Lettera di Dario Fo al Sindaco Marco Cavicchioli in occasione dell'allestimento della mostra su Darwin a Biella

Pubblichiamo di seguito la lettera scritta da Dario Fo al Sindaco di Biella, Marco Cavicchioli. 

In questi giorni la Compagnia Teatrale Fo Rame sta lavorando tra Biella e Milano per il nuovo allestimento della mostra dedicata a Darwin, inaugurata per la prima volta questa estate al Palazzo del Turismo Primo Grassi a Cesenatico.  

 

Caro Marco,  

mi spiace di non averti potuto conoscere quando, nel 1974, venimmo con tutta la compagnia a Biella per un incontro davvero epico, giacché allora tu eri un bambino, avevi appena cinque anni. Nessuno poteva immaginare fin da allora che dopo quarant’anni saresti divenuto il sindaco di una delle città più vive del Piemonte. Ma di certo, qualche anno dopo quell’evento, ti avranno raccontato delle manifestazioni che, con Franca e l’intera nostra compagnia, abbiamo promosso insieme a tutta la tua città per ricordare la storia a dir poco straordinaria svoltasi nelle valli del biellese agli inizi del Trecento. Di sicuro, chi stava raccontandoti avrà partecipato a quella scalata che portò qualche migliaio di abitanti, provenienti da tutte le valli del Piemonte, fin sul picco del monte Rubello per ricordare la resistenza dei dolciniani, che lottavano contro duchi e i vassalli che, alleati col clero, imponevano da secoli la servitù della gleba, privando tutti della libertà d’azione e di pensiero.

Con Franca ci eravamo impegnati per far conoscere ad ognuno l’epopea di un popolo che, sotto la guida di Fra Dolcino e di Margherita, detta la monaca, riuscì per anni a contrastare con le armi e l’aiuto di un’enorme quantità di contadini e montanari quell’infame potere che li soggiogava.

Personalmente, approfittando dell’allestimento della mostra su Darwin, sarei felice di riproporre quei tempi gloriosi, parlando ai cittadini del tuo comune delle lotte che i loro avi erano riusciti a mettere in campo, anche a costo di un finale a dir poco tragico.

Ma tornando ad oggi, in molti mi vanno chiedendo perché, tutto a un tratto, io mi sia gettato a raccontare la vita di Charles Darwin, uno scienziato fuori da ogni regola ammirato dai liberi pensatori più famosi di quel tempo. Tutto è nato in conseguenza di un’aggressione messa in atto nel 2009 da un gruppo di facinorosi reazionari che, nel giorno stesso in cui si commemorava la nascita, avvenuta due secoli prima, dello scienziato inglese, lanciarono pietre contro le vetrate del Museo di storia naturale, di certo tra i simboli più gloriosi della città di Milano. Una delle direttrici del museo si rivolse a me perché intervenissi con uno spettacolo nel quale facessi conoscere l’importanza della teoria dell’evoluzione, che negli ultimi due secoli aveva sconvolto tutta l’Europa e perfino le americhe, nonché l’oriente intero.

“Ma non sono preparato a realizzare un discorso di quelle dimensioni!” ribadii spaventato. E la risposta fu: “Ti diamo tempo un mese, e noi ricercatori dell’università ci impegniamo a nostra volta ad aiutarti per tutte le informazioni di cui abbisogni”.

Così cominciò la scommessa, e devo dire che il risultato di quell’intervento recitato, che aveva per titolo Dio è nero, fu imprevedibile. Un gran numero di ragazzi, che avevano partecipato a quella rappresentazione, si dissero entusiasti e sconvolti, e i direttori del museo mi incoraggiarono a procedere in quella direzione per realizzare non solo un gioco satirico ma approfondire il problema fino a svelare quei fondamenti scientifici che avevano rovesciato di netto la verità sulle origini degli esseri umani e di tutte le creature, a cominciare da un unico progenitore, un verme.

Cominciai a interrogare gli scienziati che si erano offerti di svezzarmi nella scienza. Venendo a conoscere i punti nevralgici dell’evoluzionismo rimasi stupefatto. Ero su un tram, e in mezzo a un gran gruppo di passeggeri esclamai: “Sono un ignorante!”. Tutti mi guardarono stupiti, soprattutto quando arrivai a ribadire: “Un ignorante in mezzo a un popolo di disinformati come me!”.

E di qui cominciò un vero e proprio studio-inchiesta, non solo sulla vita di questo straordinario ricercatore ma soprattutto riguardo ai suoi metodi di analisi, le sue scoperte spesso casuali ma quasi sempre frutto di approfondimento e soprattuto dell’uso dell’intuito. Ribadiamo che ci troviamo agli inizi dell’ottocento e questo nostro straordinario ricercatore non era in grado di servirsi di mezzi tecnologici come gli impianti per l’analisi del DNA e la Tac, a cui ogni scienziato può ricorrere oggi nelle sue inchieste. Senza quegli strumenti come poteva leggere i particolari dei corpi viventi? E ancora, come poteva calcolare l’età dei fossili estinti milioni di secoli fa? Ebbene, Darwin è riuscito egualmente, anche privo di tecnologia, a convincersi e poi a convincere gli altri, di quanto fosse corretto il proprio ragionamento logico.

