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Dieta equilibrata: i macronutrienti

People For Planet - Gio, 10/25/2018 - 02:00

Una dieta equilibrata prevede il 55-65% di glucidi, carboidrati, il 10-12% di proteine e il 25-30% di grassi. Dove si trovano queste sostanze?

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L’Antitrust multa Apple e Samsung

People For Planet - Mer, 10/24/2018 - 16:35

Il Garante impone una sanzione di 10 milioni alla Mela per aver penalizzato alcuni modelli di iPhone. Non solo: informazioni non corrette ai consumatori su come usare le batterie al litio. Ammenda da 5 milioni per la società coreana, sotto accusa per il modello Note 4

Dieci milioni di multa alla Apple. Cinque invece alla Samsung. Il Garante italiano dei consumatori (l’Antitrust) colpisce i due giganti della telefonia che hanno imposto ai consumatori di scaricare aggiornamenti software colpevoli poi di rendere meno efficienti o mal funzionanti modelli di smartphone nuovi e costosi. Apple riceve una sanzione più alta perché non ha correttamente informato gli utenti, peraltro, della deteriorabilità delle sue pile al litio.
Le due aziende, dunque, hanno violato gli articoli 20, 21, 22 e 24 del nostro Codice del Consumo. Ed è la prima decisione al mondo che colpisce la “obsolescenza programmata” per la quale Apple, ad esempio, deve rispondere davanti ai tribunali francesi.

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Ora anche il Giappone vuole combattere la plastica

People For Planet - Mer, 10/24/2018 - 13:13

Per la prima volta il ministro dell’Ambiente giapponese comunica dei target specifici sui limiti dell’utilizzo della plastica, ordinando una riduzione del 25% entro il 2030 e l’obbligo per le attività commerciali di far pagare l’uso delle buste.

In base alla bozza del governo presentata al Consiglio nazionale per il monitoraggio dell’Ambiente, oltre alle nuove norme sul riciclo dei prodotti in plastica, verranno aggiunte 2 milioni di tonnellate all’anno di biomasse vegetali entro il 2030 – per accelerare il ritorno della CO2 in atmosfera, un livello di 50 volte superiore ai valori attuali. L’esecutivo ha inoltre presentato un piano per il riciclo o il riutilizzo del 100% dei contenitori di plastica entro il 2035, tramite il loro incenerimento per lo sviluppo di energia termica.

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Come costruire una mangiatoia per gli uccelli

People For Planet - Mer, 10/24/2018 - 13:11

In questi giorni di intenso freddo invernale gli uccelli selvatici che popolano i parchi e i giardini delle nostre città faticano a trovare cibo; non a caso, proprio in questo periodo, la mortalità degli uccelli è maggiore.

Eppure basta poco per aiutarli in maniera concreta senza, tuttavia, sconvolgere l’equilibrio ecologico.

L’invito a dare un aiuto è arrivato anche da Fulco Pratesi, presidente onorario del WWF. «I piccoli uccelli con questo freddo hanno difficoltà ad alimentarsi, non trovando la fonte proteica primaria, costituita dagli insetti; per questo, sul mio davanzale non mancano mai briciole di biscotti, dolci… Tuttavia è meglio evitare le briciole di pane che non hanno alcun potere calorifico».

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Immagine: Ivan Palaia

Che fine hanno fatto i verdi italiani?

People For Planet - Mer, 10/24/2018 - 10:46

I verdi hanno stravinto in Baviera, e ora un tedesco su due si dice ben disposto a votarli. E’ bella e contagiosa questa storia del rinascimento verde alla tedesca. In anni di radicalismo xenofobo e introspezione, la lezione tedesca è che i verdi ce la possono e ce la devono ancora fare. Ma come? Come hanno fatto? E come mai noi italiani, di verde, non abbiamo neppure un partito?

Partiamo dai fatti. Alle elezioni di metà ottobre – elezioni già eccezionali per un’affluenza al 72,4% – la Csu (l’Unione cristiano-sociale, al governo) ha superato la soglia critica del 35% per un pelo, mentre i Verdi si sono assestati con il 18,5% a secondo partito. La Spd (partito social democratico, attualmente al governo) è precipitata al 10%, mentre l’estrema destra dell’Afd si è fermata all’11%.

Secondo un sondaggio di Infratest per Der Spiegel, adesso addirittura il 47% dei tedeschi immagina “di poter votare in linea di principio” il partito ambientalista. Perché? Perché è successo un miracolo e i miracoli fanno impressione, anche ai tedeschi: la Baviera è un Land ricchissimo e importante, lo ricordiamo, è il motore della Germania, ma soprattutto è il cuore del Sud, per tradizione conservatore, e in mano al partito cattolico. Per questo l’intera Grande Coalizione tra Csu-Cdu e Spd, e anche, in prospettiva, l’Europa, adesso tremano, perché ne subiranno verosimilmente forti modifiche. Il trend di crescita è confermato anche dai sondaggi a livello nazionale, per i quali i Verdi arrivano a toccare il 20%, mentre continua il calo della Spd.

Tornando al rilevamento Infratest, il 22% degli interpellati immagina che il prossimo o la prossima cancelliera possa essere Verde e il 55% ritiene che gli ambientalisti siano “un partito di centro”, contro il 36% che li assegna alla sinistra.

Questo è un primo importante punto da tenere a mente per capire come potremmo emulare cotanto successo.

Il secondo si chiama Katharina Schulze. La vera vincitrice delle elezioni in Baviera è giovane, è donna, è positiva, ha una retorica travolgente, ed è la capogruppo dei Verdi al Parlamento regionale, una dei due candidati di punta del partito insieme a Ludwig Hartmann. Schulze ha studiato psicologia e politica, e ha fatto esperienza di campagna elettorale nientepopodimeno che alle prime presidenziali di Barack Obama, nel 2008.

Esperta di politica interna, porta avanti un’idea anomala di Verdi, un’idea che non si limita alla retorica ambientalista. Lei vorrebbe ad esempio più poliziotti nelle strade, per garantire uno stato di diritto più forte e maggiore sicurezza, ma anche “meno polizia ai confini bavaresi, visto che viviamo in un’Europa unita”. Parla di pensioni minime garantite e sul tema migrazione, molto sentito anche in Baviera, Schulze spiega che il fenomeno “va guidato e non semplicemente amministrato”, mentre gli Ankerzentren, i centri di accoglienza per migranti, vanno eliminati perché ostacolano l’integrazione invece di favorirla. Poi certo, la sua lotta è lotta ambientalista: vuole qualità dell’aria e delle acque, e un’agricoltura sostenibile.

Perché, invece, non ci sono più i verdi italiani lo abbiamo chiesto a Fabrizia de Ferrariis e a Fulco Pratesi, una coppia protagonista dei pochi anni in cui anche da noi si sperò in un solido partito verde tra le forze politiche italiane.

