generalisti o tematici.

Gioco lecito non vuole dire innocuo

Secondo i dati di un’indagine dell’Istituto Superiore di Sanità le strutture che prevedono attività cliniche specifiche per il gioco di azzardo sono 184 su 612 SerT/SerD (Servizi per Tossicodipendenze / Dipendenze) e 95 su 769 centri del privato sociale: nel periodo d’indagine gennaio 2014 – agosto 2015 hanno preso in carico poco meno di 24mila persone per DGA (Dipendenza da Gioco d’Azzardo).

Probabilmente la punta dell’iceberg: il Dipartimento delle Politiche Antidroga stima un numero di giocatori patologici da un minimo di 300mila a un massimo di 1.300.000.

Attenti al gioco!” è il nome del progetto Codacons, in cooperazione con S.I.I.PA.C. (Società Italiana di Intervento sulle Patologie Compulsive) e co-finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, per contrastare e prevenire il Gioco d’azzardo Patologico: oggi sul nostro territorio ci sono 20 sportelli informativi e on-line è scaricabile una app, con tanto di test “Scopri se sei ludopatico”, concepita per sensibilizzare e identificare i problemi legati al gioco d’azzardo patologico, oltre che base per iniziare percorsi riabilitativi (mappa e maggiori informazioni sul sito www.attentialgioco.it).

C’è chi dice no

Molti Enti locali (regioni, province, comuni) hanno intrapreso iniziative per arginare il fenomeno della ludopatia. E’ notizia di poche settimana fa che il Tar del Friuli Venezia Giulia ha confermato la legge regionale che istituisce una distanza obbligatoria di almeno 500 metri da scuole, chiese e bancomat – intesi come luoghi sensibili – per l’installazione dei giochi.

Altri Comuni hanno imposto l’affissione di cartelli che ricordano i rischi del gioco d’azzardo e negano l’autorizzazione all’installazione di slot nei nuovi esercizi commerciali.

Molte volte sono gli stessi proprietari di bar a decidere di rinunciare al guadagno derivante dalle macchinette “mangiasoldi” e non è una scelta da poco visto che si tratta spesso di cifre che vanno dai 1000 ai 1500 euro al mese.

Esiste un vero e proprio movimento NO SLOT (www.noslot.org) “Per contrastare il gioco d’azzardo di massa, per informare su leggi e normative, per promuovere la cultura del buon gioco”. Il sito è promosso da Vita.it

Il programma del nuovo Governo

Come si diceva in apertura della nostra inchiesta, nel programma di governo Lega-M5S è previsto il contrasto all’azzardo: basta macchinette, divieto assoluto di pubblicità, tutela di sicurezza, dignità e salute prima di ogni cosa. Per la prima volta la questione entra in un’agenda di governo. E per noi – che di questo tema abbiamo cominciato ad occuparci ben prima dell’insediamento del nuovo esecutivo – non può che essere un’ottima notizia!

Anche su questo punto attendiamo che le promesse siano mantenute… Vedremo!

Intanto People for Planet chiede a gran voce che almeno la pubblicità ai casino on line e al gioco d’azzardo, così come avviene per le sigarette, sia vietata in modo assoluto da tutti i mezzi di comunicazione. Da subito.

Leggi anche la Prima parte dell’inchiesta: A che gioco stiamo giocando?

Ricerca e fonti a cura di Alessandra Colaiacovo 

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5 modi per salvaguardare i nostri mari

Lun, 06/25/2018 - 02:09

Circa il 70% dell’aria che respiriamo è prodotta da piante marine e il 97% delle riserve di acqua sono negli oceani.
Eppure, ben consapevoli di queste informazioni, non ci curiamo affatto della salute dei nostri mari. Anzi, continuiamo a pescare in modo indiscriminato distruggendo i delicati equilibri marini, disperdiamo nell’ambiente rifiuti in plastica mortali per tutte le specie che abitano nel mare e siamo la ragione principale dell’inquinamento che porta al riscaldamento globale. Il nostro impatto sulla salute dei mari è tale che si stima che nel 2050 vi troveremo più plastica che pesci.  In attesa di decisioni su ampia scala che dipendono dai governi dei vari Paesi impegnati sul fronte climatico, anche noi possiamo fare la differenza nella salvaguardia di questo bene preziosissimo per la vita, in (almeno) 5 modi diversi.

