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L’indiano Apu dei Simpson è davvero espressione di razzismo?

People For Planet - Mar, 10/30/2018 - 01:38

Creata dal fumettista Matt Groening nel 1987, The Simpson è una tra le sitcom animate più popolari di sempre. Ambientata nella cittadina statunitense di Springfield, il cartone vuole essere una parodia satirica della società e dello stile di vita statunitense.

Ma, a più di trent’anni dalla prima puntata, i tempi cambiano e con essi anche l’umorismo, evidentemente. La serie animata sembrerebbe aver deciso di lasciar cadere il suo personaggio storico Apu Nahasapeemapetilon, il commerciante indiano padre di otto gemelli che è divenuto oggetto di critiche in quanto incarnazione dei luoghi comuni più beceri, e per molti, stereotipo razzista di come gli occidentali vedono gli Indiani.

Facciamo un passo indietro: nell’autunno 2017, il comico americano di origini indiane Hari Kondabolu produce il documentario The Problem with Apu, nel quale vengono messi in evidenza un insieme di luoghi comuni, stereotipi culturali e razziali che il personaggio di Apu incarna nel famoso cartone animato americano. Come se non bastasse, il proprietario del Jet Market di Springfield è anche doppiato dall’attore bianco Hank Azaria: Apu sarebbe quindi, secondo Kondabolu, nient’altro che “un uomo bianco che fa l’imitazione di un uomo bianco che prende in giro mio padre”.

Come prevedibile, non si sono fatte attendere molto le critiche alle quali i creatori dei The Simpson e lo stesso doppiatore hanno reagito piuttosto fermamente, difendendo la loro libertà creativa e la libertà di portare in scena una satira volta solo a divertire; il personaggio di Apu è infatti una caricatura di quello che rappresenta la minoranza indiana in America, creata solo per strappare qualche risata.

La notizia del malcontento raggiunge rapidamente diversi personaggi di spicco del settore, tra cui il produttore Adi Shankar che, nel mese di aprile, aveva lanciato un concorso di sceneggiatura aperto a tutti nel tentativo di riscrive il personaggio in una chiave più attuale e con l’intento di “sovvertire Apu in maniera intelligente, mostrandone un altro aspetto che lo trasformi in un ritratto fresco, divertente e realistico degli indiani che vivono in America“. Nonostante il produttore Shankar abbia trovato la sceneggiatura perfetta, la sua operazione di riabilitazione del personaggio sembrerebbe essere stata inutile: l’indefesso lavoratore che gestisce un supermarket h24, coltissimo e titolato dottore in informatica, potrebbe lasciare lo show, dal momento che la Fox starebbe pensando di rimuoverlo in maniera definitiva dalle prossime stagioni per evitare ulteriori polemiche.

Mentre la Fox e i produttori stanno ancora decidendo cosa dichiarare ufficialmente sulla sorte di Apu, il web si divide tra i buonisti del politicamente corretto e il malcontento di chi s’interroga su quale sia il limite tra l’offesa e la satira, riportando l’attenzione sui diversi personaggi stranieri di Matt Groening , tutti ottimi stereotipi: che cosa dovrebbero dire gli italo-americani rappresentati nella serie dai due italiani Tony Ciccione e Luigi, non a caso un mafioso e un pizzaiolo in evidente sovrappeso? Forse, ossessionati dalla volontà di difendere il politicamente corretto e il terrore di rischiare di offendere qualcuno, stiamo perdendo la capacità di ironizzare su noi stessi.

L’Entella Calcio, una storia italiana perfetta per Kafka

People For Planet - Mar, 10/30/2018 - 01:28
L’America’s Cup

C’è un filo che lega Franz Kafka, la tragedia del Ponte Morandi e l’Entella Calcio, la squadra che è finita nelle maglie della burocrazia e da un mese e mezzo è diventata una formazione fantasma: senza campionato né avversari.

Cominciamo da lontano. Tanti anni fa, era il 2003, la città di Napoli fu candidata a ospitare l’America’s Cup del 2007. Il regolamento della manifestazione prevede che le gare si svolgano nel continente del vincitore. E poiché, per la prima volta, i vincitori furono europei – gli svizzeri di Alinghi – il campo di gara del 2007 andava scelto in Europa.

Furono mesi di grande fibrillazione. Grandi progetti, architetti, urbanisti, economisti, ovviamente politici, al lavoro tra Palazzo Chigi e Napoli per non perdere la grande occasione. Napoli e l’Italia arrivarono alla selezione finale. Ma persero. I detentori di Alinghi scelsero come campo di regata Valencia un luogo tra l’altro non baciato dal vento.

La giungla giudiziaria

Mesi dopo, vennero fuori le motivazioni di quella scelta. Mai troppo pubblicizzate. E in quei documenti emerse che gli svizzeri erano terrorizzati dalla burocrazia e dalla legislazione italiana. Dal groviglio di istituzioni deputate a emettere sentenze, nessuna definitiva e sempre con la possibilità di essere messa in discussione da un nuovo ricorso. Gli svizzeri di Alinghi preferirono non correre il rischio di vedere sfumare un progetto internazionale e multimilionario e pensarono che avrebbe fatto meno danni un campo di regata con poco vento invece di un palcoscenico affascinante ma terribilmente incerto.

Difficile dar loro torto. Le conferme non mancano. Anche nello sport. Come dimostra la situazione della Serie B di calcio. La scorsa estate tre squadre – Avellino, Bari e Cesena – non sono riuscite a iscriversi al campionato e la Federcalcio ha optato per il blocco dei ripescaggi: la Serie B non si sarebbe più giocata a 22 squadre, bensì a 19. E infatti così è andata. Ogni turno c’è una squadra che riposa. Fin qui, siamo a fine ottobre, ciascuna squadra ha giocato otto o nove partite.

Nel limbo

Nel frattempo, però, alcuni club hanno attivato la macchina che tanto intimorì Alinghi e di cui ha perfettamente scritto Franz Kafka. La macchina della giustizia. Con infiniti ricorsi. Tra cui quello dell’Entella che però ha una ragione sportiva. È la squadra che lo scorso anno è retrocessa dalla Serie B, e una sentenza del Coni ha stabilito che il Cesena, già penalizzato per plusvalenze fittizie, dovesse pagare in maniera retroattiva. Proprio come aveva chiesto – nel ricorso presentato, ovviamente – l’Entella. Che però, nel frattempo, aveva anche già giocato una partita di Serie C, peraltro vinta contro il Gozzano. Da quel giorno, era il 17 settembre, l’Entella è finita nella terra di nessuno. Non gioca più in Serie C e aspetta un riaccoglimento in Serie B che fin qui non è mai avvenuto. Si sono soltanto susseguite sentenze del Tar e del Consiglio di Stato, a giorni alterne come le targhe quando c’è troppo inquinamento. I giocatori continuano ad allenarsi, ma non sanno perché. Una versione riadattata di Joseph K.

