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Aggiornato: 59 min 25 sec fa

Un viaggio nei comuni virtuosi

4 ore 22 min fa

Raccontare è (anche) riuscire a dare speranza, far sognare, coinvolgere
Documentare delle esperienze di buon governo è la sfida che ci piacerebbe vincere: il contesto in cui nascono e prendono forma, l’energia che sprigionano, l’azionariato diffuso degli agenti del cambiamento.
Testimoniare pratiche virtuose è un modo per raccontare il nostro Paese, o perlomeno parte di esso, un modo per condividere le buone notizie camminando verso un futuro più sostenibile.
Ecco allora un documentario che testimonia il buon governo. Non importa di quale colore politico sia l’amministrazione, o l’area geografica di appartenenza, importa solo l’impegno e l’ingegno delle persone che danno vita ad un’alchimia sociale in grado di modificare il corso della storia di quella comunità locale.

L’idea è quella di raccontare le storie nella forma di un viaggio
A velocità sostenibile, ponendo attenzione al paesaggio sia naturale che antropologico. Verrà tracciata un’ideale itinerario delle comunità virtuose.
Il film racconterà le storie in modo autentico, cercando di mettere in luce le buone pratiche, tracciando la via di un’Italia poco raccontata, che difficilmente fa notizia, ma che è il vero motore del nostro paese.

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Cosa diavolo è Skoby Skin?

4 ore 24 min fa

Seconda puntata del nostro viaggio all’interno di Biologic, il primo FabLab del Sud Italia. Questa volta scopriamo “Scoby Skin”, un tessuto di cellulosa estratta dal tè Kombucha, fatto fermentare da batteri e lieviti. Quello che si ottiene è un tessuto 100% naturale. Un’altra bella invenzione italiana!

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Caporalato, prima passata di pomodoro NoCap

4 ore 27 min fa

Dare al consumatore la possibilità di scegliere un prodotto certificato per il suo valore etico, contribuendo allo stesso tempo a sensibilizzare compratori e produttori e, dall’altra parte, a mettere pressione sulla grande distribuzione, “quella che oggi decide i prezzi di mercato”. Con questi obiettivi Yvan Sagnet ha fondato, nel 2017, l’associazione NoCap che oggi ha eseguito la sua prima attività di controllo e apposto il suo primo bollino sulla prima passata di pomodoro etica in Italia. Sei mani, questo il simbolo, ognuna delle quali rappresenta uno dei principi cari all’associazione: etica, utilizzo di energie rinnovabili, limite alla produzione dei rifiuti, principio della filiera corta, lotta ai maltrattamenti sugli animali e quello che hanno ribattezzato “il valore aggiunto”, ossia la capacità dell’azienda di commercializzare anche i derivati dei prodotti che coltivano.
Sagnet ha alle spalle anni di militanza a sostegno dei diritti degli immigrati sfruttati nei campi del sud Italia, ma non solo, da quando nel 2011, lui stesso vittima del caporalato, ha guidato la rivolta dei braccianti di Nardò.

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Il Partito Comunista attacca Alberto Angela

4 ore 33 min fa

La puntata di “Ulisse – Il Piacere della scoperta” condotta da Alberto Angela e andata in onda il 13 ottobre su Rai1 con tema la Shoah ha fatto arrabbiare il Partito Comunista italiano. Oggetto della polemica, l’accordo Molotov-Ribentropp stipulato fra la Germania e la Russia che “aveva stabilito una specie di pace tra le due nazioni” prima dello scoppio della guerra e che prevedeva che fossero anche i russi a “consegnare ai tedeschi, ai nazisti, migliaia di ebrei”.

Alberto Angela è stato accusato dalla pagina Facebook del Partito Comunista di non avere:

“resistito alla tentazione della falsificazione storica anticomunista, affermando che l’URSS consegnò propri cittadini ebrei ai nazisti. La discriminazione razziale in Unione Sovietica non è mai esistita, basti ricordare che una parte rilevante dei dirigenti bolscevichi erano di origine ebraica, anche tra i più stretti collaboratori […]”.

Il ministro Molotov fu scelto proprio perché il suo predecessore Litvinov era un ministro ebraico pro-occidentale, le discriminazioni nei confronti degli ebrei non mancarono nemmeno nell’URSS, dove sovente venivano accusati di essere capitalisti. Il patto Molotov-Ribbentropp prevedeva il trasferimento non soltanto di prigionieri, ma di residenti all’estero, come i Volksdeutsche di origine tedesca che vivevano nei Balcani e nell’Europa danubiana o centrorientale, oltre i confini del Reich. E tra “patto di non aggressione” e “patto di alleanza” corre una differenza sottile, non soltanto nominalistica, piuttosto difficile da spiegare in un format televisivo di poche ore, perciò,  forse, Alberto Angela ha detto che l’accordo Molotov-Ribbentropp “aveva stabilito una specie di pace tra le due nazioni”. Perché è un divulgatore. E un buon divulgatore rende semplice e attraente ciò che è infinitamente complesso e disturbante. Sta al (buon) pubblico del divulgatore, eventualmente, approfondire.

Nello specifico i dettagli storici sono complessi, e andrebbero approfonditi con un buon libro, per esempio quello di Andrea Graziosi, storico italiano fra i massimi conoscitori al mondo dell’URSS: nel suo celebre manuale, fra le varie cose, scrive che fino al 1941 ci furono scambi di prigionieri fra Germania e Russia e che la tolleranza nei confronti degli ebrei non fosse esattamente sempre un diktat di Stalin, nonostante alla vigilia dell’insurrezione bolscevica nel 1917 dei sette uomini considerati al vertice, quattro fossero proprio ebrei.

Vale la pena ricordare che prima e durante la seconda guerra mondiale furono tante le nazioni che strinsero patti di non aggressione con la Germania: Inghilterra (30 Settembre 1938), Danimarca (31 Maggio 1939), Lituania (7 Giugno 1939), Turchia (18 Giugno 1941).Tuttavia a fare discutere è sempre quello stipulato tra Germania e Russia, vale a dire tra Hitler e Stalin, protagonisti dell’eterna dialettica comunismo-nazismo.

L’equiparazione tra il comunismo e il nazismo è la tipica argomentazione che si usa nelle discussioni per demolire gli estremismi e per mostrare i risvolti possibili di qualunque ideologia. Ma è anche l’argomentazione preferita di negazionisti, semplificatori di realtà, dispensatori di verità, populisti, -isti. Non è escluso che gli imperituri ritornelli “E allora Stalin?”, “E allora Hitler?” siano antenati dell’attuale “E allora il PD?”.

In un’Italia sempre più barricata in fazioni opposte e insensibili a ciò che sta nel mezzo, episodi come l’accusa di falsificazione storica (senza entrare nel merito dando torti e ragioni) mossa ad Alberto Angela e l’abolizione del tema storico agli esami di maturità rimarcano una sostanziale sfiducia verso le istituzioni del sapere, un irrigidimento della propensione all’ascolto di punti di vista diversi e una certa fretta nel dimenticare.

Se non si riesce a discutere apertamente sul passato, come si può credere di discutere civilmente sul presente?

Fonte immagine di copertina: Logo della trasmissione Ulisse di Rai1 (screenshot riprodotto da Wikipedia)

Anche i motori si convertono… si chiama retrofit elettrico

4 ore 57 min fa

Basta dare un’occhiata ai modelli disegnati dalle case automobilistiche per il prossimo futuro per rendersi conto che le auto elettriche sono effettivamente destinate a sostituire quelle tradizionali. Ma sulle nostre strade non circolano soltanto auto. Che ne sarà di camion, tir, furgoni e di tutti quei mezzi che solitamente utilizziamo per il trasporto delle merci? Sarebbe assurdo pensare di buttarli via da un momento all’altro in una mega discarica senza valutare alternative alla rottamazione.

