Gli arabi di Milano: figli di un dio minore?

Sembra che a Milano tocchi anche il privilegio di essere la capitale della santa guerra di civiltà promossa dai paladini dei valori occidentali. Dopo l’Ambrogino consegnato a Oriana Fallaci per la sua crociata e l’incitamento all’odio contro gli infedeli, dopo la cacciata dei rifugiati africani, tutti con regolare permesso, da via Lecco, ecco la ferma presa di posizione del provveditore Dutto, del prefetto Lombardi con il coro di Lega e Forza Italia, contro la scuola araba che oggi inizia le sue lezioni in via Ventura.
No, a Milano, dove pure fioriscono scuole private di diverse religioni, anche se soprattutto cattoliche con generosi finanziamenti pubblici, una scuola per i musulmani non s’ha da fare, neanche, come in questo caso, se diventa un doposcuola per insegnare a questi bambini la loro lingua d’origine insieme con quella del paese nel quale ora vivono.
La difesa di una, presunta, civiltà contro un’altra è stata sempre la causa dei più grandi crimini nel corso della nostra storia. Qui con governanti mediocri ci accontentiamo di carognate contro persone deboli e senza difese, addirittura contro bambini, ma sono queste carognate, anche perché vili, la manifestazione più pericolosa dell’intolleranza.
Solidarizzare con questi nostri fratelli, di pelle e di religione diversa, difendere le loro ragioni e impegnarci per i loro diritti è il nostro modo per credere e affermare che un mondo migliore è possibile.


Le priorità di Dario Fo per Milano

:: Salvare i cittadini milanesi dai danni dell’inquinamento provocato dai combustibili per trazione e per riscaldamento.
Per l’inquinamento ogni anno muoiono circa 1300 persone e si perdono circa 800.000 giornate di lavoro. Occorrono interventi immediati (blocco del traffico e aumento del trasporto pubblico fino al rientro nei limiti consentiti), di medio periodo (sostituzione per ordinanza del gasolio per trazione con biocomustibili e di quello per riscaldamento con metano, di lungo medio-lungo periodo (chiusura del centro al traffico privato e costruzione di isole intermodali intorno alla città).

:: La città centrifuga.
Milano è al centro di un grande movimento di uomini, mezzi e merci: vi si viene per lavorare e per cercare lavoro, per comprare, per vendere, per studiare, con mezzi pubblici e privati: questa città va riprogettata, rovesciando radicalmente la logica accentratrice che la governa e la soffoca.
Quindi “svuotare” Milano: del traffico e quindi dell’inquinamento; svuotare la sua amministrazione che riduce i servizi ai cittadini al livello da terzo mondo a favore di una rete di municipalità alle quali trasferire le funzioni dei suoi assessorati: servizi sociali, cultura, territorio; svuotarla dell’idea di essere un centro vivo circondato da periferie morte da destinare alla speculazione, per fare di ogni periferia il centro di una comunità nella quale i cittadini si possono riconoscere.

:: Il territorio, la casa.
L’accentramento di funzioni e servizi aumenta il valore del terreno del centro e ne caccia i redditi medio bassi che sono costretti ad andare ad abitare nell’hinterland, aumentando il problema del pendolarismo, quindi del traffico e dell’inquinamento. La città centrifuga riequilibra i costi immobiliari e ripristina l’equilibrio tra edilizia residenziale ed edilizia convenzionata e popolare. Nel centro storico devono essere ripristinate e allargate le aree a edilizia convenzionata e rigettati progetti come quelli della Fiera e dell’Isola che prevedono milioni di metri cubi senza un centimetro di edilizia convenzionata. Che senso ha un nuovo grattacielo della Regione Isola che porta in centro altre funzioni amministrative e costringe le periferie ad andare in centro con il conseguente aumento traffico, congestione, inquinamento per la città?

:: Difesa dei beni comuni.
Le aziende di interesse collettivo devono rimanere o tornare sotto il controllo pubblico. In sostanza a un malinteso principio di sussidiarietà “il pubblico faccia solo quello che non può fare il privato” bisogna contrapporre il ragionamento “perché non può essere una mano pubblica, a cogliere gli utili di una presenza sul mercato nei settori dei servizi a rete?”