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La customer satisfaction non è solo uno spot

Lun, 06/25/2018 - 02:08

Arrivano spot pubblicitari che sembrano scritti da Maurizio Crozza: sono talmente parossistici che fanno sorridere.
Ne ho sentito uno ultimamente prodotto da una grande banca che recita più o meno così: «Noi vi parliamo in maniera semplice!». Semplice? Io aggiungerei «fin troppo semplice, quasi non parlate».
Forse è il caso che lo faceste in maniera più completa, dicendo tutto ai clienti, non solo ciò che vi interessa e soprattutto cercando di dare informazioni non fuorvianti.
Tutta questa premessa semplicemente per dire che in Italia non si fa customer satisfaction nelle banche: è solo forma, la pubblicità è solo un costo da ‘scaricare’ fiscalmente. Perché la customer satisfaction si fa con i fatti.

La soddisfazione del cliente deve essere intesa come offerta coordinata di comunicazione, prodotti, comportamenti e servizi ‘coerenti’ tra loro ma soprattutto intonati alle necessità del consumatore bancario.
Perché è evidente che un cliente soddisfatto riacquista il prodotto, diventa un alleato della banca e incide sul conto economico della stessa molto più di quanto non facciano derivati e polizze assicurative che, venduti secondo la logica del tanto e subito, allontanano definitivamente il consumatore dal rapporto di fiducia che si dovrebbe instaurare con il commerciante così come avviene al supermercato.
Nel corso del mio ultimo viaggio in Usa, ho visitato una banca che negli ultimi otto anni anni, quindi in piena crisi e mentre in Italia fanno esattamente il contrario, ha raddoppiato numero di sportelli e masse intermediate!
Aldilà della organizzazione di eventi attraenti come corsi di yoga e mostre permanenti di pittura, ho visto tre cose semplici.
In primis, un benvenuto efficace da parte del personale di sportello. Un sorriso e una domanda facile e diretta: «Di cosa ha bisogno?». Provate a entrare in una banca italiana e osservate gli sguardi degli operatori di sportello sempre cupi (tranne rare eccezioni), incazzati, spesso con gli occhi abbassati sulla scrivania. A stento bofonchiano un rumore che assomiglia a un «buongiorno».
Secondo: un ‘ indirizzamento’ verbale altrettanto efficace (che prescinde dalla cartellonistica): «Gentile cliente, per aprire un conto corrente deve andare dal collega seduto dietro quella scrivania».
Stessa verifica nelle banche italiane comprova un totale disinteressamento da parte del personale della esatta esigenza del cliente: pur di liberarsi di una incombenza che potrebbe coinvolgerlo, il bancario italiano fa girovagare, spesso a vuoto, l’ignaro cliente tra le varie scrivanie.
Ma soprattutto questo poveretto trova la porta dell’ufficio del direttore sempre chiusa.
Il direttore. Colui che dovrebbe garantire con l’esempio il rispetto dei principi basici di customer satisfaction, il totem che non si può abbattere, sempre più orientato a mostrare la stellina sulla giacca che ne amplifica la presunzione (da presuntuoso) che deriva dallo status: tutto ciò allunga le distanze dal cliente, accentua la consapevolezza del disservizio.
Ebbene in questa banca Usa ho trovato una novità assoluta e incredibilmente efficace: in ogni agenzia/filiale esiste all’ ingresso un apparecchio telefonico che permette a chiunque ne avesse bisogno di mettersi direttamente in contatto con il presidente dell’istituto. Avete capito bene. Non il capoarea, capo distretto, capo territorio, capo agenzia, capo filiale (e quanti più capi ci sono, più è difficile individuare le responsabilità del disservizio): semplicemente il presidente della banca che risponde a qualsiasi reclamo o segnalazione di inefficienza, un deterrente efficacissimo per i ‘non allineati’.
Terzo e ultimo, un ‘riconoscimento ‘ che gratifica sempre il consumatore. Entrare in banca ed essere, se tutto va bene, un semplice codice anagrafico non motiva il cliente a sentirsi parte di quel negozio, a sentirlo suo.
Sempre in questa banca Usa quando entra un cliente striscia la carta bancomat su un display che gli apre le porte. In tal modo si produce un flusso informativo basato su un efficace Crm (customer relationship management) che viene inviato all’operatore di sportello libero. Questi lo accoglie già sapendo chi è, cosa fa e semmai se oggi è anche il compleanno del figlio.
Quando il cliente si avvicina e si sente dire «Buongiorno Signor X, tutto bene? Oggi faccia gli auguri a suo figlio per il compleanno», non ha bisogno di altro per capire che lui in quella banca non è solo un numero di conto corrente.
Tre semplici mosse per farci capire che qui c’è ancora tanto da lavorare.