Proprio a questo proposito, per portare a fine vita i veicoli attuali, negli anni si sono fatte largo soluzioni interessanti come quella del “retrofit elettrico”, valido sia per le auto che per furgoni e camion. Serve a convertire il motore in elettrico e a portare quindi a termine il ciclo vitale di un veicolo senza sbarazzarsene prima del tempo, mantenendolo in strada finché risulta utilizzabile. Può essere la soluzione ideale nel caso di veicoli piuttosto vecchi, il cui motore sarebbe comunque da cambiare a breve, che così vengono “riciclati” e riutilizzati ancora una volta grazie ad un cambio di look sostanzioso.

Tutte le auto (e non solo) si possono trasformare… per legge!

Abbiamo già dedicato un approfondimento a quanto previsto dal decreto del Ministero dei Trasporti del 1 dicembre 2015, n. 219 (in vigore dal 26 gennaio 2016). E’ già possibile da qualche anno trasformare in elettrico qualsiasi veicolo a benzina o diesel e, appunto, il procedimento si chiama “retrofit elettrico”.

Ovviamente la mutazione interesserà non la carrozzeria ma il vecchio motore: al suo posto ne sarà installato uno elettrico. Al nuovo veicolo non occorrerà più un serbatoio per il carburante, al suo posto compariranno delle batterie, a cui verrà associato un sistema elettronico di gestione con un meccanismo utile alla ricarica. Con il retrofit elettrico il nuovo mezzo sarà anche più leggero, visto che spariranno i pezzi inutili, dal radiatore ai tubi di scarico.

Qualche altra operazione burocratica e il gioco è fatto. Non occorre una nuova immatricolazione a patto che il kit utilizzato sia omologato e il lavoro sia svolto presso un’officina autorizzata. Un aggiornamento alla carta di circolazione alla Motorizzazione Civile e l’operazione è terminata.

Se sono i costi a scoraggiare (10-15 mila euro), bisogna comunque tenere presente che: non saranno più necessari i rifornimenti di carburante; eventualmente i pezzi del vecchio motore si potranno rivendere; il nuovo motore può vivere per oltre 2 milioni di km (quelli tradizionali attorno a 100 mila); la manutenzione sarà pochissima; si guadagna comunque un motore nuovo che permette di transitare in tutte le zone a traffico limitato. E poi ci sono risparmi o esenzioni al momento di rinnovare il bollo e le assicurazioni sono più generose con chi ha un veicolo elettrico. La legge vale appunto per tutti i “sistemi destinati ad equipaggiare autovetture, autobus e autocarri, dotati in origine di motore tradizionale, consentendone la conversione in trazione esclusiva elettrica”.

Aziende italiane in prima fila

La nostra normativa sull’elettrificazione dei veicoli a combustibili fossili ha persino anticipato quella Ue e le nostre aziende guidano l’innovazione. Della SMRE di Umbertide (Pg) si è parlato persino come di diretta concorrente di giganti come Tesla e c’è molta verità in quest’affermazione. Nata come produttrice di macchine a controllo numerico e utensili, la SMRE oggi esporta moltissimo in Cina uno dei suoi prodotti di punta: ha infatti deciso di concentrarsi non sulla realizzazione di interi veicoli quanto sulla costruzione del loro cuore, la motorizzazione, inserendosi nel passaggio verso il mondo dell’elettrico. Tutto prezioso per mezzi aziendali, tanto per quelli utilizzati nelle cave quanto per i mezzi che i comuni utilizzano nelle nostre città, che con il retrofit non devono più essere sostituiti ma solo trasformati. E le batterie si possono ricaricare in deposito programmando un numero massimo di corse prima della sosta.

I nostri pacchi viaggiano già su mezzi green

Le soluzioni per rendere i veicoli più eco-friendly dunque esistono, in Italia per giunta la legge si è già adeguata. Basta decidere di sperimentare da subito questa nuova soluzione e anche le modalità per farlo non sono complicate.
Nel mondo intanto molte aziende stanno svecchiando il proprio parco veicoli. Chi opera nel comparto della logistica e delle spedizioni avverte sicuramente più degli altri la necessità di avere mezzi che possano transitare in tutte le aree cittadini senza problemi, così come avverte la necessità di abbattere i costi legati al carburante. E poi presentarsi sul mercato forti del proprio impegno sul fronte della sostenibilità è sempre un vantaggio competitivo.
Tra i leader, UPS ha attirato l’attenzione anche grazie al design dei furgoncini pensati per le consegne a Parigi e Londra. Entro fine anno, secondo gli annunci, 35 veicoli elettrici dalle linee futuristiche entreranno infatti in marcia. Avranno un’autonomia di 250 km circa, sistemi di guida assistita innovativi per alleggerire la pressione psicologica, touch screen e parabrezza avvolgenti per meglio accorgersi della presenza di ostacoli o altri veicoli. A New York invece si è pensato di agire su 1.500 veicoli esistenti a diesel: i furgoni saranno riconvertiti entro il 2022 (è il 66% della flotta che percorre le vie cittadine). Interverrà in questa operazione la Unique Electric Solutions, che monterà sui veicoli un motore da 225 kW messo a punto ad hoc immaginando gli spostamenti quotidiani e l’attività dei corrieri. Sempre negli Usa, Ups insieme a Thor Trucks intende anche realizzare un camion elettrico a Los Angeles, dotato di una batteria progettata e costruita in house, capace di garantire un’autonomia di circa 160 km.

Magari non ci facciamo caso, ma da qualche anno viaggiano moltissimi veicoli del tutto elettrici o comunque meno inquinanti di quelli del passato. Citiamo soltanto qualche esempio rapido proveniente dallo stesso comparto. Nel 2016 Poste Italiane ha stretto una partnership con Nissan per la fornitura di una nuova flotta di 70 furgoni full electric, in aggiunta a 1.000 veicoli elettrici Free Duck che già erano utilizzati nelle consegne nei centri urbani e a 1.700 veicoli a metano, oltre 1.000 veicoli gpl e 41 mezzi ibridi.
GLS ha varato un programma ambientale denominato ThinkGreen nel 2008, che punta all’ottimizzazione continua dei processi e a un uso più efficiente delle risorse: tra le eco-attività promosse all’interno del gruppo, figura anche il cambiamento in elettrici dei mezzi di consegna. Con tanto di corsi di guida sicura.

Spagna: Il governo elimina l’imposta solare e riconosce il diritto all’autoconsumo condiviso

5 ore 7 min fa

Il Consiglio dei Ministri spagnolo ha approvato il 5 ottobre scorso un decreto-legge che abroga gli addebiti per i consumatori-produttori (prosumers) riguardo l’energia prodotta e consumata nei propri impianti, la c.d. “impuesto al sol”, la controversa tassa solare creata nel 2015 dall’ex esecutivo Rajoy. Il governo ha deciso di eliminare, inoltre, altri ostacoli che avevano reso difficile e scoraggiato l’introduzione dell’auto-consumo elettrico in Spagna.

Tra le misure delineate dal Ministro per la transizione ecologica, Teresa Ribera, si registra la semplificazione delle procedure burocratiche e tecniche per le strutture per l’autoconsumo e l’eliminazione dell’obbligo di iscrizione nel registro amministrativo degli impianti di produzione di energia elettrica sotto i 100 KW. Viene anche riconosciuto il diritto all’auto-consumo condiviso da uno o più consumatori, che potranno usufruire di economie di scala, nonché il diritto ad auto-consumare elettricità senza tassazione.