Tutti responsabili, nessuno responsabile

Impossibile, ovviamente, risalire a un responsabile. Come sta accadendo per la vicenda giudiziaria del Ponte Morandi. Purtroppo i media ne parlano sempre meno. Se non abitate a Genova e non leggete il Secolo XIX, siete tagliati fuori. Eppure sta emergendo un quadro tanto perfetto quanto inquietante della nostra Italia. I pubblici ministeri che stanno indagando, stanno scoprendo quanto sia arduo risalire a una responsabilità certa. Così ha scritto qualche giorno fa il quotidiano genovese: “Agli atti dei pubblici ministeri sono finiti ricorsi e richieste di pareri legali che i vari dirigenti avevano inoltrato agli avvocati del ministero per capire quali fossero le varie responsabilità. Alcuni (ritenuti dalla procura “interessanti”) risalgono ai mesi precedenti al crollo del Morandi, altri invece sono successivi”. Tutti responsabili, nessuno responsabile.

Parole che ricordano molto le dichiarazioni rilasciate un mese fa al Guardian da Gabriel Cleur, 20 anni, australiano, difensore del club: «È ridicolo, nessuno vuole prendere una decisione. Mai nella mia vita avrei immaginato di essere coinvolto in una situazione come questa. Tutti quelli con cui ho parlato, sono sbalorditi dalla situazione». Non a caso, l’Australia ospitò l’America’s Cup del 1987.

Meno esperimenti sugli animali grazie ai software informatici

People For Planet - Mar, 10/30/2018 - 01:21

Per sviluppare un nuovo farmaco, un antitumorale ad esempio, servono mediamente fino a 14 anni, con un costo economico molto elevato, 1 miliardo e 200 milioni di dollari. Il processo prevede, ad un certo punto, la sperimentazione su animali.
Si potrebbe rendere il tutto meno dispendioso e più sostenibile utilizzando simulazioni al computer del comportamento del farmaco e delle reazioni dell’organismo.
Non si eliminano completamente gli esperimenti su animali ma si riducono sensibilmente.

Per maggiori informazioni http://www.softmining.it/

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Da oggi in Scozia i dottori possono “prescrivere” la natura come terapia

People For Planet - Mar, 10/30/2018 - 01:15

Da oggi in Scozia i dottori sono autorizzati a prescrivere ai propri pazienti un nuovo potentissimo medicinale, ovvero un trattamento giornaliero a base di… natura! Si tratta del primo programma del genere organizzato nel Regno Unito che mira a risolvere i problemi causati dallo stress come la pressione alta o l’ansia, oppure migliorare la vita di persone afflitte da patologie come il diabete, malattie cardiache o altro ancora…

Sappiamo bene quanto una vita sana ed equilibrata trascorsa lontano dallo smog e il più possibile a contatto con la natura, possa essere importante e incidere positivamente sulla nostra salute mentale e fisica. Nascono proprio per questo le “Prescrizioni della natura”, un programma ideato dall’associazione Healthy Shetland, team di miglioramento della salute che fa parte del NHS (National Health Service) Shetland. L’organizzazione propone nuovi metodi per migliorare il benessere e la salute delle persone tramite iniziative all’area aperta e che hanno come protagonista l’ambiente naturale unico di queste isole.

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Elizabeth Sombart: «La mia musica tra (e contro) il dolore»

People For Planet - Lun, 10/29/2018 - 01:48

«Com’è iniziato tutto?». Elizabeth Sombart ripete la domanda, e in quel ripeterla c’è l’elastico che la spinge indietro a scavare nell’album dei ricordi e poi in avanti, a trovare le parole per rispondere. Nella sua voce c’è la cadenza francese, che poi però sembra tedesca, a volte anche russa, tante quante sono le origini dei suoi genitori e prima ancora dei suoi nonni. Lei è nata a Strasburgo, è una pianista di fama mondiale, internet dice che ha sessant’anni ma ha lo sguardo da ragazzina e la saggezza plastica che, guardandola, potresti attribuire a una pianta secolare. Cammina a piedi nudi nella sede italiana di Résonnance, la fondazione con cui da anni porta la musica classica là dove la musica classica, da sola, non arriverebbe mai. In mezzo alle guerre, tra profughi e rifugiati, negli ospedali, nelle carceri. E negli orfanotrofi, come il luogo in cui tutto è iniziato.

«Bussai alla porta di un orfanotrofio di Parigi e chiesi di parlare con la direttrice», racconta Elizabeth. «Poi, alla direttrice, chiesi di poter suonare e insegnare gratis la musica a quei bambini. “Ma tra i nostri programmi non abbiamo la musica”, mi rispose. “Inseritela”, dissi io. E lei, di rimando: “Comunque non potremmo farlo con lei. Collaboriamo con associazioni, mica con il primo che bussa alla porta”. Tornai qualche giorno dopo essermi messa al lavoro. Bussai e chiesi di nuovo della direttrice. “Ancora lei?”, mi disse. No, stavolta non sono io. Sono un’associazione». Era nata Résonnance. Era nato il progetto di portare la musica classica nei luoghi della sofferenza e nel dolore. Un piccolo passo per Elizabeth, un grande passo per l’umanità.

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I Bimbi svegli vanno a scuola nel bosco e imparano dalla natura

People For Planet - Lun, 10/29/2018 - 01:45

Si fa tutto con il gioco, ma niente per gioco: potrebbe essere questo il motto della scuola dei Bimbi svegli, l’esperimento portato avanti da 12 anni da un manipolo di insegnanti illuminati a Serravalle d’Asti, dove due classi di bambini dai 6 agli 11 anni si sporcano le mani nei boschi, imparano a rispettare il prossimo, non fanno compiti a casa, non hanno lo zaino, e passano più tempo ad ascoltare favole e osservare la natura che a ripetere poesie a memoria.
È l’anarchia totale? «No, nient’affatto», ride Giampiero Monaca, 46 anni, insegnante di scienze, storia, inglese, arte, musica, tecnologia, ma anche di eco-didattica, paleoantropologia sperimentale, cittadinanza attiva e partecipativa.

Leggi su Corriere.it l’intervista a Giampiero Monaca

Perché non vengono utilizzati i fondi europei

People For Planet - Lun, 10/29/2018 - 01:13

Gesù dà il pane a chi non ha i denti” è un modo dire per sottolineare che le opportunità capitano a chi non sa sfruttarle.
In questo caso il “pane” è rappresentato da decine di miliardi messi a disposizione delle imprese (quelli che non hanno i denti) e non utilizzati. Soprattutto il Mezzogiorno d’Italia è beneficiario di tantissimi fondi che poi non vengono erogati alle imprese. Ed è inutile girarci intorno: questa volta le banche non c’entrano nulla!
La responsabilità di tale spreco è solo dell’informazione (che non c’è) e degli imprenditori del nostro Paese che si affidano a consulenti impreparati e spesso conniventi con il sistema delle clientele.
Stiamo parlando dei finanziamenti europei che costituiscono lo strumento principale dell’Unione europea per attuare una strategia di integrazione economica e sociale dei Paesi membri. L’Ue, ogni sette anni, infatti, predispone un programma di finanziamenti per lo sviluppo in vari settori: salute, tecnologia, agricoltura, imprenditoria giovanile, start up, e così via. Si tratta in sostanza di contributi a fondo perduto assegnati dal Consiglio dell’Unione ai progetti operativi ritenuti meritevoli. Si possono distinguere due tipi di finanziamenti europei:
i finanziamenti europei diretti gestiti direttamente dalla Commissione europea
i finanziamenti europei indiretti (anche detti fondi strutturali) la cui gestione è affidata direttamente agli Stati membri.

