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Nessuna cura può guarire uno stupido

People For Planet - Dom, 11/04/2018 - 00:22

Il cattivo medico cura i sintomi del male. Così facendo non guarisce la malattia che diventa più profonda e dopo poco tempo spunta di nuovo in un altro punto del corpo, aggravata.

Il bravo medico scopre quali sono le cause del male e le rimuove. Solo così il paziente guarisce veramente.

Questa è l’idea della medicina che avevano i medici cinesi già 2500 anni fa. E ormai il dibattito su questa questione ha investito tutto l’ambiente. Inizia a vacillare la convinzione che guarire il malato equivalga a liberarlo dal malessere il più velocemente possibile, attaccando i sintomi della malattia con ogni mezzo efficace. Questo modo di procedere è valido nella medicina d’urgenza, quando vi è un imminente pericolo di morte.

Quando i sintomi stanno per uccidere il malato vanno combattuti senza esclusione di colpi ma è stupido accanirsi contro i sintomi quando la malattia non minaccia immediatamente la sopravvivenza. In questo caso bisogna andare a cercare le ragioni del male.

Vi sto raccontando queste mie esperienze (vedi anche Emorroidi solidali: se ti fa male il sedere rilassa le labbra e Cistite solidale) perché chiarisce, più di tanti discorsi, la necessità di affrontare globalmente certi disturbi, collegati al modo di vivere e di pensare di una persona.

Attaccare i soli sintomi non serve. Lo testimoniano milioni di persone che passano la vita a curare malattie croniche che non guariscono mai e che li costringono a convivere col dolore e il disagio. Debellare una malattia cronica significa vincere una grande sfida, stabilire una premessa formidabile per evolversi psicologicamente.

Quasi tutti i dottori si ostinano a curare la parte più superficiale della malattia (nel mio caso l’infezione), per niente scoraggiati dall’inutilità delle cure. E lo stesso atteggiamento è seguito da molti terapeuti alternativi. Sono settoriali, non vedono il malato come un insieme e non vanno a cercare le cause profonde dello squilibrio che, nel caso delle malattie croniche, sono sempre errori di atteggiamento emotivo e di abitudini di vita.

È da notare però che questa prassi medica ha in realtà una causa diversa dalla semplice pigrizia o incompetenza.
Il problema sono i pazienti e la loro passività verso il male.

Spesso il terapeuta è visto come un guaritore miracoloso e ci si abbandona passivamente nelle sue mani. Non è possibile curare un malato che non diventi soggetto della cura, che non si incarichi di capire egli stesso la natura del proprio male e gli errori di atteggiamento e comportamento che lo fanno ammalare. La guarigione prevede un cambiamento nel modo di pensare. Bisogna chiedere al medico non di guarire il malato, ma di dargli gli strumenti per guarire da solo. Se quando avevo 19 anni mi avessero insegnato l’amore morbido, senza erezione, e il rilassamento, avrei probabilmente risolto i miei malanni molto rapidamente. Ma solo a patto di diventare da subito il protagonista della cura.
Guarire dalle mie cistiti in un mese sarebbe stato comunque impossibile, perché erano il segnale di uno squilibrio non superficiale, accumulato nel tempo e causato da un modo di essere radicato nella mia personalità. Superare queste malattie croniche comporta perciò una rivoluzione del modus vivendi. Ovviamente questo pone un problema pieno di implicazioni filosofiche. Non è possibile guarire un paziente che non capisce come deve collaborare con il medico o che non è in grado di cambiare se stesso.
Come dicevano anticamente i cinesi:

“Nessuna cura può guarire uno stupido”.

Questa realtà spiega anche perché la medicina storicamente abbia incontrato tante difficoltà ad affrontare la malattia alla radice. I medici lavoravano per vivere e perciò curavano soprattutto i ricchi e i potenti. Gente spesso arrogante e presuntuosa, che rifiuta l’idea di essere nel torto e che vuole essere servita senza fare tanta fatica. E in fondo questo è l’atteggiamento che abbiamo un po’ tutti… Perciò non possiamo limitarci a biasimare i medici se le cose sono andate così. E’ certo però che, se ti trovi ad avere una malattia cronica e vuoi veramente guarire, devi innanzi tutto guarire il tuo punto di vista sui medici.

Gesù disse: “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Cioè, se non ami te stesso come puoi pensare di amare qualcun altro?

La malattia non è un elemento estraneo da vincere, è un fenomeno da capire, un’occasione per conoscere quali sono i comportamenti che si allontanano dalla tua natura e danneggiano il tuo essere.
Curarti diventa così un’appassionante indagine alla ricerca di te stesso. Tu diventi l’oggetto della tua attenzione, il mondo da scoprire, la cosa più importante. Ci hanno insegnato a non essere egoisti né egocentrici, ma è un insegnamento che induce in errore.
Se non sei curioso di conoscerti, di scoprire cosa ti fa stare meglio, come puoi avere la sensibilità per comprendere gli altri, amarli, aiutarli, ridere e giocare con loro? Sapere che io sono per me la cosa più importante del mondo e che la mia missione è vivere con gioia e allegria, è il secondo passo della guarigione.

Bisogna poi imparare a distinguere le proprie esigenze essenziali primarie e difenderle con dignità. Troppe persone sono afflitte da mali incurabili solo perché non hanno la forza né la fiducia necessarie per abbandonare situazioni invivibili. Per tornare a un esempio già fatto, quante donne intelligenti stanno con uomini che le picchiano solo perché sono prigioniere di un sistema di valori morali che nega loro il diritto alla felicità in nome “dei figli”, “per evitare lo scandalo” o semplicemente perché non possono “accettare la sconfitta”?

Quest’ultima motivazione è particolarmente curiosa quanto diffusa. Non ci si sacrifica per gli altri ma per se stessi, solo che l’obiettivo non è la nostra felicità o il nostro benessere, ma il nostro onore, la nostra autostima. Si tratta di un egoismo rivolto non verso la propria persona reale, in carne e ossa, ma verso un’immagine di se stessi alla quale si è affezionati.

La propria identità, il personaggio, l’autostima… chiamatela come volete ma questa è la più grande cazzata megagalattica che mai sia stata inventata, e tritura più vittime lei di qualunque epidemia di virus cattivi che si divertono a farci a pezzi i linfonodi. E bada bene che tutti ce l’abbiamo dentro questo grossolano errore di pensiero, e ci vorrà tempo per eliminarlo.

Trovare la tua vera natura significa innanzi tutto capire cosa fai per te veramente (cosa ti fa ridere e ti dà piacere fisico, serenità e soddisfazione) e cosa invece fai per onorare il feticcio mentale della tua personalità, la soddisfazione unicamente psicologica di corrispondere alla tua immagine precostituita.

Bisogna imparare a chiedersi “ma perché voglio fare così?” Il gusto dov’è?

La cartina di tornasole per capire se vuoi fare qualche cosa solo per un tuo feticcio sta nel fatto che i desideri veri sono indirizzati verso una soddisfazione diretta di un bisogno. Faccio questo perché mi piace e mi piacerà anche il risultato che otterrò. I piaceri mentali invece ti costringono a eseguire un compito che ti fa schifo. Insisti solo perché sei convinto che così otterrai quello che vuoi. E quando lo ottieni ti accorgi che vuoi già un’altra cosa.
Non stai mai lì a goderti quel che hai e spali merda per trovare i diamanti.
E poi ricordati che i finti desideri, le fisime mentali, non fanno mai ridere. I desideri autentici, in carne e ossa, invece sono buffi. Questo è l’inizio.

Nasce in Francia Radio Riace International

People For Planet - Sab, 11/03/2018 - 03:14

A volte la censura ha un effetto boomerang: ciò che si vorrebbe sopprimere trova nuova visibilità proprio a causa della censura stessa. E’ il caso di Riace, di cui ci siamo già occupati.

Il Sindaco Domenico Lucano si vede offrire solidarietà e appoggio in tantissime parti d’Italia, da Napoli a Milano, dove il Sindaco Sala nell’incontro con Lucano organizzato a Palazzo Marino in Sala Alessi, davanti alla sala stracolma ha detto: “Se fossi stato al suo posto avrei fatto le stesse cose che ha fatto lui”.