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Insieme senza muri

Dom, 06/24/2018 - 20:00

Una tavolata-record al Parco Sempione, con 10 mila commensali, lunga quasi 3 km, con cibi da tutto il mondo: ognuno portava qualcosa da condividere con gli altri. Cibo come simbolo di cultura, di scambio, di convivialità. Prima e dopo una festa, spettacoli, musica, dj set e interventi delle tante associazioni che hanno aderito al mese di eventi promosso dall’assessorato alle politiche sociali del Comune di Milano.

Il mega pranzo di oggi andava a chiudere un mese di eventi per promuovere quella che è la Ricetta di Milano per l’inclusione: un percorso complesso ma che in questa città ha spesso portato esiti positivi. “Milano le paure le gestisce, non le butta addosso agli altri” – ha detto il sindaco Giuseppe Sala dal palco – “Milano non ha paura della diversità, ma ci costruisce sopra il futuro, lo facciamo da 26 secoli: questa magnifica città è arrivata dove è arrivata integrando e mettendo assieme le qualità di tutti noi. Quindi affrontiamo le nostre paure e amiamo la diversità. Noi ovviamente siamo qui per dire dei no, ma in sé questi non bastano, serve costruire e avere una proposta. Non saremo mai accondiscendenti verso un atteggiamento che sta dilagando da Trump all’Europa. Non possiamo accontentarci di sentirci diversi, questo è il momento di allontanare da noi il senso di superiorità morale. Dobbiamo tirare fuori le nostre idee, che ognuno faccia la sua parte”.

“Milano è una città che, ricordiamoci, ha il 20% di immigrati, voglio dimostrare nei fatti qual è il valore dell’integrazione” – ha aggiunto il sindaco. Nel mese trascorso, i vari municipi milanesi hanno ospitato incontri, feste, proiezioni di film a tema, organizzati dalle tante associazioni che hanno aderito, dai circoli culturali, dalle comunità delle tante etnie che ospita questa città.

Non sappiamo se la ricetta di Milano sia quella giusta perché è una ricetta che si sta ancora scrivendo. Immigrazione è sinonimo di complessità. E quello che non si può negare è che Milano sia una città che ha sempre gestito la complessità, una città difficilmente inquadrabile, in cui gli stessi abitanti dicono che si vive bene e si vive male allo stesso tempo. Una città che ha ancora tanti problemi, soprattutto nelle periferie, ma che in questi anni è cresciuta globalmente perché i sindaci che si sono avvicendati hanno costruito sulle basi lasciate dalle giunte precedenti, anche se di colori diversi.

La ricetta milanese allora pare essere questa: cominciare dal concetto che al giorno d’oggi non ci si può permettere di semplificare e si cresce solo se si collabora per comprendere e gestire la complessità, senza urlarsi addosso.

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Insieme senza muri

Dom, 06/24/2018 - 07:36

 

Una tavolata-record al Parco Sempione, con 10 mila commensali, lunga quasi 3 km, con cibi da tutto il mondo: ognuno portava qualcosa da condividere con gli altri. Cibo come simbolo di cultura, di scambio, di convivialità. Prima e dopo una festa, spettacoli, musica, dj set e interventi delle tante associazioni che hanno aderito al mese di eventi promosso dall’assessorato alle politiche sociali del Comune di Milano.

Il mega pranzo di oggi andava a chiudere un mese di eventi per promuovere quella che è la Ricetta di Milano per l’inclusione: un percorso complesso ma che in questa città ha spesso portato esiti positivi. “Milano le paure le gestisce, non le butta addosso agli altri” – ha detto il sindaco Giuseppe Sala dal palco – “Milano non ha paura della diversità, ma ci costruisce sopra il futuro, lo facciamo da 26 secoli: questa magnifica città è arrivata dove è arrivata integrando e mettendo assieme le qualità di tutti noi. Quindi affrontiamo le nostre paure e amiamo la diversità. Noi ovviamente siamo qui per dire dei no, ma in sé questi non bastano, serve costruire e avere una proposta. Non saremo mai accondiscendenti verso un atteggiamento che sta dilagando da Trump all’Europa. Non possiamo accontentarci di sentirci diversi, questo è il momento di allontanare da noi il senso di superiorità morale. Dobbiamo tirare fuori le nostre idee, che ognuno faccia la sua parte”.