Nel caso della gestione indiretta o decentrata (fondi strutturali), le risorse del bilancio dell’Unione europea vengono quindi trasferite agli Stati membri interessati e gestite prevalentemente dalle Regioni. Queste, poi, sulla base dei propri programmi operativi, ne dispongono l’utilizzazione e l’assegnazione ai beneficiari finali.

Sebbene la maggior parte dei consulenti conosca solo i fondi strutturali, capita però molto spesso che le Regioni debbano restituirli perché non vengono richiesti o utilizzati nei tempi previsti. I motivi sono vari. Innanzitutto le Regioni non sempre sono in grado di predisporre i bandi per erogare i fondi. Per accedere ai fondi europei occorrono professionisti preparati sul fronte del diritto comunitario e poliglotti, mentre spesso queste funzioni vengono affidate a fedelissimi del governatore di turno. In secondo luogo, laddove riescano a predisporre i bandi, non si raggiunge quasi mai l’accordo sulla nomina dei componenti delle commissioni di valutazione. Infine, laddove si riesca a effettuare il finanziamento, all’obiettivo finale del progetto arrivano pochi spiccioli. Perché nessun Paese ha tante società di consulenza (o pseudo-tali) sui fondi europei indiretti come l’Italia. Significa che, una volta ottenuto il finanziamento, questo spesso si disperde in mille rivoli. E spesso con tempi lunghi a causa delle lentezze burocratiche.

Peraltro nel nostro Paese c’è la brutta abitudine di vincolare la richiesta di finanziamento a un fondo strutturale alla presentazione di garanzie idonee (come la fideiussione) mentre nei fondi diretti tali garanzie non vengono in alcun modo richieste. Ma questi ultimi sono poco conosciuti (e quindi poco utilizzati). Sapete perché? Perché i canali istituzionali esistenti in Italia evitano di fare una trasparente pubblicità ai fondi diretti e le Pmi vengono quindi strategicamente incanalate verso le fonti di finanziamento indiretto. Ma in un Paese dal disperato bisogno di investimenti e occupazione meglio non combattere con politici incompetenti, burocrazia invadente, consulenti collusi senza scrupoli. Molto meglio rivolgersi ai fondi diretti.

Per i fondi diretti, infatti, è direttamente la Commissione europea con sede a Bruxelles a stabilire i criteri di funzionamento dei diversi programmi comunitari senza intermediazioni da parte di enti amministrativi territoriali. Sono quindi svincolati da metodiche e tempistiche clientelari tipiche del contesto politico italiano. Nei fondi diretti non assistiamo al gioco di scambio di favori e la valutazione del progetto viene fatta da esperti esterni indipendenti, accreditati presso l’albo della Commissione europea, che garantiscono imparzialità e competenza. I finanziamenti a gestione diretta riguardano le politiche settoriali, l’oggetto del finanziamento è il settore. Sono gestiti direttamente dalla Commissione europea e sono attuati tramite i programmi comunitari. Ogni programma riguarda uno specifico settore: per esempio ricerca e innovazione, ambiente, cultura, formazione, politiche sociali, gioventù…
Non occorre più sprecare tempo: oggi più che mai l’accesso ai fondi europei rappresenta per i piccoli imprenditori un’opportunità da non perdere, un’occasione per poter realizzare progetti imprenditoriali virtuosi con una ricaduta sul territorio non solo dal punto di vista economico ma anche sociale e occupazionale.

 

Zucca e Halloween: il perché di una strana amicizia

People For Planet - Lun, 10/29/2018 - 01:11

Fine ottobre: le zucche intagliate, illuminate, con le loro fattezze un po’ orrorose adornano vetrine di negozi, balconi, davanzali. E’ così ormai da anni e lo è anche in questi giorni. Per chi qualche decennio fa era un bambino, sembra ancora un’abitudine un po’ esotica, una di quelle stranezze importate dagli Stati Uniti. E invece forse non tutti sanno che la zucca di Halloween, nel mondo anglosassone chiamata anche Jack O’Lantern, trova le proprie radici in Europa, per la precisione in Irlanda.

Un’antica leggenda celtica vuole infatti che una sera, in un’osteria, Jack, un fabbro fannullone, astuto e ubriacone, riuscisse a ingannare il diavolo che gli era apparso – alcune versioni raccontano che l’inganno venne perpetrato per ben due volte – ed evitare che alla propria morte il demone potesse appropriarsi della sua anima di peccatore. Ma quando, anni dopo, Jack morì, non trovò accesso né in Paradiso, né all’inferno, dove il diavolo, ancora memore della beffa, si rifiutò di accoglierlo costringendolo a vagare senza meta per l’eternità. Al momento di scacciarlo il diavolo gli tirò un tizzone ardente che Jack inserì all’interno di una rapa cava e che da quel momento avrebbe usato a mo’ di lanterna.

Quando, verso la metà dell’800, l’Irlanda visse la sua prima ondata emigratoria verso gli Stati Uniti, la leggenda celtica attraversò l’oceano con chi lì cercava fortuna: se e in quanti l’abbiano poi trovata non sappiamo; di certo nella nuova patria non trovarono rape grandi abbastanza da riproporre l’usanza di inserirvi una candela dopo averne tolto la polpa.

In America abbondavano però le zucche: di qui al “The Great Pumpkin” (che nelle strisce dei Peanuts è poi diventato “Il Grande Cocomero”) il passo è stato davvero breve.

La notte “All Hallows’ eve” era la vigilia di tutti i Santi, o Notte di tutti gli spiriti sacri, che presso il popolo dei Celti rappresentava il passaggio verso l’inverno e durante la quale si accendevano fuochi e si indossavano maschere spaventose per allontanare gli spiriti maligni.

Ed è anche la notte in cui si ricorda all’anima di Jack di stare lontano dalle case in cui è appesa la lanterna illuminata.

L’Unione Europea ci offre 72 miliardi e noi diciamo “no grazie”?

People For Planet - Dom, 10/28/2018 - 02:15

Più di 70 mila milioni di euro dell’Unione Europea destinati a noi italiani sono in pericolo. Se non riusciamo a impegnarli entro il 2020 se li beccheranno i polacchi, i portoghesi, i tedeschi, cioè i Paesi europei che riescono a compiere il miracolo di spendere la quota di denaro che l’UE assegna loro.

L’Italia è il secondo Paese come dotazione dall’UE, preceduto solo dalla Polonia, ma è al ventitreesimo posto sui 28 Paesi come capacità di spesa.

Nel passato recente abbiamo perso circa il 45% dei fondi europei. Prima la situazione era anche peggiore.

Pensa a Berlusconi, Prodi, D’Alema, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, che dicono alla loro mamma: “Ho perso un baule pieno di banconote…”
“Ma caro come hai fatto?”
“Non so ero lì e mi è sgusciato via!”
“Figlio mio, un’altra volta devi stare più attento!”