Ora la solidarietà a Riace supera i confini nazionali. In Francia è nata da qualche giorno Radio Riace International, una web radio che parla dell’esperienza di Riace, trasmette musica e contributi in francese, italiano e inglese due ore al giorno.
Qui di seguito la traduzione della presentazione di questa iniziativa estratta da www.telerama.fr

Accusato di aiuti all’immigrazione clandestina per la sua accoglienza di rifugiati, al Sindaco del villaggio Domenico Lucano è vietato vivere nel proprio comune. Riuniti attorno al cugino parigino, giornalisti e artisti del suono hanno lanciato a Parigi una radio di supporto.

Nelle scorse settimane un piccolo villaggio calabrese, nell’estremo sud dell’Italia, ha cristallizzato contro di sé attacchi xenofobi. Arrestato ai primi di ottobre con l’accusa di “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”, il sindaco della città, Domenico Lucano, è stato finalmente rilasciato dagli arresti domiciliari ma bandito dalla sua città.

La storia inizia nel 1998, quando Domenico Lucano (non ancora sindaco, sarà eletto nel 2004), decide di accogliere i curdi bloccati su una spiaggia vicino al villaggio. Con loro e gli abitanti di Riace, rinnova le case vuote della città, abbandonata da molti andati nel nord Italia o emigrati all’estero, in America in particolare. Dalla sua elezione, e attraverso la sua associazione, il Sindaco ha sviluppato una politica di accoglienza nei confronti degli esuli: affittare case per pochi euro simbolici, mestieri di apprendistato, scolarizzazione di bambini…

A poco a poco, Riace si è ripopolata, con negozi che offrono tra l’altro ricami, ceramiche e prodotti eco-compatibili. Tutto a dispetto dei sussidi drasticamente ridotti negli ultimi due anni. Il Ministero degli Interni italiano ha dato un colpo a questo modello di integrazione nei giorni scorsi, non solo tagliando i fondi, ma ordinando il trasferimento di emigranti a centri di accoglienza … prima di tornare indietro per affrontare le accuse di deportazione , precisando che le partenze sarebbero state fatte su base volontaria…

Rosaria Lucano, cugina di primo grado di Domenico Lucano, dal ventesimo arrondissement di Parigi, dove vive, guarda con preoccupazione gli ultimi eventi. “Queste persone vivono a Riace da anni. Hanno un lavoro, i loro figli vanno a scuola, parlano italiano e persino calabrese! Con loro, la vita è tornata in questo villaggio che era quasi morto. È un peccato ridurli a uno status di esuli senza fissa dimora.”
Sorride quando ci ricorda la lunga storia dell’immigrazione sulla costa calabrese, una costa che nei secoli è stata sempre oggetto di sbarchi e di mescolanza tra popoli diversi: “Immagina che in alcuni villaggi si parla ancora una forma di antico greco! “

Sotto la guida di Marc Jacquin, direttore dell’associazione di creazione di radio Phonurgia Nova, è stata lanciata una webradio sotto il nome di Radio Riace International. Per due ore al giorno, giornalisti e artisti del suono trasmettono rapporti, traducono testi italiani e racconti sull’esilio e l’integrazione. “Continueremo fino a quando Riace non sarà confermata nei suoi diritti democratici”, afferma Marc Jacquin. “Dobbiamo sostenere collettivamente questo villaggio, che lontano dalle teorie astratte sull’integrazione, ci offre una realtà esemplare di solidarietà che dura da trent’anni… Perché non applicare questo modello nelle nostre campagne?!”

Radio Riace International ha ricevuto la sponsorizzazione dall’ex ministro della cultura Jack Lang, che ha inaugurato l’antenna in un’intervista.

Emergenza umanitaria? Disperati che sbarcavano hanno incontrato noi, altri disperati come loro. Assieme abbiamo dimostrato che un’altra umanità è possibile
Mimmo Lucano

Fonti:
https://www.telerama.fr/
http://www.phonurgia.org/
http://mixlr.com/radioriaceinternational/
https://www.facebook.com/radioriaceinternational/

Fonte immagine copertina: Tpi

L’inquinamento uccide i bambini: nel 2016 seicentomila decessi a livello globale

People For Planet - Ven, 11/02/2018 - 04:34

Se non vogliamo farlo per noi, proviamo a farlo per loro.

Se non riusciamo a combattere l’inquinamento per il nostro bene, perché non crediamo abbastanza negli effetti devastanti che avranno in futuro alcuni nostri comportamenti, oppure perché non riusciamo a mettere in pratica abitudini più virtuose, o ancora perché è più facile rimanere ancorati alle vecchie prassi, anche se insane, piuttosto che ingegnarsi per porne in vita di nuove (così come, tanto per fare un esempio, è più semplice gettare tutta la spazzatura nell’indifferenziato che dividerla in diversi bidoni)…ebbene: se non riusciamo a farlo per noi, dicevamo, proviamo a farlo per i bambini.

Per i nostri, e per quelli di tutto il mondo: l’inquinamento atmosferico ha un impatto devastante sulla loro salute, tanto da portarli a difetti nello sviluppo e alla morte.

Il nuovo report dell’Organizzazione mondiale della sanità parla chiaro: nel 2016 sono morti 600 mila bambini di età inferiore ai 5 anni a causa di infezioni del tratto respiratorio provocate dall’aria inquinata.

L’inquinamento uccide i bambini

Secondo il nuovo studio dell’Oms, che riassume le più recenti conoscenze scientifiche sui legami tra esposizione all’inquinamento atmosferico e effetti nocivi sulla salute nei più piccoli, il 93% dei bambini di tutto il mondo con meno di 15 anni, ovvero 1,8 miliardi di giovanissimi, vive in ambienti con livelli di smog superiori alle linee guida dell’Oms e ogni giorno respira aria così insalubre da metterne a rischio salute e sviluppo. Molti di loro muoiono: più di un decesso su quattro di bimbi con meno di 5 anni di età è direttamente o indirettamente correlato a rischi ambientali.

Attenzione anche all’aria di casa

I dati dell’Oms, oltre a mostrare come l’inquinamento abbia un impatto enorme e terribile sulla salute e sulla sopravvivenza dei bambini, mettono anche in evidenza che il pericolo non arriva solo dall’aria poco sana che si respira all’aperto (Ambient Air Pollution, AAP), ma anche da quella presente nelle abitazioni (Household Air Pollution, HAP). A subire i maggiori livelli di esposizione all’inquinamento domestico sono gli abitanti dei Paesi a basso e medio reddito, a causa dell’uso ancora molto diffuso di combustibili e tecnologie inquinanti per soddisfare bisogni quotidiani di base come la cottura dei cibi e il riscaldamento e l’illuminazione delle abitazioni.

Il particolato fine

Le percentuali di bambini esposti, sia fuori casa che dentro, a livelli di particolato fine (PM 2,5) superiore ai livelli di guardia stabiliti dall’Oms sono:

  • il 93% di tutti i bambini fino ai 15 anni, e circa 630 milioni sotto i 5 anni, nel mondo;
  • il 98-99% di tutti i bambini sotto i 5 anni nei Paesi a reddito medio-basso;
  • il 52% dei bambini sotto i 5 anni nei Paesi ad alto reddito;
  • il 100% di tutti i bambini sotto i 5 anni nelle regioni dell’Oms dell’Africa e del Mediterraneo orientale;
  • l’87% di tutti i bambini sotto i 5 anni nei paesi a basso-medio reddito nella regione Oms delle Americhe.

 

foto: Photo by Wim van ‘t Einde on Unsplash

Cistite solidale

People For Planet - Ven, 11/02/2018 - 01:06
La storia

Quando avevo 18 anni mi venne una noiosissima cistite. Andai da uno specialista che mi prescrisse antibiotici, ma senza risultati apprezzabili: ogni volta che urinavo o eiaculavo, i dolori persistevano. Mi rivolsi a un medico, che mi fece fare nuove analisi e mi prescrisse altri antibiotici più forti e specifici.
Nessun risultato.
Consultai un terzo specialista che mi consigliò iniezioni di antinfiammatori, ricostituenti e antibiotici. Niente. Un quarto aggiunse, ad antibiotici e antinfiammatori, uno psicofarmaco rilassante e il massaggio prostatico, quest’ultimo consiste nella pratica barbara di infilarti un dito nel sedere e schiacciare la prostata, provocandoti un male cane.
Guarii completamente.
Ma dopo sette giorni i bruciori ripresero.
Visitai un quinto luminare che mi centrifugò di pasticche. Alla fine della cura urinando perdevo sangue. Il sesto medico mi consigliò di rinunciare ai rapporti sessuali.