:: Bilancio partecipato e Luogo Comune.
Comitati e associazioni hanno costruito nel tempo un tessuto di soggetti che sul territorio si organizzano in rappresentanza di interesse specifici e autoorganizzano per gestire pezzi di beni comuni, esprimendo in questo modo una volontà di partecipazione che costituisce l’elemento determinante per superare la crisi di rapporto tra partiti e cittadini e rinnovare forme e contenuti della politica.
Cogliere queste risorse, metterle in rete, interagire con loro è unanecessità per rinnovare concretamente il rapporto tra politica e società, tra partiti e soggetti sociali. Non solo bilancio partecipato ma istituire a livello istituzionale, quindi con un intervento statutario, un “Luogo comune”, uno spazio tra amministrazione e cittadinanza, nel quale i cittadini che si autorganizzano in comitati e associazioni possano fare ricerca, elaborazione, definire progetti con l’amministrazione e verificarne della loro realizzazione.


All'isola al posto dei Re Magi arrivano le ruspe

Siamo all’Isola, un quartiere storico di Milano.


Un mese fa con Franca avevo partecipato ad una manifestazione del rione. C’erano un gruppo di ragazzi e ragazzine che camminavano in equilibrio su alti trampoli. Il maestro clown era un mio caro amico del quartiere. C’era la Banda degli Ottoni che sparava musica allegra. Eravamo più di mille a manifestare contro il progetto del Comune e della Regione che hanno in programma di trasformare tutta quella zona in un ammasso di palazzi e grattacieli, per l’ammontare di ben un milione di metri cubi di fabbricato. Una decina di ragazzi del gruppo degli Amici di Beppe Grillo, a mo’ di uomini sandwich, portavano indosso enormi lettere che componevano parole di sarcasmo, rivolte agli ideatori di quel mostro in cemento: una specie di drago sparapanzato sul terreno, con tanto di volute a mo’ di serpente che avrebbero schiacciato definitivamente il Bosco di Gioia, una piccola foresta affollata da alberi centenari, alcuni di loro molto rari.
Qualche giorno fa si era tutti a un dibattito in un cinema-teatro della Gronda Nord, anche qui per bloccare il progetto di uno scempio urbanistico e stradale, quando Michele Sacerdoti, uno dei più decisi sostenitori della lotta contro il deturpamento dell’Isola, leggeva entusiasta un documento, risultato di un ricorso, che bloccava la determinazione del Comune perché tutto il Bosco di Gioia fosse abbattuto e si iniziasse la messa in opera del cantiere. Un coro di grida e applausi salutò questa splendida notizia.
Ma ecco che due giorni dopo Natale, invece di piantare l’Albero dei doni, arrivano degli operai, mandati dal Comune, con l’ordine di abbattere ogni pianta. Ad accogliere i cittadini che accorrono sdegnati c’è un rappresentante del Comune che esibisce un nuovo documento che annulla il precedente: “Si può abbattere.” Punto e basta.
Gli operai cominciano a togliere arbusti e stoppie intorno alle radici. Fra poco i tronchi saranno segati alla base. Verrà eseguita una condanna a morte per duecento alberi: l’unica oasi rimasta in Milano se ne va.
Ma gli abitanti, trattenuti al di là del recinto di ferro, s’accumulano attoniti, increduli. Un vecchio grida: “Assassini!”. Lo stridente rumore delle seghe a motore inizia un coro davvero insopportabile. Come preceduto da un cigolio simile a un lamento, ecco che cade il primo grande albero. I rami si sfasciano al suolo. Un gruppo di ragazzini tenta di entrare, scavalcando la staccionata. Vengono inseguiti e ricacciati indietro. Ecco: arriva in bicicletta Michele Sacerdoti, l’indomito difensore di quegli alberi. È un uomo di cinquant’anni, ma agile e svelto come un ragazzino. Dribbla gli inservienti e gli operai e con facilità inaudita s’arrampica sul più gigantesco albero: una enorme magnolia, ancor carica di foglie. Sparisce fra le fronde e riappare lassù. I “boscaioli” non sanno che fare. Il dirigente del Comune grida, invitando l’intruso scalatore a scendere, altrimenti dovranno abbattere l’albero con lui sopra. Sacerdoti risponde sghignazzando: “Fate pure. Io di qui non mi muovo. Dovete abbattere anche me.”
Adesso la neve vien giù sempre più fitta. Un gruppo di ragazzi intona “Tu scendi dalle stelle”. Tutti ridono, perfino i “boscaioli” che si riparano sotto la grande magnolia a fumarsi una sigaretta.
Lunga pausa.
Poi di lì a poco ricomincia l’insopportabile cigolio delle motoseghe e uno dietro l’altro altri alberi cadono a terra, sollevando nugoli di neve.