“Milano è una città che, ricordiamoci, ha il 20% di immigrati, voglio dimostrare nei fatti qual è il valore dell’integrazione” – ha aggiunto il sindaco. Nel mese trascorso, i vari municipi milanesi hanno ospitato incontri, feste, proiezioni di film a tema, organizzati dalle tante associazioni che hanno aderito, dai circoli culturali, dalle comunità delle tante etnie che ospita questa città.

Non sappiamo se la ricetta di Milano sia quella giusta perché è una ricetta che si sta ancora scrivendo. Immigrazione è sinonimo di complessità. E quello che non si può negare è che Milano sia una città che ha sempre gestito la complessità, una città difficilmente inquadrabile, in cui gli stessi abitanti dicono che si vive bene e si vive male allo stesso tempo. Una città che ha ancora tanti problemi, soprattutto nelle periferie, ma che in questi anni è cresciuta globalmente perché i sindaci che si sono avvicendati hanno costruito sulle basi lasciate dalle giunte precedenti, anche se di colori diversi.

La ricetta milanese allora pare essere questa: cominciare dal concetto che al giorno d’oggi non ci si può permettere di semplificare e si cresce solo se si collabora per comprendere e gestire la complessità, senza urlarsi addosso.

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Dalle donne Algonquin la canzone dell’acqua

Dom, 06/24/2018 - 04:01

 

La canzone dell’acqua delle donne indiene Algonquin è stata scritta da Irene Wawatie Jerome per il raduno Grandfather William Commanda’s 2002 Circle of All Nations. Questa “water song” esprime gratitudine per l’acqua e fa crescere la consapevolezza e la connessione delle donne con questo grande dono di Madre Natura. La canzone è semplice da imparare «e la nostra speranza – dicone le donne Algonquin – è che milioni di donne la cantino, crescendo nella loro consapevolzza e connessione con l’acqua».
La canzone è stata registrata con il permesso delle famiglie Wawatie e Commanda e del Circle of All Nations Foundation and the Elders in Canada.

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L’auto solare tutta italiana che attraverserà il deserto americano

Dom, 06/24/2018 - 02:40

“Emilia 4” è il nome dell’auto solare a quattro posti tutta made in Italy che sarà molto probabilmente l’unico veicolo europeo a partecipare all’American Solar Challenge 2018 in programma a luglio nel Nebraska, dove dovrà affrontare un percorso di circa 3.460 Km , divisi in varie tappe, fra Nebraska e Oregon, a una velocità media di 60 Km orari.

Quattro posti, 6 mq in pianta, meno di 300 kg di peso, 120 km/h di velocità massima e 200 km di autonomia grazie ai raggi del sole.
Il progetto intende dimostrare come il sole possa rappresentare una valida alternativa ai combustibili tradizionali. È convinzione infatti, sia dei progettisti che realizzatori di Emilia 4, che adottando opportuni accorgimenti progettuali e costruttivi, è possibile trasformare il solare nella più importante fonte di energia per la mobilità urbana ed extraurbana, in grado di contrastare l’inquinamento urbano ed il riscaldamento globale.

La vettura è stata realizzata dal Team Onda Solare in meno di due anni, un progetto strategico dell’università di Bologna, che coinvolge enti pubblici, professionisti e imprese, ma soprattutto, come essi stessi si definiscono, un gruppo affiatato, entusiasta ed eterogeneo, composto da tecnici e professionisti attivi nel settore della mobilità alternativa e dell’energia pulita, ingegneri, studenti e docenti di istituti d’eccellenza, superiori ed universitari, tutti uniti da una passione comune: realizzare veicoli da competizione ad energia solare e portarli a misurarsi e a gareggiare in giro per il mondo nelle varie competizioni specifiche per questo tipo di veicoli “solari”.
Onda solare ormai ha un’esperienza più che decennale nel settore e rispetto ai modelli precedenti- (Emilia 3, presentata nel 2013-la nuova vettura ha un design nuovo, impiega materiali quali resine/fibre “green” o ibridate e ha inserito freni al carbonio. Il risultato è stato ottenuto anche grazie a sponsor quali Enel Green Power, Avio, l’Alma Mater Studiorum Università di Bologna e il fondo UE per lo sviluppo regionale della Regione Emilia-Romagna.