Cavolo! Se fosse capitato a me di perdere un baule di euro mia madre mi pelava vivo! Sono fortunati questi ragazzi!

Loro se la sono cavata facile: “Mamma non è colpa mia! È l’Europa che è stata cattiva! Mamma, ma ti pare giusto che i soldi che non riusciamo a spendere se li riprendono?”

Tanto per rendersi conto di quanto siano 70 miliardi: corrispondono a quasi tre volte quel che il governo sta per investire nel reddito di cittadinanza e per le pensioni anticipate.

I fondo strutturali ammontano a 73,67 miliardi. Sono stati stanziati nel 2014 ma finora ne sono stati spesi circa 2,5. Cioè mentre milioni di persone erano senza lavoro e l’economia languiva avevamo in tasca più di 71 miliardi che si riposavano. Fonti vicine ai governi precedenti spiegano: “Erano stanchi morti per il viaggio da Bruxelles a Roma! Poverini…”

Non lo trovi allucinante?

Per questo danno epocale non possiamo neanche dare la colpa alla disonestà. Avrebbero avuto tutto l’interesse a riuscire a spenderli: avrebbero fatto una bella figura!
Se fossero stati ladri efficienti li spendevano e così riuscivano a papparsene un po’.
Se i soldi li restituisci vuol dire che non sei riuscito neanche a rubarli!

Quindi, almeno in questo caso, la disonestà non c’entra. Non sono stati ladri, sono stati incapaci! E sarebbe ora di rendersi conto che in Italia gli incapaci fanno più danni dei disonesti.

Ma prepàrati perché adesso te ne dico una grossa. Giorni fa ero ad Agorà insieme a Sabino Cassese, grande giurista, giudice emerito della Corte Costituzionale, e di fronte alle telecamere gli ho chiesto se secondo lui è vero che ci sono 71 miliardi che non riusciamo a spendere. Mi ha detto: sbagliato! Sono 150 miliardi!

CENTOCINQUANTA MILIARDI?!? Evidentemente lui calcola tutta una serie di rivoli di denaro di regioni, province, comuni, enti vari, che a prima vista sfuggono all’osservazione…

Cioè abbiamo milioni di poveri e di disoccupati e non spendiamo 150 miliardi di euro?!?!

Mi dispiace dirtelo così tutto in un colpo. E spero che ti incazzi!

Se poi ragioniamo su come quel che viene speso contribuisce veramente alla ricchezza dell’Italia c’è da farsi rizzare i capelli!

Di sicuro i finanziamenti alle imprese in molti casi non arrivano a chi ha le idee migliori e maggiori capacità di realizzarle ma a chi ha il commercialista più furbo.

Trovo il bla bla televisivo assurdo. Torrenti impazziti di parole sull’ultimo twitter, sul punteggio della partita tra M5S e Lega, su quanto l’Europa è malvagia, sul pericolo immigrazione, sugli speculatori finanziari, sulle minacce dell’UE e sui decimali dell’indebitamento di stato rispetto al pil…

Quando sentirai di nuovo queste chiacchiere ricordati che sono armi di distrazione di massa. Se spendessimo il denaro che abbiamo in tasca il pil aumenterebbe del 10% e tutte le storie sui decimali di indebitamento sparirebbero. Stanno evitando di dirti che siamo pieni di soldi e li lasciamo marcire o li buttiamo al cesso. Il nostro problema sono gli incapaci e la burocrazia.

Riusciremo a venirne fuori?

Acqua potabile: dal Parlamento Europeo nuove regole

People For Planet - Sab, 10/27/2018 - 02:45

Più acqua del rubinetto, più sicura, accessibile a tutti. Lo dice la nuova direttiva UE.

Questa settimana i deputati del Parlamento Europeo hanno infatti approvato nuove norme per aumentare l’accesso e la fiducia dei consumatori nell’acqua del rubinetto.

Tra le misure previste si inaspriscono innanzi tutto i controlli per le sostanze inquinanti, comprendendo anche le microplastiche e si chiede un impegno per migliorare l’accesso universale all’acqua, che significa anche un maggior accesso all’acqua nei luoghi pubblici e in luoghi di ristorazione come ristoranti e mense.

I controlli

La legislazione inasprisce i tetti massimi per inquinanti come il piombo, i batteri nocivi e introduce alcuni nuovi controlli su sostanze finora solo in parte monitorate. Viene introdotto anche un monitoraggio delle microplastiche, problema ormai diventato importante anche per la salute stessa dell’uomo.

Diritto all’acqua

Secondo la direttiva l’acqua dovrebbe diventare più accessibile, gratis o con un costo contenuto in ristoranti e luoghi di ristorazione, che dovrebbero essere incentivati a proporre acqua di rubinetto, e dovrebbe essere garantito a tutti il diritto ad usufruirne in generale. I deputati si sono rifatti all’iniziativa pubblica “Right2Water“, per cui i deputati hanno ribadito la necessità che gli Stati membri si concentrino anche sulle esigenze dei gruppi vulnerabili della società e valutare i modi per migliorare il loro accesso all’acqua, anche grazie all’installazione di fontane pubbliche.

Gli eurodeputati chiedono l’installazione di fontane pubbliche.

Meno bottigliette

Secondo la Commissione europea, l’accesso a un’acqua pubblica di migliore qualità potrebbe ridurre il consumo delle bottiglie di plastica del 17%. Meno acqua in bottiglia significa non solo un risparmio per i singoli ma anche meno inquinamento e rifiuti.

I prossimi passi

Dopo l’approvazione del Parlamento, le norme devono ora essere negoziate con il Consiglio e con la Commissione europea. Per seguire le procedure e leggere tutti gli approfondimenti c’è una pagina dedicata sul sito del Parlamento Europeo.

 

 

 

I reducetariani: mangiare meno, mangiare meglio

People For Planet - Sab, 10/27/2018 - 02:38

I reducetariani sono persone che predicano la filosofia del #lessmeat (meno carne).
Una dieta del buonsenso nata da un’idea dello statunitense Brian Kateman che circa 4 anni fa, rivolgendosi a quanti hanno a cuore la salute propria e del mondo, ha lanciato questo nuovo regime alimentare con l’obiettivo di rendere il pianeta Terra più sostenibile.

Volete mangiare meno carne ma non riuscite a rinunciarvi del tutto? I reducetariani vi consigliano di andare per gradi: prima consumatela solo una volta al giorno, poi ogni due fino ad arrivare a mangiarla una sola volta a settimana così da farla diventare un’occasione e non un’abitudine. E non parliamo solo di carne rossa ma anche di carne bianca, formaggi e tutti gli alimenti di origine animale.

Aumentare poi il consumo di verdura e frutta – rigorosamente bio – renderà il cambio di dieta più semplice, vi farà sentire meglio non solo nel fisico, e la vostra coscienza ecologista ne trarrà grande beneficio.

La filosofia reducetariana richiede soprattutto una grande attenzione alla provenienza dei cibi: quella poca carne consumata deve arrivare da allevamenti non intensivi, le verdure meglio che siano da orti biodinamici o bio, e così via. L’attenzione è dunque alla qualità di quello che mangiamo e non solo alla quantità, così da ridurre in modo significativo l’impatto ambientale della nostra dieta.