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È in funzione la centrale solare nata dalla ceneri di Chernobyl

Mar, 10/16/2018 - 02:46

A Chernobyl è entrata in funzione la prima centrale solare fotovoltaica. Un impianto per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili che ridà dignità a una terra devastata dal il più grande incidente della storia dell’energia avvenuto nel 1986 e di cui oggi si sta registrando l’inizio degli effetti a lungo termine sulla salute delle persone. L’impianto sorge sui terreni all’interno della zona di esclusione di Chernobyl, un’area che si estende fino a 30 chilometri in tutte le direzioni intorno ai reattori della centrale nucleare e che rimarrà contaminata e abbandonata almeno – secondo i calcoli degli studiosi – per i prossimi 24mila anni, per sempre.

Una centrale solare da 1 gigawatt
Il progetto della centrale solare è stato promosso dal Governo ucraino che, nel 2016, ha adottato un disegno di legge apposito per realizzare nell’area intorno a Chernobyl progetti legati al settore energetico che trasformino il sito in una centrale elettrica diffusa da 1 gigawatt di potenza, sufficiente per alimentare 100 milioni di lampade a led.

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In Danimarca lavorare fino a tardi fa una brutta impressione su capi e colleghi

Mar, 10/16/2018 - 02:42

Una cosa molto importante, per la quale ogni tanto guardiamo a nord con invidia, è la Work-Life-Balance. Ufficialmente l’orario di lavoro settimanale è di 37 ore, ma una nuova indagine dell’OCSE mostra che il danese medio lavora appena 33 ore circa alla settimana.

Si stacca alle quattro
Che corrispondono più o meno alla tipica giornata lavorativa danese dalle otto del mattino fino alle quattro del pomeriggio; e al venerdì si torna a casa ancora prima.
Quasi nessuno fa gli straordinari, che in Danimarca praticamente non esistono. A nessuno verrebbe in mente di restare sul posto di lavoro più a lungo del necessario solo per fare bella figura.

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Prosecco e pesticidi vanno a braccetto

Mar, 10/16/2018 - 02:24

Elegante, fresco e frizzante il prosecco italiano sta letteralmente spopolando nel mondo distanziando di gran lunga il classico champagne. Tra il 2011 e il 2016 nell’area Doc, sita nel nord est dell’Italia e comprendente le 4 provincie del Friuli Venezia Giulia (Gorizia, Pordenone, Trieste e Udine) e le 5 venete (Belluno, Padova, Treviso, Venezia, Vicenza), si è registrata una produzione triplicata del Prosecco: un giro economico importante, ma non senza un prezzo ecologico da pagare. Una produzione impressionate che rischia però di sfumare e perdere di credibilità. La causa? Troppi pesticidi presenti nel processo produttivo.

La notizia arriva dalla rivista Il Salvagente, leader nei Test di laboratorio contro le truffe ai consumatori, che pone l’attenzione sul tema portando in laboratorio 12 bottiglie di prosecco e riscontrando, in ognuna di esse, una verità allarmante: in tutte le bottiglie è presente almeno un residuo di pesticida, con una media di sei a testa e un picco di ben 7 sostanze in uno dei prodotti testati. Neanche il prosecco bio ne è uscito pulito, ma sono stati riscontrati residui microscopici (0,004 mg) di folpet, un pesticida vietato nell’agricoltura biologica in cima alla classifica di sospetta tossicità insieme al Glifosato (ma vista la quantità minima rilevata, potrebbe anche trattarsi di una contaminazione involontaria).

Il Veneto, patria delle bollicine, è la regione italiana con i livelli più alti di consumo dei pesticidi: quasi 12 kg per ettaro, contro una media italiana di 5 kg. Secondo uno studio condotto dal WWF elaborando i dati ArpavAgenzia Regionale per la Prevenzione e Protezione Ambientale del Veneto nel 2016 nella Regione sono state vendute 16.920 tonnellate di pesticidi, con un record di 4.085 nella sola provincia di Treviso.

Numeri che non sono di gradimento né all’Unesco, che boccia la candidatura delle colline di Conegliano e Valdobbiadene a patrimonio dell’umanità, né ai cittadini e associazioni ambientaliste che, da tempo, attraverso petizioni, manifestazioni e marce per lo stop ai pesticidi, cercano di sensibilizzare sugli effetti negativi dovuti alla contaminazione di tali sostanze dannose alla salute dei cittadini, all’ecosistema e all’acqua.

Importante sottolineare che in nessun caso i residui trovati superano il limite massimo di residuo (Lmr) consentito, ma questa non è garanzia di tranquillità. Come spiega Roberto Pinton, segretario dell’Associazione nazionale delle imprese di trasformazione e distribuzione dei prodotti biologici e naturali, AssoBìo: “Cinque, sei, persino sette residui sotto il limite consentito, si sommano comunque nell’organismo umano”. Dall’altra parte, i produttori si difendono affermando la necessità di una varietà di pesticidi per rendere la pianta più resistente nel tempo e sostenere la domanda del mercato, ma a questa affermazione il segretario di AssoBìo risponde: “Noi del biologico siamo la prova vivente che non è vero. I vigneti coltivati senza pesticidi sono più salutari senza bisogno di questi trattamenti, usati solo per semplificare la procedura”. 

Se la salute dei cittadini e la tutela delle nostre terre non sono stati argomenti sufficienti per stimolare una ragionevole attenzione all’uso di sostanze tossiche nella produzione del Prosecco, ci auguriamo che l’obiettivo mancato per un soffio di rientrare a far parte dell’Unesco sproni nella giusta direzione i coltivatori interessati ad aggiudicarsi non solo un eventuale riconoscimento mondiale ma anche il ringraziamento dei propri consumatori.

La moglie di Sean Cox (aggredito a Liverpool-Roma) racconta come il calcio ti stravolge la vita

Mar, 10/16/2018 - 02:24
Non parla più

Il calcio può cambiarti la vita per sempre. È successo a Sean Cox, 53 anni, irlandese, sposato, padre di tre figli, e tifoso del Liverpool. Che la sera del 24 aprile 2018 ebbe la sventura di passeggiare davanti allo stadio di Anfield e venne aggredito da un gruppo definito numeroso dai testimoni. Cinquanta, sessanta romanisti. Vestiti di nero. Con lui c’era il fratello Martin, di qualche anno più piccolo, che al tribunale ha raccontato quei momenti.

«Stavamo percorrendo Walton Breck Road, abbiamo sentito dei rumori, brutti rumori in sottofondo. Persone vestite di scuro che cantavano. Mi sono rivolto a Sean per dirgli: “andiamocene”, ma lui era già stato colpito. Era a terra. Ebbi qualche secondo di schock. Mi chinai su mio fratello e fui preso anch’io a calci». Secondo un altro testimone, norvegese, non pochi degli aggressori erano a volto coperto. Lo colpirono con una cinta e con i pugni.

Sei mesi di riabilitazione, ora dovrà curarsi privatamente

Oggi, sei mesi dopo, Sean Cox è al Centro di riabilitazione nazionale di Dun Laoghaire. Vi è stato trasferito dall’ospedale di Beaumont dove era giunto dopo le prime cure ricevute a Liverpool al Walton Center, un centro d’eccellenza in cui per cinque settimane furono osservate e curate le sue lesioni cerebrali.

La moglie racconta al quotidiano The Independent: «Sean non parla più. Capisce, ascolta, perché sorride a chi gli racconta qualcosa, ma non può più comunicare con noi. La sua vista è compromessa. Vede doppio o persino triplo. Riesce a riconoscerci quando arriviamo ma ad esempio non è in grado di osservare con attenzione una fotografia. Dicono che non tornerà più quello di prima. Ma noi abbiamo il dovere di provarci con tutte le nostre forze». La moglie è praticamente sempre con lui. I tre figli si alternano.

