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End The Cage Age: basta gabbie negli allevamenti europei!

People For Planet - Mer, 03/20/2019 - 02:36

Mettiamo fine all’era delle gabbie, End The Cage Age: è lo slogan sotto il quale si sono raccolte più di 145 organizzazioni in tutta l’Unione Europea per chiedere di mettere fine all’uso delle gabbie negli allevamenti.

Associazioni ambientaliste, di protezione animale, organizzazioni – politiche e non –  si sono alleate per chiedere alla Commissione Europea di rendere obbligatori in tutti i Paesi dell’Unione sistemi di allevamento più rispettosi del benessere degli animali.

La campagna

Dopo tante campagne di sensibilizzazione e tante denunce si poteva pensare che negli allevamenti ci fosse più attenzione, invece a quanto pare non è così, come conferma Annamaria Pisapia, direttrice di CIWF Compassion In World Farming Italia Onlus, una delle associazioni capofila di questa iniziativa: «In tutta Europa ogni anno sono centinaia di milioni gli animali che vivono ancora in gabbia negli allevamenti. Galline, anatre, quaglie e conigli sono allevati in gabbie che non permettono loro di esprimere i propri comportamenti naturali. Anche le scrofe vengono rinchiuse durante l’allattamento e la gestazione e, calcolando le settimane che passano in gabbia possiamo dire che passano metà della loro vita dietro le sbarre. Non sono nemmeno libere di essere mamme. E poi ci sono i vitelli, che quasi sempre vengono separati dalle madri e rinchiusi in box individuali per le prime 8 settimane della loro vita». Continua Annamaria Pisapia: «Nella petizione chiediamo il divieto di utilizzo di tutte le gabbie, auspicando metodi di allevamento più rispettosi».

La raccolta firme

Lo strumento utilizzato per fare pressione sugli organi decisionali dell’Unione è quello dell‘Iniziativa dei Cittadini Europei, un sistema di proposta “dal basso”, previsto dall’ordinamento europeo. Bisogna raggiungere un milione di firme con una soglia minima in ogni Paese membro; la Commissione poi sarà obbligata ad esaminare la proposta entro tre mesi.

L’iniziativa è stata lanciata a settembre a Bruxelles e il 25 ottobre in Italia, con una presentazione alla Camera alla presenza del ministro della salute Giulia Grillo, che ha aggiunto la propria firma alla petizione. Solo in Italia hanno aderito più di 20 associazioni, da Legambiente alla Lav, a Slow Food (che ha aderito a livello internazionale), solo per citarne alcune.

Superate le 500 mila firme

Proprio pochi giorni fa è stata superata la soglia di 500 mila firme, ne rimangono ancora altrettante da raccogliere per raggiungere l’obiettivo prima della scadenza della validità della proposta, fissata per settembre 2019, ma l’attenzione sulla campagna è ancora molto alta, tanto che si continuano ad aggiungere adesioni tra le associazioni promotrici, anche in Italia.

«Vincere la petizione, cioè raggiungere il milione di firme, non significa che l’indomani saranno vietate le gabbie in Europa», spiega la direttrice di Compassion in World Farming. «Significa però che si potrà avere intanto la garanzia che la Commissione esamini l’iniziativa e entro tre mesi comunichi motivatamente se decide di agire. Se l’iniziativa viene accolta dalla Commissione gli organizzatori possono presentarla durante un’audizione pubblica al Parlamento europeo». Conclude Annamaria Pisapia: «Il fatto che dopo soli cinque mesi si siano già superate le 500 mila firme è un ottimo risultato, abbiamo ancora davanti più di sei mesi e questo vuol dire che la vittoria è sempre più vicina».

A Bologna il primo Emporio di Comunità

People For Planet - Mer, 03/20/2019 - 02:09

A Bologna, in via Casciarolo 8, tra via del Lavoro e viale della Repubblica, ha aperto l’Emporio Camilla, un negozio autogestito dai soci che sono anche i clienti.

E’ l’evoluzione dei gruppi di acquisto. Per accedere ai prodotti e agli sconti bisogna dedicare 3 ore al mese di lavoro nell’Emporio.

Per maggiori informazioni https://camilla.coop/

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Video di Martina De Polo e Francesco Saverio Valentino.

Mobilità elettrica, energia pulita e IoT: il futuro è adesso

People For Planet - Mar, 03/19/2019 - 15:05

La transizione verso economie low-carbon è destinata a proseguire nel 2019, guidata anche dalla riduzione dei costi dell’energia solare ed eolica, dal progresso tecnologico sul fronte delle batterie e dalla convinzione sempre più marcata da parte di aziende e investitori che la sostenibilità sia anche qualcosa di molto, molto remunerativo. Non sarà semplice dare continuamente linfa a questa transizione, considerando anche l’instabilità politica di alcuni scenari chiave (citiamo la Brexit, solo per fare un esempio), ma sembra proprio che gli investimenti non saranno fermati da queste variabili. Lo dimostra il caso della mobilità elettrica: il 2019 sarà un anno chiave, in cui non vedremo sparire all’improvviso dalle nostre strade tutti i veicoli diesel e benzina, ma in cui tanto lentamente quanto inesorabilmente aumenteranno le vendite di veicoli elettrici.

Veicoli elettrici: vendite in crescita

Secondo le previsioni, la vendita globale di veicoli elettrici salirà del 40%. Ci sono quasi 5 milioni di persone che hanno già scelto un veicolo elettrico (oltre 5 milioni considerando anche autobus e altri veicoli commerciali). Secondo i dati del BNEF, dobbiamo aspettarci per il 2019 altri 2,6 milioni di veicoli venduti, vale a dire una crescita delle vendite che, appunto, aumenta del 40%. Crescita, sì, ma meno massiccia rispetto al +70% del 2018. La Cina farà ancora la parte del leone con 1,5 milioni di vendite, il 57% circa del mercato globale, in un Paese simbolo della transizione ma che difficilmente farà registrare un raddoppio delle vendite anno su anno nel 2019 come appena avvenuto. Febbraio è il mese del taglio agli incentivi, sebbene con una progressione che arriverà fino alla fine del secondo quadrimestre dell’anno. A livello globale, alcuni fattori incideranno sul rallentamento delle vendite: tassi di interesse più elevati e una minore “corsa all’acquisto” sono tra questi. E, naturalmente, in Paesi come Usa e Regno Unito l’acquisto di un veicolo elettrico dipende molto dalla disponibilità di sussidi, che tuttavia si ridurranno: nel Regno Unito, in particolare, sono stati eliminati gli incentivi per i modelli ibridi plug-in, che avevano raggiunto la popolarità; nel Nord America le vendite saliranno da 405 mila a 425 mila, non molto, almeno secondo queste previsioni. In Europa, le stime parlano di meno di 500 mila veicoli elettrici venduti. La crescita maggiore delle vendite dovrebbe registrarsi in Germania e nei Paesi nordici in generale. In Italia, secondo il BNEF, finora le vendite sono partite al rallentatore, ma il 2019 potrebbe essere l’anno giusto.