Per iniziare Kateman propone di istituire un giorno senza carne, per esempio il lunedì. Il Meatless Monday può essere anche un altro giorno della settimana ma nei paesi anglosassoni il lunedì appare una buona soluzione, specie dopo il barbecue domenicale.
Secondo le stime del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti, nel 2018 il consumatore medio americano avrà mangiato 222,2 chili tra carne rossa e pollame. Un record secondo Bloomberg. La previsione di un consumo record di alimenti di origine animale si affianca al calo dell’8,1% degli alimenti a base vegetale.

In Italia la situazione è ben diversa: secondo l’Osservatorio nazionale sui consumi delle carni di Agriumbria , il nostro Paese ne consuma meno di tutte le altre nazioni europee, con 79 kg pro capite contro i 109,8 kg della Danimarca.

Se al basso consumo di carne aggiungessimo anche una maggiore attenzione alla qualità e alla provenienza degli alimenti, potremmo definirci reducetariani perfetti.

Fonti:
https://lorenzovinci.it/magazine/recipe/chi-sono-i-reducetariani-il-reducetarianism-eat-lessmeat/
https://reducetarian.org/
http://www.tuttoebello.it/brian-kateman-ne-vegano-ne-vegetariano-il-futuro-e-riducetariano/
http://www.greenstyle.it/dieta-reducetariana-cose-e-come-funziona-220798.html
https://www.unaitalia.com/nel-2018-per-gli-americani-record-di-consumi-di-carne-e-pollame-negli-usa/
http://www.agriumbria.eu/

 

Milano si stringe attorno al bimbo che rischia di morire

People For Planet - Ven, 10/26/2018 - 02:58

Tantissimi i giovani, soprattutto universitari, al gazebo di piazza Sraffa. I genitori commossi, Admo Lombardia: “Non ci aspettavamo tanta solidarietà”.

Più di 200 persone in coda e un’attesa di ore per salvare la vita di Alessandro. La storia del piccolo di un anno e mezzo, affetto da una rara malattia genetica che colpisce soltanto lo 0.002 per cento dei bambini, ha commosso il web. E non solo. Dopo l’annuncio postato su Facebook dal papà del bimbo per trovare un donatore compatibile per suo figlio, in mattinata davanti al gazebo dell’Admo (l’Associazione donatori di midollo osseo) in piazza Sraffa a Milano si sono radunate centinaia di persone per dare una speranza al piccolo Alessandro.

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La sindrome di Usher, “una super figata”

People For Planet - Ven, 10/26/2018 - 02:20

Sordità alla nascita e progressiva riduzione della vista lungo il corso della vita: come si convive con tutto questo? Alessandro non solo ci convive, ma la combatte correndo e con un’ironia spiazzante. Correre ormai è una vera missione, incarnata dallo slogan “Non sento, non vedo, ma parlo e …corro” e dall’hashtag #corrieimmaginadivolare”. Con la società no profit Rare Partners, Alessandro Mennella è il testimonial del progetto “Run4Usher”, che punta a raccogliere fondi a sostegno della ricerca e a informare e sensibilizzare quante più persone possibili.

Classe 1983, genovese, Alessandro corre, corre veloce, si allena molto e ha energia da vendere. Tra una gara di Triathlon e l’altra, mentre torna da un viaggio e già pensa a quello successivo, ha trovato il tempo di rispondere a qualche domanda per me.

Prima di proseguire desidero però raccontare un’altra storia, quella del “mio” Alessandro. Perché Alessandro per me non è un intervistato qualunque. Ci siamo conosciuti sui banchi del liceo, in quella fase della vita in cui si cambia molto, ci si trasforma fisicamente e mentalmente ogni giorno, una fase della vita complicata per certi versi ma che ci ha reso gli adulti che siamo oggi.

In un video “Menne” dice che la sindrome di Usher è “una super figata”. Fa venire la pelle d’oca, a pensarci. La verità è che ad essere superfigo è Alessandro. E in effetti quando ci siamo conosciuti era un po’ il compagno di classe supereroe. Ale leggeva le labbra, lo faceva anche a distanza di metri, da una parte all’altra della classe… e se vogliamo dirla tutta era avvantaggiato se aveva bisogno di suggerimenti durante le interrogazioni! Nella maggior parte dei casi era un lampo a terminare le verifiche di matematica, aveva buonissimi voti, sembrava non avere problemi in niente, nemmeno a parlare inglese e francese, con performance buone e meno buone come tutti noi. A volte sapeva essere anche molto indisponente, ci prendevamo in giro per i difetti reciproci come fanno tutti gli adolescenti, altre volte si faceva odiare perché non faceva copiare i compiti, spesso – non sentendo – tentava di suggerire le risposte durante le verifiche ad un volume troppo alto e faceva ridere anche i prof senza alcun timore di offenderlo.

No, non è mai stata pronunciata la parola “disabile”, né mai abbiamo pensato che “Menne” fosse diverso da noi. Eravamo tutti diversi e tutti avevamo pregi e difetti. Forse quel tipo di contesto è una fortuna che non hanno tutti coloro che soffrono di una patologia, ma per me è la dimostrazione tangibile che “la disabilità è soltanto negli occhi di chi guarda”. Con Alessandro parlavamo di scuola, di futuro, di donne, di libri, di musica, di calcio, di qualsiasi argomento. Abbiamo bevuto insieme le prime birre, abbiamo condiviso serate, racconti. Nessuno di noi si è mai sentito una balia perché proprio non ce n’era – e non ce n’è – bisogno.

Alessandro racconta di “avere la testa dura”. Non posso che confermarlo, come lo conferma la sua vita.  Dopo la maturità si è laureato in Informatica e in Scienze della Comunicazione e potete verificare voi stessi che il suo potere comunicativo è immenso. Tecnicamente, Ale non sente ma percepisce le vibrazioni attorno a sé, sente il ritmo. Sa anche ballare, per la cronaca.

Oggi, ancora più di ieri, sono molto fiera di averlo conosciuto. Ci siamo rivisti dopo qualche anno, per l’emozione ho anche scordato di dover scandire un pochino di più le parole per farmi capire. Il nostro incontro ha portato a questa intervista. Che ritengo un po’ speciale: Alessandro non permette domande banali, altrimenti sarebbe un intervistato come tutti gli altri e non un supereroe.

Svelaci un segreto: com’è possibile che parli benissimo se non hai mai sentito una persona parlare?
Io che parlo bene? Ma se dico un sacco di parolacce…
Ho imparato a parlare grazie al metodo riabilitativo che ho seguito fin da bambino per sviluppare il mio linguaggio, attraverso giochi fonici e ritmi/strutture musicali. E’ stato creato dalla Dott.ssa Zora Drežančić e mi ha salvato la vita.