Alla fine mio padre mi accompagnò da uno dei più grandi urologi del paese, il professor Dell’Adami che per mia fortuna si rivelò di tutt’altra pasta. Mi rifece fare le analisi, appurò che c’era un’infezione batterica ma la cosa non lo interessò più di tanto. Per lui l’infezione non era la causa ma l’effetto di uno squilibrio dell’intero apparato genitale.
Quando funziona, il nostro corpo è perfettamente in grado, da solo, di sconfiggere una piccola infezione. Quindi non si occupò dei batteri, con i quali, nonostante gli antibiotici, convivevo ormai da due anni.
Fu invece il primo a chiedermi se studiavo molto. Gli dissi che lavoravo. Facevo il disegnatore, otto-dieci ore al giorno stavo seduto al tavolo. Mi disse che il mio problema colpiva soprattutto quelli che stanno seduti a lungo come i camionisti e gli studenti di medicina. Il sangue circola male, si crea eccessivo calore e va in tilt la valvola che determina l’uscita di urina o di liquido seminale. Era un disturbo che aveva scoperto dopo anni di ricerche.
Mi prescrisse di camminare, di stare seduto a lungo nella vasca d’acqua calda (immerso fino al bacino) e di procurarmi un cuscino di crine di cavallo bucato nel centro (a ciambella). Non guarii ma iniziai un lento miglioramento. Però era troppo lento. Mi rivolsi così a una pranoterapeuta, una signora anziana che mi metteva del ghiaccio sul pisello dicendomi: «Non ti preoccupare, potrei essere tua nonna». Non ebbi risultati e così, come molti che sono afflitti da malattie ormai croniche, resistenti a qualsiasi cura, intrapresi un lungo pellegrinaggio.

Durante un viaggio in Cina andai da un agopuntore e tornato in Italia mi recai da un altro… ne visitai cinque, ma nessuna delle loro cure ebbe un effetto risolutivo, sebbene ne ricavassi un sollievo momentaneo.
Feci due cure omeopatiche, mi fecero bene ma non guarii. Andai da un paio di maghi che mi tolsero il malocchio e mi prescrissero preghiere e talismani.

Provai svariati infusi di erbe, impacchi, supposte d’aglio, clisteri di olio e lavanda, bagni d’erbe aromatiche. Smisi di mangiare carne, uova, latte, formaggi, dolci e cioccolato.

Provai la macrobiotica. Sperimentai massaggi indiani, automassaggio cinese, rilassamento yoga, medicine tibetane e meditazione zen. Ma dopo quattro anni avevo ancora, spesso, violenti bruciori urinando e raggiungendo l’orgasmo.

Di tutte le decine di medici che mi avevano curato a nessuno era venuto in mente di chiedermi come facessi l’amore. Il mio problema stava nel fatto che ero un fantastico eiaculatore precoce: eiaculavo alla velocità della luce.
E, purtroppo, il sistema che avevo scoperto per aumentare i miei tempi di copula era quello di contrarre il basso ventre. Questo comportamento insano era aggravato dal fatto che avevo “il vizio” di contrarre quella zona anche nei momenti di tensione, mentre disegnavo e mentre compivo degli sforzi fisici. Ero molto ansioso e questo atteggiamento si manifestava anche nel mio modo di far l’amore. A causa della paura del dolore che accompagnava l’eiaculazione, non riuscivo ad abbandonarmi completamente neanche durante l’orgasmo. Si era creato un circolo vizioso. Iniziai a rendermi conto di tutto questo facendo l’amore con una meravigliosa giovane rivoluzionaria femminista che mi disse: «Calmati, tesoro!». E mi spiegò che potevamo fare l’amore con meno ansia e uno spirito più giocoso. Tranquillizzato dal suo piglio materno, riuscii a lasciarmi andare e, dopo anni, sperimentai i primi orgasmi senza dolore.

Così finalmente (sono un po’ tardo) mi resi conto che c’era un rapporto diretto tra il mio stato di tensione emotiva e muscolare e l’infiammazione. Se riuscivo a rilassarmi, a distrarmi, a lasciarmi andare morbidamente e senza ansia, il dolore non si manifestava. Ma farlo era per me molto difficile.
Ero ormai un giovane di 23 anni, molto esigente e perfezionista, facile al malumore e alla rabbia; spesso ero incapace di stare con gli altri e mi rinchiudevo a rimuginare, in solitudine, sulle mie sfighe esistenziali. Un musone insomma. Con saltuari scatti isterici.
Poco più tardi, verso i 24 anni, mi resi conto che non mi andava più di vivere in città. Mi trasferii in campagna e ritrovai una certa tranquillità passeggiando a lungo nei boschi. Stavo meglio. Mangiavo molte verdure e molto riso integrale biologico. Ogni tanto mi tornavano lievi bruciori, soprattutto nei periodi di maggior lavoro e tensione. Mi curavo divorando carciofi crudi e cipolle lesse e stendendomi per ore a rilassarmi, respirare e muovere le gambe e il bacino al rallentatore. Facendo l’amore limitavo i coiti e mi dedicavo piuttosto a pratiche sessuali più passive nelle quali non era necessario che io durassi a lungo. Il fatto di sapere esattamente dove fosse la clitoride mi permetteva di comportarmi così senza peraltro lasciare insoddisfatta la mia ragazza.
I numerosi calci in faccia ricevuti dalla vita mi avevano via via insegnato a essere meno ansioso e aggressivo. Un po’ di distacco fa molto bene. Non ha senso prendersela per questioni di poco conto. Spesso non ha senso incazzarsi neanche per le storie importanti.
Se incazzarsi non serve a niente, perché farlo? Tanto le cose vanno comunque come devono andare. Anzi spesso prendersela troppo peggiora la situazione. Invece, se sei un po’ più distaccato, ragioni meglio e la tua calma ha un effetto pacificatore sugli altri.
Arrivare a capire questo fu comunque un processo che richiese molto tempo. La svolta definitiva arrivò in seguito a un aggravamento dei sintomi. Erano passati 20 anni dall’inizio della mia malattia e potevo considerarla quasi guarita.
In quel periodo iniziai a fare conferenze in pubblico e a cantare in un gruppo di rock demenziale. Ogni volta che dovevo affrontare una platea ero colpito da un attacco fulminante di emorroidi e contemporaneamente la cistite ricominciava a ululare. Dopo lo spettacolo, a causa della paura e della tensione, ero in condizioni dolorosissime e vergognose, visto che nessuno si esime dal prendere in giro chi è afflitto da questo malanno. Non ci voleva molto a capire che i due disturbi erano intimamente collegati. Così mi trovai a dover restare a letto per giorni e a pensare di sottopormi a un intervento.
Per mia fortuna, dopo due anni di questa recrudescenza dolorosa, scoprii che adoravo far l’amore a lungo, senza preoccuparmi dell’erezione e dedicandomi invece a rilassare, respirando profondamente, tutto il ventre fino al pube e all’ano. Fu questa tecnica di amore in totale abbandono psicologico e muscolare che liquidò finalmente sia le emorroidi che i residui di cistite.
In realtà, nonostante gli infiniti tentativi, non ero mai riuscito a rilassare veramente la zona genitale. Farlo senza sapere come procedere è veramente difficile. Alla fine ci riuscii, in parte, con la respirazione profonda, in parte immaginando che la zona compresa tra pube, ano e vescica fosse come un palloncino pieno d’acqua.
È un sistema un po’ stupido ma funziona. Ascoltare come la forza di gravità deforma questo palloncino dentro di sé in modo diverso a secondo delle posizioni che si assumono. Cercare di rilassare il palloncino e di abbandonarlo alla pressione dell’attrazione terrestre. Così riuscii finalmente a raggiungere uno stato di totale decontrazione.
Fu allora che mi accorsi che facevo sempre la pipì troppo in fretta. Non svuotavo mai fino in fondo la vescica e questo contribuiva a mantenere contratto il muscolo pubococcigeo. Imparando a svuotarmi fino in fondo e praticando l’esercizio del palloncino, iniziai a vivere con i muscoli pelvici rilassati. Fu così che ritrovai la piena salute di tutta l’area e, finalmente, riuscii ad avere rapporti sessuali totalmente appaganti (solo ogni tanto nei giorni di tempesta, quando la furia degli elementi si abbatte sul veliero del mio cuore e la paura mi artiglia il petto sento lieve un piccolo bruciore. Ma è così lieve che non è un problema, semmai è un primo campanello d’allarme che mi fa capire quando chiedo troppo a me stesso).