Ecco alcune delle altre anticipazioni principali del Bloomberg New Energy Finance.

Energia: costi minori, meno denaro investito

È semplice: ogni anno gli investimenti in energia pulita devono essere maggiori per rimanere uguali all’anno precedenti e il motivo è che i costi legati alla realizzazione di progetti eolici e solari, in particolare, scendono ogni anno. Nel 2018 abbiamo assistito ad un crollo dei prezzi dei moduli fotovoltaici e ad un boom di investimenti nell’eolico offshore che sarà complicato raggiungere nel 2019. Se nel 2018 sono stati investiti in energia pulita 332,1 miliardi di dollari, non aspettiamoci lo stesso ma nemmeno catastrofi, dunque, anche perché la cifra negli ultimi anni si è sempre aggirata attorno ai 300 miliardi.

Storage: per la prima volta si supereranno i 10GWh

Per la prima volta saranno superati i 10GWh di distribuzione di energia. I produttori cinesi di batterie stabiliranno in maniera marcata la loro presenza sul mercato globale, nonostante guerre commerciali di ogni sorta. Saranno soprattutto le case automobilistiche a stringere alleanze con loro, anche perché in Cina saliranno le vendite di veicoli elettrici, le cui batterie nel 2019 faranno registrare costi mai così bassi prima d’ora, ancora più bassi dei 176 dollari a kWh di fine 2018.

IoT: le grandi aziende stregate da intelligenza artificiale e robotica

Negli ultimi tempi le multinazionali e i fornitori di attrezzature industriali hanno speso miliardi nell’Internet of Things, in esperimenti legati all’intelligenza artificiale, automazione, robotica e sensori. Sono così riusciti a vendere ai loro clienti altri software, ma nei loro obiettivi c’è molto altro. Aziende come General Electrics, Siemens, Hitachi, ABB e Schneider sanno bene che in questo settore i competitor sono sia piccole startup che giganti dell’IT. Per questo tendono oggi a creare rami d’azienda dedicati proprio ai nuovi prodotti tecnologici e, secondo il BNEF, nel 2019 gli investimenti in piattaforme digitali, acquisizioni e in tutto ciò che ruota attorno al business dei software e del digitale saranno massicci.

Fonte: https://about.bnef.com/blog/transition-energy-transport-10-predictions-2019/

Immagini: Armando Tondo

Omar Di Felice: la traversata dell’Alaska in bicicletta

People For Planet - Mar, 03/19/2019 - 15:00

Si è conclusa con successo l’impresa di Omar Di Felice, il ciclista romano appassionato di “pedalate estreme” che dopo il Canada (2018, vedi sotto) ha deciso di sfidare l’inverno artico e attraversare l’Alaska in bicicletta. Di Felice è partito la settimana scorsa da Anchorage (nel sud di quello che è il più esteso Stato americano) e ha fatto rotta verso Deadhorse, località situata all’estremità settentrionale dello Stato. Nonostante le condizioni avverse è riuscito a percorrere la famigerata Dalton Highway, con il suo passo di Atigun (1422 m.s.l.m.).

Ha percorso circa 1.400 chilometri in tappe quotidiane di 200 km, in media, affrontando temperature rigidissime, con punte di -35 °C su strade tutt’altro che confortevoli.

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CuoreBasilicata COTTO&LUCANO: le zeppole di San Giuseppe

People For Planet - Mar, 03/19/2019 - 12:26

INGREDIENTI

Per la pasta:
1 kg. di farina
1 kg. di patate
2 pezzi di lievito di birra
100 gr. di strutto
mezzo bicchiere di zucchero
mezzo bicchiere di latte
buccia di 1 limone
4 uova

Per la crema:
1 l. di latte
250 gr. di zucchero
100 gr. di farina
6 uova
1/2 stecca di vaniglia

Per guarnire:
amarene sciroppate q.b.
zucchero a velo q.b.

PROCEDIMENTO

Partiamo con la preparazione della crema così che si raffreddi mentre ci occuperemo della pasta delle nostre zeppole.
In una pentola portate quasi a ebollizione il latte, quindi mettetevi in infusione la stecca di vaniglia per alcuni minuti.
In una ciotola sbattete le uova intere con lo zucchero aiutandovi con una frusta.
Quindi aggiungete poco alla volta la farina e il latte caldo, continuando a mescolare.
Trasferite la crema in un pentolino e lasciate sobbollire a fuoco basso finché non si addensa, mescolando di continuo.
Togliete la crema dal fuoco e lasciatela raffreddare a temperatura ambiente per mezz’ora circa.
Passiamo alla preparazione della pasta.
Lessate le patate e riducetele in purea. Quindi inseritele in un recipiente insieme a tutti gli altri ingredienti e impastate per bene.
Lasciate lievitare per circa un’ora l’impasto ottenuto.
Create con l’impasto tante piccole ciambelle, che lascerete poi lievitare per un’altra ora.
Friggete le ciambelle in abbondante olio di semi (non eccessivamente caldo) e, quando saranno dorate, sistematele su della carta assorbente.
Quando si saranno raffreddate, ponetevi nel centro un po’ di crema aiutandovi con una siringa da pasticceria.
Guarnire con amarene sciroppate e cospargere di zucchero a velo.

Leggi su CuoreBasilicata una curiosità sulle zeppole di San Giuseppe

Ricetta a cura di Federico Poletta, Gruppo di Animazione Territoriale CuoreBasilicata

Sing for the Climate

People For Planet - Mar, 03/19/2019 - 12:00

L’arte di creare il pane

People For Planet - Mar, 03/19/2019 - 11:51


Forse è qui la ragione del perché
questo cibo essenziale è ritenuto sacro:
Dacché il pane è considerato cotto e donato
per ricordare le nostre origini,
dove impastare significa mischiarsi l’un l’altro,
amarsi e congiungersi,
perché dal calore riesca la nostra vita.

(Dario Fo)

La passione

Da una decina di anni ho scoperto il mondo dell’Arte bianca e in particolare del pane: il frutto della terra e del lavoro dell’uomo! Un amore a prima vista… Ho iniziato da solo, in una piccola cucina, con pochissime attrezzature, curiosando tra manuali e ricette, ma soprattutto facendo centinaia e centinaia di esperimenti e appuntando ogni volta quello che notavo, cercando di capire perché certi successi e perché talora certi fallimenti… Da allora il mondo del pane è entrato sempre più nella mia carne, nella mia vita, nei miei sogni.