Fulco Pratesi è stato un simpatizzante del partito dei verdi finché nel 1992 “Rutelli mi convinse a candidarmi e fui eletto a Milano e Torino come deputato. Avevamo avuto successo e feci due anni con i verdi. Si fecero leggi importanti, riguardo ai parchi nazionali e alla caccia, a difesa della fauna. Furono due begli anni, si lavorò bene…e poi ci fu il calo..non so bene perché…forse c’era troppa politicizzazione…e anche molta forza dell’associazionismo…Legambiente, Wwf, Greenpeace erano molto presenti in quegli anni e la forse l’eccessiva istituzionalizzazione dei verdi come partito fece perdere fascino alla politica. Chissà com’è, ma siamo stati surclassati dalle associazioni”.

“Troppe chiacchiere, troppe chiacchiere…” lo interrompe la moglie. “Guarda la sinistra che fine ha fatto!! … Troppe chiacchiere, troppe chiacchiere”. Fabrizia De Ferrariis è stata candidata al parlamento europeo per i verdi e promotrice del comitato, una vita spesa a combattere soprattutto gli OGM. Ricorda: ”I verdi sono stati molto bravi a parlare e poco a realizzare. Io stavo dentro il consiglio esecutivo, assieme a pochi altri ho lavorato tantissimo sui temi sociali, il biologico e gli ogm…il risultato è stato che nessuno di noi è entrato in parlamento. Gli altri passavano il loro tempo a discutere su come dividere i seggi, e pochissimo delle battaglie e di come portale avanti”.

Altro grande storico dell’ambientalismo italiano, Franco Pedrotti è in sintesi l’uomo al quale dobbiamo l’esistenza, in Italia, di Parchi e riserve naturali. “Erano troppo politicizzati, avrebbero dovuto occuparsi di verde e lasciar perdere gli schieramenti. Facevano iniziative in contrasto le une con le altre, mentre architetti e politica portavano a termine la distruzione delle periferie e la rovina delle campagne”. Qualche esempio? “Mah, di recente c’è Pescasseroli, in Abruzzo, una grande piana di prati e pianure: dentro ci hanno costruito mega depuratore di acque che ha rovinato tutto, la primavera scorsa. Poi nel parco dei Sibillini, vicino Norcia, dove ci sono le sorgenti dalla montagna e praterie marcite. Con il terremoto sono arrivati i fondi, ed è nato un centro sociale dentro alle praterie marcite, nonostante siano protette da leggi speciali. Nessuno ha fatto niente: c’è un procedimento aperto ma la legge deroga per le zone terremotate dice in sostanza che si può fare quel che si vuole. C’è indignazione, anche per Norcia, ma la maggioranza è da un’altra parte. Vuole ancora un esempio? Le nostre foreste dipendevano dal Corpo Forestale dello Stato, ma Renzi le ha abolite e sono diventati tutti carabinieri forestali …è il colmo..in tutta Europa, oggi l’Italia è l’unico paese che non ha più un corpo forestale”.

Ma c’è speranza per il futuro? Fulco Pratesi non ha dubbi: “No, i giovani sono disillusi e disperati…vedono la politica come qualcosa di impresentabile e hanno ragione. Tutti cercano di sopravvivere e a quello si fermano. Non vedo spinte verso qualcosa di concreto, anche perché le battaglie sono enormi e sembrano insormontabili, come l’aumento della quota di CO2 in atmosfera”. Più aperta e positiva la posizione di de Ferrariis, che sembra crederci ancora: L’ultima conferenza del club di Roma mostra il contrario: tanti giovani attivi ed energici. Guardi al nuovo presidente del Wwf, ha fatto interventi davvero coinvolgenti. Io vedo il momento come importante, magico direi, e decisivo. Le ong sono piene di forza”.

Chissà. Se tuttavia un movimento politico ambientalista dovesse poter rinascere e risorgere anche da noi, adesso quanto meno ha un modello di tutto rispetto da seguire, quello dei Grünen tedeschi. Una bella sorpresa, in un autunno per altri versi pieno di cattive notizie.

La salute è sempre più digital

People For Planet - Mer, 10/24/2018 - 02:36

Nel 2017 il 66% degli italiani – 2 su 3 – ha cercato sul web informazioni relative alla salute propria o di un familiare.

La ricerca dell’Osservatorio conferma una precedente del 2015 condotta dall’azienda di mercato di Gfk su un campione di 2.066 individui dove emergeva il dato che 1 italiano su 2 ricercava attivamente informazioni sulla salute, 2 su 3 nella fascia tra i 25 e i 55 anni.

Oggi Internet viene utilizzato soprattutto per l’autodiagnosi: un dolore, un malessere ci porta immediatamente a cercare di capire la patologia; il 41% degli intervistati cerca anche notizie sull’utilizzo dei farmaci mentre il 28% chiede informazioni su come prevenire alcuni malanni e il 24% si informa su quali integratori alimentari usare. E con piena fiducia: il 25% degli intervistati afferma che in futuro il web potrà sostituire il medico soprattutto se blog, forum e siti saranno affidati ai vari professionisti della salute.

Servizi on line

Tra i servizi on line legati alla sanità il 59% degli intervistati apprezza la possibilità di prenotare esami e visite specialistiche come di consultare referti o documenti clinici dal proprio pc o smartphone (48%) o comunicare via mail con il proprio medico di base, specie per quanto riguarda la cura e l’assistenza di pazienti non autosufficienti.

Insomma, niente di meglio di avere le ricette via mail che permettono di eliminare lunghe attese nelle anticamere del medico o la consultazione dei referti on line per evitare le file per il ritiro dei referti. Indiscutibilmente i servizi on line garantiscono un notevole risparmio di tempo.

Muoviti, muoviti!

Il web pullula di app e di wearable devices (dispositivi indossabili) che ci aiutano ad avere una vita più sana. App, bracciali, orologi sono considerati un valido supporto per mantenerci in forma (55%), per tenere sotto controllo frequenza cardiaca o pressione sanguigna (47%) ma anche come aiuto nell’attività fisica (37%) o per ricordare l’orario dell’assunzione dei farmaci (27%).

Ci sono decine di app che ci possono aiutare a monitorare l’attività fisica giornaliera: dalle più semplici che contano i passi che facciamo nell’arco della giornata alle più complesse che definiscono un piano di allenamento quotidiano.

Oggi 2 italiani su 3 si dichiarano attenti alla propria alimentazione, il 34% controlla le etichette degli ingredienti mentre il 28% acquista prevalentemente alimenti biologici o integrali. Si mangiano più frutta e verdura e si limitano il sale, l’alcol, la carne rossa.