In breve si tratta di:

• Regolare la dieta.
• Imparare a fare pipì fino in fondo.
• Rilassare la zona ano-genitale.
• Respirare e praticare l’esercizio del palloncino.
• Non contrarsi durante i rapporti sessuali.
• Praticare l’automassaggio.
• Seguire una specifica dieta alimentare: acqua molto leggera, molte verdure, in particolare sedano, carciofi crudi o cotti, cipolle lesse.

I consigli di Antonella Concina

ALIMENTAZIONE
Bere molta acqua e tisane diuretiche. Eliminare asparagi, pomodori, spezie e gli alimenti irritanti quali bevande alcoliche, caffè, tè, bevande gassate. Bere succo di limone e preferire mele, porri (ottima la minestra), rape crude. Aggiungere all’alimentazione yogurt e fermenti lattici.

IMPACCHI
Si possono fare degli impacchi al basso ventre con le foglie di cavolo-verza (2-3 strati) da tenere tutta la notte.

OLIGOELEMENTI E INTEGRATORI
Si possono alternare le fiale di rame-oro-argento a quelle di manganese-rame. Vitamina C e Vitamina A.

FITOTERAPIA
Infuso di: foglie di betulla 20 g, foglie di uva ursina 20 g, epilobio 15 g, verga d’oro 15 g, tarassaco 15 g, ginepro 15 g, un cucchiaio da tavola per tazza bollente.

OLI ESSENZIALI
Caieput, 2-4 gocce in un po’ di miele, 3-4 volte al giorno. Eucalipto, 2-4 gocce in un po’ di miele, 2-3 volte al giorno Pino, 3-5 gocce in un po’ di miele, 3-4 volte al giorno.

 

Un Paese impreparato al maltempo può dirsi civile?

People For Planet - Gio, 11/01/2018 - 01:13

Venti forti, nubifragi, piogge torrenziali e trombe d’aria hanno messo in ginocchio l’Italia e fatto salire a undici il numero delle vittime, nonostante l’impegno massivo dei vigili del fuoco – quasi 8mila interventi nell’arco di 48 ore in tutte le regioni. Fra le vittime del maltempo, un vigile del fuoco volontario. Decine i feriti. Per evitare ulteriori tragedie il Viminale ha inviato una circolare a tutti i prefetti invitando a prendere in esame la possibilità di chiudere non soltanto le scuole, ma anche gli uffici pubblici.

“La strada provinciale 227 per Portofino non esiste più, il borgo è isolato” ha dichiarato Matteo Viacava, sindaco di Portofino. Alle 5 di mattina di ieri è collassata una carreggiata della strada Aurelia a Finale Ligure, all’altezza della zona Malpasso. La forte pioggia ha provocato una voragine di 6 metri in cui è finita un’automobile, al volante una donna rimasta ferita. Un’altra donna, in Val di Sole, in provincia di Trento, è morta a causa dell’esondazione del torrente Meladrio. Sempre al nord, in Val Venosta, a Silandro, una bambina è rimasta ferita da un sasso, cadutole addosso mentre viaggiava in auto. Monterosso evaquata, il porto di Rapallo devastato, case scoperchiate in Valsugana, alberi che cadono a Roma. La situazione peggiore è in Calabria, dove i morti per il maltempo sono  quattro. Massimo Marrelli, manager in ambito sanitario privato della Regione, è stato sepolto vivo insieme ai suoi tre operai durante un lavoro a una condotta fognaria a Isola Capo Rizzuto, in provincia di Crotone.

Il 9 ottobre di 55 anni fa avveniva il disatro del Vajont. 260 milioni di metri cubi di roccia si staccarono in blocco dal Monte Toc, dietro la diga del Vajont, crollando nell’omonimo lago. Quattro minuti di apocalisse che provocarono la morte di 1917 persone. Dopo lunghi dibattiti, processi e inchieste, la responsabilità cadde sui progettisti e dirigenti della SADE (ente gestore dell’opera della diga del Vajont fino alla nazionalizzazione) che nascosero l’incoerenza e la fragilità morfologiche dei versanti del bacino, scopertosi in seguito non idoneo per un serbatoio idroelettrico di quella portata.

“L’italia non dimentica le vite spezzate, l’immane dolore dei parenti dei sopravvissuti, la sconvolgente devastazione del territorio, i tormenti delle comunità colpite. Neppure può dimenticare che così tante morti e distruzioni potevano e dovevano essere evitate”. Questo il commento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della commemorazione dalla tragedia del Vajont. Una tragedia annunciata, resa ancora più infame dall’indifferenza nei confronti dei geologi che avevano preannunciato l’eventuale catastrofe. Le cose da allora non sono cambiate. I geologi di oggi rimangono inascoltati, come accadeva a quelli di ieri. Identica l’arroganza dei politici che non si curano del territorio, invariata la supponenza di progetti ritenuti inarrivabili anche se basati inevitabilmente, necessariamente, su approssimazioni, e perciò non monitorati e manutenuti con la dovuta attenzione.

La memoria collettiva segue percorsi ricorsivi. Con il tempo, i ricordi tragici si attenuano, immagini inquietanti come quelle degli yacht in frantumi tendono a confondersi tra le macerie passate. Alcune, come quelle del Vajont, vengono iconizzate, smorzando parte del loro potere perturbante. È fisiologico. C’è un tratto trasversale e comune a questi atteggiamenti, proprio della cultura dell’ottimismo, che è tipicamente italiano, certo, ma fisiologico a ogni nazione inevitabilmente tenuta a misurarsi con l’imponderabile, l’emergenza, la casualità. Lo si potrebbe definire “istinto di sopravvivenza nazionale”, che in parte trae forza dal dubbio più o meno verbalizzato di chi rimane, ricorda, e sa che il motivo per il quale l’ennesima tragedia lo ha risparmiato non è dato a sapere. Ciò però non può e non deve esimere dal porsi una questione: un Paese impreparato al maltempo, può dirsi civile?

Ecco il making of della canzone della Bandabardò Oh Capitano

People For Planet - Mer, 10/31/2018 - 03:16

Nel making of le fasi della registrazione della colonna sonora del cortometraggio “Perché tutti vogliono salvare queste profughe?“, prodotto dal magazine online www.peopleforplanet.it che racconta in chiave satirica il salvataggio di un gommone carico di povere profughe extracomunitarie norvegesi, giovani e bionde, ad opera di un gruppo di generosi pescatori e bagnini di Cesenatico. Le riprese del lavoro della Bandabardò sono miscelate con animazioni dei disegni dello story board e con scene del salvataggio. Il corto ha avuto un grande successo sul web e in tv.
L’idea di questa operazione bontà è proprio quella di usare la tecnica del rovesciamento comico per provare a far riflettere.
Salvate le profughe bionde che hanno le tette rotonde è il ritornello di questa canzone che inneggia agli italiani che hanno il cuore d’oro e la forza di un toro e si commuovono per queste povere ragazze votate a un destino crudele: mangiano le aringhe anche alla mattina, è una vita meschina… Vogliono anche loro la pizza pazza anche se sono di un’altra razza!
La musica è di Enrico Greppi, il testo di Jacopo Fo.

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Se sono gli studenti a salvare il mare

People For Planet - Mer, 10/31/2018 - 03:07

Da piccoli si andava sulla spiaggia in cerca di conchiglie. Non si sapeva di che specie fossero, ma le si collezionava con criteri propri. Poi magari ci si imbatteva in qualche pesce spiaggiato e i più «scientifici» di noi provavano a catalogarlo. Era un gioco, ma se si traducesse in qualcosa di sistematico e analitico?
Avremmo una fotografia della biodiversità nelle nostre coste, utile per sensibilizzare sulla fragilità del patrimonio naturalistico a bordo mare, oggi spesso aggredito dall’aumento dei rifiuti.
«Beh, la mia classe e io – racconta Giosuè Mangialavori – abbiamo fatto proprio questo. Siamo andati su due spiagge dell’isola d’Elba e per quattro giorni abbiamo classificato gli organismi marini, la vegetazione e i rifiuti. Così abbiamo scoperto specie che non conoscevamo e, purtroppo, anche trovato tante bottiglie di plastica buttate». Giosuè frequenta l’istituto tecnico Natta di Milano ed è uno tra le migliaia di studenti italiani del triennio delle superiori che può fregiarsi del titolo di «Guardiano della Costa».
La maiuscola deriva dal fatto che tutto è partito da un progetto promosso dalla Fondazione Costa Crociere in collaborazione con il Miur, il ministero dell’Istruzione, per l’anno scolastico 2017-2018.