Roberto Giacomazzi con Eugenio Pol

Con questo innamoramento nascente, ho iniziato la mia itineranza presso rinomati panifici in Italia e all’estero, in particolare Francia e Germania. Quelli che ora considero i miei principali consulenti e maestri di riferimento sono stati il grande Eugenio Pol del Panificio “Vulaiga” di Fobello in Valsesia, Stefano Bongiovanni del Panificio artigianale di Nucetto nel cuneese, alcuni panificatori degli antichi forni a legna di Altamura e Matera e Giuseppe Da Re – il Re dei Bibanesi! – che mi ha portato nel trevigiano, ad Adria, facendomi incontrare niente meno che Arnaldo Cavallari, l’inventore della Ciabatta polesana. Da ognuno ho imparato qualcosa, ho trovato incoraggiamento, consigli, qualche trucco e qualche accorgimento in più (e in un panificio dove il pane non aveva nulla di particolare, ho imparato la pulizia quasi maniacale dei locali!).
Ma il mio sogno era quello di fare un pane speciale, un prodotto “artistico” e completamente naturale: con farine biologiche macinate a pietra, lente e lunghe lievitazioni e lavorato interamente a mano in modo del tutto artigianale, senza fretta, come una volta. Sentivo che, per dar vita a questa ‘creatura’, era la mia stessa vita a doversi impastare insieme ai vari ingredienti…

Arnaldo Cavallari e Giuseppe Da Re

Il nemico numero uno

Fin da subito ho compreso che nel mondo del pane il segreto sta nella pazienza. Regola fondamentale: per avere un prodotto di eccellenza la lievitazione deve essere lenta e più lunga possibile. Un prodotto da forno per essere definito ‘buono’ non basta, infatti, che sia gustoso al palato ma deve essere anche leggero e quindi digeribile. Pertanto il nemico numero uno da combattere è la fretta! In questi tempi dove tutto avviene rapidamente, io ho scelto di far lavorare l’impastatrice solo in prima velocità, e rallentare i tempi di lievitazione avvalendomi del freddo. Sì, noi siamo soliti pensare che per far lievitare ci sia bisogno del caldo, ma in realtà l’impasto inizia a lievitare a temperature bassissime molto vicine allo zero, basta avere la pazienza di aspettare!

La manualità

Nella produzione del pane alcune attrezzature sono indispensabili, ma inutile dire che lavorare con le mani è un’altra cosa! Prima di tutto le mani non surriscaldano la pasta (come invece accade con qualsiasi organo meccanico) lasciando inalterate le proprietà organolettiche, in più la pasta va ‘sentita’ con le mani. Se non possiamo ormai rinunciare all’impastatrice, il resto della lavorazione di un pane artigianale va fatto assolutamente a mano. Dalle piegature di rinforzo, alla successiva spezzatura e formatura, tutto rigorosamente a mano. Ma attenzione: la pasta risente molto dello stato emotivo e della tensione di chi la manipola; per questo è importante calma e delicatezza per non stressarla. In questo modo ogni forma di pane avrà una sua storia e una sua fisionomia unica e irripetibile.

Il lievito madre

Dopo essermi cimentato col lievito di birra tra impasti diretti e indiretti con bighe e poolish, ho iniziato ad impiegare nella panificazione la pasta madre, quella solida, donatami da un panettiere pugliese. Ricordo ancora la trepidazione mentre risalivo l’Italia con questo piccolo ma prezioso essere vivente in valigia!
Ma dopo un po’ di tempo sono finalmente approdato al Li.Co.Li (lievito a coltura liquida) comunemente conosciuto come lievito madre. Con quest’ultimo, il gusto caratteristico piuttosto acido rilasciato dalla pasta madre solida viene meno ed è prevalente nel pane un sentore fruttato. Il lievito naturale a coltura liquida è una miscela composta esclusivamente da acqua e farina in pari quantità lasciata maturare a lungo all’aria in modo del tutto spontaneo e naturale (come starter ho messo un po’ di miele biologico di acacia ma non era indispensabile).
Tre sono i fattori che hanno concorso alla nascita del lievito madre: aria, acqua e temperatura. I lieviti (soprattutto saccaromiceti) e i batteri lattici e acetici (lactobacilli e streptococchi) presenti in natura, alla presenza di quella miscela di acqua e farina, hanno cominciato a moltiplicarsi in modo costante, favoriti dalle miti condizioni ambientali, dando vita al processo di fermentazione. In pratica, tali microrganismi nutrendosi degli zuccheri complessi quali gli amidi contenuti nella farina si trasformano in alcol etilico e anidride carbonica. Tale trasformazione è appunto alla base di quella che chiamiamo lievitazione che, proprio grazie all’anidride carbonica e all’alcol, permette l’aumento di volume dell’impasto. E così la passione per il Li.co.li è divampata! I vantaggi sono notevoli; oltre ad essere particolarmente agevole sia il rinfresco che l’incorporamento nell’impasto, è facilmente controllabile il suo grado di acidità grazie all’alta percentuale di acqua (e quindi di ossigeno) presente .
Una volta creato questo lievito – a prescindere che se ne faccia uso o meno – non andrà mai abbandonato bensì custodito gelosamente e nutrito quotidianamente. Questo nutrimento è chiamato rinfresco e deve essere effettuato con acqua e farine biologiche diverse e selezionate. Un pizzico di polline di fiori aromatici, aggiunto di tanto in tanto, lo renderà del tutto speciale! Il lievito così rinfrescato dovrà essere lasciato maturare per almeno 6-7 ore (ma io ne aspetto 24) prima di essere impiegato nella panificazione.
Qualora si prevedesse di non utilizzarlo per lunghi periodi, dopo essere stato rinfrescato con acqua fredda, il Li.Co.Li può essere conservato in frigorifero. Prima di essere riutilizzato sarà però indispensabile procedere a rinfreschi con acqua tiepida ravvicinati tra loro, al fine di rivitalizzarlo.

Interagire con la natura

Chi ha a che fare con il lievito naturale si sarà accorto che il pane ogni giorno è diverso. A differenza del lievito di birra, prima di iniziare ad impastare, un’occhiata al tempo meteorologico esterno non guasta! Oggi fa freddo o è caldo? Umido o Secco? Piove o c’è il sole? Tira vento? Il lievito madre (come del resto anche noi umani) risente molto delle condizioni ambientali e l’abilità del panificatore sta proprio nel sintonizzarsi col ‘tempo che fa’ e applicare le misure necessarie per interagire con la natura. Per questo motivo, a seconda delle condizioni in cui panificheremo, avremo sempre un pane diverso anche qualora venisse impiegato meticolosamente lo stesso procedimento. Se per molti questo costituisce un inconveniente rischioso per cui preferire il lievito di birra (più veloce, più stabile e più semplice da usare), per gli amanti del lievito naturale questo è l’aspetto più appassionante!