Siamo bravi per quanto riguarda l’attenzione all’alimentazione, un po’ meno per quanto riguarda l’attività fisica, solo il 32% degli intervistati dichiara di allenarsi quotidianamente, gli altri ammettono di fare spesso buoni propositi ma poi… si sa, si comincia sempre da lunedì.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha fissato in 10mila passi giornalieri la quota per mantenersi in buona salute e quindi ben vengano tutti gli strumenti atti ad aiutarci nel movimento quotidiano e a porre attenzione alla nostra salute.

C’è ancora molta strada da fare – e non solo in senso figurato – ma senz’altro queste app o wearable hanno fatto in modo che ci sia una maggiore consapevolezza del proprio benessere, permettendo alle persone di esserne più partecipi e responsabili. Sapere quanti passi facciamo in una giornata, confrontarci con amici e parenti sulle rispettive frequenze cardiache ci ha fatto mettere un occhio digitale sulla nostra salute.

E’ tutto oro quello che luccica?

Tutto bene quindi? Evviva il Web? Non del tutto.

Per quanto riguarda i wearable devices il 45% degli intervistati nell’inchiesta dell’Osservatorio dichiara di non fidarsi molto di questi apparecchi. Il 34% li considera non necessari e il 25% ammette di usarli con poca costanza, mentre il 24% pensa siano ancora poco affidabili.
Insomma, sempre meglio andare dal medico e avere un rapporto diretto con chi di salute se ne intende. Il 56% degli italiani preferisce affidarsi a un professionista che sia il dietologo, il personal trainer o il medico stesso.

Una scelta di buon senso, visto che districarsi nel web non è sempre semplice e i rischi dell’autodiagnosi sono al centro di un ampio dibattito tra chi si occupa di salute, tanto che i giornalisti di Unamsi, l’Unione nazionale medico scientifica di informazione, hanno stilato un decalogo per “salvarsi” dalle bufale o dalle fake news on line sulla salute.

Eccolo.

Consigli semplici da seguire:

1 – Controllare la fonte, verificare che il sito, il blog o quant’altro sia autorevole.

2 – Controllare la data di pubblicazione dell’articolo. Internet non perde nulla, magari si tratta di una notizia vecchia di anni e quindi non più attendibile.

3 – Evitare il fai da te: per diagnosi e terapia affidarsi al proprio medico. La cura può essere diversa da soggetto a soggetto. Meglio rivolgersi a chi ci conosce.

4 – Diffidare dei medici che fanno diagnosi o –peggio – prescrizioni on line senza vedere il paziente.

5 – Attenzione alla privacy, verificare che sia rispettata la normativa sul trattamento dei dati

6 – La storia di un altro non è la nostra. Il racconto di un paziente può essere emozionante ma manca di affidabilità scientifica.

7 – Non fermarsi ai primi risultati del motore di ricerca, i primi siti che appaiono non sono in ordine di importanza.

8 – Attenzione alla pubblicità mascherata, un sito di qualità tiene separata in modo molto chiaro la pubblicità dall’informazione.

9 – Acquistare farmaci on line solo da farmacie autorizzate cliccando sul logo identificativo del sito che riporta all’elenco di venditori autorizzati del Ministero della Salute.

10 – Attenzione ai complottisti, alle notizie catastrofiche sull’effetto dei vari farmaci o altro. La capacità di analisi e la verifica delle fonti in questi casi è essenziale.

In conclusione, usiamo il buon senso, un consiglio che vale per tutto ma soprattutto per la nostra salute e quella dei nostri cari.

Fonti:

https://www.realemutua.it/rma/realmentewelfare/osservatorio-welfare/salute-digital
https://www.blitzresults.com/it/passi/
http://ordinefarmacistiroma.it/giornalisti-medico-scientifici-un-decalogo-contro-le-bufale-sulla-salute-del-web/
http://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/articolo.php?articolo_id=33529

 

Palio di Siena: muore Raol, l’ira del web

People For Planet - Mer, 10/24/2018 - 02:00

Si è corso sabato 20 ottobre il Palio di Siena Straordinario dedicato al Centenario della Prima guerra mondiale che ha visto il trionfo della Contrada della Tartuca. Ma qualcosa, anche questa volta, è andato storto scatenando l’ira del web e delle associazioni animaliste.

Raol, il cavallo della contrada Giraffa, scivola sul tufo al secondo Casato procurandosi una frattura all’arto anteriore destro. Le condizioni del cavallo appaiono fin da subito molto gravi e, nonostante il tempestivo intervento, per il sauro di 8 anni non c’è stato nulla da fare. Immediata la condanna dei social e dei media dove, assieme al video virale degli ultimi sussulti di Raol, rilanciato anche da esponenti animalisti come Rinaldo Sidoli (Dirigente nazionale Animalisti Italiani onlus, che ha dato vita anche alla petizione online Basta Palio di Siena), si è apertamente presa posizione contro lo storico Palio mettendo in discussione una delle corse più famose del mondo che va in scena, così come la conosciamo oggi, dal 1633.

Nonostante la dichiarazione del Comune di Siena (“Ieri si è concluso il Palio Straordinario dedicato alla fine della Prima Guerra Mondiale, che ha visto una grandissima partecipazione di contradaioli, senesi e turisti assistiti da un tempo splendido. Tuttavia l’amministrazione deve dare la notizia che il cavallo dato in sorte alla Contrada Imperiale della Giraffa è deceduto a seguito di un infortunio dopo essere stato prontamente soccorso, sedato e trasportato con una biga alla Clinica veterinaria “Il Ceppo”. Il dispiacere è di tutta la città che ama i cavalli e li rispetta, e non accetta provocazioni da chiunque abbia solo l’interesse a farsi pubblicità, non conoscendo la nostra cultura, tradizione, rispetto e cura dei cavalli“) e le dichiarazioni apertamente schierate a favore della tradizione senese come quelle del giornalista professionista e anche Iena Antonino Monteleone, questa volta le voci che chiedono di mettere fine a questa manifestazione sembrano essere più forti ed è stata promessa anche una battaglia legale.

Sulla morte di Raol è intervenuta l’Enpa, promotrice della denuncia: “Se già appariva assurdo pensare di ricordare la fine della “Grande Guerra” con un evento, il Palio di Siena, che ha un lungo passato di morti animali, il fatto che un cavallo sia deceduto proprio in occasione di tale ricorrenza rende la vicenda ancora più paradossale e inaccettabile. La morte di Raol non né casuale né imprevedibile. La magistratura accerterà le responsabilità penali di questa ennesima morte, ma quelle morali e politiche sono evidenti per sé e ricadono su tutti coloro i quali hanno partecipato, a vari livelli, all’organizzazione dell’ennesima corsa della morte”. Prosegue la direttrice dell’Enpa, Carla Ronchi “La storia, con i frequenti e ripetuti incidenti di questi anni, ci dice che il Palio di Siena rappresenta una seria e concreta minaccia per l’incolumità degli animali. (…) iniziativa che ormai non ha altra ragion d’essere se non quella di farsi strumento di marketing, anche politico. Lo ribadisco: la morte di Raol non né casuale né imprevedibile. Invece, visti i nefasti trascorsi del Palio, era un evento con elevata probabilità”.