Il Liverpool ha dato loro una mano per i trasferimenti e gli alloggi. Tra un po’, però, scadranno le dodici settimane di cura previste. Dopodiché il servizio sanitario nazionale irlandese non potrà più fare nulla per lui. Stanno preparando una raccolta fondi, un crowdfunding che punta a due milioni di euro. Anche in Irlanda esiste l’emigrazione sanitaria. La signora punta alla Germania, dice che lì sono all’avanguardia nella riabilitazione.

La moglie in tribunale

La scorsa settimana, la signora Martina ha voluto partecipare in Tribunale all’udienza che vede imputato un tifoso – se così possiamo chiamarlo – della Roma. Si chiama Filippo Lombardi, ha 21 anni, si dichiara innocente. Un mese fa è stato condannato in Inghilterra per scontri. Un altro, Daniele Sciusco, è già stato condannato e sta scontando la pena di due anni e mezzo. E un terzo è stato identificato, è stato interrogato e potrebbe essere estradato. Ha per ora un nome in codice: N49. La signora ha voluto assistere all’udienza. «So che Sean lo farebbe per me, sento che dovrei essere lì. Anche se è solo una parte del processo, è giusto che io sia lì».

Le reazioni italiane

In Italia, di questa vicenda, si è parlato ma sempre lo stretto necessario. Le dichiarazioni della moglie sono arrivate, sono state pubblicate. Il diritto di cronaca, se così vogliamo chiamarlo, è stato rispettato. Nulla di più. Romanista, per modo di dire, è anche il più recente condannato per omicidio per vicende in qualche modo legate a una partita di calcio. Daniele De Santis, molto vicino ad ambienti dell’estrema destra romana, condannato a 16 anni di carcere per l’uccisione del napoletano Ciro Esposito in occasione della finale di Coppa Italia del 2014 che si disputò a Roma.

Così come poco e nulla è stato detto del ricorso – respinto – presentato dalla Juventus per la squalifica della Curva Sud del proprio stadio per cori discriminatori nei confronti di Napoli. Tutto quel che non è strettamente calcistico – come ricordato la scorsa settimana per il caso Ronaldo – sembra che in Italia non sia considerato mediaticamente rilevante. Viene avvertito come fastidioso, persino da alcuni giornalisti che hanno addirittura il coraggio di dirlo. Forse anche per questo un allenatore come Carlo Ancelotti, rientrato dopo quasi un decennio di lavoro all’estero, afferma al Festival dello sport di Trento: «La  differenza con l’estero è a livello ambientale e culturale. All’estero la rivalità è sportiva, e basta. Noi siamo rimasti indietro, siamo rimasti agli insulti. Non è rivalità, ma maleducazione e ignoranza. Bisogna fare qualcosa». Già.

Bava di lumache certificata: cosmetici e farmaci di qualità, nel rispetto degli animali

Mar, 10/16/2018 - 02:10

Un progetto per la preparazione di farmaci e cosmetici a base di bava di lumache provenienti da allevamenti sperimentali che permettano di produrre una secrezione di ottima qualità garantendo allo stesso tempo il benessere delle chiocciole allevate: si tratta del progetto “Helix Recovery – Recupero della sostanza mucosa di scarto da allevamenti di chiocciole”, frutto della collaborazione tra l’Istituto zooprofilattico sperimentale (Izs) della Sardegna (capofila), l’Università di Ferrara e il Tecnopolo di Mirandola (Modena), che ha ottenuto il primo posto nel bando di selezione del Ministero dell’Università e della Ricerca (Miur) dedicato alle ricerche sulla chimica verde e che gli è valso un finanziamento di 1 milione e 280mila euro per tre anni.

Diversi benefici

La secrezione mucosa delle lumache, comunemente nota come “bava”, è ormai da diversi anni entrata nel mercato delle sostanze utilizzate nei prodotti per il benessere e la cura personali, con diversi usi che vanno dalla messa a punto di sciroppi e integratori per la tosse alla preparazione di creme e prodotti cosmetici per la pelle: alcune sostanze in essa contenute avrebbero infatti proprietà rigenerative per la pelle ed elasticizzanti, oltre che idratanti, con effetti anti-rughe e anti-smagliature. I prodotti oggi in commercio possiedono però concentrazioni diverse della sostanza e schede informative dalle quali il più delle volte più non si evince il luogo di provenienza della materia prima (che perlopiù attualmente viene importata da paesi del Sud America o dell’est Europa), né le condizioni di produzione e di raccolta, né qualsiasi certificazione sulla qualità o purezza del prodotto. Come riporta l’Ansa, il progetto guidato dall’Izs favorirà la realizzazione di protocolli di allevamento sperimentale mirati a produrre una secrezione di eccellenza attraverso l’analisi delle componenti assicurando, al contempo, il benessere degli animali allevati. “Si tratta di un progetto di ricerca in grado di fornire al consumatore finale un prodotto di qualità tracciabile, sicuro e che risponda ai principi etici nel rispetto degli animali e dell’ambiente“, spiega il direttore generale dell’Izs, Alberto Laddomada.

Prodotti non certificati

Sebbene già da diversi anni la bava di lumache venga utilizzata come ingrediente in diverse formulazioni di prodotti, le proprietà biologiche di questa sostanza però “non sono mai state dimostrate da un punto di vista strettamente scientifico, così come non è chiara la sua composizione e la sua sicurezza sul piano chimico e microbiologico”, spiega Maria Paola Cogoni del laboratorio di Microbiologia alimenti e acque dell’Izs di Cagliari, coordinatrice e responsabile scientifica del progetto. “Affinché l’industria farmaceutica e sanitaria possa beneficiare di una materia prima tanto promettente è importante quindi che questa sia pura, certificata e di sicura efficacia. Ed è qui che interviene il progetto a guida Izs”.

Caratterizzazione chimica del muco

Il progetto si prefigge di recuperare dagli allevamenti di lumache destinate alla gastronomia della Regione Sardegna la bava di questi animali, attualmente considerata un prodotto di scarto, con finalità di utilizzo cosmetico e farmaceutico. “L’Università di Ferrara si occupa da anni della caratterizzazione chimica, microbiologica e funzionale del secreto di chiocciola, meglio conosciuto come bava di lumaca, per le sue proprietà biologiche molto interessanti – spiega Claudio Trapella del Dipartimento di Scienze Chimiche dell’Università estense – La caratterizzazione renderà questa sostanza di scarto un prodotto commercializzabile nell’ambito cosmetico, nutraceutico e farmaceutico. Obiettivo è caratterizzare il secreto e i suoi derivati al fine di generare una filiera produttiva certificata delle proprietà del secreto, a oggi non completamente dimostrate”.

Sostenere l’elicicoltura italiana

Fra gli obiettivi del progetto c’è anche il sostegno allo sviluppo e alla crescita nel nostro Paese del settore dell’elicicoltura (allevamento di lumache): l’accesso al finanziamento messo a disposizione dal bando permetterà infatti alle aziende sarde che verranno coinvolte di accedere alla ricerca industriale, e la certificazione della bava di lumaca che verrà prodotta nel corso del progetto sarà utile a incrementare il fatturato degli elicicoltori sardi e potrà servire da esempio di innovazione per gli allevamenti presenti in tutte le altre regioni.