Dall’impasto al pane

Una volta maturo, il lievito madre viene impastato lentamente con acqua e farine biologiche macinate a pietra naturale (senza alcun miglioratore o conservante). Una particolare attenzione va riservata all’acqua: è un elemento importante in quanto partecipa alla formazione del glutine attivando le proteine contenute nella farina. È da preferire un’acqua ricca di sali minerali, né troppo dura né troppo dolce, e assolutamente non clorata. A seconda della stagione, dell’ambiente in cui si lavora e del tipo di impastatrice, la temperatura dell’acqua andrà rigorosamente calcolata per giungere alla temperatura finale ottimale dell’impasto che si aggira intorno ai 24°, coefficiente affatto secondario se si vuole raggiungere una perfetta alveolatura.
L’impasto così ottenuto viene lasciato riposare in mastelli per una prima lievitazione di alcune ore, intervallando alcune piegature di rinforzo che gli permettono un’ulteriore ossigenazione, quindi spezzato e formato con delicatezza. Dopo una seconda lievitazione di quasi 24 ore a 4° viene riportato per qualche minuto a temperatura ambiente e infine infornato in un forno a platea affinché riceva quella giusta spinta dal basso che lo farà ‘dischiudere’ spontaneamente, senza dovervi applicare alcun taglio.
Una volta cotto e sfornato va lasciato raffreddare lentamente, lontano da correnti d’aria. Più buono se gustato a distanza dalla cottura (il lievito madre continuerà infatti a rilasciare le sue proprietà nel tempo), questo pane casereccio è unico ogni giorno, mai uguale a se stesso perché del tutto naturale; un pane dall’aroma e dal profumo inconfondibile, dalla mollica soffice ed elastica, di alta digeribilità e conservabilità nel tempo.
Ecco il pane che desideravo: un pane artigianale, ottenuto seguendo i procedimenti di panificazione più antichi e tradizionali, frutto di un lavoro manuale di trasformazione di ingredienti naturali selezionati, attraverso l’utilizzo esclusivo del lievito madre, senza l’aggiunta di sostanze chimiche e miglioratori. Un tipo di lavorazione che permette di lavorare di giorno e dormire la notte: all’alba si deve soltanto infornare e preparare il nuovo impasto per il giorno seguente!
Terra, aria, acqua e fuoco: gli elementi della vita e della natura si sono uniti in una relazione così intima da creare un unico prodotto, simbolo della vita e dell’umanità.

Trasmettere l’arte

Per un intero anno ho avuto la gioia di trasmettere l’arte bianca a due giovani immigrati: Siman originario del Mali e Mahamadou, un simpatico senegalese. Hanno appreso con passione le varie metodologie di impasti diretti e indiretti con il lievito di birra, fino all’impiego del lievito naturale. Bellissimo vederli tuffare in quella farina bianca! Dalle loro mani sono usciti pane, pizze, focacce, dolci e biscotti di grande qualità. Felici di aver appreso quest’arte e di essersi creati il ‘loro’ lievito madre, ora sono alla ricerca di un lavoro nel mondo del pane.

Il sogno

A differenza di altri mestieri, quello del panificatore non si risolve nella meccanica applicazione di procedure consolidate e predefinite; necessita di un qualcosa in più, che solo il tempo, la dedizione e lo spirito di sacrificio, il talento e la fantasia possono fornire. Solamente così l’attività del fornaio diviene l’arte di creare il pane, il frutto più genuino e sincero della terra.
(A. Marinoni, già Presidente Federazione Nazionale Panettieri e Pasticceri)

Il mio sogno è portare il Li.Co.Li in Umbria e realizzare un piccolo panificio artigianale biologico con rivendita di pane casereccio di alta qualità, oltre ad altri prodotti da forno “di nicchia” quali focacce, torte, biscotti …
Perché proprio Umbria? Perché sono innamorato di questa terra, delle sue colline piene di oliveti e di vigne baciate dal sole che spandono ovunque profumo e spiritualità. Qui ho vissuto e studiato per molti anni, prima di trasferirmi al Nord Italia dove ho fondato un piccolo forno artigianale presso una comunità. Trascorso un decennio ho desiderato ritornare in questa terra, sognando di far sorgere qui, un mio piccolo forno. Nel frattempo ho iniziato a girovagare nei panifici di questa piccola regione nella speranza di trovare lavoro nel mondo della panificazione ma con stupore ho constatato che il lievito madre non è molto conosciuto, da qui il desiderio che il mio sogno diventi realtà.
Considerando che attualmente sono senza fondi, sembrerebbe un’impresa impossibile. Ma non voglio darmi per vinto! Sto cercando che qualcuno creda con me in questo progetto ottenendo la possibilità di qualche finanziamento per non rinunciare al sogno di creare, in questo cuore verde d’Italia, un pane degno dei versi di Dario Fo.

Italia Sicilia Gela: la WebSerie di Gela Le Radici del Futuro

People For Planet - Mar, 03/19/2019 - 11:22

La web serieITALIA SICILIA GELA racconta in 7 episodi Gela, una delle città più contraddittorie d’Italia, attraverso la voce di altrettanti protagonisti che ne danno uno spaccato inconsueto rispetto alla percezione che se ne ha comunemente, rivelando assieme ai suoi problemi le straordinarie bellezze e potenzialità che racchiude.
Una storia che parla di una città in particolare, Gela, ma ben rappresenta simbolicamente la Sicilia nel suo insieme e tutta l’Italia, combattuta tra difficoltà ed enormi opportunità.
Da qui il nome della web serie: Italia Sicilia Gela.

La web serie è stata realizzata da Jacopo Fo srl (Gruppo Atlantide) con la regia di Iacopo Patierno, il sostegno di Eni e il patrocinio del Comune di Gela.

PROIEZIONE IN ANTEPRIMA ASSOLUTA

Venerdì 29 Marzo 2019 ore 21.00
Teatro Eschilo – GELA

Prenotazione su EventBrite (clicca qui). La partecipazione all’evento è gratuita. In caso di prenotazioni superiori ai posti disponibili l’ingresso sarà riservato ai primi arrivati.

Cambiamento climatico e agricoltura

People For Planet - Mar, 03/19/2019 - 09:00

La nostra agricoltura produce il 46% di emissioni in meno della media Ue, i nostri prodotti hanno meno residui di pesticidi di tutti, e siamo primi per imprese agricole condotte da under 35. Così il nostro paese può diventare protagonista della sfida climatica

Greta Thunberg e i milioni di giovani che manifestano in tutto il mondo chiedono una nuova politica, una nuova economia e una nuova società per combattere i mutamenti climatici. E una nuova agricoltura. Moltissimo c’è da fare anche se qualcosa è già in movimento, e l’Italia ha valide esperienze da proporre.