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Nel Nord Italia il 95% degli europei a rischio per lo smog

People For Planet - Mer, 10/31/2018 - 01:55

In Europa 3,9mln di persone abitano in aree dove sono superati contemporaneamente e regolarmente i limiti dei principali inquinanti dell’aria (Pm10, biossido di azoto e ozono). Di queste, 3,7mln, cioè circa il 95%, vive nel Nord Italia.
E’ quanto emerge dall’ultimo rapporto sulla qualità dell’aria dell’Agenzia Ue per l’ambiente. Il nostro Paese è al secondo posto in Europa per morti per Pm2.5 (60.600) e al primo per le morti da biossido di azoto (20.500) e per l’ozono (3.200).

Il dato sulle morti premature conferma il primato negativo dell’Italia dello scorso anno, con un lieve peggioramento delle cifre sui decessi. Solo la Germania fa peggio per le morti causate da Pm2,5. Il rapporto offre una nuova prospettiva quando afferma che su 3,9 milioni di persone che vivono in aree dagli sforamenti simultanei e regolari (giornalieri per il Pm10 e annuali per biossido di azoto e ozono) 3,7 milioni abitano nel Nord della Penisola. Nella Pianura padana si conferma particolarmente critica la situazione dell’ozono e degli ossidi di azoto (principalmente da motori diesel).

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Prendi a pugni il mal di testa

People For Planet - Mar, 10/30/2018 - 15:38

Quando mi fu diagnosticata un’emicrania con aura avevo circa 32 anni e vivevo a Milano.
Un sabato mattina, mentre ero in ufficio, mi accorgo che non vedo più alla destra del mio occhio destro, solo da quell’occhio il mio capo visivo si è ristretto.
Spiacevole… penso a uno sbalzo di pressione, dopo pochi minuti mi accorgo che non riesco più a leggere il giornale, le parole saltano davanti ai miei occhi e durante una telefonata non riesco a dire la parola “tavolo”. A questo punto decido di andare a casa ma salendo in macchina sento di non avere più la sensibilità dei polpastrelli delle mani.
Ok, vado in ospedale… vicino al mio ufficio c’è il Fatebenefratelli, posso andarci a piedi… lì mi fanno un’iniezione di Valium e mi dicono che è una crisi d’ansia perché sono obesa (cerco di spiegare che non è che ieri ero 60 chili e stamattina mi sono svegliata a 110… e quindi un po’ d’ansia sarebbe giustificabile ma non mi danno retta). Mi fanno sedere su una sedia e a me viene un mal di testa da incubo. Quando dopo un’ora mi chiedono come va e rispondo: “Benissimo!” purché mi lascino andare via di lì. Arrivata a casa passo due giorni che non so neanche chi sono… un dolore incredibile.

Il mio medico di base insinua che potrebbe esserci qualcosa che preme sul nervo ottico e quando gli chiedo cosa potrebbe premere sul nervo ottico mi guarda con aria rassegnata. Mi piacciono i medici ottimisti.

Faccio le corna al menagramo e scopro per fortuna che nel mio stesso palazzo vive un primario dell’Istituto Neurologico Besta che, saputa la disavventura, mi prescrive una serie di esami.
Dopo tac, elettroencefalogramma, doppler e quant’altro un giovane e gentile medico mi diagnostica una emicrania con aura.
“Lei è un caso da manuale” dice “Praticamente succede che una vena del suo cervello si chiude e prima di arrivare il dolore, che è la vera malattia, lei ha una serie di disturbi neurologici”
“Bene” dico io “La cura?”
“Non c’è” mi risponde serafico “Possiamo solo darle dei farmaci che l’aiutino a superare le crisi”
“E la causa delle crisi?”
“Non ne sappiamo niente” dice sempre più serafico “Speriamo solo di imbroccare in fretta il farmaco che le faccia sentire meno dolore. Deve cercare di fare una vita regolare, andare a letto e svegliarsi sempre alla stessa ora, non bere, non fumare, non… questo non la guarirà, perché non si guarisce da questo male ma magari aiuta…”
Fantastico.
Il primo farmaco è quello “giusto” e lo prendo ogni volta che sento arrivare i disturbi ma mi spacca lo stomaco e anche se il dolore è lieve mi sento come dentro a un acquario, le percezioni sono fumose e non riesco a lavorare.
Le crisi arrivano a intervalli irregolari, impossibile pianificare alcunché. A poco più di 30 anni la mia vita non è certo regolare e mi rifiuto che lo sia, accidenti.

A 35 anni mi trasferisco in Umbria, la mia vita cambia radicalmente ma l’emicrania non molla, mi accorgo che arriva quando sono molto stanca, e anche, soprattutto, quando pare a lei… la bastarda.
Poi un bel giorno conosco la dottoressa Maria Ernestina Fabrizio, l’assistente del prof. Vezio Ruggeri dell’Università la Sapienza di Roma. All’università Ruggeri e Fabrizio stanno conducendo uno studio molto interessante sui disturbi dell’alimentazione e riescono a curare con 12 sedute casi di anoressia e bulimia su adolescenti semplicemente attuando modifiche posturali e facendo giochi di visualizzazione: la chiamano “psicofisiologia”.
Mi ci butto a pesce (grasso) e durante una di queste sedute parlo con Maria Ernestina della mia emicrania e lei mi chiede “Che accade durante la crisi, fisicamente?”
“Dicono sia una vena che si stringe” rispondo.
“Bene” ribatte lei “Aprila”
Seeee… come se non ci avessi provato, son mica una pivella della new age, penso, ma quando arriva il male forse mi agito e la visualizzazione della vena che si apre non funziona.
“No, no, niente visualizzazioni” dice Matina “Aprila fisicamente”
“Cioè?”
“Prova a chiudere la mano sinistra a pugno e avvolgi il pungo con la mano destra, stringendola, poi, facendo forza, apri il pugno. Prova un po’ di volte, quando senti che arriva la crisi”
Bah… certo che provare non costa niente… mal che vada c’è sempre il pillolone di scorta.
Pochi giorni dopo, sono al ristorante dell’agriturismo della “Libera Università di Alcatraz” e sento che il mio occhio fa lo scemo, bah, provo. In mezzo al ristorante qualche ospite ha visto una cretina che chiudeva una mano a pugno, la copriva con l’altra e poi apriva il pugno, mettendoci forza.
La crisi non arriva. “Mah”, penso “Sarà stato uno sbalzo di pressione e non l’emicrania”.
La volta dopo idem, e quella dopo ancora niente crisi.
Vuoi vedere che…
Dopo un anno ho smesso di andare in giro giorno e notte con le pillole in tasca e ho anche smesso di fare quel gesto, perché secondo me il mio cervello ha recepito il messaggio, non ne ha più bisogno. La venetta ha capito l’antifona e quando sta per stringersi si ricorda di Maria Ernestina e si riapre subito. Oggi ho 60 anni e non ho più avuto una crisi.
Non son neanche dimagrita… ma questa è un’altra storia.

Racconto sempre questa storia, appena ne ho l’occasione perché spero serva a qualcuno che ha il mio stesso problema. Finora non ho avuto altri riscontri, e forse questa tecnica è servita a me e magari altri hanno trovato altre soluzioni. Che mi raccontate voi?

Sub sentinelle contro le «reti fantasma» che inquinano il mare

People For Planet - Mar, 10/30/2018 - 02:58

L’acronimo internazionale è un impronunciabile Aldfg, che sta per Abandoned, lost or otherwise discarded fishing gear. La definizione italiana di reti fantasma rende invece particolarmente bene l’idea.
Si calcola che negli oceani di tutto il mondo vi siano almeno 640 mila tonnellate di attrezzature da pesca abbandonate, che costituiscono il 10% circa di tutti i rifiuti presenti in mare.
Vere e proprie trappole che invadono i fondali o che vengono trascinate dalle correnti, quasi invisibili, che continuano a imprigionare fauna marina e a pescare pesci che nessuno andrà mai a recuperare. Sono 135 le diverse specie segnalate come vittime delle reti fantasma: animali rimasti intrappolati o feriti e, quasi sempre, uccisi. L’azione silenziosa di questi predatori artificiali è letale: gli organismi marini catturati passivamente muoiono per soffocamento, per inedia (ossia l’impossibilità di cibarsi a causa della costrizione) o per le lacerazioni procurate dai tentativi di liberarsi. Nelle maglie finiscono un po’ tutti: animali protetti come tartarughe, foche e cetacei, uccelli che si gettano in acqua per catturare piccole prede, ma anche pesci considerati «target» per la pesca, con danni enormi per l’economia ittica. «Una situazione a cui bisogna porre un freno – dice Donatella Bianchi, presidente del Wwf Italia e da sempre ambasciatrice del mare, che da 26 anni conduce Linea Blu su Raiuno raccontando non solo le bellezze ma anche i pericoli che corrono acque e fondali – Una grossa mano può arrivare da chi quel mondo sottomarino lo ama e lo conosce davvero, ovvero gli appassionati di immersioni».