Onda Solare è stata l’unico team italiano a prendere parte in Australia al World Solar Challenge 2013, ad Abu Dhabi nel 2015, alla Carrera Solar Atacama in Cile nel 2016 (seconda classificata) all’Albi Echo Race nel 2017 in Francia, dove ha conquistato il primo posto.

Il progetto si è sviluppato in quattro fasi principali:
– si parte da un design nuovo ed accattivante (anche frutto di una gara internazionale di idee) e si continua con la creazione dei modelli CAD 3D (software per la progettazione tridimensionale) di insieme, l’esecuzione dei tanti dettagli funzionali per ciascun componente, le verifiche strutturali e di fluidodinamica;
– si passa poi alla prototipazione dei modelli in scala, utilizzando tecniche e materiali più e meno tradizionali, alle prove in galleria del vento, all’ottimizzazione multi-obiettivo delle geometrie anche attraverso lo sviluppo di appositi codici open source;
– si arriva infine alla costruzione del veicolo grazie a tecniche innovative: impiego di resine/fibre “green” o ibridate, di grandi stampi polimateriali fresati in CNC (Computer Numerical Control), di soluzioni di hybrid manufacturing (la lavorazione ibrida ha molteplici vantaggi, tra cui una notevole riduzione del tempo di lavorazione totale, la diminuzione del materiale di scarto e la riduzione del tempo dedicato alla preparazione del materiale, ad esempio per le operazioni di forgiatura e fusione).

Emilia 4 è quindi pronta per sfidare le vetture concorrenti realizzate da atenei prestigiosi di Giappone, Germania e Stati Uniti, che godono di budget milionari grazie alla sponsorizzazione di multinazionali quali Panasonic, Yamaha e Ford e questo è già un merito.

Ma soprattutto questa auto ha il proposito di essere la prima italiana a energia solare che auspica di essere omologata per circolare su strada, e questa è  la sfida più importante.

Fonti:

http://www.repubblica.it/motori/sezioni/attualita/2018/06/14/news/emilia_4_l_auto_solare_tutta_italiana-198920349/

https://www.tomshw.it/emilia-4-auto-solare-italiana-consuma-come-phon-95007

http://ondasolare.com/lassociazione

Fonti immagini: infomotori.com e millionaire.it

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Choose Water, la bottiglia biodegradabile in venti giorni

Sab, 06/23/2018 - 04:57

Oggi vi presentiamo Choose Water’s Plastic-less Bottle una campagna crowdfunding su Indiegogo che sta riscuotendo grande successo e ha già raggiunto e superato l’obiettivo prefissato di  25mila sterline (all’incirca 28 mila €), iniziata da James Longcroft l’inventore britannico della bottiglia d’acqua monouso senza plastica che può decomporsi entro tre settimane.

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Le 6 diete più assurde (e pericolose)

Sab, 06/23/2018 - 04:54

Molte delle diete pubblicizzate su Internet non solo sono assurde e deliranti ma addirittura pericolose per la salute di chi le attua.

L’unico vantaggio è quello economico per chi le propone, che si tratti di libri, tisane, preparati, ecc.

Certo è che a farsi un giro nel Web si scopre che il mondo delle diete è ampio e variegato e se alcune sono decisamente pericolose e disequilibrate, altre sono solo sconcertanti,  altre ancora divertenti perché magari, perché no, funzionano…

Vediamone alcune:

1 – La dieta visiva
Prima di sedersi a tavola bisogna indossare occhiali dalle lenti azzurre. Il colore azzurro smorza il giallo e il rosso degli alimenti rendendoli così meno appetitosi e quindi inducendo la persona a mangiare di meno. Innocua.

2 – Senza olfatto
Prima di iniziare a mangiare ci si tappa il naso per non sentire l’odore del cibo. Anche in questo caso si inibisce un po’ il gusto e si smette di mangiare appena sazi. Se ci pensate è quello che ci accade quando siamo raffreddati: il cibo non ha sapore e quindi è meno appetibile. Innocua.