Proprio nella sfida climatica, con 569 tonnellate per ogni milione di euro prodotto, la nostra agricoltura (come dimostrano le elaborazioni di Coldiretti e Fondazione Symbola) emette il 46% di gas serra in meno della media UE-28, e fa decisamente meglio di Spagna (+25% rispetto al nostro Paese), Francia (+91%), Germania (+118%) e Regno Unito (+161%).

L’Italia ha il minor numero di prodotti agroalimentari con residui di pesticidi in Europa (0,48%), inferiore di sette volte rispetto ai prodotti francesi e di quasi 4 volte di quelli spagnoli e tedeschi. Con 64.210 produttori biologici il nostro Paese è campione del settore, seguito da Spagna (36.207) e Francia (32.264). E, nonostante la modesta estensione, è sesto al mondo per ampiezza delle superfici a biologico (1,8 milioni di ettari).

Anche per questi primati il valore aggiunto per ettaro in Italia è più del doppio della media Ue28 e di Germania, Francia e Spagna, e quattro volte quello del Regno Unito.

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Il caso Ospina: non si maltrattano così anche i portieri

People For Planet - Mar, 03/19/2019 - 07:55

C’è una data per la giornata nera dei portieri. È il 14 ottobre 2006, si gioca Reading-Chelsea di Premier League. Dopo soli venti secondi, il portiere dei Blues Cech compie un’uscita bassa, il calciatore avversario Hunt non salta o comunque non salta come avrebbe dovuto e potuto, e lo colpisce con una ginocchiata. Cech resta a terra, l’arbitro addirittura gli intima di far presto e di raggiungere bordo campo con le sue gambe.

Il direttore di gara, evidentemente, non comprende quel che sta accadendo. I soccorsi sono lenti, approssimativi. Di fatto, il ginocchio del calciatore del Reading procura a Cech una frattura del cranio. Tecnicamente una frattura depressa. Deve essere operato d’urgenza. Il Royal Berkshire Hospital non è attrezzato per l’alta neurochirurgia, il portiere viene trasferito a Oxford e viene operato soltanto a tarda sera.

Rischia e rischia di brutto. Tornerà in campo cento giorni dopo con quello che diventerà un suo fedele compagno: il caschetto protettivo.

Nella stessa partita, nei minuti di recupero, il suo sostituto – l’italiano Enrico Cudicini – che in uscita va a sbattere contro un avversario, cade violentemente a terra e sviene. Gli si rovescia la lingua in gola, si teme il peggio, riprende conoscenza solo all’ospedale. In questo caso, incidente fortuito. Ma non per Cech. Quel giorno Mourinho – allora allenatore del Chelsea – pronuncia parole durissime nei confronti del calciatore avversario: «Hunt è tornato a metà campo sghignazzando, senza mostrare la minima preoccupazione per le condizioni di Cech. I giocatori dovrebbero avere rispetto per i colleghi. Petr è vivo per miracolo».

Tredici anni dopo, a Napoli con Ospina si è vissuta una serata che ha ricordato il 14 ottobre 2006. Per fortuna, senza bisogno di alcun intervento chirurgico. A inizio partita, proprio come per Cech, uno scontro con un avversario e una botta alla testa. In questo caso, però, è difficile prendersela con l’attaccante dell’Udinese Pussetto. L’altra differenza è che Ospina incredibilmente resta in campo. Il medico social dà il suo ok e Ancelotti si adegua. Il portiere prosegue con una vistosa fasciatura, subisce due gol su cui appare appannato. E nel finale di tempo praticamente sviene, si accascia. Attimi di panico. La corsa in ospedale e per fortuna buone notizie dalla Tac. Ma una leggerezza francamente incomprensibile da parte di una squadra e una società come il Napoli.

Poi c’è dell’altro. C’è la questione sollevata da Fabio Caressa negli studi di Sky Sport. E cioè: i calciatori, gli attaccanti, stanno perdendo – per non dire che hanno perso – la buona abitudine di saltare i portieri in uscita, come avveniva un tempo. Adesso, invece, mettono spesso la gamba senza pensare alle conseguenze fisiche che il loro gesto possa avere sugli avversari. «Prima o poi succede qualcosa di brutto, di molto brutto. A Napoli ci siamo andati vicini, anche perché – lo ha detto anche lui – resta incomprensibile la scelta di lasciare in campo Ospina frastornato».

L’associazione atleti vorrebbe che, in caso di colpi alla testa, il calciatore venisse sostituito a prescindere dal parere del medico sociale. È un tema molto sentito. Ieri le principali agenzie di stampa internazionali avevano il caso Ospina tra le top stories di sport. In Italia, ovviamente e nel rispetto della tradizione, il caso è stato tenuto decisamente più basso.

Bisognerebbe che ci fosse più attenzione da parte di tutti. Non si scherza con i colpi alla testa. I più in là con gli anni – stavolta a ruoli invertiti – ricorderanno l’uscita del portiere del Genoa Martina su Antognoni col calciatore della Fiorentina privo di sensi in campo: immagini drammatiche. Era il 1981. Non è possibile che quasi quarant’anni dopo non ci sia una evidente differenza di sensibilità sulla sicurezza dei calciatori in campo.

Il suono del motore elettrico di una Vespa e di una Harley vale quanto l’originale?

People For Planet - Mar, 03/19/2019 - 02:39

È presto per capire se il loro passato sia troppo ingombrante e se il cambio di look andrà a intaccare il loro ruolo simbolico nel mondo delle due ruote. Ma una domanda viene spontanea a tutti: che suono fa il loro motore? Su questo hanno costruito gran parte dell’immagine dei nuovi modelli, d’altra parte si tratta di suoni inconfondibili. Chissà se i veri appassionati penseranno che una Harley è sempre una Harley e che una Vespa è pur sempre una Vespa…

LiveWire, la prima Harley elettrica, si potrà acquistare da agosto 2019. Costerà circa 30 mila dollari, non certo pochissimo. Nel momento in cui scriviamo i pre-ordini sono attivi. La promessa è quella di viaggiare da 0 a 100 km in meno di 3,5 secondi, non esistono frizione né necessità di cambiare marcia. Necessità o possibilità? Non dimentichiamo l’appagamento derivante dal dialogo con la propria moto attraverso un cambio di marcia e un rombo di risposta.

È impossibile non chiederselo: una Harley elettrica è ancora una Harley? Un motore elettrico toglie l’anima ad una moto così iconica? Qualunque sia la risposta, una Harley elettrica incarna l’innovazione che si fa largo anche tra gli intoccabili. È un rinnovamento obbligato però.

L’autonomia stimata è di 177 km (la stima è quella su test SAE condotti sulla moto concept), influenzata come sempre da fattori contingenti quali condizioni di guida e tempo atmosferico. Non moltissimi, tutto sommato, rispetto a un prezzo elevato.