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L’indiano Apu dei Simpson è davvero espressione di razzismo?

People For Planet - Mar, 10/30/2018 - 01:38

Creata dal fumettista Matt Groening nel 1987, The Simpson è una tra le sitcom animate più popolari di sempre. Ambientata nella cittadina statunitense di Springfield, il cartone vuole essere una parodia satirica della società e dello stile di vita statunitense.

Ma, a più di trent’anni dalla prima puntata, i tempi cambiano e con essi anche l’umorismo, evidentemente. La serie animata sembrerebbe aver deciso di lasciar cadere il suo personaggio storico Apu Nahasapeemapetilon, il commerciante indiano padre di otto gemelli che è divenuto oggetto di critiche in quanto incarnazione dei luoghi comuni più beceri, e per molti, stereotipo razzista di come gli occidentali vedono gli Indiani.

Facciamo un passo indietro: nell’autunno 2017, il comico americano di origini indiane Hari Kondabolu produce il documentario The Problem with Apu, nel quale vengono messi in evidenza un insieme di luoghi comuni, stereotipi culturali e razziali che il personaggio di Apu incarna nel famoso cartone animato americano. Come se non bastasse, il proprietario del Jet Market di Springfield è anche doppiato dall’attore bianco Hank Azaria: Apu sarebbe quindi, secondo Kondabolu, nient’altro che “un uomo bianco che fa l’imitazione di un uomo bianco che prende in giro mio padre”.

Come prevedibile, non si sono fatte attendere molto le critiche alle quali i creatori dei The Simpson e lo stesso doppiatore hanno reagito piuttosto fermamente, difendendo la loro libertà creativa e la libertà di portare in scena una satira volta solo a divertire; il personaggio di Apu è infatti una caricatura di quello che rappresenta la minoranza indiana in America, creata solo per strappare qualche risata.

La notizia del malcontento raggiunge rapidamente diversi personaggi di spicco del settore, tra cui il produttore Adi Shankar che, nel mese di aprile, aveva lanciato un concorso di sceneggiatura aperto a tutti nel tentativo di riscrive il personaggio in una chiave più attuale e con l’intento di “sovvertire Apu in maniera intelligente, mostrandone un altro aspetto che lo trasformi in un ritratto fresco, divertente e realistico degli indiani che vivono in America“. Nonostante il produttore Shankar abbia trovato la sceneggiatura perfetta, la sua operazione di riabilitazione del personaggio sembrerebbe essere stata inutile: l’indefesso lavoratore che gestisce un supermarket h24, coltissimo e titolato dottore in informatica, potrebbe lasciare lo show, dal momento che la Fox starebbe pensando di rimuoverlo in maniera definitiva dalle prossime stagioni per evitare ulteriori polemiche.

Mentre la Fox e i produttori stanno ancora decidendo cosa dichiarare ufficialmente sulla sorte di Apu, il web si divide tra i buonisti del politicamente corretto e il malcontento di chi s’interroga su quale sia il limite tra l’offesa e la satira, riportando l’attenzione sui diversi personaggi stranieri di Matt Groening , tutti ottimi stereotipi: che cosa dovrebbero dire gli italo-americani rappresentati nella serie dai due italiani Tony Ciccione e Luigi, non a caso un mafioso e un pizzaiolo in evidente sovrappeso? Forse, ossessionati dalla volontà di difendere il politicamente corretto e il terrore di rischiare di offendere qualcuno, stiamo perdendo la capacità di ironizzare su noi stessi.

L’Entella Calcio, una storia italiana perfetta per Kafka

People For Planet - Mar, 10/30/2018 - 01:28
L’America’s Cup

C’è un filo che lega Franz Kafka, la tragedia del Ponte Morandi e l’Entella Calcio, la squadra che è finita nelle maglie della burocrazia e da un mese e mezzo è diventata una formazione fantasma: senza campionato né avversari.

Cominciamo da lontano. Tanti anni fa, era il 2003, la città di Napoli fu candidata a ospitare l’America’s Cup del 2007. Il regolamento della manifestazione prevede che le gare si svolgano nel continente del vincitore. E poiché, per la prima volta, i vincitori furono europei – gli svizzeri di Alinghi – il campo di gara del 2007 andava scelto in Europa.

Furono mesi di grande fibrillazione. Grandi progetti, architetti, urbanisti, economisti, ovviamente politici, al lavoro tra Palazzo Chigi e Napoli per non perdere la grande occasione. Napoli e l’Italia arrivarono alla selezione finale. Ma persero. I detentori di Alinghi scelsero come campo di regata Valencia un luogo tra l’altro non baciato dal vento.

La giungla giudiziaria

Mesi dopo, vennero fuori le motivazioni di quella scelta. Mai troppo pubblicizzate. E in quei documenti emerse che gli svizzeri erano terrorizzati dalla burocrazia e dalla legislazione italiana. Dal groviglio di istituzioni deputate a emettere sentenze, nessuna definitiva e sempre con la possibilità di essere messa in discussione da un nuovo ricorso. Gli svizzeri di Alinghi preferirono non correre il rischio di vedere sfumare un progetto internazionale e multimilionario e pensarono che avrebbe fatto meno danni un campo di regata con poco vento invece di un palcoscenico affascinante ma terribilmente incerto.

Difficile dar loro torto. Le conferme non mancano. Anche nello sport. Come dimostra la situazione della Serie B di calcio. La scorsa estate tre squadre – Avellino, Bari e Cesena – non sono riuscite a iscriversi al campionato e la Federcalcio ha optato per il blocco dei ripescaggi: la Serie B non si sarebbe più giocata a 22 squadre, bensì a 19. E infatti così è andata. Ogni turno c’è una squadra che riposa. Fin qui, siamo a fine ottobre, ciascuna squadra ha giocato otto o nove partite.

Nel limbo

Nel frattempo, però, alcuni club hanno attivato la macchina che tanto intimorì Alinghi e di cui ha perfettamente scritto Franz Kafka. La macchina della giustizia. Con infiniti ricorsi. Tra cui quello dell’Entella che però ha una ragione sportiva. È la squadra che lo scorso anno è retrocessa dalla Serie B, e una sentenza del Coni ha stabilito che il Cesena, già penalizzato per plusvalenze fittizie, dovesse pagare in maniera retroattiva. Proprio come aveva chiesto – nel ricorso presentato, ovviamente – l’Entella. Che però, nel frattempo, aveva anche già giocato una partita di Serie C, peraltro vinta contro il Gozzano. Da quel giorno, era il 17 settembre, l’Entella è finita nella terra di nessuno. Non gioca più in Serie C e aspetta un riaccoglimento in Serie B che fin qui non è mai avvenuto. Si sono soltanto susseguite sentenze del Tar e del Consiglio di Stato, a giorni alterne come le targhe quando c’è troppo inquinamento. I giocatori continuano ad allenarsi, ma non sanno perché. Una versione riadattata di Joseph K.

Tutti responsabili, nessuno responsabile

Impossibile, ovviamente, risalire a un responsabile. Come sta accadendo per la vicenda giudiziaria del Ponte Morandi. Purtroppo i media ne parlano sempre meno. Se non abitate a Genova e non leggete il Secolo XIX, siete tagliati fuori. Eppure sta emergendo un quadro tanto perfetto quanto inquietante della nostra Italia. I pubblici ministeri che stanno indagando, stanno scoprendo quanto sia arduo risalire a una responsabilità certa. Così ha scritto qualche giorno fa il quotidiano genovese: “Agli atti dei pubblici ministeri sono finiti ricorsi e richieste di pareri legali che i vari dirigenti avevano inoltrato agli avvocati del ministero per capire quali fossero le varie responsabilità. Alcuni (ritenuti dalla procura “interessanti”) risalgono ai mesi precedenti al crollo del Morandi, altri invece sono successivi”. Tutti responsabili, nessuno responsabile.