Immagine: Fotomontaggio di Armando Tondo, Disegno di Jacopo Fo

Quel codicillo nel decreto Genova che mina la salute dei campi

Lun, 10/15/2018 - 10:45

Pochi si erano accorti di un nesso logico tra il crollo del ponte Morandi e la quantità di idrocarburi ammissibili nei fanghi di depurazione. Ma il decreto Genova, in versione omnibus, crea a sorpresa questo collegamento. Parte dagli “interventi urgenti per il sostegno e la ripresa economica del territorio del Comune di Genova” per arrivare a occuparsi, all’articolo 41, della “gestione dei fanghi di depurazione” che nulla hanno a che vedere con la mobilità in Liguria. Un’occasione buona per aumentare di 20 volte, rispetto alle indicazioni che vengono dalla Corte di Cassazione e dal Tar della Lombardia, i valori ammissibili di un gruppo di idrocarburi chiamati C10-C40. Prima i limiti erano 50 milligrammi per chilo (quelli validi per il terreno che la magistratura, in assenza di una norma specifica, aveva preso come punto di riferimento per i fanghi), ora diventa 1.000 milligrammi per chilo.

“Il ministro Toninelli, che dice di aver scritto con il cuore il decreto, sferra un attacco all’ambiente e alla sicurezza della catena alimentare del nostro Paese perché si determinerà una contaminazione delle falde e dei terreni”, accusa il leader dei Verdi Angelo Bonelli, che ha denunciato la modifica dei valori annunciando un ricorso all’Unione europea.

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L’alluminio è eterno

Lun, 10/15/2018 - 02:54

Osservate bene la vostra caffettiera, chiudete gli occhi e immaginate un aereo di linea e poi una delle prime lattine per bibite degli anni Sessanta, e poi ancora, venti anni prima un velivolo da caccia della seconda guerra mondiale, e poi una pentola contadina della Pianura Padana dei primi del novecento. Ebbene cosa hanno in comune tutte queste cose? È semplice, sono un pezzo di una delle più antiche filiere dell’economia riciclata: quella dell’alluminio. E con ogni probabilità l’alluminio che compone tutti questi oggetti è lo stesso. Atomo per atomo.

Già, perché da 130 anni l’alluminio è usato in tutto il pianeta, e il 75% di questo metallo è tuttora utilizzato nei campi più svariati, da quello domestico a quello astronautico, in un riciclo infinito.

L’alluminio si utilizza ogni volta che è necessario un metallo leggero, duttile e resistente all’ossidazione; è un materiale che in passato ha trovato ostacoli nella sua diffusione solo a causa degli alti costi energetici di produzione. Oggi non è più così, e a cambiare le cose è stata la possibilità dell’alluminio di essere riciclato e riusato un numero infinito di volte per gli utilizzi più diversi. Ora lo stock d’alluminio, impiegabile direttamente per le attività umane, consente la realizzazione di oggetti come autovetture, treni, aerei, fino ad arrivare a quelli d’utilizzo quotidiano, come lattine, posate, finestre, vaschette per gli alimenti e imballaggi per i cibi. Insomma l’alluminio è ovunque e dura nel tempo.

Produzione circolare
La produzione dell’alluminio avviene attraverso la dissoluzione dell’allumina nella criolite fusa, processo con il quale si realizza un sale fuso da cui si ottiene alluminio puro tramite elettrolisi.

Il processo per arrivare dalla bauxite (il minerale dal quale si produce l’alluminio) all’alluminio ha elevati consumi di materia prima ed energetici. Per produrre un chilo d’alluminio servono circa 14 kWh d’elettricità e questo è il motivo della sua scarsa diffusione durante il XX secolo. L’alluminio, infatti, fino a qualche decennio addietro è stato utilizzato per impieghi “pregiati” nei quali non si poteva fare a meno delle sue caratteristiche di duttilità e leggerezza, come in aeronautica. Ma oggi la situazione è cambiata e l’alluminio ha sviluppato un’efficiente economia del riciclo per la sua convenienza.

Per ritrattare un chilogrammo d’alluminio dal rottame, infatti, servono circa 0,7 kWh, contro i 14 kWh della lavorazione primaria. È questa la differenza alla base del successo del riciclo dell’alluminio ben prima che si parlasse d’economia circolare.

A livello globale la produzione d’alluminio da riciclo è del 52%, pari a 53 milioni di tonnellate di prodotto, per le quali sono utilizzate 56 milioni di tonnellate di scarti e rottami. Il riciclo, rispetto alla produzione primaria, non solo evita consumi energetici importanti ma limita anche l’attività estrattiva e il conseguente impatto sul territorio. E a tutto ciò bisogna aggiungere lo stock di prodotti d’alluminio in uso, o immagazzinati dal 1888, che sono quantificabili in 812 milioni di tonnellate. Già, perché gli oggetti durevoli realizzati in alluminio, specialmente quelli destinati all’edilizia e alla meccanica – esclusi gli imballaggi – hanno un tempo medio di vita di 27 anni.
L’alluminio ha visto una decuplicazione della produzione di materiale primario nell’ultimo mezzo secolo e una crescita del 60% nell’ultimo decennio ma il riciclo è andato di pari passo, con 27 milioni di tonnellate d’alluminio secondario che derivano da quello interno alle lavorazioni, mentre altri 26 milioni di tonnellate derivano dal riciclo degli oggetti e degli imballaggi. La metà di queste, 13 milioni di tonnellate, è derivata dal post-consumo, ossia da oggetti che provengono dalla raccolta differenziata ed è il settore che è cresciuto in maniera più rapida negli ultimi cinquanta anni (e di circa venti volte nell’ultimo decennio). Il settore dell’alluminio da riciclo è composto da un 50% di scarti interni, dal 23% di scarti pre-consumo, da un 2% di scorie e da un 25% di scarti post-consumo, che rappresentano la frazione più interessante sotto al profilo della raccolta. Questo 25% deriva a sua volta per il 6% dagli imballaggi, per il 9% dal mondo del trasporto, per il 3% dall’edilizia e per il 7% da altri utilizzi.

Italia in pole position
L’Italia sull’alluminio è in prima posizione, sia dal punto di vista commerciale sia sotto il profilo dell’economia circolare. Il 100% della nostra produzione deriva dal riciclo, cosa che ci pone al primo posto in Europa nella produzione sostenibile di questo metallo. E non è un fatto che riguarda una piccola frazione di materia, visto che il Belpaese è, infatti, il secondo produttore assoluto d’alluminio del Vecchio Continente.
Il percorso della filiera dell’alluminio in Italia vede al vertice il recupero e la preparazione al riciclo, alla quale seguono la raffinazione e rifusione, con la produzione dell’alluminio in lingotti.
A questo punto le strade si separano a seconda dell’utilizzo finale. La fonderia provvede alla realizzazione di componenti d’arredo, per la meccanica e per motori, mentre gli impianti che provvedono all’estrusione e alla laminazione realizzano come prodotti finali serramenti, imballaggi, componenti d’arredo e per la meccanica. Il tutto con 23.500 addetti e un valore della produzione di oltre sette miliardi di euro. Mezzo punto di Pil. Il riciclo, oltretutto, coniuga vantaggi ambientali, come le minori emissioni di CO2, scorie e rifiuti di processo, con quelli economici dovuti a una bolletta energetica molto più bassa.

Miglioramenti possibili
In Italia, nonostante si sia virtuosi, vi sono ancora margini di miglioramento.
Se da un lato gli scarti pre-consumo sono recuperati al 100%, su quelli post-consumo è infatti possibile fare di più. Si tratta di vere e proprie miniere urbane d’alluminio secondario, e sono molto ricche.
La perdita complessiva d’alluminio in questo segmento è di circa il 40%, con picchi del 58% per quanto riguarda i flussi provenienti dai rifiuti solidi urbani. Si tratta di una tipologia di perdita di materia che è complessa da determinare e altrettanto complicata da recuperare, perché spesso l’alluminio proviene da oggetti costruiti in maniera complessa come gli elettrodomestici, le componenti d’arredo, le apparecchiature tecnologiche e gli autoveicoli.
E a complicare la situazione c’è anche il fatto che trattandosi d’oggetti con un lungo ciclo di vita, non sono stati concepiti all’origine nemmeno per un’ipotesi di riciclo. Gli imballaggi in alluminio, salvo casi molto particolari, vengono raccolti sempre insieme ad altre tipologie di prodotti con il sistema multimateriale e dopo la raccolta il materiale viene trasferito presso appositi centri di selezione. E qui per la selezione dell’alluminio viene usato un processo inverso a quello del magnete che si usa per il ferro. L’alluminio viene respinto dalle correnti indotte che lo fanno, in questo modo, “saltare” all’interno di un contenitore dedicato. Grazie a questa tecnologia, usata sul fronte della raccolta differenziata, la maggioranza dei conferimenti entrano nelle fasce qualitative più alte, selezionando alluminio puro che non necessita d’ulteriori trattamenti.