Evoluto anche il mondo tecnologico che ruota attorno a questo veicolo: l’app Harley Davidson consente di visualizzare sullo smartphone tutti i parametri della moto, dalla posizione allo stato di carica, inoltre permette di ricevere avvisi di sicurezza in caso di spostamenti, urti, manomissioni.

La nuova Vespa Elettrica, invece, da novembre 2018 non è più prenotabile online. È scattata la fase due, quella di commercializzazione attraverso la rete dei concessionari Piaggio. Dall’Europa, si estenderà a Usa e Asia in questi mesi. Anche la Vespa Elettrica diventerà simbolo dell’Italia in tutto il mondo? La speranza è quella di diventare“icona contemporanea della tecnologia italiana” e portatrice di “valori che sono sempre appartenuti a Vespa e che oggi, in Vespa Elettrica trovano ancora una volta totale realizzazione, confermando Vespa come brand da sempre avanti nel tempo rispetto al proprio mercato”. Promesse che soltanto gli acquirenti potranno tramutare o meno in successo.

Vespa Elettrica è spinta da una Power Unit che eroga una potenza massima di 4 kW, si annunciano prestazioni superiori a quelle di un tradizionale scooter 50 cc, in particolare dal punto di vista dell’accelerazione e dello spunto in salita. Anche la Vespa Elettrica, quindi, si rivolge a chi si sposta in percorsi cittadini, spesso congestionati, a basse velocità. È silenziosissima, ovviamente, e questo viene evidenziato come un punto di forza notevole.

L’autonomia massima è di 100 km, senza variazioni rilevanti tra circuito extraurbano e urbano. Il sistema di recupero dell’energia cinetica (KERS, Kinetic Energy Recovery System) ricarica la batteria nelle fasi di decelerazione. Il tempo standard necessario per una ricarica completa è di 4 ore. Costa molto meno di una Harley, com’era prevedibile: in Europa 6.390 euro.


Fonti: https://elettrica.vespa.com, https://youtu.be/7mKeU49wuIM

Immagine di copertina: Armando Tondo

Accoglienza, il Governo taglia i fondi? A Milano li mette la Caritas

People For Planet - Lun, 03/18/2019 - 17:00

«Stimiamo di sostenere circa 200 persone per un totale di 900 mila euro», spiega il direttore Luciano Gualzetti

Per aiutare i migranti colpiti dal Decreto sicurezza voluto dal vicepremier Matteo Salvini, a Milano nasce il “Fondo di solidarietà per gli esclusi dall’accoglienza”. Il Fondo, aperto al contribuito dei cittadini, è un’iniziativa di Caritas Ambrosiana, nell’ambito dell’azione di disobbedienza civile lanciata quando il leader leghista ha annunciato che i richiedenti asilo con protezione umanitaria dovranno lasciare i centri d’accoglienza.

«Come avevamo affermato sin dal primo momento noi le persone che seguiamo non intendiamo abbandonarle», sottolinea il direttore Luciano Gualzetti. «Vogliamo concludere i percorsi che abbiamo avviato con i nostri ospiti. È chiaro che queste persone se vengono mandate per strada difficilmente riuscirà a convertire il permesso di soggiorno in un permesso di lavoro. Fallirebe tutto il nsotro intervento. Abbiamo quindi deciso di tenewrli per il tempo necessaria a finire gli interventi e arrivare a fargli avere un lavoro e camminare con le proprie gambe».

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Il Green New Deal sotto attacco. Per Trump ispira i terroristi

People For Planet - Lun, 03/18/2019 - 14:50

Ci siamo già occupati di Alexandria Ocasio-Cortes e della sua proposta di Green New Deal, una proposta rivoluzionaria per cambiare l’assetto dell’economia statunitense e mondiale a tutela dell’ambiente.
L’efficacia della proposta di Green New Deal (GND) presentata solo un mese fa è confermata dall’accesissimo dibattito che sta provocando negli Usa mentre riceve un larghissimo consenso, secondo i sondaggi, soprattutto tra i giovani. Reazioni molto accese che confermano come il GND stia facendo breccia nel dibattito politico, anche in vista delle elezioni presidenziali del prossimo anno.

Secondo Trump ispira i terroristi.

Secondo il capo dello staff della Casa Bianca, Mick Mulvaney, per Brenton Tarrant, l’autore della strage nelle due moschee in Nuova Zelanda, “bisogna guardare ai passaggi eco-terroristici nel suo manifesto e allinearlo con Ocasio-Cortez”. “Tarrant, ha proseguito Mulvaney, non è un suprematista bianco. Non penso che sia corretto dipingerlo come un fan di Trump”. In realtà nel manifesto di Tarrant, Trump è invece indicato come “simbolo di una rinnovata identità bianca”.
Se il capo staff della Casa Bianca arriva a tentare di associare Tarrant a Alexandria Ocasio-Cortes vuol dire che il GND comincia a fare veramente paura all’establishment USA.

Alexandria Ocasio-Cortez, la stella nascente della politica USA.

Alexandria è una politica statunitense trentenne. È stata eletta al Congresso statunitense nel 2018 diventando, a 29 anni, la più giovane parlamentare nella storia statunitense.
Ocasio-Cortez è nata nel Bronx, da padre nato anche lui nel Bronx e madre nata a Porto Rico. Ocasio-Cortez sin dai tempi del liceo si è distinta, vincendo un premio nella Intel International Science and Engineering Fair con un progetto di microbiologia; a seguito di questo riconoscimento, le è stato dedicato un asteroide, 23238 Ocasio-Cortez.
Morto il padre, dopo la laurea Ocasio-Cortez è ritornata nel Bronx dove ha lavorato come cameriera in un negozio di tacos.
Nell’elezione presidenziale del 2016 Ocasio-Cortez ha fatto l’organizzatrice nella campagna Bernie Sanders. Nel 2018, incoraggiata dal gruppo di Sanders, Ocasio-Cortez ha deciso di sfidare il senatore uscente Joseph Crowley alle primarie democratiche. In totale, ha speso 194.000 dollari per la sua campagna mentre il suo avversario Crowley ha speso 3,4 milioni.
Crowley, senatore vicino a Hillary Clinton, era così potente nel Partito Democratico che nei 18 anni precedenti nessuno aveva osato sfidarlo alle primarie. La ventottenne Ocasio-Cortez alla fine ha prevalso con il 57% dei voti. Crowley si è congratulato con lei dedicandole la canzone di Bruce Springsteen Born to Run, Nata per Correre. Dopo Crowley, Ocasio-Cortez ha battuto il candidato repubblicano ed è stata eletta al Congresso.
Ocasio-Cortez è a favore di una sanità pubblica aperta a tutti, della gratuità dell’università pubblica, dell’aumento del salario minimo orario a 15 dollari, dell’eliminazione delle prigioni a gestione privata e della regolamentazione della detenzione di armi da fuoco. È per la semplificazione dell’iter che conduce alla cittadinanza per gli immigrati irregolari e ha proposto una tassa del 70% da applicare ai redditi superiori ai dieci milioni di dollari annui, sulla quota superiore ai dieci milioni, per finanziare politiche di riduzione dei  gas serra.