Parole che ricordano molto le dichiarazioni rilasciate un mese fa al Guardian da Gabriel Cleur, 20 anni, australiano, difensore del club: «È ridicolo, nessuno vuole prendere una decisione. Mai nella mia vita avrei immaginato di essere coinvolto in una situazione come questa. Tutti quelli con cui ho parlato, sono sbalorditi dalla situazione». Non a caso, l’Australia ospitò l’America’s Cup del 1987.

Meno esperimenti sugli animali grazie ai software informatici

People For Planet - Mar, 10/30/2018 - 01:21

Per sviluppare un nuovo farmaco, un antitumorale ad esempio, servono mediamente fino a 14 anni, con un costo economico molto elevato, 1 miliardo e 200 milioni di dollari. Il processo prevede, ad un certo punto, la sperimentazione su animali.
Si potrebbe rendere il tutto meno dispendioso e più sostenibile utilizzando simulazioni al computer del comportamento del farmaco e delle reazioni dell’organismo.
Non si eliminano completamente gli esperimenti su animali ma si riducono sensibilmente.

Per maggiori informazioni http://www.softmining.it/

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Da oggi in Scozia i dottori possono “prescrivere” la natura come terapia

People For Planet - Mar, 10/30/2018 - 01:15

Da oggi in Scozia i dottori sono autorizzati a prescrivere ai propri pazienti un nuovo potentissimo medicinale, ovvero un trattamento giornaliero a base di… natura! Si tratta del primo programma del genere organizzato nel Regno Unito che mira a risolvere i problemi causati dallo stress come la pressione alta o l’ansia, oppure migliorare la vita di persone afflitte da patologie come il diabete, malattie cardiache o altro ancora…

Sappiamo bene quanto una vita sana ed equilibrata trascorsa lontano dallo smog e il più possibile a contatto con la natura, possa essere importante e incidere positivamente sulla nostra salute mentale e fisica. Nascono proprio per questo le “Prescrizioni della natura”, un programma ideato dall’associazione Healthy Shetland, team di miglioramento della salute che fa parte del NHS (National Health Service) Shetland. L’organizzazione propone nuovi metodi per migliorare il benessere e la salute delle persone tramite iniziative all’area aperta e che hanno come protagonista l’ambiente naturale unico di queste isole.

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Elizabeth Sombart: «La mia musica tra (e contro) il dolore»

People For Planet - Lun, 10/29/2018 - 01:48

«Com’è iniziato tutto?». Elizabeth Sombart ripete la domanda, e in quel ripeterla c’è l’elastico che la spinge indietro a scavare nell’album dei ricordi e poi in avanti, a trovare le parole per rispondere. Nella sua voce c’è la cadenza francese, che poi però sembra tedesca, a volte anche russa, tante quante sono le origini dei suoi genitori e prima ancora dei suoi nonni. Lei è nata a Strasburgo, è una pianista di fama mondiale, internet dice che ha sessant’anni ma ha lo sguardo da ragazzina e la saggezza plastica che, guardandola, potresti attribuire a una pianta secolare. Cammina a piedi nudi nella sede italiana di Résonnance, la fondazione con cui da anni porta la musica classica là dove la musica classica, da sola, non arriverebbe mai. In mezzo alle guerre, tra profughi e rifugiati, negli ospedali, nelle carceri. E negli orfanotrofi, come il luogo in cui tutto è iniziato.

«Bussai alla porta di un orfanotrofio di Parigi e chiesi di parlare con la direttrice», racconta Elizabeth. «Poi, alla direttrice, chiesi di poter suonare e insegnare gratis la musica a quei bambini. “Ma tra i nostri programmi non abbiamo la musica”, mi rispose. “Inseritela”, dissi io. E lei, di rimando: “Comunque non potremmo farlo con lei. Collaboriamo con associazioni, mica con il primo che bussa alla porta”. Tornai qualche giorno dopo essermi messa al lavoro. Bussai e chiesi di nuovo della direttrice. “Ancora lei?”, mi disse. No, stavolta non sono io. Sono un’associazione». Era nata Résonnance. Era nato il progetto di portare la musica classica nei luoghi della sofferenza e nel dolore. Un piccolo passo per Elizabeth, un grande passo per l’umanità.

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I Bimbi svegli vanno a scuola nel bosco e imparano dalla natura

People For Planet - Lun, 10/29/2018 - 01:45

Si fa tutto con il gioco, ma niente per gioco: potrebbe essere questo il motto della scuola dei Bimbi svegli, l’esperimento portato avanti da 12 anni da un manipolo di insegnanti illuminati a Serravalle d’Asti, dove due classi di bambini dai 6 agli 11 anni si sporcano le mani nei boschi, imparano a rispettare il prossimo, non fanno compiti a casa, non hanno lo zaino, e passano più tempo ad ascoltare favole e osservare la natura che a ripetere poesie a memoria.
È l’anarchia totale? «No, nient’affatto», ride Giampiero Monaca, 46 anni, insegnante di scienze, storia, inglese, arte, musica, tecnologia, ma anche di eco-didattica, paleoantropologia sperimentale, cittadinanza attiva e partecipativa.

Leggi su Corriere.it l’intervista a Giampiero Monaca

Perché non vengono utilizzati i fondi europei

People For Planet - Lun, 10/29/2018 - 01:13

Gesù dà il pane a chi non ha i denti” è un modo dire per sottolineare che le opportunità capitano a chi non sa sfruttarle.
In questo caso il “pane” è rappresentato da decine di miliardi messi a disposizione delle imprese (quelli che non hanno i denti) e non utilizzati. Soprattutto il Mezzogiorno d’Italia è beneficiario di tantissimi fondi che poi non vengono erogati alle imprese. Ed è inutile girarci intorno: questa volta le banche non c’entrano nulla!
La responsabilità di tale spreco è solo dell’informazione (che non c’è) e degli imprenditori del nostro Paese che si affidano a consulenti impreparati e spesso conniventi con il sistema delle clientele.
Stiamo parlando dei finanziamenti europei che costituiscono lo strumento principale dell’Unione europea per attuare una strategia di integrazione economica e sociale dei Paesi membri. L’Ue, ogni sette anni, infatti, predispone un programma di finanziamenti per lo sviluppo in vari settori: salute, tecnologia, agricoltura, imprenditoria giovanile, start up, e così via. Si tratta in sostanza di contributi a fondo perduto assegnati dal Consiglio dell’Unione ai progetti operativi ritenuti meritevoli. Si possono distinguere due tipi di finanziamenti europei:
i finanziamenti europei diretti gestiti direttamente dalla Commissione europea
i finanziamenti europei indiretti (anche detti fondi strutturali) la cui gestione è affidata direttamente agli Stati membri.

Nel caso della gestione indiretta o decentrata (fondi strutturali), le risorse del bilancio dell’Unione europea vengono quindi trasferite agli Stati membri interessati e gestite prevalentemente dalle Regioni. Queste, poi, sulla base dei propri programmi operativi, ne dispongono l’utilizzazione e l’assegnazione ai beneficiari finali.

Sebbene la maggior parte dei consulenti conosca solo i fondi strutturali, capita però molto spesso che le Regioni debbano restituirli perché non vengono richiesti o utilizzati nei tempi previsti. I motivi sono vari. Innanzitutto le Regioni non sempre sono in grado di predisporre i bandi per erogare i fondi. Per accedere ai fondi europei occorrono professionisti preparati sul fronte del diritto comunitario e poliglotti, mentre spesso queste funzioni vengono affidate a fedelissimi del governatore di turno. In secondo luogo, laddove riescano a predisporre i bandi, non si raggiunge quasi mai l’accordo sulla nomina dei componenti delle commissioni di valutazione. Infine, laddove si riesca a effettuare il finanziamento, all’obiettivo finale del progetto arrivano pochi spiccioli. Perché nessun Paese ha tante società di consulenza (o pseudo-tali) sui fondi europei indiretti come l’Italia. Significa che, una volta ottenuto il finanziamento, questo spesso si disperde in mille rivoli. E spesso con tempi lunghi a causa delle lentezze burocratiche.