Nuovi prodotti
Nonostante il processo dell’alluminio abbia oltre un secolo di storia si hanno ancora oggi utilizzi innovativi interessanti.
È il caso della Bottle Can, ossia della bottiglia derivata dalla lattina, che coniuga i vantaggi d’entrambe. E non è un processo semplice. Già arrivare alla lattina per bevande non è stata una cosa scontata visto che oggi la produzione industriale della lattina in alluminio per bevande è realizzata con due pezzi e due lavorazioni – imbutitura e aggraffatura del coperchio stampato, mentre una volta era realizzata con tre pezzi e quattro lavorazioni – piegatura, saldatura e aggraffatura del coperchio e del fondo.
La bottiglia in alluminio utilizza il processo di base (quello della lattina) con l’introduzione di una tecnologia di origine italiana per la deformazione del corpo nella tipica forma della bottiglia. In questa maniera l’industria del packaging dell’alluminio riesce a ottenere oggetti che coniugano design con efficienza industriale nei processi produttivi, realizzando con un materiale “innovativo” nuove categorie d’imballaggi.
Le performance ambientali non si limitano solo alla riciclabilità ma, grazie alla leggerezza della bottiglia in alluminio, si ottengono importanti benefici in termini di risparmio energetico e di riduzione delle emissioni nelle fasi di trasporto, logistica e refrigerazione. E se da un lato i vantaggi della bottiglia in alluminio sono quelli classici dei contenitori che utilizzano questo metallo, ossia leggerezza, stabilità, infrangibilità, riciclabilità al 100%, protezione da luce, aria e microrganismi, a tutto ciò s’aggiunge una caratteristica: la presenza del tappo. Il fatto che la bottiglia sia facilmente richiudibile, infatti, ne allunga il ciclo di vita nella fase dell’utilizzo e favorisce il riuso. Tutto ciò, volendo, per un numero infinito di volte, vista la stabilità nel tempo dell’alluminio. In questa maniera si batte la logica dell’usa – una sola volta – e getta che è tipica della grande maggioranza degli imballaggi.

Nuovi imballaggi
Non solo lattine e bottiglie: anche i nuovi imballaggi possono usare l’alluminio, come la capsula del caffè, che dopo l’utilizzo contiene ancora il 98% della materia organica originale e che non è possibile né mandare in fonderia, né al compostaggio così com’è. Un problema che solo qualche anno fa avrebbe arricchito le discariche, eppure come ha teorizzato Gunter Pauli (il fondatore della “Zero Emissions Research Initiative“, rete internazionale di scienziati, studiosi, ed economisti che si occupano di trovare soluzioni innovative, progettando nuovi modi di produzione e di consumo a minor impatto ambientale)
anche questo caso può innescare un processo d’economia circolare a cascata; e infatti una soluzione è stata trovata.
È stata infatti attivata la raccolta delle capsule usate presso i punti vendita, dove i consumatori possono consegnarle quando acquistano quelle nuove. Gli operatori delle municipalizzate svuotano i bidoncini presenti nel punto vendita, portano le capsule alla piattaforma, dove vengono stoccate in un container che una volta pieno viene portato in un apposito impianto che frantuma le capsule, separando l’alluminio dal caffè. L’alluminio, che è di qualità pregiata visto che è tutto dello stesso tipo, va in fonderia e il caffè all’impianto di compostaggio.
Un esempio di come un’accurata scelta dei materiali rende possibile l’innesco di processi d’economia circolare anche su oggetti complessi.

La tempesta in una bottiglietta d’acqua Evian

Lun, 10/15/2018 - 02:51

E’ stata la polemica della settimana: Chiara Ferragni firma un’edizione limitata dell’acqua Evian che viene venduta a 8 euro a bottiglia da 0,75 e si scatenano i social. Si scatenano anche i compratori visto che la preziosa minerale va a ruba.

Ancora giovedì 11 ottobre su Twitter il nome di una delle più famose fashion blogger d’Italia era tra i primi dieci trend topic.

Tra i tweet più divertenti quello di Richie, un po’ esasperato dal clamore suscitato nei social da questa storia che dice: “Giuro che se vedo un altro post polemico sugli 8€ dell’Evian Ferragni scendo a comprare l’intero scaffale così da avere acqua per i miei fiori finti” e, rassegnato, Eugenio Dickermann chiosa: “Vabbè, siamo con l’acqua alla gola, però almeno è griffata!”

Malgrado l’acqua Evian-Ferragni sia in commercio da più di un anno, se ne parla solo in questi giorni, dopo che qualcuno ha fotografato la bottiglia con il prezzo ben in evidenza.

Addirittura il senatore Giampietro Maffoni di Fratelli d’Italia ha presentato un’interrogazione parlamentare ai ministri dell’Ambiente e dell’Istruzione per chiedere “Quali politiche di sensibilizzazione all’utilizzo dell’acqua voglia attuare, in particolare rivolte ai più giovani, agli studenti e a tutte quelle persone che necessitano di un’educazione ambientale ancora troppo assente nella nostra società”. “Mi chiedo – aggiunge Maffoni – se non sia il caso che una donna che ha il potere di influenzare milioni di giovani che la seguono sui social non possa rivedere i suoi investimenti in un’ottica diversa”.

Come sanno cavalcare l’onda i politici… Onda di Evian, naturalmente.

Il marchio Evian, di proprietà della multinazionale Danone, non è nuovo a queste iniziative: prima di Chiara Ferragni hanno firmato edizioni limitate della prestigiosa bottiglietta anche famosi stilisti come Kenzo, Jean Paul Gaultier – venduta a 14 dollari -, Christian Lacroix. E comunque, anche senza griffe, l’acqua Evian è una delle più care del mercato, insieme a Voss e Fiji.

E, come dichiara Fedez, marito dell’influencer, in un post su Instagram “Ci sono acque minerali che costano molto di più”.

Davvero? Andiamo a vedere alla fonte (è proprio il caso di dirlo) e cioè al sito Acquedilusso.it

Al “chi siamo” del sito parte un video dove, tra monti e valli e acque minerali confezionate come fossero bottiglie di Brunello, si vede un signore brizzolato bere un bicchiere d’acqua e poi fare un’espressione che neanche chi viene miracolato da quella di Lourdes.

E ha ragione Fedez, tra le acque lisce troviamo la Fillico King Cap set di provenienza giapponese, una bottiglia da 72 cl costa 199 euro ma è specificato anche che si tratta di “Bottiglie da collezione, da non consumare”, forse l’acqua dentro non è potabile? Non si sa.
Un’altra della stessa serie Fillico, la Primo Gold King costa 248 euro e anche qui il sito avvisa “Bottiglie da collezione, non suggeriamo il consumo del prodotto”
Se proprio volete bere un’acqua griffata suggeriamo la gasata Armani: 12 bottiglie in vetro a 65,50 euro, provenienza Italia.