Gli indesiderati

“Hanno aspettato proprio il momento buono”, commentava una donna del quartiere, guardando in su, verso gli immigrati in equilibrio sui tetti dello stabile di Via Lecco 9 e affacciati al balcone pericolante d’angolo, mentre sotto i poliziotti sfondavano il portone.
Hanno aspettato che mettessero nella mangiatoia il bambino, che la gente si sentisse santificata dalla notte di Natale, la pancia piena di cibo e panettoni, per portare a termine il loro colpaccio tranquilli e quasi indisturbati. Carabinieri e guardie di P.S. avevano avuto solo il fastidio di dover spaccare con i grossi tronchesini le catene alle quali si erano legati dei ragazzi. Il portone non s’è spalancato ma si è staccato dai cardini ed è ricaduto verso l’interno, a rischio di schiacciare gli uomini di colore che stavano di là.
Poi, con qualche spintone, la forza è entrata, seguita dai rappresentanti dell’Arci, della Caritas e da Don Colmegna. Sono cominciate le trattative. I quotidiani oggi dicono che tutte le soluzioni offerte dal Comune non sono state accettate dagli occupanti e nemmeno quelle proposte dalla Cgil, dalla Cartitas e dall’Arci. Quei cocciuti hanno risposto sempre di no.
Ma in che consistevano quelle “ragionevoli” soluzioni d’accomodamento?
Il Comune a tutti i 267 rifugiati offriva dei container sistemati in uno scantinato. Io mi trovavo con Franca a qualche metro dal gruppo dei proponitori. Mi scappò, detto a voce alta, che in quelle scatole di ferro ci avrei visto volentieri per qualche notte gli amministratori del Comune. “Sistemare esseri umani in quei bacili è un’idea del tutto crudele”, commentò Don Colmegna.
I rifugiati politici rifiutano naturalmente anche la solita sistemazione nei dormitori dove devi sloggiare ogni mattina presto e tornarci al tramonto. E di giorno dove vivi?


Ma gli assessori si dimostrano pieni di risorse e arrivano addirittura a proporre un tendone riscaldato da sistemare in una zona già abitata da numerosi campi nomadi. In questo caso le donne e i bambini sarebbero stati collocati altrove. Oltretutto gli abitanti di quella zona minacciavano di protestare in coro e opporsi a quel nuovo arrivo. A TUTTO QUESTO BEN DI DIO DI PROPOSTE I Rifugiati RISPONDONO: “NO, GRAZIE, PREFERIAMO restare sul marciapiede… in strada.” I poliziotti se ne vanno e con loro i responsabili del Comune: “Risolvano come gli pare, noi il nostro dovere l’abbiamo fatto!”
Franca urla: “E così lo spettacolo è finito! Guarda che bel presepe avete combinato! Sta venendo giù perfino la neve. Ci manca giusto l’arrivo di Erode per concludere la festa.” Di lì a poco i disperati, gli scacciati, le coperte e i cappelli degli accampati grondano acqua. Qualcuno si leva in piedi e sbatte le coperte. Alcune donne coi loro bimbi in braccio salgono sul pullman dell’ATM, messo a disposizione come rifugio.
Come trascorreranno la notte quegli infelici? Li aspetta una veglia non proprio santa.
Si può ben dire che anche qui Gesù s’è fermato, come ad Eboli.

coraggio Milano!

Oliviero Toscani cura l'immagine della campagna di Dario Fo e dichiara a Repubblica "è un'occasione per Milano".


Le priorità per Milano

:: Salvare i cittadini milanesi dai danni dell’inquinamento provocato dai combustibili per trazione e per riscaldamento.

:: La città centrifuga.

:: Il territorio, la casa.

:: Difesa dei beni comuni.

:: Bilancio partecipato e Luogo Comune.

In allegato trovate i manifesti in formato pdf.


Dario Fo Presenta la sua campagna

Giovedì 22 dicembre alle 12 alla Stecca degli artigiani, in via Confalonieri 10, Dario Fo presenta la sua campagna per le primarie, insieme con Oliviero Toscani che ne ha curato il progetto grafico e con i comitati coinvolti nel progetto Garibaldi-Repubblica, contro modello della città del cemento, della speculazione edilizia che caccia giovani e interi strati sociali, della congestione del traffico, dell’inquinamento.