Peraltro nel nostro Paese c’è la brutta abitudine di vincolare la richiesta di finanziamento a un fondo strutturale alla presentazione di garanzie idonee (come la fideiussione) mentre nei fondi diretti tali garanzie non vengono in alcun modo richieste. Ma questi ultimi sono poco conosciuti (e quindi poco utilizzati). Sapete perché? Perché i canali istituzionali esistenti in Italia evitano di fare una trasparente pubblicità ai fondi diretti e le Pmi vengono quindi strategicamente incanalate verso le fonti di finanziamento indiretto. Ma in un Paese dal disperato bisogno di investimenti e occupazione meglio non combattere con politici incompetenti, burocrazia invadente, consulenti collusi senza scrupoli. Molto meglio rivolgersi ai fondi diretti.

Per i fondi diretti, infatti, è direttamente la Commissione europea con sede a Bruxelles a stabilire i criteri di funzionamento dei diversi programmi comunitari senza intermediazioni da parte di enti amministrativi territoriali. Sono quindi svincolati da metodiche e tempistiche clientelari tipiche del contesto politico italiano. Nei fondi diretti non assistiamo al gioco di scambio di favori e la valutazione del progetto viene fatta da esperti esterni indipendenti, accreditati presso l’albo della Commissione europea, che garantiscono imparzialità e competenza. I finanziamenti a gestione diretta riguardano le politiche settoriali, l’oggetto del finanziamento è il settore. Sono gestiti direttamente dalla Commissione europea e sono attuati tramite i programmi comunitari. Ogni programma riguarda uno specifico settore: per esempio ricerca e innovazione, ambiente, cultura, formazione, politiche sociali, gioventù…
Non occorre più sprecare tempo: oggi più che mai l’accesso ai fondi europei rappresenta per i piccoli imprenditori un’opportunità da non perdere, un’occasione per poter realizzare progetti imprenditoriali virtuosi con una ricaduta sul territorio non solo dal punto di vista economico ma anche sociale e occupazionale.

 

Zucca e Halloween: il perché di una strana amicizia

People For Planet - Lun, 10/29/2018 - 01:11

Fine ottobre: le zucche intagliate, illuminate, con le loro fattezze un po’ orrorose adornano vetrine di negozi, balconi, davanzali. E’ così ormai da anni e lo è anche in questi giorni. Per chi qualche decennio fa era un bambino, sembra ancora un’abitudine un po’ esotica, una di quelle stranezze importate dagli Stati Uniti. E invece forse non tutti sanno che la zucca di Halloween, nel mondo anglosassone chiamata anche Jack O’Lantern, trova le proprie radici in Europa, per la precisione in Irlanda.

Un’antica leggenda celtica vuole infatti che una sera, in un’osteria, Jack, un fabbro fannullone, astuto e ubriacone, riuscisse a ingannare il diavolo che gli era apparso – alcune versioni raccontano che l’inganno venne perpetrato per ben due volte – ed evitare che alla propria morte il demone potesse appropriarsi della sua anima di peccatore. Ma quando, anni dopo, Jack morì, non trovò accesso né in Paradiso, né all’inferno, dove il diavolo, ancora memore della beffa, si rifiutò di accoglierlo costringendolo a vagare senza meta per l’eternità. Al momento di scacciarlo il diavolo gli tirò un tizzone ardente che Jack inserì all’interno di una rapa cava e che da quel momento avrebbe usato a mo’ di lanterna.

Quando, verso la metà dell’800, l’Irlanda visse la sua prima ondata emigratoria verso gli Stati Uniti, la leggenda celtica attraversò l’oceano con chi lì cercava fortuna: se e in quanti l’abbiano poi trovata non sappiamo; di certo nella nuova patria non trovarono rape grandi abbastanza da riproporre l’usanza di inserirvi una candela dopo averne tolto la polpa.

In America abbondavano però le zucche: di qui al “The Great Pumpkin” (che nelle strisce dei Peanuts è poi diventato “Il Grande Cocomero”) il passo è stato davvero breve.

La notte “All Hallows’ eve” era la vigilia di tutti i Santi, o Notte di tutti gli spiriti sacri, che presso il popolo dei Celti rappresentava il passaggio verso l’inverno e durante la quale si accendevano fuochi e si indossavano maschere spaventose per allontanare gli spiriti maligni.

Ed è anche la notte in cui si ricorda all’anima di Jack di stare lontano dalle case in cui è appesa la lanterna illuminata.

L’Unione Europea ci offre 72 miliardi e noi diciamo “no grazie”?

People For Planet - Dom, 10/28/2018 - 02:15

Più di 70 mila milioni di euro dell’Unione Europea destinati a noi italiani sono in pericolo. Se non riusciamo a impegnarli entro il 2020 se li beccheranno i polacchi, i portoghesi, i tedeschi, cioè i Paesi europei che riescono a compiere il miracolo di spendere la quota di denaro che l’UE assegna loro.

L’Italia è il secondo Paese come dotazione dall’UE, preceduto solo dalla Polonia, ma è al ventitreesimo posto sui 28 Paesi come capacità di spesa.

Nel passato recente abbiamo perso circa il 45% dei fondi europei. Prima la situazione era anche peggiore.

Pensa a Berlusconi, Prodi, D’Alema, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, che dicono alla loro mamma: “Ho perso un baule pieno di banconote…”
“Ma caro come hai fatto?”
“Non so ero lì e mi è sgusciato via!”
“Figlio mio, un’altra volta devi stare più attento!”

Cavolo! Se fosse capitato a me di perdere un baule di euro mia madre mi pelava vivo! Sono fortunati questi ragazzi!

Loro se la sono cavata facile: “Mamma non è colpa mia! È l’Europa che è stata cattiva! Mamma, ma ti pare giusto che i soldi che non riusciamo a spendere se li riprendono?”

Tanto per rendersi conto di quanto siano 70 miliardi: corrispondono a quasi tre volte quel che il governo sta per investire nel reddito di cittadinanza e per le pensioni anticipate.

I fondo strutturali ammontano a 73,67 miliardi. Sono stati stanziati nel 2014 ma finora ne sono stati spesi circa 2,5. Cioè mentre milioni di persone erano senza lavoro e l’economia languiva avevamo in tasca più di 71 miliardi che si riposavano. Fonti vicine ai governi precedenti spiegano: “Erano stanchi morti per il viaggio da Bruxelles a Roma! Poverini…”

Non lo trovi allucinante?

Per questo danno epocale non possiamo neanche dare la colpa alla disonestà. Avrebbero avuto tutto l’interesse a riuscire a spenderli: avrebbero fatto una bella figura!
Se fossero stati ladri efficienti li spendevano e così riuscivano a papparsene un po’.
Se i soldi li restituisci vuol dire che non sei riuscito neanche a rubarli!

Quindi, almeno in questo caso, la disonestà non c’entra. Non sono stati ladri, sono stati incapaci! E sarebbe ora di rendersi conto che in Italia gli incapaci fanno più danni dei disonesti.

Ma prepàrati perché adesso te ne dico una grossa. Giorni fa ero ad Agorà insieme a Sabino Cassese, grande giurista, giudice emerito della Corte Costituzionale, e di fronte alle telecamere gli ho chiesto se secondo lui è vero che ci sono 71 miliardi che non riusciamo a spendere. Mi ha detto: sbagliato! Sono 150 miliardi!

CENTOCINQUANTA MILIARDI?!? Evidentemente lui calcola tutta una serie di rivoli di denaro di regioni, province, comuni, enti vari, che a prima vista sfuggono all’osservazione…

Cioè abbiamo milioni di poveri e di disoccupati e non spendiamo 150 miliardi di euro?!?!

Mi dispiace dirtelo così tutto in un colpo. E spero che ti incazzi!

Se poi ragioniamo su come quel che viene speso contribuisce veramente alla ricchezza dell’Italia c’è da farsi rizzare i capelli!

Di sicuro i finanziamenti alle imprese in molti casi non arrivano a chi ha le idee migliori e maggiori capacità di realizzarle ma a chi ha il commercialista più furbo.

Trovo il bla bla televisivo assurdo. Torrenti impazziti di parole sull’ultimo twitter, sul punteggio della partita tra M5S e Lega, su quanto l’Europa è malvagia, sul pericolo immigrazione, sugli speculatori finanziari, sulle minacce dell’UE e sui decimali dell’indebitamento di stato rispetto al pil…

Quando sentirai di nuovo queste chiacchiere ricordati che sono armi di distrazione di massa. Se spendessimo il denaro che abbiamo in tasca il pil aumenterebbe del 10% e tutte le storie sui decimali di indebitamento sparirebbero. Stanno evitando di dirti che siamo pieni di soldi e li lasciamo marcire o li buttiamo al cesso. Il nostro problema sono gli incapaci e la burocrazia.

Riusciremo a venirne fuori?