Sì, la morte di Raol non è né casuale né imprevedibile né sarà l’ultima. Infatti si stima che dal 1970 ad oggi siano morti circa 50 cavalli, e dal 2000 sono 8, una media di un cavallo ogni due anni.

A seguito di dichiarazioni così contrastanti tra chi conosce la tradizione e si batte per difenderla e chi conosce gli effetti di tale manifestazione e si batte per un cambiamento, la domanda è lecita: le tradizioni si devono adeguare ai tempi?

(Immagine di copertina: Alessandro Maffei “Veduta della piazza di Siena nell’atto della corsa del 16 agosto”, 1840 ca., incisione acquerellata)

I cani più famosi della Storia

People For Planet - Mar, 10/23/2018 - 16:04

Dalla piccola Laika alla celebre Lessie, passando per Peritas, il cane di Alessandro Magno …

Guarda tutta la galleria su Focus.it

Stiamo uccidendo il Pando: il più grande essere vivente del Pianeta rischia di morire

People For Planet - Mar, 10/23/2018 - 15:55
IL “GIGANTE tremante” è scosso dalla paura, quella di scomparire davvero per sempre a causa dell’uomo. In questi giorni, sulla rivista Plus One, è stato pubblicato un nuovo studio di scienziati americani sulle condizioni del “Pando”, considerato uno dei più antichi organismi viventi al mondo. Si tratta di una foresta, nota anche come Trembling Giant (gigante tremante) costituita da un unico genet maschile di pioppo tremulo americano. In sostanza, questo bosco nello stato dello Utah (Usa) nell’area di Fishlake, è unico al mondo: è formato da 47mila alberi geneticamente identici. Attraverso marcatori della pianta si è stabilito infatti che le ramificazioni di Pando (nome di origine latina) fanno parte dello stesso organismo vivente, con un sistema di radici di 7mila tonnellate, talmente antico che potrebbe avere 80mila anni. CONTINUA A LEGGERE SU Repubblica.it (foto di copertina Mark Muir – Wikimedia Commons)

Il clamore per le pallavoliste italiane nere ci spiega il successo di Salvini

People For Planet - Mar, 10/23/2018 - 02:25
La Francia del 98

Vent’anni fa la Francia del calcio vinse per la prima volta il campionato del mondo. Quella squadra era un simbolo dell’integrazione, con Thuram, Karembeu, Vieira, Desailly. Ovviamente la Francia ha una storia di colonialismo decisamente diversa dalla nostra. Negli anni Ottanta vinsero nel tennis grazie a Yannick Noah. Just Fontaine, senza dubbio il loro calciatore più forte, almeno fino a Platini, era originario del Marocco. Al Mondiale 1982 avevano in squadra neri come Tresor e Tigana, due bandiere della Nazionale. Più recentemente, nel 2014, la Germania ha vinto il Mondiale di calcio con Boateng, Mustafi, Ozil.

Da noi è diverso perché la storia dell’Italia è differente. Ma ormai, siamo nel 2018, anche noi dovremmo essere abituati a vedere atleti e atlete nere che indossano i colori dell’Italia. Purtroppo, però, il condizionale è d’obbligo. Balotelli, per fare l’esempio più semplice, ha esordito in Nazionale ormai otto anni fa, nel 2010. Nell’atletica leggera l’eterna promessa Andrew Howe accese i sogni di medaglia già alle Olimpiadi di Pechino del 2008. Senza dimenticare Fiona May diventata italiana per aver sposato un italiano. E altri che evitiamo di citare per non occupare tutto lo spazio dell’articolo.

Come per le coppie di fatto

Come accadde già ai tempi del dibattito parlamentare sulle coppie di fatto, il paese reale è decisamente più avanti di quello politico-mediatico. L’Italia parlamentare opponeva – allora con successo – una strenua resistenza al presunto annacquamento dell’istituto del matrimonio, mentre in ciascun condominio e persino in ciascun nucleo parentale esistevano uno o più esempi di coppie di fatto etero e omosessuale. La resistenza era burocratica, la vita – quella vera – aveva già scelto da un pezzo.

È lo stesso fenomeno a cui assistiamo nel cosiddetto processo di integrazione, il multiculturalismo. Non può fare notizia nel 2018. E se invece lo fa, come è accaduto in Italia la settimana scorsa con la nazionale femminile di pallavolo, ci dà una risposta al perché riscuota tanto consenso la politica di Salvini sul tema. Almeno dal punto di vista politico-mediatico. Perché poi, come per le coppie di fatto, in tante scuole ci sono bambini neri, di origine orientale, dell’est europeo. La vita reale.

L’uomo che morde il cane

Quando però scopriamo che una delle nostre migliori giocatrici di pallavolo è una ragazzona nera nata a Padova da genitori nigeriani, l’evento si trasforma immediatamente nell’uomo che morde il cane. Toh, una nera italiana. Col solito codazzo di dibattito che finisce col darci qualche spiegazione dello share elettorale di Salvini. Se stiamo ancora a sorprenderci che la Nazionale di pallavolo ha due atlete nere, vuol dire che siamo effettivamente indietro. O comunque non attrezzati. Paola Egonu non è la risposta politica a nulla. Così come non lo è Miriam Sylla. Sono semplicemente testimonianze di vita. Come lo sono Maria Benedicta Chigbolu, Ayomide Folorunso, Rapahela Lukudo e Libania Grenot, che vinsero la staffetta 4×400 femminile ai Giochi del Mediterraneo. E ovviamente tanti altri che hanno eguale diritto di cittadinanza senza avere nel proprio codice genetico formidabili doti atletiche come le medagliate.

Ahi noi, i mondiali femminili di pallavolo – che si sono chiusi con la splendida medaglia d’argento dell’Italia – ci hanno detto che il percorso che ci conduce alla normalità di un atleta nero italiano è ancora lungo. E, di conseguenza, il timore è che sarà ancora lunga la vita politica di Salvini.

Una bici in bamboo dura più di quelle in acciaio

People For Planet - Mar, 10/23/2018 - 02:16

A Brescia si costruiscono biciclette in bamboo. Si chiama Bamboo Bicycle Club e People for Planet è andato a intervistare uno dei fondatori, Suami Rocha.
La bicicletta in bamboo si può autocostruire con un corso di formazione oppure si può acquistare online un kit.

Sito internet Bamboo Bicycle Club https://www.bamboobicycleclub.org/
Sezione di Brescia https://www.facebook.com/bamboobicyclebrescia/

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Le culle africane dell’umanità: potrebbero essere più di una

People For Planet - Lun, 10/22/2018 - 17:17

Secondo una recente ipotesi Homo sapiens è sì nato in Africa, ma dall’incontro reiterato di diverse popolazioni provenienti da regioni africane diverse. Una volta usciti dall’Africa i sapiens si sono ibridati con altre varietà umane, come i Neanderthal, i Denisova e forse altre ancora. Queste nuove evidenze oggi a disposizione ci portano ad aggiornare le ipotesi evolutive sulle nostre origini.