Qualcuno le compra queste preziose bottiglie? Pare proprio di sì. Scrive Ilaria Mauri sul Fatto Quotidiano: “Secondo un rapporto di Zenith International, il mercato globale delle acque di lusso incide per oltre il 12% sul totale del mercato mondiale delle acque confezionate, con un giro d’affari che si attesta intorno ai 15 miliardi di dollari all’anno. A trainare questo segmento, oltre agli Stati Uniti, sono ovviamente i mercati asiatici, dove l’aumento dei super ricchi insieme con una scarsa qualità dell’acqua potabile in circolazione hanno fatto aumentare il fascino e il consumo delle acque di lusso”.

A dire il vero, grazie a questo polverone mediatico, le bottiglie di Evian by Chiara Ferragni sono andate esaurite e non in Cina ma qui, nell’italica patria.

Uno scandalo? Cosa indigna tanto i benpensanti e il popolo dei social? Il lusso è sempre esistito, c’è la Ferrari e la Panda, la pensione a Riccione e il resort a 16 stelle alle Bahamas, l’appartamento in periferia e l’attico a Manhattan. E, se dio vuole, ognuno è padrone di spendere i propri soldi come vuole, specie se non percepisce ancora il reddito di cittadinanza.

E allora, perché tanta irritazione in questo caso?

Forse perché si parla di acqua, bene primario e quindi sensibile, forse perché nel mondo l’emergenza idrica è una realtà drammatica…

O forse proprio perché si tratta di Chiara Ferragni, influencer e fashion blogger con 12,5 milioni di follower su Instagram … e non si capisce perché: non canta, non crea abiti, non ha particolari talenti visibili, eppure ha un successo strepitoso. E se fosse quello il suo vero talento? L’aver fatto della sua vita una vetrina di lusso, aver dimostrato che ce la si può fare anche senza la voce di Adele o la penna della Rowling. Forse sono questi i nuovi miti.

Dovremo farcene una ragione?

Come difendersi dai derivati (Seconda puntata)

Lun, 10/15/2018 - 02:15

Hanno tutte negato di fronte all’evidenza. Hanno negato di aver agito in modo approssimativo e subdolo, scoprendosi al tal punto da rischiare una montagna di cause legali.
Nelle banche tutti erano coscienti dei rischi che la sottoscrizione di un derivato comportava. Lo sono tuttora, al punto che vogliono addirittura evitare di arrivare in tribunale per non correre un “rischio reputazionale” che ha elevatissime probabilità di essere sopportato.

Ricordo ancora il tono delle circolari. Parlava­no da sole, trasudavano paura e allerta.
«Come da ultimo segnalato dal direttore generale, lo sfavorevole andamento dei mercati determina con crescente frequenza l’insorgere di vertenze promosse da clienti che – facendosi talora assi­stere da legali in possesso di una profonda conoscenza del complesso delle norme che regolano l’attività di interme­diazione finanziaria – tentano di scaricare sul nostro istituto le minusvalenze cui sono andati incontro con investimenti, specie se ad alto rischio. In questi casi, soltanto la perfetta aderenza alle disposizioni Consob ci consente di opporre una valida resistenza».
Ecco il punto: sapevano e sanno di aver disattese le disposizioni Consob. Era sottinteso che su tanti fronti si agiva in modo appros­simativo.
E infatti: «Purtroppo, in numerose occasioni sono state invece riscontrate mancanze che hanno reso pratica­mente indifendibile la nostra posizione e hanno quindi indotto ad assecondare – se non in toto, con transazioni fortemente squilibrate a nostro sfavore – le pretese avanzate anche da controparti tutt’altro che in buona fede».

Ma quali erano le carenze più frequenti che individuano il “tallone di Achille” delle banche?
Le evidenzia lo stesso documento riservato: «Omessa consegna del “Docu­mento sui rischi generali degli investimenti in strumenti finanziari”, in assenza di copia sottoscritta da tutti gli intesta­tari del rapporto», e poi «Omessa o irregolare sottoscrizione del contratto di deposito e per la negoziazione, ricezione e trasmissione di ordini in strumenti finanziari, nonché dell’atto integrativo».
E ancora: «Mancato ritiro di ordini/schede di sottoscrizione regolarmente firmati e omessa registrazione degli ordini accolti per telefono».
Segue l’ammissione: «È noto che la mancanza degli ordi­ni di compravendita configura l’attività come “gestione non formalizzata” delle disponibilità dei clienti, attività tassativamente vietata dalle disposizioni Consob e che, di conseguenza, ci vede automaticamente perdenti in tutti i casi di mancato guadagno per il cliente».
Ma di carenze ce ne sono molte altre. Le falle di procedura, in quegli anni, erano all’ordine del giorno e più ci si guardava intorno e più emergevano irregolarità.
Le banche temevano (e temono) «la mancata consegna, ove previsto, dei prospetti informativi» e «la conclusione, in assenza di specifica autorizzazione, di operazioni non adeguate alla situazione finanziaria e agli obiettivi di investimento del cliente, quali risultano dalle dichiarazioni rese all’avvio del rapporto o, in caso di rifiuto al loro rilascio (da far constare sull’apposita modulistica), dalla conoscenza del cliente comunque acquisita nel corso del rapporto»; oppure «la vendita di prodotti derivati Otc con promesse di alti rendimenti e rischi contenuti a clientela che, pur dichiarandosi “qualificata”, si rivela – alla prova dei fatti – non in grado di comprendere e controllare l’opera­zione proposta e realizzata».

Non c’è bisogno di aspettare. Basta rivolgersi a professionisti qualificati e vi sarà restituito quanto vi e’ stato sottratto con l’inganno.

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Dalla Polonia al Giappone con un’auto elettrica: si può!

Lun, 10/15/2018 - 02:04

Marek Kaminski, esploratore polare 54enne di Danzica, in Polonia, è riuscito a raggiungere il Giappone con un’auto 100% elettrica, una Nissan LEAF (l’auto elettrica più venduta al mondo). 16mila km attraverso otto paesi di due continenti, percorsi in tre mesi senza consumare una sola goccia di benzina o diesel.
Marek ha ricaricato le batterie 53 volte e calcolato un’autonomia media di circa 250 km dopo ogni ciclo di carica.
Il sito Askanews riporta una dichiarazione di Marek: “Questo viaggio non ha come unico obiettivo quello di arrivare a destinazione, ma si propone di dimostrare le potenzialità della mobilità elettrica nell’ottica della maggiore sostenibilità. Nissan LEAF si è rivelata un partner sempre affidabile, sia nelle zone sperdute della Russia, che negli sterrati mongoli o nelle trafficate strade di Tokyo”. L’auto e le tecnologie come il ProPILOT (la guida assistita) hanno dato prova di notevoli capacità anche in situazioni di guida difficili e persino in aree remote con infrastrutture . “Nissan LEAF mi ha dato l’opportunità di rispettare il mio impegno e di viaggiare a zero emissioni” ha aggiunto Marek. “Quindi mi auguro che questa avventura sia un passo in avanti verso una mobilità sostenibile.
Marek Kaminski deteneva già un record per essere stato il primo uomo a raggiungere il Polo Nord il e Polo Sud nello stesso anno, ora può aggiungere al suo palmarès questa nuova impresa.

Per maggiori informazioni sul viaggio potete cercare su Twitter l’hashtag #NoTraceExpedition.

Fonti:

http://www.ecoblog.it/post/175910/auto-elettriche-con-nissan-leaf-16-000-km-dalla-polonia-al-giappone

http://www.askanews.it/cronaca/2018/08/27/nuova-nissan-leaf-percorre-16-000-km-a-zero-emissioni-pn_20180827_00173/

Fonte imm: Youtube

I mattoncini Lego dicono addio alla plastica

Dom, 10/14/2018 - 16:57

Lego: entro il 2030 solo mattoncini ecologici in grado di resistere alle temperature elevate (e al mignolo del piede).