Ci si aspetterebbe che comunicassi attraverso la lingua dei segni e con molta difficoltà se l’interlocutore non la conosce. Tu invece leggi le labbra …a parte quelle del nostro professore di Filosofia che aveva una barba grossa così.
Ho avuto la grande fortuna che imparare a leggere le labbra sia stata una cosa naturale e spontanea per me. Questa dote si è un po’ persa negli anni, a causa del peggioramento della vista, come tu stessa avrai notato durante l’ultimo nostro incontro.
Questo però non mi preoccupa perché la comunicazione è un processo a “tutto corpo” e non è vincolata a un solo senso, lingua o linguaggio.

Come sono le persone quando parlano con te? Imbarazzate, sorprese, incuriosite? Ti fanno domande ricorrenti che ormai non sopporti più?
A me piacciono le domande! Spesso le persone che incontro per la prima volta non me ne fanno, oppure ne fanno meno di quante vorrebbero, perché hanno timore di non essere capiti o di invadere in qualche modo la mia intimità, nel caso vogliano chiedermi qualcosa sulla mia disabilità.

– Per dare un bel “vaffa” alla Sindrome di Usher sicuramente avrai dovuto lottare con te stesso per comprenderla e accettarla. Ci racconti cosa pensi e come la descriveresti?
Credo che il punto di svolta nella mia accettazione della sindrome sia stato quando ho smesso di vederla come una cosa negativa ma come una grande opportunità per imparare a gustare appieno il sapore della vita, anche nelle piccole cose, e di rendere non banale il proprio vivere.
Per imparare a cogliere ogni occasione. Intendiamoci: nessuno è contento di nascere con l’Usher e non si augura a nessuno di viverne i sintomi. Ma, personalmente, avere dei limiti di questo tipo mi ha insegnato a cercare sempre di superarli e di vivere al massimo la mia vita.
Per questo in quell’intervista ho definito la Sindrome una Super Figata.

Osservandoti dall’esterno, non sembra che questa sindrome sia riuscita a crearti troppi problemi. Ma immagino che questa mia percezione dipenda dal tuo carattere e dal tuo modo di porti. Nella vita quotidiana, a parte non poter sentire, cosa significa convivere con la Sindrome di Usher? Si potrebbe pensare che inciampi continuamente e che le persone per strada provino a parlarti e ti insultino perché non rispondi.
Ahahaha … esatto, e si creano un sacco di situazioni divertenti simili a questa. Ad esempio, più di una volta, è capitato di girarmi sull’autobus e di notare il controllore che – ormai esausto dalle continue richieste del biglietto dirette verso di me, che non guardavo, e cadute nel vuoto – aveva già tirato fuori il blocchetto, in attesa dei miei dati anagrafici per appiopparmi una bella multa… potete immaginare il suo scoramento quando gli mostro il tesserino dell’abbonamento!
Adesso, rispetto a quando ci siamo conosciuti sui banchi di scuola, la mia disabilità visiva è più evidente e capita più spesso che le persone se ne accorgano e che mi diano una mano, un atto che una volta avrei rifiutato per orgoglio e che adesso accetto sempre ben volentieri.

Dimmi la verità, c’è un limite particolare legato alla tua sindrome che proprio detesti?
Non poter più godermi i film (coi sottotitoli). Ma per fortuna ne ho già visti troppi!

Ultima domanda indiscreta: come va con le donne?
Male purtroppo, sono fidanzato da qualche anno e non posso più andare a beccare… (scherzo, amore!!! ).

– Adesso possiamo parlare nel dettaglio del tuo progetto “Run4Usher”. Racconta com’è nato e gli obiettivi principali.
Il progetto Run4Usher è stato pensato e realizzato da RarePartners, società no profit che opera nel campo delle malattie rare, in occasione dell’adesione al programma di solidarietà della Milano City Marathon del 2015.
Il progetto ha il duplice obiettivo di informare e sensibilizzare le persone sulla Sindrome di Usher e di raccogliere fondi a sostegno della ricerca su tale patologia.

– Alessandro, nei prossimi anni, come ti immagini?
L’immagine/sogno che ho di me stesso a 60 anni è un’istantanea di me e mio figlio all’arrivo di una Maratona corsa assieme.

Disegni di Armando Tondo

 

La mia casa è uno sballo!

People For Planet - Ven, 10/26/2018 - 02:18

La canapa è una pianta straordinaria, con cui si possono fare cose straordinarie. Vediamone l’uso come isolante termico e acustico per le pareti di casa.
Intervista ad Alberto Tulli.

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Immigrazione, i numeri contro le fake news

People For Planet - Ven, 10/26/2018 - 02:01

La fotografia del Dossier statistico Idos per il 2018: 26mila migranti in meno in un anno, i musulmani sono una minoranza (32%, doppiati dai cristiani), mentre dei 41mila irregolari intercettati, soltanto il 44% è stato effettivamente allontanato.

Gli immigrati in Italia? Diminuiscono: in un anno ne sono spariti 26mila. Gli italiani all’estero? Aumentano: nel 2017 sono partiti in 114mila. I musulmani? Una minoranza: tra gli stranieri sono il 32%, i cristiani li doppiano. I profughi? Non superano quota 354mila, tanti, ma molti meno che in Germania e anche meno che in Francia. Le espulsioni? Ferme al palo: lo scorso anno è stato rimpatriato il 3,7% degli irregolari. Sulla perenne emergenza immigrazione si giocano fortune politiche, maggioranze di governo e assetti europei. Il “pianeta migranti” è percorso da mille tensioni, scosso da guerre di parole e numeri. Proprio dai numeri è allora utile ripartire.

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(Immagine: CC0 Creative Commons)

Microplastiche: contaminato anche l’intestino umano

People For Planet - Ven, 10/26/2018 - 00:31

Non solo negli oceani, nei pesci che mangiamo, nell’acqua in bottiglia e nel sale da cucina. Frammenti di diversi tipi di microplastiche sono stati trovati anche nell’uomo. Più precisamente, nelle feci umane. Con conseguenze per la salute tutte da valutare.

La notizia arriva da uno studio condotto da un gruppo di ricercatori della Medical University di Vienna e dell’Agenzia dell’Ambiente austriaca che è stato presentato a Vienna in occasione della 26° United European Gastroenterology (Ueg) Week Live, evento medico che raccoglie i gastroenterologi europei.

Otto Paesi coinvolti

La ricerca è la prima di questo genere a essere realizzata e il campione di persone esaminato è piuttosto esiguo, in quanto composto da sole otto persone: i risultati ottenuti, però, non possono passare inosservati perché gli otto soggetti esaminati provengono da altrettanti Paesi (Finlandia, Italia, Giappone, Paesi Bassi, Polonia, Russia, Regno Unito e Austria), e anzi la speranza è quella che contribuiscano a far luce sulla contaminazione ambientale e alimentare da parte delle microplastiche, stimolando ulteriori studi.