Fino a poco tempo fa eravamo convinti che la nostra specie fosse nata 200.000 anni fa nell’Africa orientale. L’anno scorso abbiamo scoperto, analizzando un cranio fossile, che Homo sapiens era presente in Marocco (a Jebel Irhoud) già 300.000 anni fa. Pensavamo anche che sapiens e Neanderthal fossero due specie ben distinte e che quindi non potessero accoppiarsi tra di loro. Tre anni fa, le analisi genetiche condotte su un fossile umano di circa 40.000 anni fa, ritrovato in Romania (a Peştera cu Oase, che significa “caverna con ossa”), hanno rivelato che quel sapiens aveva una percentuale di Dna Neanderthal più alta del solito, il che poteva significare solo una cosa: quell’individuo era bisnipote di un nonno (o nonna) Neanderthal vissuto dalle 4 alle 6 generazioni prima di lui.

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Costa Volpino, il sogno si avvera: l’Isola ora c’è

People For Planet - Lun, 10/22/2018 - 15:28

Promuovere un modello di sostenibilità ambientale rivolto soprattutto alle nuove generazioni. È l’obiettivo dell’Isola che non c’era, la chiatta, il terzo atollo artificiale al mondo creato con materiale di scarto, inaugurata e varata ufficialmente ieri mattina a Costa Volpino, al circolo Nautico Bersaglio, per depurare le acque del lago. Inizialmente sarà ormeggiata al porto di Lovere a disposizione delle scuole, successivamente diventerà operativa e attraccherà in tutti i paesi del Sebino. La chiatta è stata realizzata con 25mila bottiglie di plastica che, insieme agli scampoli di rete dei retifici di Monte Isola, fanno da base galleggiante a una piattaforma di legno di 24 metri quadrati sulla quale sono state caricate nove tonnellate di materiale, compreso un impianto di fitodepurazione.

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Non possiamo farci togliere l’aria

People For Planet - Lun, 10/22/2018 - 06:35

In questi giorni Milano è stata investita dalla puzza degli incendi che sono scoppiati nei depositi di rifiuti di Novate e della Bovisasca. Si sta indagando sulle loro autorizzazioni, sui rifiuti che avrebbero o non avrebbero dovuto esserci e, dopo aver escluso che nel fumo ci fossero gli inquinanti più pericolosi, si stanno facendo le analisi sugli altri. Al momento, secondo le analisi dell’Arpa, la qualità dell’aria risulta alterata ma non peggio dei valori invernali tipici di Milano.

La vita di una mamma milanese in questa settimana

Ho raccolto la storia di Anita, una mamma milanese, per avere un’idea su come si è vissuto in certe zone della città in questi giorni in cui arrivava l’odore e il fumo degli incendi.
“Sono la mamma di due bambini di 3 e 1 anno, che vanno alla materna e al nido. Abitiamo in zona Fiera. Martedì mattina, alle 7.30, ho alzato le serrande e ho aperto la finestra. Sono stata investita da un odore fortissimo, insopportabile, di plastica bruciata. Chiusa la finestra, ho controllato le notizie sul cellulare: sapevo già del rogo a Quarto Oggiaro, ho appreso in quel momento che era in corso un secondo incendio a Novate. Ho guardato fuori: c’era la nebbia, o forse una nube tossica. Ero sola, mio marito in trasferta a Roma. Dovevo svegliare entrambi i bambini e portarli a scuola a piedi, passando per il parco di City Life. Saremmo stati fuori – in quella nebbia puzzolente – almeno 20 minuti. Ho optato per la macchina. Finestrini chiusi e trasbordi veloci. Non sapevo se sentirmi esagerata, iperprotettiva, o un’incosciente a uscire comunque di casa. Forse stavamo respirando davvero le peggiori sostanze possibili. Osservavo quelli che stavano fuori, a fumarsi una sigaretta, a far passeggiare il cane… e pensavo: ma come fanno? Bruciano gli occhi e la gola, il sapore di plastica bruciata rimane appiccicato alla lingua. Entrate tutti, chiudete le finestre per amor del cielo! Ma come si fa a stare fuori con questa nube irrespirabile? Arrivata al nido prima, e alla materna poi, mi sono confrontata con altri genitori. Alcuni non sapevano degli incendi e si chiedevano che cosa fosse quel cattivo odore nell’aria; altri erano più informati. D’accordo con molti di loro, ci siamo raccomandati con le educatrici di evitare le uscite al parco (previste per quella mattinata). Intanto le istituzioni tacevano. Nessuna notizia o aggiornamento dal Comune o dall’Arpa. E allora, se nessuno ci dice nulla, meglio prendere provvedimenti in maniera autonoma. Niente uscite per oggi, finestre chiuse. Non potevo fare altro. Anche adesso, che – seduta al mio pc – cerco compulsivamente aggiornamenti sulla situazione dell’aria e i risultati delle rilevazioni dell’Arpa, mi chiedo che cosa avrei potuto fare di più per i miei bambini. Mi auguro che il cattivo odore che da ormai tre mattine impregna il nostro quartiere se ne vada al più presto, e che arrivino finalmente i risultati delle analisi, per avere la consapevolezza di ciò che abbiamo respirato, o per tirare un sospiro di sollievo”.

Riflessioni: “Mi manca come l’aria”, “Ne ho bisogno come l’aria”

Non sono pochi i modi di dire in italiano che spiegano la necessità fisiologica che ognuno di noi ha, esseri umani e gran parte degli esseri viventi in generale, di far entrare aria nel proprio corpo per poter vivere.
Si può rinunciare per pochi giorni a bere, a mangiare anche per più giorni, ma se non respiriamo per qualche decina di secondi ci rimaniamo secchi.

Anche se non ci fosse nulla di pericoloso, chi ha girato per alcune zone di Milano in questi giorni ha camminato col pensiero di non respirare la puzza di plastica bruciata che si sentiva.

Anche se non ci fosse nulla di pericoloso, chi ha pensato di dare fuoco a quei rifiuti per disfarsene (ipotesi molto probabile secondo le prime indagini), oppure chi ha lasciato che succedesse per negligenza ci ha letteralmente rubato l’aria.

Non vi fa veramente arrabbiare questa cosa? Tra smog delle auto, Pianura Padana inquinata come pochi altri posti della Terra, Lombardia come “nuova terra dei Fuochi” dove ormai sono decine i depositi di spazzatura bruciati, non vi sembra che farci togliere anche l’aria che respiriamo sia un po’ troppo? E’ l’ultima cosa che ci rimane.