A proposito di informazione fra ricercatori, la quantità di lettere che Darwin e i suoi colleghi scienziati riuscivano a scambiarsi era a dir poco straripante. Sono rimasto fortemente impressionato nello scoprire che il numero collezionato da Darwin supera le 14.000 missive di cui una gran quantità non sono state ancora visionate.

Ogni tanto mi chiedo: “Ma come si è potuto, specie da noi in Italia, rimanere per tanto tempo privi di conoscenza rispetto alla nascita del movimento evoluzionista, che nell’intero pianeta aveva scardinato tutti i principi tradizionali sull’origine del genere umano e di tutti gli esseri viventi?”. Innanzi tutto non possiamo dimenticare la censura imposta in ogni scuola, compresa l’università, al tempo del fascismo. Poi, subito appresso, dopo la Liberazione, ecco i cattolici conservatori che fanno altrettanto, se non peggio. E tutto ha proceduto imperterrito fino ai tempi nostri, dove un sindaco e ministro dell’istruzione come Letizia Moratti (il che vuol dire banche, vescovi e petrolio) aveva tolto ogni sussidio al Museo di storia naturale milanese e all’università.

Come procedo di solito, cominciai col raccontare l’epopea di Darwin servendomi della pittura, dei bassorilievi, nonché costruendo pupazzi e burattini che, posti in primo piano nel racconto, facilitavano notevolmente la comprensione di quella incredibile rivoluzione. Ad un certo punto, quando avevo già preparato ben due diversi testi sull’argomento, mi resi conto che chi poneva maggiore attenzione a quella storia non erano le persone adulte ma i ragazzi. Così, coi miei collaboratori, decisi di raccontare quell’insolita avventura badando di farmi comprendere perfettamente dai giovani delle scuole medie, fino a coloro che si affacciavano nelle università.

Ma quello sterzare così deciso verso un pubblico composto in gran parte da spettatori così giovani creava difficoltà soprattutto sul piano dei costi e della organizzazione. Era nostro dovere offrire quella specie di lezione gratis. In poche parole, la storia di Darwin così proposta determinava una condizione di perdite economiche non indifferenti. Il tutto aggravato dalla burocrazia, che negli istituti scolastici, è risaputo, produce difficoltà sempre più insuperabili.

A questo punto indicemmo un’assemblea nella quale si venne a discutere del che fare. Prima di tutto scoprimmo che, oltre a un pubblico adulto fortemente interessato, ci trovavamo con una platea gremita di ragazzi coi loro insegnanti, e perfino delle organizzazioni operaie che, come per magia, si presentavano dichiarando che era loro diritto arricchirsi di una cultura degna di quel nome. Ma la scoperta determinante fu quella dell’importanza che soprattutto il pubblico dei giovani dava al racconto teatrale che un gruppo di noi aveva scelto come forma espressiva da aggiungere alla pittura. Questo significava che gli spettatori quasi al completo gradivano sì la mostra pittorica, ma ancor più sentivano il bisogno della narrazione diretta e spesso improvvisata dal nostro gruppo di fabulatori.

Inoltre, un particolare che ognuno sottolineava con applausi e risate era l’aver inserito durante il racconto una specie di dibattito rapido e improvviso che imponeva ai presenti di uscire dalla condizione di spettatori inerti e trasformarsi a loro volta in critici attivi. Questo all’istante faceva nascere una forma di presentazione pittorica/figurativa, plastica e narrativa fuori da ogni convenzione. Come sempre è il pubblico che intuisce e sceglie le nuove forme di rappresentazione. Infatti le mostre dove si espongono opere di grandi movimenti artistici spesso vanno quasi completamente deserte. E vuoi sapere qual’è la ragione? La mancanza di un dialogo e l’impossibilità dei visitatori di chiedere informazioni ai responsabili competenti della mostra. Non bastano perciò né le didascalie poste a lato del dipinto né la solita spolverata introduttiva condotta dal critico di turno. Solo il coinvolgimento creato da una esibizione dialogata di attori ricchi di senso della narrazione può trascinare gli spettatori, ai quali ci si rivolge in un linguaggio facile e ricco di humor.

Questo nuovo metodo noi lo abbiamo proposto per la prima volta nell'ultimo allestimento a Cesenatico. Due mesi consecutivi di prove e sperimentazioni che ci hanno fatto convinti che val sempre la pena di rischiare, come è successo a noi, di superare il budget che ci eravamo proposti e finire in fastosa perdita, ma con la soddisfazione di aver mirato giusto e ottenuto un grande successo.

 

Era mio dovere chiarirti le nostre scelte,  con l'augurio che si possa fare ancor meglio nella città di Biella.

Ci vediamo fra poco per poter smantellare gli ultimi dubbi.  

Un abbraccio

Dario Fo