Frammenti di plastica nell’intestino umano

I partecipanti non erano vegetariani e sei di loro mangiavano regolarmente pesce. Ogni singolo campione di feci analizzato è risultato positivo per la presenza di microplastiche, e i ricercatori ne hanno identificate fino a nove tipologie, tra cui il polipropilene e il polietilene tereftalato (più noto come Pet). In media sono state riscontrate 20 particelle microplastiche ogni 10 grammi di materiale fecale.  “Questo è il primo studio nel suo genere e conferma ciò che sospettavamo da tempo, ovvero che la plastica alla fine raggiunge l’intestino umano”, ha spiegato Philipp Schwabl, primo autore dello studio, che ha anche spiegato che “le particelle microplastiche più piccole sono in grado di entrare nel flusso sanguigno, nel sistema linfatico e possono persino raggiungere il fegato. Ora che abbiamo le prime prove della presenza delle microplastiche negli esseri umani, abbiamo bisogno di ulteriori ricerche per capire cosa questo potrebbe significare per la nostra salute“.

Microplastiche, piccole ma dannose

Le microplastiche sono piccole particelle di plastica molto piccole, di dimensioni comprese tra i 5 mm e i millesimi di millimetro. Possono formarsi staccandosi da pezzi più grandi di plastica, attraverso degradazione o usura, ma in alcuni casi fanno parte del processo di fabbricazione di alcuni prodotti come detergenti e vernici, ma anche di cosmetici (quelli che contengono microgranuli di plastica, ad esempio). I ricercatori spiegano che le microplastiche possono avere un impatto sulla salute umana attraverso il tratto gastrointestinale poiché all’interno di quest’ultimo, mediante l’accumulo o promuovendo la trasmissione di sostanze chimiche tossiche e patogene, potrebbero influenzare la tolleranza e la risposta immunitaria dell’intestino.

Classi miste, i bambini stranieri non rallentano i nostri figli

People For Planet - Gio, 10/25/2018 - 12:31

“Non voglio che mio figlio resti indietro a causa loro”.  Quando il dibattito sull’immigrazione affronta il tema della scuola, sembrano trovarsi d’accordo anche le persone più distanti, il giornalista di sinistra che per carità non è razzista però, e coloro che vedono in Salvini il Messia che ci salverà dalla terribile inondazione delle acque nere. “Il problema è che un bambino straniero in classe ritarda l’apprendimento”.  Il dibattito unidirezionale che non lascia possibilità al dissenso dimentica che la società multietnica è una realtà inconfutabile da cui è impossibile escludere i figli.

La campagna mediatica della paura – strumentale a molteplici forme politiche, loro sì pericolose – trasporta in un oscurantismo che ci riconduce a un medioevo senza via di uscita. Agli stranieri viene assegnato oggi lo stesso ruolo del Malaussène di Pennac: il capro espiatorio. È comodo avere qualcuno a cui addossare tutte le colpe per quello che non funziona nella nostra società. Perché non cogliere l’incontro di culture come vantaggio?

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Immigrazione Immigrazione e sicurezza, Torino “sospende” il decreto Salvini

People For Planet - Gio, 10/25/2018 - 10:37

Chiesta la sospensione in via transitoria, fino alla conclusione dell’iter parlamentare, dell’applicazione del Decreto Legge Salvini e l’apertura di un confronto fra il Governo e le grandi città per valutare le ricadute concrete del provvedimento in termini economici, sociali e di sicurezza dei territori

Il Consiglio comunale di Torino dice no al “decreto immigrazione e sicurezza” di Matteo Salvini. Con 30 voti favorevoli e solo due contrario, la Sala Rossa ha approvato ieri un ordine del giorno presentato da Elide Tisi (Partito Democratico) sul decreto 113/2018, invitando la Giunta a chiedere al Ministero dell’Interno e al Governo di «sospendere in via transitoria fino alla conclusione dell’iter parlamentare» gli effetti dell’applicazione del Decreto Legge Salvini e ad aprire un confronto con Torino e con le altre grandi città per valutare le ricadute concrete del provvedimento in termini economici, sociali e di sicurezza dei territori.

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La Svizzera dà 148 milioni di franchi per l’ambiente mondiale

People For Planet - Gio, 10/25/2018 - 09:20

La Commissione dell’ambiente, della pianificazione del territorio e dell’energia del Consiglio degli Stati (CAPTE-S) della Svizzera ha accolto quasi all’unanimità il decreto sottoposto dal Consiglio Federale che prevede di stanziare nel prossimo quadrienno 2019-2022 quasi 148 milioni di franchi, 147,83 milioni per l’esattezza, da destinare alla protezione dell’ambiente, non svizzero, ma del pianeta. La cifra è identica a quella spesa con il medesimo obiettivo nel quadriennio 2015-2018 e leggermente inferiore rispetto all’importo offerto nel periodo 2013-2015.

I soldi verranno divisi in quattro fondi distinti per settore, gran parte della cifra, ben 118,34 milioni di franchi,  andrà al Fondo globale per l’ambiente. Al Fondo multilaterale per l’ozono, il cui impegno è quello di ridurre lo strato sempre più ingente di ozono nell’atmosfera, saranno destinati 13,54 milioni di franchi, e i restanti 13,15 verranno divisi fra altri due fondi climatici. Sono 2,8 milioni, invece, i franchi che il decreto esecutivo svizzero ha preventivato per monitorare la gestione dei finanziamenti e garantirne la giusta amministrazione.

E all’interno dei confini della Svizzera come procede l’impegno nel settore della protezione climatica? Bene ma non benissimo, stando all’indice della svolta energetica pubblicato lo scorso 18 ottobre dall’Alleanza-Ambiente elvetica, al cui interno operano le associazioni Greenpeace Svizzera, WWF, Pro Natura e ATA (Associazione Traffico e Ambiente). Le emissioni di CO2 stanno sì diminuendo, ma lentamente. Troppo lentamente, se si confronta con gli obiettivi stabiliti dall’Accordo di Parigi sul clima.

“Abbiamo un assoluto bisogno di invertire la tendenza in materia di protezione climatica, se la Svizzera vuole evitare un risveglio doloroso e costoso”, ha dichiarato Elmar Grosse Ruse, specialista del clima di WWF. Dal 2013 la Svizzera rende pubblico un indice di valutazione della domanda, della produzione e dell’efficienza energetica rispetto a sette specifici settori: protezione del clima, uscita del nucleare, biodiversità ed energie rinnovabili, economia e società, sicurezza dell’approvvigionamento.

I consumi energetici dei privati e dell’economia svizzeri sono assai virtuosi rispetto alla media internazionale, e gli obiettivi fissati dal Consiglio federale rispetto a quanto stipulato nell’Accordo di Parigi sono stati raggiunti al 100%. Buona anche la sicurezza dell’approvvigionamento energetico, che si attesta al 78%.  A mettere in allarme le associazioni ambientaliste svizzere sono piuttosto le tendenze in fatto di prestazioni di energie rinnovabili, vale a dire le installazioni solari, eoliche e di biomassa, che sono scese dal 18% al 16% rispetto allo scorso anno. Stesso trend per gli indicatori che monitorano lo stato della biodiversità, in calo dal 27% al 25%. Un calo tutto sommato risibile, che in Italia forse sarebbe passato in sordina, ma non in Svizzera, dove ha subito innestato una serie di contromisure e iniziative da parte delle istituzioni, a loro volta prese con un altro mea culpa in materia di ambiente: il commercio di carbonio.