Il Green New Deal

Ma ciò per cui sentiremo spesso parlare di Ocasio-Cortez è una sua risoluzione rivoluzionaria, il cosiddetto “Green New Deal” (GND), presentato da lei ufficialmente il 7 febbraio, volto a stimolare lo sviluppo dell‘economia verde e blu,, la creazione di nuovi posti di lavoro e la riconversione dei lavoratori attualmente impiegati in settori non ecosostenibili.
Il GND è rapidamente decollato, ottenendo numeri enormi nei sondaggi USA e “costringendo” molti parlamentari democratici, anche quelli vicini alle lobby del carbone, a dirsi almeno formalmente d’accordo.
Il GND descrive in dettaglio la catastrofe climatica in arrivo, dall’esposizione di 350 milioni di persone a un aumento dello stress da calore alla perdita di quasi tutte le barriere coralline del mondo. Richiede di mantenere l’innalzamento della temperatura a 1,5 ° C – lo standard approvato dal rapporto dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) di ottobre- e di arrivare a zero emissioni globali nette entro il 2050.
Riconosce che gli Stati Uniti sono responsabili di una quantità sproporzionata di emissioni e chiede agli Stati Uniti di essere un leader mondiale nell’azione per il clima oltre che diventare il produttore numero uno della tecnologia verde.
Collega anche in modo esplicito le questioni climatiche a quelle economiche che spesso non entrano nella discussione sul clima: decenni di stagnazione salariale, mancanza di accesso all’assistenza sanitaria e assenza di acqua pulita per milioni di individui, stupefacenti livelli di disuguaglianza, decimazione del potere contrattuale dei lavoratori. Attraverso il Green New Deal disegna un prossimo futuro in cui tutti possano avere accesso a posti di lavoro buoni, salari ragionevoli, aria e acqua pulite, cibo sano e natura. Richiede investimenti in un sistema agricolo più sostenibile e un trasporto pubblico accessibile. Appoggia lo scambio internazionale di tecnologie e finanziamenti. Propone una visione rivoluzionaria dell’economia e del ruolo dello Stato in essa.
La risoluzione di Ocasio-Cortez sembra a molti l’unica proposta che si avvicini alla dimensione delle ambizioni di cui abbiamo bisogno per affrontare la realtà indicata dalla scienza. È chiaro dall’ultimo rapporto dell’IPCC che la migliore opportunità di mantenere il riscaldamento vicino a 1,5 C è di dare la priorità non solo allo sviluppo della tecnologia verde, ma anche a politiche sociali egualitarie e ad una crescente cooperazione globale.

La risposta della destra statunitense al Green New Deal.

La destra statunitense contrattacca bollando il GND come “socialista”, perché il Green New Deal sottolinea che il cambiamento climatico, l’inquinamento e altri danni ambientali sono stati scaricati innanzitutto su “popolazioni indigene, comunità di colore, comunità di migranti, comunità deindustrializzate, comunità rurali spopolate, poveri, lavoratori a basso reddito, donne, anziani, persone con disabilità e giovani.
In effetti gli oppositori al GND non la toccano leggera. Il presidente Trump ha affermato che il Green New Deal porterà via il suo “diritto di viaggiare in aereo“. Il senatore Tom Cotton, repubblicano dell’Arkansas, ha detto che la proposta porterebbe alla confisca delle auto e imposto agli americani di “cavalcare mezzi di locomozione presumibilmente alimentati da lacrime di unicorno.” E il senatore John Barrasso, repubblicano del Wyoming e presidente della commissione per l’ambiente e i lavori pubblici, ha avvertito che “gelato, cheeseburger e frappé sarebbero una cosa del passato perché sotto il Green New Deal il bestiame sarà bandito.

L’obiettivo del Green New Deal

L’obiettivo proclamato del Green New Deal, è portare “il mondo intero verso un’economia a zero emissioni carboniche nette entro il 2050” compensando le nuove emissioni con sistemi che le assorbono, per esempio le riforestazioni. Gli Stati Uniti “devono assumere un ruolo-guida” attraverso “misure drastiche per l’abbattimento dell’inquinamento in tutti i settori industriali, nei trasporti, nella produzione elettrica, nei riscaldamenti” e “favorire la creazione di posti di lavoro qualificati nella ricerca ambientalista e nelle energie rinnovabili” . Al centro del GND c’è la tutela dei “diritti umani fondamentali”: aria, acqua, cibo incontaminati. Un “piano di mobilitazione decennale” servirà a far sì che “il 100% dell’energia elettrica sia generata con fonti rinnovabili” anche attraverso il “rinnovamento completo della rete elettrica di distribuzione col passaggio alla tecnologia digitale”; “la ristrutturazione delle abitazioni per l’efficienza energetica”; “ammodernamento dei trasporti pubblici” come alternativa al trasporto privato.

La lunga marcia del Green New Deal

Nonostante il forte appoggio dell’opinione pubblica e il sostegno di buona parte dei democratici la vita della risoluzione GND non si prospetta facile a causa della forte opposizione della lobby del carbone, profondamente radicata negli Usa.
Del resto la risoluzione non dà risposte, né potrebbe dare, a tutte le domande: come dovrebbero essere istituite le istituzioni finanziarie pubbliche e in che modo lavoratori, movimenti e comunità potranno contribuire a guidare gli investimenti pubblici? Come faremo a garantire che la “tecnologia pulita” sia effettivamente pulita, che i pannelli solari non trasudino tossine nei fiumi che sfiorano le fabbriche in cui sono costruiti e non finiscano la loro vita trentennale in cumuli di rifiuti tossici nelle baraccopoli ghanesi? È necessario un forte coordinamento e cooperazione internazionale e aiuto ai Paesi che ne hanno bisogno, come richiesto dalla risoluzione GND, accordi di green fair trade con Paesi come la Bolivia, dove verrà estratto il litio per le batterie ricaricabili.
Il cambiamento radicale è una strada accidentata ma la visione del Green New Deal sembra un inizio necessario. Non si tratta solo di applicare un programma di giustizia sociale a un programma di energia pulita, indica anche che la disuguaglianza astronomica, il patriarcato duraturo e la supremazia bianca negli Usa, il caos climatico incombente, lo sbocco verso la domanda di “un uomo forte” fanno tutti parte dello stesso sistema a cui bisogna rispondere con un grande disegno che dia nuova energia e speranza.
Gli scienziati climatici prevedono che il 2020-2030 sarà un decennio cruciale, in cui occorreranno “sforzi erculei” per contenere l’aumento della temperatura del pianeta. Il GND dice che siamo già in ritardo. Dobbiamo muoverci.
Il nuovo stadio del negazionismo climatico non negherà che il cambiamento climatico stia accadendo, ma negherà l’urgenza di agire in fretta o ambiziosamente.