E fin qui tutto bene, in fondo mettersi occhiali colorati o tapparsi il naso non procura un gran danno se non alla nostra immagine quando andiamo al ristorante, e in fondo perdere peso val bene una figuraccia.

Più andiamo avanti nella ricerca, però, e più incontriamo soluzioni che sono anche pericolose come ad esempio:

3 – La dieta del batuffolo di cotone
Prevede di mangiare cinque batuffoli di cotone (o di carta di giornale) precedentemente immersi in un succo o in un frullato. L’idea è che il cotone riempie lo stomaco e passa la sensazione di fame e quindi si dimagrisce. Può anche darsi… ma qualcuno dovrebbe spiegare a chi la propone che né il cotone, né la carta da giornale sono commestibili e anche senza essere specialisti della materia si può immaginare che alla lunga, e forse anche alla corta, una dieta di questo genere provochi danni allo stomaco o all’intestino.

4 – La dieta del gelato
Prevede di mangiare 3 kg di gelato al giorno. Preferibilmente da farsi in estate, ché in inverno si rischia l’assideramento interno. Che sia una dieta completamente sconclusionata da punto di vista nutrizionale appare evidente.

Altre diete del genere prevedono per esempio l’ingestione di un chilo di ghiaccio al giorno, o l’assunzione di soli liquidi: frullati proteici, estratti o anche sola acqua.

Questi “regimi alimentari”, chiamati anche “detox”, sono di solito estremamente efficaci nel breve periodo, fanno dimagrire molto in pochi giorni con una controindicazione non da poco: nello stesso breve periodo i chili persi si riprendono e di solito anche con qualche interesse.

Poi ci sono le pratiche alimentari decisamente pericolose, in particolare:

5 – La dieta della Tenia
La leggenda racconta che questa “pratica” sia stata la responsabile del forte dimagramento in pochissimi mesi di Maria Callas. Pare che la cantante lirica abbia ingerito una Tenia (il verme solitario) da una coppa di champagne. Il parassita si attaccò così alle pareti intestinali “mangiando” tutto quello che arrivava, impedendone l’assorbimento da parte dell’organismo.

E’ estremamente pericoloso ingerire un parassita come la Tenia. Nausea, stanchezza, diarrea o costipazione sono alcuni degli effetti di questa strana ospitalità, e ancora peggio: se le larve arrivano al cervello i danni possono essere davvero gravi, basti pensare che la neurocisticercosi – l’infezione causata dalla Tenia – è responsabile del 30% dei casi di epilessia in Asia e Africa (http://www.who.int/en/news-room/fact-sheets/detail/taeniasis-cysticercosis)

In conclusione, se le altre non funzionano potete provare:

6 – La dieta della preghiera
Cioè, bisogna pregare ogni giorno che si perda peso. E non mangiare mentre si prega, ovviamente.

 

 

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Piccolo spazio di relax quotidiano

Sab, 06/23/2018 - 02:54

Un drone filma un paio di balene grigie in migrazione mentre si corteggiano e vengono affiancate da un gruppo giocoso di pacifici delfini dai lati bianchi. I delfini saltano e “surfano” davanti ai due animali da 30 tonnellate. Nel frattempo, le balene, apparentemente divertite dall’attenzione dei delfini, girano e nuotano il “dorso”. Se si pensa che quasi 1.000 delfini e balene muoiono ogni giorno, in tutto il mondo, per mano dell’uomo, è plausibile pensabile che questo è uno spettacolo imperdibile.

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I porti chiudono ma sempre più italiani aprono le loro case

Sab, 06/23/2018 - 02:24

È un’altra Italia quella raccontata dai dati di Refugees Welcome. L’associazione che promuove l’accoglienza in famiglia dei rifugiati negli ultimi otto giorni ha registrato un aumento di oltre l’80% nelle iscrizioni alla piattaforma. «È come se avessimo assistito ad un’esplosione della società civile. Tra le motivazioni per cui decidono di fare questo passo, molti riportano il bisogno di attivarsi in un momento di fortissima chiusura da parte del governo», spiega Fabiana Musicco, Presidente di Refugees Welcome Italia, che oltre all’aumento delle iscrizioni ha ricevuto anche un forte incremento nella richiesta di volontariato.

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