Un terzo delle compravendite mondiali di carbone passa infatti dalla Svizzera, dove l’impatto ambientale complessivo procapite nell’ultimo ventennio è sì sceso al 19% grazie al progresso tecnologico e alla cittadinanza virtuosa, ma a scapito dell’impatto oltre i confini nazionali. La politica di delocalizzazione attuata dalla Svizzera – che ha estremo bisogno di importare materie prime e prodotti, si riversa prevalentemente su clima, biodiversità e risorse idriche del pianeta. Risorse che non godono di prosperità e salute, considerato che quelle del 2018 sono terminate l’1 agosto scorso. I 148 milioni di franchi confermati da Berna assomiglierebbero quindi una sorta di greenwashing. C’è un dettaglio, però, da non trascurare: lo studio che ha denunciato l’impatto ecologico della Svizzera sulla Terra proviene dall’Ufficio federale dell’Ambiente elvetico, non da commissioni o enti stranieri. Una presa di coscienza come raramente capita dalle nostre parti.

Storia di una “normale” spazzatura…

People For Planet - Gio, 10/25/2018 - 02:28

Da qualche mese a questa parte io e il mio compagno ci siamo trasferiti in un piccolo bilocale. Quando abbiamo fatto questa scelta abbiamo pensato a molte cose: abbiamo valutato i problemi di una convivenza in pochi metri quadri, abbiamo deciso di portare poche cose, abbiamo optato per un arredamento “minimal”. Non abbiamo però mai pensato a una cosa: la spazzatura. Era l’ultimo dei nostri pensieri, e invece è diventato un vero problema.

Da quando ci siamo trasferiti ci sembra di passare il tempo a buttare immondizia: è vero che non possiamo tenere grossi sacchi o bidoni in casa ma non pensavamo nemmeno che saremmo riusciti a riempirli così velocemente, pur facendo la raccolta differenziata.

Dovendo andare a buttare tutto così spesso, ho notato che quello dei rifiuti è un problema di tutto il palazzo: qui vive un centinaio di famiglie e l’esercito di bidoni condominiali schierato al piano interrato non basta mai. I bidoni sono sempre pieni e il povero custode passa intere mattinate a svuotarli e spostarli controllando che la differenziata sia fatta correttamente.

Ho iniziato a rifletterci: in casa non siamo spreconi, stiamo attenti a differenziare, privilegiamo quando possibile i contenitori con il packaging più semplice, non siamo “amazon-addicted” quindi ci arriva solo qualche scatolone ogni tanto. Eppure la mia impressione è che alla fine, pur stando attenti, produciamo lo stesso, come gli altri inquilini del nostro palazzo, tantissima spazzatura.

Quindi ho deciso di fare un esperimento. Non una cosa valida statisticamente ma che servisse per farmi un’idea. Ho iniziato a pesare la spazzatura che abbiamo prodotto in casa in una settimana, la spazzatura domestica che produce una coppia di giovani milanesi che – tra l’altro – vivono gran parte della loro giornata fuori casa.

Ne ho approfittato per seguire la storia della mia spazzatura, cercando di capire come e quando qualcosa è arrivato nel cestino per capire se potevo evitarlo. Ho pesato i sacchetti quando era ora di buttarli, usando la pesa da cucina e la bilancia pesapersone, per la gioia del mio compagno che intanto si è portato avanti informandosi per il divorzio breve nel caso mi venissero altre idee del genere.

Ho fatto la spesa nel weekend, cercando di non farmi condizionare dal mio esperimento e comprando le solite cose. I sacchi della spazzatura, portati fuori la domenica, hanno cominciato ad essere pieni verso il giovedì. Quel giorno ho buttato 620 grammi di umido e 393 di plastica.

Nella stessa giornata mi sono accorta di aver fatto andare a male i fichi, così ho prodotto altri 518 grammi di umido. Mi dà molto fastidio buttare il cibo e misurare quanto ne ho buttato in un colpo solo mi ha fatto ancora più rendere conto di quanto sia facile sprecarlo.

Nei giorni successivi ho pesato e buttato: 1,357 kg di vetro e lattine, 287 grammi di plastica, 315 grammi di carta, 250 grammi di rifiuto indifferenziato. Ovviamente il vetro e le lattine sono il rifiuto più pesante, ma la plastica, pur pesando poco, è quella che occupa più spazio, con le bottiglie dell’acqua che, per quanto schiacciate, sono davvero voluminose. Anche le vaschette che i supermercati usano per la carne o il pesce occupano tantissimo spazio e non hanno grandi possibilità di riutilizzo in casa, anche perché molte volte rimangono sporche o maleodoranti.

Domenica, dopo due giorni in cui eravamo entrambi in casa, ho buttato di nuovo l’umido, 229 grammi, e poi ho deciso di pulire uno scaffale e ho buttato altri 700 grammi di carta.

A conti fatti, alla fine in due abbiamo prodotto 4,669 kg di rifiuti in una settimana.

Bisogna ricordare che noi pranziamo sempre fuori casa, portandoci la “schiscetta”(termine milanese per indicare il portavivande che contiene il cibo preparato in casa e consumato fuori, se preferite l’inglese chiamatelo “lunch box”), e quindi ciò che diventa spazzatura dopo pranzo e durante la giornata lavorativa non lo smaltiamo in casa. Probabilmente arriveremmo facilmente ai 7 o 8 kg in una settimana, se non di più.

L’Ispra, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, nel suo ultimo rapporto ha misurato un aumento dei rifiuti prodotti in Italia tra il 2016 e il 2017, e la media nazionale si attesta a 497 kg pro capite in un anno. Praticamente mezza tonnellata di rifiuti in un anno. Ci sono regioni dove si supera anche questa cifra. Dividendo in maniera grossolana per 52 settimane all’anno significa che in una settimana ogni italiano produce circa 9,5 kg di spazzatura.

Se in due abbiamo prodotto circa 8 kg vuol dire che produciamo a testa circa 4 kg, la metà della media nazionale. Era però solo una settimana di esempio: nell’arco di un anno, quando capita di fare pulizie o buttare oggetti, mobili o elettrodomestici, probabilmente anche noi saremmo vicini alla media nazionale.

Che si faccia la raccolta differenziata o meno, il problema rimane la quantità e i tanti oggetti usa e getta che ci riempiono la vita: mi ha fatto impressione pensare che io, che peso 50 kg, in un anno posso buttare quasi dieci volte il mio peso.

Il mio esperimento mi ha fatto rendere conto di quanto effettivamente buttiamo via senza nemmeno pensarci e di quanti pacchi, pacchetti, contenitori compriamo quando facciamo la spesa.

Arrivare a un’economia circolare dei rifiuti, riciclarli e creare valore da ciò che si butta è una priorità europea che non si può non condividere. Ma lo è anche la riduzione dei rifiuti e un consumo più consapevole.

Chissà se, pur vivendo in città, è possibile riavvicinarci a un consumo più semplice, senza tante scatole, contenitori, bottiglie. Come facevano i nostri nonni, quando la plastica era un oggetto mitico, gli imballaggi erano pochi e le cose si avvolgevano, si incartavano, si svuotavano e si riempivano di nuovo?

Il prossimo esperimento sarà quello di ripartire da lì.