Questo è il pensiero che ho tutti i giorni quando aspetto il verde a un semaforo e in 30 secondi respiro smog di ogni tipo di mezzo, ed è il pensiero che avevo anche in queste mattine.

Non è possibile farsi togliere anche l’aria che respiriamo, senza quasi accorgersene e lamentandoci qualche volta. Dobbiamo al più presto ripensare ai nostri stili di vita seriamente e fare il possibile perché le istituzioni e gli organi di governo locali e nazionali perseguano politiche più verdi e vigilare in prima persona perché vengano rispettate. Come i bravi cittadini di Cornaredo che hanno segnalato e fatto scovare un deposito di rifiuti abusivo proprio nei giorni scorsi.

 

Riforma delle bcc: i soci prigionieri delle nuove banche

People For Planet - Lun, 10/22/2018 - 02:26

I cittadini italiani, soci delle banche di credito cooperativo, stanno perdendo il loro diritto di vendere le quote rappresentative della qualità di proprietari delle banche.
Sono circa 1,3 milioni gli italiani, soci cooperatori delle bcc, che stanno per essere espropriati per legge e senza indennizzo del capitale che hanno messo (speriamo consapevolmente) nella loro banca.
Ci sono soci delle banche di credito cooperativo che hanno investito solo 300 euro, ma ci sono soci che hanno messo anche 50.000 euro nel capitale della loro banca
Ma nessuno ne parla!
Si sta gravemente sottovalutando il problema del recesso dei soci delle bcc e delle banche popolari quando andrà in vigore la riforma prevista dalla legge n* 49/2016.
Un problema che la maggior parte dei soci, e forse anche degli esponenti aziendali delle banche territoriali, non conosce affatto.
Cerchiamo di fare chiarezza
La legge 49/2016 con cui si vuole riformare il mondo del credito cooperativo obbliga praticamente le banche, al fine di efficientare e modernizzare un sistema che, ricordiamolo, ha oltre 150 anni di vita, ad aderire ad un “gruppo cooperativo” producendo una balcanizzazione degli assetti con le circa 300 Bcc del nostro Paese aggregate in tre galassie. Due grandi gruppi facenti capo all’area romana di Iccrea (160 circa) e ai “trentini” della Cassa Centrale Banca di Trento (100) che si guardano in cagnesco e uno più piccolo (50 circa) facente capo alle realtà della provincia di Bolzano che segue una strada propria.
La legge n. 49/2016 con una norma (art.2 comma1) che autorevoli giuristi considerano incostituzionale, sta provando ad affermare che l’art. 2437 del c.c. non si debba applicare alle modifiche statuarie necessarie per l’ingresso delle banche di credito cooperativo nel gruppo che si andrà a costituire, anche se tali modifiche dovessero comportare un cambiamento significativo dell’attività o una compressione dei diritti dei soci.

Recita infatti l’art.2437 del c.c. che quando una società cambia in modo significativo la sua attività o i diritti dei soci, i soci che non sono d’accordo hanno il diritto di recedere e di avere indietro il capitale versato.

In parole semplici ai soci che voteranno a favore dell’adesione al gruppo ed a tutti quelli che non parteciperanno alla votazione non si applicherà l’art. 2437 lettere a) e g) del Codice Civile e quindi gli si negherà per legge il diritto di recedere e di avere indietro i soldi delle quote sottoscritte!

Quando i soci capiranno che la riforma – per come il legislatore, influenzato dagli organi di vigilanza e da quei pochi interessati alle poltrone delle banche capogruppo, l’ha pensata – è andata al di là dell’obiettivo condivisibile di mettere in sicurezza il sistema facendo diventare tutte le banche di credito cooperativo come delle semplici filiali di società per azioni uguali in tutto e per tutto a quelle delle grandi banche, è molto probabile che non avranno più quell’interesse a partecipare, e sicuramente si affievolirà quel legame, spesso affettuoso, che hanno dimostrato fino a quando la loro banca era una vera cooperativa di territorio.

E quando si accorgeranno che ciò nonostante le loro quote non potranno essere restituite, perché una norma di legge ha messo di fatto quelle quote a disposizione di quelli che diventeranno i nuovi padroni del credito cooperativo, nasceranno infiniti problemi, la norma che imprigiona il capitale finirà molto probabilmente davanti alla Corte Costituzionale e i soci delusi chiederanno comunque di ritirare i loro depositi.

Ad oggi, nel credito cooperativo, il capitale detenuto dai soci sfiora un miliardo e quattrocento milioni di euro; i depositi dei soci ammontano ad una cifra molto superiore come si evince dal documento esclusivo qui scaricabile.

Si è pensato a cosa accadrà quando i soci, i quali hanno confidato sull’aiuto del legislatore e degli organi di vigilanza affinché le Bcc risolvessero i loro problemi e continuassero a dare supporto ad una parte essenziale dell’economia del Paese, si accorgeranno che le banche di credito cooperativo sono stato invece snaturate e sono state trasformate in pezzi di un’unica banca comandata da altri interessi ed alla quale si applicano le regole e i metodi tipici delle grandi banche con scopo di lucro?

Si è pensato ad informarli di quello che sta accadendo e del fatto che, in altri Paesi dell’UE, le banche cooperative sono state salvaguardate in modo del tutto diverso e restano vigilate dalla loro autorità nazionale?

Si è pensato ai rischi per la stessa stabilità patrimoniale delle banche di credito cooperativo, quando i soci delusi capiranno di non poter neanche recedere e reagiranno in massa come già si è visto fare nei casi del così detto risparmio tradito?
Forse è il caso che il Governo deliberi una ulteriore proroga per l’entrata in vigore della riforma.

Un nuovo modello di condivisione: la Cittadinanza energetica

People For Planet - Lun, 10/22/2018 - 02:00

Non tutti possono permettersi un impianto fotovoltaico o un mini eolico, anche perché spesso non si saprebbe dove installarlo, e non tutti sono vicini a impianti fotovoltaici, eolici o idroelettrici per poter ricevere l’energia prodotta; eppure c’è comunque il modo, per chi volesse contribuire alla produzione da fonti rinnovabili, di farlo senza installare nulla in proprio o senza essere prossimi a un impianto.

L’idea alla base del concetto di cittadinanza energetica sta nel fatto che le persone possono direttamente partecipare alla transizione energetica del Paese e a un mercato che le ha viste escluse.  Come? Un’idea l’hanno avuta i soci fondatori di Energia Positiva, una cooperativa in provincia di Torino, che è partita tre anni fa come start up studiando esempi di cooperazione nel campo della condivisione energetica e poi creando un proprio modello.

Oggi la cooperativa ha 170 soci sparsi in 12 regione italiane i quali possiedono, ciascuno, quote di tre impianti fotovoltaici nell’Astigiano, due nel Milanese, uno nel Torinese e uno in Abruzzo, più due parchi eolici in Basilicata e in Puglia. I soci non ricevono energia, questo sarebbe impossibile, ma possiedono quote – e quindi virtualmente parti di impianto – dal cui possesso ricevono un utile che contribuisce ad abbassare comunque la spesa energetica annuale.