Lego è l’azienda che più di tutte deve il proprio successo alla plastica. Eppure, il colosso danese si è dato un obiettivo: entro il 2030 ogni prodotto Lego, compreso il packaging, sarà totalmente fatto da materiali ecologici. Lego, che è partner di Wwf, ad agosto 2018 ha lanciato un’iniziativa con l’intento di promuovere la svolta green e i nuovi mattoncini composti al 98% di bioplastica, per la precisione di polietilene ottenuto dall’etilene che si ricava dalla pianta della canna da zucchero. Per quanto eco-friendly, i nuovi mattoncini, che pure soddisfano i requisiti richiesti da Wwf per garantire l’approvvigionamento sostenibile della canna da zucchero, non sono ancora biodegradabili.

“Vogliamo avere un impatto positivo sul mondo che ci circonda e stiamo lavorando duramente”, ha detto Tim Brooks, Vice Presidente del dipartimento di Responsabilità Ambientale del Gruppo Lego. Il progetto è ambizioso: il materiale dei mattoncini del futuro dovrà resistere alle temperature di Paesi caldi come l’Arabia Saudita (il mercato Lego è globale) e al contempo prestarsi per la realizzazione di pezzi che siano anche flessibili, non solo rigidi. 130 sono gli esperti chiamati a raccolta da Lego, 200 i materiali finora studiati, e 130 i milioni di euro già stanziati. Non esattamente un gioco da ragazzi.

I mattoncini Lego dicono addio alla plastica

Dom, 10/14/2018 - 16:42

Lego: entro il 2030 solo mattoncini ecologici in grado di resistere alle temperature elevate (e al mignolo del piede).

Lego è l’azienda che più di tutte deve il proprio successo alla plastica. Eppure, il colosso danese si è dato un obiettivo: entro il 2030 ogni prodotto Lego, compreso il packaging, sarà totalmente fatto da materiali ecologici. Lego, che è partner di Wwf, ad agosto 2018 ha lanciato un’iniziativa con l’intento di promuovere la svolta green e i nuovi mattoncini composti al 98% di bioplastica, per la precisione di polietilene ottenuto dall’etilene che si ricava dalla pianta della canna da zucchero. Per quanto eco-friendly, i nuovi mattoncini, che pure soddisfano i requisiti richiesti da Wwf per garantire l’approvvigionamento sostenibile della canna da zucchero, non sono ancora biodegradabili.

“Vogliamo avere un impatto positivo sul mondo che ci circonda e stiamo lavorando duramente”, ha detto Tim Brooks, Vice Presidente del dipartimento di Responsabilità Ambientale del Gruppo Lego. Il progetto è ambizioso: il materiale dei mattoncini del futuro dovrà resistere alle temperature di Paesi caldi come l’Arabia Saudita (il mercato Lego è globale), e al contempo prestarsi per la realizzazione di pezzi che siano anche flessibili, non solo rigidi. 130 sono gli esperti chiamati a raccolta da Lego, 200 i materiali finora studiati, e 130 i milioni di euro già stanziati. Non esattamente un gioco da ragazzi.

Lodi, Riace, Verona: un brutto momento per l’Italia

Dom, 10/14/2018 - 11:07

Lodi: il Sindaco con un pretesto – la richiesta ai genitori di un certificato impossibile da ottenere dai Paesi di origine – discrimina i bambini che frequentano le scuole della città non nati in Italia, impedendo loro di poter frequentare la mensa scolastica assieme agli altri.

Riace: il Ministero degli Interni insiste ad accusare il Comune – lo stesso citato come esempio da seguire, tra i tanti, dalla rivista Fortune e dal quotidiano il Sole 24 Ore – di irregolarità nella gestione dei migranti ospitati e ne ordina la deportazione.

Verona: il Consiglio Comunale della città vota una mozione contro il diritto delle donne ad autodeterminarsi sul tema dell’aborto e si impegna a finanziare le organizzazioni antiabortiste.

È un brutto momento per l’Italia, stanno accadendo gesti di intolleranza sempre più diffusi, gesti che pochi anni fa sarebbero stati impensabili.

Ma possiamo farcela. A Lodi è partita una eccezionale gara di solidarietà a favore dei bambini discriminati attraverso una raccolta fondi a loro favore; Riace è stata oggetto pochi giorni fa di una grande manifestazione a sostegno del suo Sindaco Mimmo Lucano e l’ordine del Ministero degli Interni può essere impugnato; la delibera di Verona è stata accolta da una ondata unanime di proteste da parte delle organizzazioni che si occupano dei diritti delle donne e della parità di genere.

È necessario che l’Italia che crede nella uguaglianza, nella fratellanza, nella libertà si faccia sentire in tutte le sedi.

Fonte imm: TheNational

Diébédo Francis Kéré: una storia africana

Dom, 10/14/2018 - 01:01

Diébédo Francis Kéré nasce nel 1965 nel villaggio di Gando, in Burkina Faso, e per studiare prima va a vivere nella capitale Ouagadougou e poi, grazie a una borsa di studio, si laurea in architettura in Germania, dove costituisce l’associazione Schulbausteine für Gando per sostenere lo sviluppo del suo Paese.
In Burkina Faso le case sono in balia della natura. A volte arriva un acquazzone e spazza via tutto…” racconta Kéré. “Fin da piccolo mi faceva arrabbiare vedere con quanta fatica la gente del villaggio costruiva qualcosa, che poi veniva distrutto in un battito di ali. Per questo ho scelto di studiare architettura, per portare stabilità e armonia là dove mancava”.

Con i fondi raccolti attraverso la sua associazione inizia nel 2000 la costruzione della prima scuola proprio a Gando, suo villaggio natale, coniugando quello che ha imparato in Germania con i metodi tradizionali di costruzione del Burkina Faso.
La scuola è costituita da blocchi di terra cruda compressa, a cui si aggiunge un doppio tetto, sollevato rispetto all’edificio da una capriata d’acciaio, così che l’aria possa fluire libera riparando comunque l’edificio dalla pioggia.
Kéré ci mette un po’ a spiegare agli abitanti del villaggio il proprio progetto, ma quando li convince diventano i suoi più abili ed entusiasti collaboratori. Tutti partecipano alla costruzione della scuola: uomini, donne e bambini.
Semplice, essenziale e magnifica, la realizzazione della scuola vale a Kerè il Premio Aga Khan per l’Architettura nel 2004.
Negli anni successivi la sua fama cresce, i suoi lavori vengono esposti al Moma di New York, realizza il Volksbühne Satellite Theater di Berlino, e altre cinque installazioni tra cui i londinesi Sensing Spaces Pavilion (2013-2014) e Serpentine Gallery Pavilion (2016-2017).

Ma la sua grande passione resta l’Africa.
Negli anni successivi la scuola di Gando è stata ampliata, sono stati aggiunti un giardino, gli alloggi per i docenti, un centro di aggregazione per donne, una biblioteca, la scuola secondaria. Man mano che i progetti si sviluppano, Kerè usa nuovi materiali, cercando di ridurre al minimo quelli più costosi, come l’acciaio, ad esempio.
In seguito sono state costruite altre scuole in altri villaggi e un centro medico ai confini con il Ghana; vi sono poi progetti ad ampio respiro, come quello che prevede la realizzazione di una piantagione di alberi di mango per soddisfare il fabbisogno vitaminico di una popolazione che si nutre soprattutto di miglio bollito, scarso di valori nutrizionali.

Istruzione, cibo per l’anima e cibo per il corpo. Così l’Africa può ritornare agli africani.

Fonti:
http://www.floornature.it/diebedo-francis-kere-5663/
http://www.abitare.it/it/ricerca/pubblicazioni/2018/07/13/francis-kere-una-monografia/

Fonte imm: http://www.kere-architecture.com/