La piattaforma informatica da loro creata consente inoltre all’utente finale di eliminare parecchi intermediari sul mercato in modo da avere una gestione diretta e personale dell’energia. I soci possono scegliere in quale impianto investire: ad esempio ve ne sono due installati su scuole, a Druento e a Villanova d’Asti, altri su aziende agricole, e ciascuno di essi garantisce un certo rendimento. Le quote sono da 500 euro e finora la cooperativa ha raccolto un capitale di 1,9 milioni. Ma l’obiettivo è crescere ancora: «Vogliamo salire a 500 soci entro la fine dell’anno prossimo. In questo modo, se consideriamo che in media ognuno di loro investe 10-11 mila euro, raggiungeremmo una capitalizzazione significativa», racconta Claudio Gastaldo, responsabile sviluppo business.

L’idea è di dare a tutti la possibilità di puntare sull’energia pulita: «Vogliamo soddisfare sia chi non ha modo di crearsi un proprio impianto, sia chi non riesce a vedere nelle rinnovabili un investimento proficuo».

L’investimento è legato alla bolletta elettrica. Uno dei partner di Energia Positiva, infatti, è Dolomiti Energia, principale produttore 100% rinnovabile in Italia, che diventa il gestore dei soci appena aderiscono, in modo da garantire una fornitura completamente da fonte rinnovabile. Chi è interessato manda la bolletta alla cooperativa, la quale verifica se la loro offerta è la più vantaggiosa o meno e assegna un massimale di investimento che non è speculativo, ma serve a coprire tutto o in parte i costi sostenuti per l’energia. Il partner Dolomiti Energia, se richiesto, effettua un confronto gratuito sulle spese con il proprio gestore e propone tariffe di energia elettrica e/o gas eventualmente più convenienti. A fine anno i soci ricevono comunque un rendimento del 5% circa, che gode di credito di imposta essendo la cooperativa una start up innovativa. “Attraverso questo servizio”, spiega Alberto Gastaldo, presidente di Energia Positiva, “l’interessato potrà capire se, associandosi a noi, oltre a ricevere un “rendimento” in qualche modo garantito sotto forma di sconto bolletta, godrà anche di tariffe di energia elettrica e/o gas più convenienti rispetto alle sue attuali”.

Sul sito di Energia Positiva è possibile, con il sistema calcolatore di quote, verificare in base ai propri consumi qual è il numero di quote utili a soddisfare il nostro fabbisogno energetico. Il socio/utente ha poi libertà di gestione potendo decidere cosa fare con le quote acquisite attraverso il portale: incrementarle o ridurle o venderle o scambiarle, con l’ulteriore vantaggio di non dover dipendere da alcun finanziamento bancario.

I numeri target del progetto prevedono di raggiungere entro il 2020 due importanti obiettivi: il primo è la condivisione di almeno 50 impianti fotovoltaici idroelettrici ed eolici, e il secondo è l’adesione al progetto di almeno 1.700 nuclei familiari.

Numeri importanti, non lontani però da previsioni realistiche, perché i progetti di partecipazione cittadina alle scelte energetiche stanno sempre più prendendo piede. E’ da diversi anni infatti che la produzione e il consumo di energia sono diventati variabili importanti dello sviluppo territoriale, al pari delle questioni come l’acqua, il suolo, la mobilità; mentre in precedenza l’energia era tendenzialmente considerata una questione nazionale e internazionale. L’effetto serra, la precarietà geopolitica dell’approvvigionamento dal petrolio e metano da Paesi piuttosto instabili e le preoccupazioni per gli sbalzi imprevisti nel prezzo delle fonti fossili: sono queste tra le maggiori spinte a un graduale riorientamento del mercato, a cui si aggiunge un cambiamento culturale da parte di molti, spinti oggi maggiormente che in passato a partecipare a scelte e a dare contributi allo sviluppo delle rinnovabili. Il concetto, forse più ampio, di Comunità energetica sostenibile è poi promosso da diversi anni anche nell’ambito del programma “Intelligent Energy” dalla Commissione Europea, proprio per questo carattere di intenzionalità e per incoraggiare sempre più questo mutamento culturale ed economico.

Comunità energetica sostenibile e cittadinanza energetica sono dunque concetti programmatici che descrivono una visione, un percorso, un programma, ma che, come si è visto per Energia Positiva, rappresentano già realtà, anche a noi vicine.

Anche in Spagna, per fare un esempio comunque poco lontano, la cittadinanza energetica è una realtà: il 21 giugno scorso è stata lanciata una campagna energetica da Greenpeace e dalla Fondazione Fiare (che raccoglie progetti di produzione energetica condivisa già attivi sul territorio spagnolo) con l’obiettivo di dimostrare che un’alternativa al sistema energetico nazionale e alle fonti fossili è possibile. “È utile a tutte le persone – come spiega la responsabile della campagna Sara Pizzinato – che vorrebbero fare qualcosa di importante contro il cambiamento climatico ma che erano convinte di non poter fare nulla per contrapporsi al sistema energetico centralizzato”.

Sempre secondo uno studio di Greenpeace, in Spagna una persona su tre (16,4 milioni di individui) sarebbe disposta a essere più attiva nella lotta al cambiamento climatico comprando o scambiando energia da fonti rinnovabili.

La strada sembra essere tracciata, ostacoli da rimuovere nello sviluppo di queste tipologie di progetti forse possono essere individuati nel livello di consapevolezza energetica tra i cittadini , e  nella realizzazione degli impianti, i quali, sia nella fase costruttiva che operativa avranno comunque degli impatti. La cittadinanza energetica deve contraddistinguersi anche per la capacità di partecipare in modo informato e competente ai processi decisionali sugli impianti da costruire nel territorio: con quali criteri localizzativi, costruttivi e standard.

Inoltre allo sviluppo sempre più diffuso della cittadinanza energetica non può non corrispondere un’amministrazione pubblica che incoraggi tali processi, non solo a livello culturale e di sensibilizzazione, ma anche nella gestione dei procedimenti di autorizzazione degli impianti, dove le competenze e le tempistiche possono costituire fattori accelerativi o, in caso contrario,  decisamente frenanti, al di là delle buone intenzioni dei cittadini.

 

Fonti:

Come funziona


https://www.greenme.it/abitare/risparmio-energetico/20146-energia-positiva-quando-le-rinnovabili-diventano-condivise

Comunità energetiche sostenibili


https://www.casaeclima.com/ar_3167__ITALIA-Ultime-notizie-energia-sostenibile–marche-Nelle-Marche-la-comunit-per-lenergia-sostenibile.html
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2018/08/21/la-coop-del-solare-che-fa-risparmiare-chi-non-ha-i-pannelliTorino08.html
https://www.manageritalia.it/it/economia/energia-positiva-startup
http://www.lastampa.it/2018/03/24/scienza/ambiente/focus/future-energy-future-green-tempo-scaduto-c-un-piano-b-n9J55PNc55rXl2O3O4UdGP/pagina.html


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Ora a Istanbul si può comprare il biglietto della metro portando plastica da riciclare

People For Planet - Dom, 10/21/2018 - 11:17

Il comune di Istanbul, in Turchia, ha installato nuovi distributori automatici che permettono di ricaricare le tessere dell’abbonamento dei mezzi pubblici in cambio di bottiglie di plastica e lattine di alluminio, che verranno riciclate. Una bottiglietta di plastica da 330 ml accredita due centesimi turchi, una da mezzo litro ne accredita tre, una da 1,5 litri ne accredita 9 centesimi. Un biglietto costa 2,6 lire turche, circa 0,4 centesimi di euro, quindi ci vogliono 28 bottiglie da un litro e mezzo per comprarne uno. Le lattine di alluminio valgono di più: 9 centesimi turchi per una lattina da mezzo litro.
Il biglietto può essere usato per la metro, il tram, l’autobus e i bagni pubblici.

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Terapie più efficaci con le pillole stampate in 3D

People For Planet - Dom, 10/21/2018 - 00:10

Cosa sono le tecnologie di “biological fabrication”? E’ la possibilità, ad esempio, di stampare in 3D capsule farmaceutiche personalizzate. I principi attivi vengono rilasciati nei dosaggi e nei tempi studiati per il singolo paziente. E le terapie diventano più efficaci.
La stampante esiste e si chiama Galeno.
Per maggiori informazioni clicca qui.

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Le donne fanno la pace

People For Planet - Sab, 10/20/2018 - 11:11

Mentre gli uomini fanno la guerra in migliaia di donne israeliane e palestinesi terminano a Gerusalemme una marcia per la pace durata due settimane attraverso Israele e la Cisgiordania occupata. Il movimento “Women Wage Peace” (“Le donne fanno la pace”) ha organizzato questa marcia per “chiedere un accordo di pace e far ascoltare la voce di queste decine di migliaia di donne israeliane, ebree e arabe, di sinistra, centro e destra”, ha spiegato una delle organizzatrici, Marie-Lyne Smadja.

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Influenza, al via la campagna per la vaccinazione

People For Planet - Sab, 10/20/2018 - 02:35

E’ partita pochi giorni fa e andrà avanti fino alla fine di dicembre la campagna per la vaccinazione antinfluenzale. I vaccini saranno disponibili sia nelle farmacie che negli studi dei medici di famiglia, al fine di garantire una copertura vaccinale il più ampia possibile: l’influenza e la polmonite sono classificate tra le prime 10 principali cause di morte in Italia, e per questo motivo raggiungere la copertura vaccinale della popolazione fissato al 75% dal Ministero della Salute rimane un obiettivo prioritario.

Gratuito per le categorie a rischio

Il vaccino sarà gratuito per anziani e malati cronici, ma anche per i familiari di soggetti fragili o immunodepressi, ovvero per tutte quelle persone a rischio di maggiori complicazioni in caso di contagio. “La vaccinazione contro i virus influenzali è raccomandata soprattutto alle categorie a rischio come anziani e malati cronici, per le quali è gratuita – spiega Tommasa Maio, responsabile dell’area vaccini della Federazione italiana medici di medicina generale (Fimmg) -. Va però ricordato che è gratuita anche per altre categorie sensibili quali, ad esempio, i familiari di soggetti fragili o immunodepressi”.

Malattia da non sottovalutare

Marco Bacchini, presidente di Federfarma Verona, spiega che “l’influenza è una malattia respiratoria che si manifesta in forme di diversa gravità e non può essere sottovalutata perché può avere conseguenze anche molto gravi” e che la vaccinazione è l’arma più efficace per tutti i soggetti di qualsiasi età (salvo precise indicazioni mediche) e che quindi tutti i cittadini, anche quelli che non hanno diritto alla vaccinazione gratuita perché non rientrano nelle fasce di “soggetti a rischio”, possono acquistare il vaccino dietro presentazione di ricetta medica in farmacia, dove possono ricevere le informazioni necessarie. E precisa infine che, non potendo prevedere quando avverranno i picchi di massimo contagio, sarebbe bene vaccinarsi il prima possibile perché la protezione indotta dal vaccino si attiva dopo un paio di settimane dalla sua somministrazione.

Barriera per sé e per gli altri

Vaccinarsi significa non solo interrompere il contagio per se stessi, spiega Bacchini, ma anche fungere da “barriera” per gli altri – colleghi, amici, parenti – e “soprattutto per coloro che per motivi di salute non possono vaccinarsi e che godono quindi indirettamente della protezione vaccinale messa in atto dai cittadini sani”.  Per quanto riguarda i bambini, spiega Fabrizio Pregliasco, virologo presso il Dipartimento Scienze biomediche per la salute dell’Università degli Studi di Milano, “la decisione può essere condivisa con il pediatra. Non si deve però dimenticare che, vivendo spesso in comunità differenti, la vaccinazione rappresenta non solo uno strumento di protezione, ma una barriera contro la diffusione del virus influenzale”.

La previsione

La scorsa stagione influenzale con 8 milioni e 677mila casi e 160 decessi (numero triplicato rispetto alla stagione influenzale precedente, ovvero 2016-2017) è stata la peggiore degli ultimi 15 anni. Secondo le previsioni la stagione influenzale che sta per iniziare dovrebbe essere di intensità media, 4-5 milioni di casi oltre agli 8-10 milioni dovuti a forme derivanti da altri virus respiratori, le cosiddette sindromi simil-influenzali.

Gli antibiotici non servono

In attesa dell’arrivo dei primi casi di influenza (il monitoraggio InfluNet è stato attivato lo scorso 15 ottobre), qualche informazione in più sull’influenza può aiutare a gestire meglio la malattia. Come spiegano i medici dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, l’influenza è la malattia invernale più diffusa. Si manifesta solitamente tra dicembre e marzo, il periodo di incubazione è in media di 2 giorni e la durata di circa 5 – 7 giorni, anche se stanchezza e malessere possono permanere per oltre due settimane dopo la guarigione. Per la cura di questa malattia i farmaci da utilizzare sono quelli cosiddetti “sintomatici”, ovvero gli antipiretici e gli antinfiammatori (paracetamolo e ibuprofene) che servono per ridurre l’alterazione delle temperatura corporea e rendere più sopportabili i dolori alla testa (cefalea) e a livello osteo-muscolare. L’uso degli antibiotici, invece, va riservato solo in presenza di complicanze batteriche, e dietro consiglio e monitoraggio del proprio medico curante.