Alexandria Ocasio-Cortez ci dice che è troppo tardi per la moderazione. Essere seri sul clima significa essere seri nel trasformare questo “sogno verde” in realtà.

Fonti:
The New York Times
Jacobinmag.com
Foxnews.com
Wikipedia.org
Repubblica.it

Foto copertina: Grist.org

Glifosato, Miami vieta l’erbicida

People For Planet - Lun, 03/18/2019 - 12:00

Miami non utilizzerà più erbicidi contenenti glifosato, una decisione presa per evitare eventuali danni alla salute dei giardinieri della città e dei suoi bacini idrici.

Il glifosato fa male agli esseri umani? La comunità scientifica non ha ancora risposto in maniera unanime a questa domanda, anche se molti studi associano l’uso di questo erbicida all’incidenza di tumori. La multinazionale Monsanto, di proprietà della Bayer, produce uno degli agenti chimici più usati in agricoltura a livello mondiale che contiene glifosato, ovvero l’erbicida Roundup, e continua a respingere le accuse. Intanto, però, alcune organizzazioni governative hanno iniziato ad avallare la sua abolizione: è notizia recente la decisione di Francis Suarez, sindaco della città statunitense di Miami, capoluogo dello stato della Florida, di vietare l’uso di Roundup e prodotti simili nei giardini e nei prati.

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“L’invasione di migranti è la più grande bugia, la povertà ci fa paura”

People For Planet - Lun, 03/18/2019 - 09:33

“Spesso si sente parlare di invasione di migranti ma è la più grande bugia che viene raccontata. Non è vero e lo dicono i numeri, che io odio perché si parla di esseri umani”. Così il medico di Lampedusa Pietro Bartolo stronca le rappresentazioni con cui i media raccontano gli arrivi di migranti nel nostro Paese.

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Brignano è cliente della Banca Popolare di Bari

People For Planet - Lun, 03/18/2019 - 02:26

Non è l’ultima confessione giuntami da una gola profonda, bensì una frase recitata da Enrico Brignano che, nel suo pezzo Per essere credibile in banca i soldi si devono chiedere, si mette sarcasticamente nei panni di un direttore di banca.

Potreste chiedervi cosa c’entra un comico (un grande artista) in un mio editoriale. Ci arrivo per gradi.

Qualche settimana fa, meravigliato dalla meraviglia, vi dicevo “non smettete di sorprendervi”.

Era la truffa dei diamanti a lasciare basiti. Oggi a stupirmi ci pensa la Banca Popolare di Bari, che fa affari come se gestisse una combriccola dedita al gioco delle tre carte, invece che un grosso istituto di credito.

Lasciatemi raccontare.

È delle ultime ore l’inchiesta della Procura di Bari, che accusa di truffa alcuni funzionari e dirigenti della Banca Popolare in questione. Marco Jacobini, presidente del CDA, e Vincenzo De Bustis, AD, avrebbero già ricevuto un avviso di conclusione delle indagini, le quali hanno rilevato un numero indefinito di risparmiatori che hanno visto le proprie azioni, quelle della suddetta banca, svalutarsi.

La prassi è più o meno simile a quanto di già visto, già detto. Il primo passo era spingere i clienti con “artifizi e raggiri ad acquistare prodotti finanziari illiquidi e ad elevata rischiosità”. Successivamente si agiva sulle carte, manipolando i questionari di profilatura del rischio. In pratica si rendeva giustificabile “la collocazione di strumenti finanziari evidentemente inadeguati alle caratteristiche personali della persona offesa”, come si evince dai documenti firmati dal procuratore Roberto Rossi.

Per farla facile, se il Cliente X nel 2010 aveva dichiarato di essere favorevole a investimenti per proteggere il capitale e ricevere flussi di cassa moderati ma costanti e a basso rischio, si interveniva sulle volontà scritte, dello stesso cliente, per renderle compatibili a collocamenti possibili di “forti oscillazioni di valore”.

Ma c’è di più. Stiamo per arrivare a Brignano.

Per chi non fosse del settore, quando compro delle azioni di una banca che non sono quotate, quelle azioni posso rivenderle solo alla stessa banca che organizza un “mercatino” interno.

Questa questione ruota intorno ad azioni comprate (!!!), dai risparmiatori, a 9,53 € e che ora girano a 2,38 € e che sono difficili da vendere.

È tutta qui che starebbe la truffa.

Paradossale, però, non il tranello in sé. Ripeto, ne abbiamo visti tanti siffatti che ci abbiamo fatto il callo. È plausibile sia andata come immagina la procura, come lasciano capire le carte.

Non c’è meraviglia per ciò che avrebbe fatto la Banca, non è altro che un’ennesima prova di un sistema bancario malato e uguale a sé stesso un po’ dappertutto.

La meraviglia nasce da ciò che la banca sta facendo adesso. Volete sapere come corre ai ripari?

Ha annunciato, per tutti coloro che hanno acquistato quelle azioni e che ora, naturalmente, sono delusi, un tetto di 350 milioni per finanziare prestiti personali a tassi vantaggiosi o mutui fino a 40 anni, con polizze vita a carico della banca, per un massimo di 300 mila euro.

Ovvero, io mica ti restituisco i soldi che ti ho fregato, mica ti chiedo scusa per averti truffato o ti restituisco i TUOI di soldi; no, io ti lascio i miei di soldi, in prestito però, così mi paghi pure gli interessi.

“Quanto vuole prelevare Signor Brignano?”

“1000 euro!”

“Ma Signor Brignano, perché deve intaccare il suo capitale. Lei ha un 4,1 su Nasdaq, che uno Swap. Dpw Jones. È chiaro che su base mensile al 0,5% con i tassi d’interessi che vanno oggi, lo capisce da per sé che sul movimento interbancario lei ci perde. Lo dico per lei. Non prenda i suoi soldi, prenda i nostri”.

Vorrei chiedere ad Enrico se è un cliente BPB.

William Kamkwamba, il ragazzo che intrappolò il vento per produrre energia e salvare il suo villaggio dalla carestia

People For Planet - Dom, 03/17/2019 - 09:00

Aveva solo 15 anni quando costruì il primo aerogeneratore per dare energia elettrica alla sua casa in Malawi. Il suo nome è William Kamkwamba, nato a Wimbe nel distretto di Dowa il 5 agosto del 1987 da una famiglia relativamente povera il cui sostentamento era basato esclusivamente sull’agricoltura. Fin da bambino ha sempre amato giocare con i suoi amici, Gilbert e Geoffrey, con i quali si divertiva a cercare e usare materiali riciclati per costruire e riparare oggetti. William presto iniziò a riparare radio a pagamento per gli abitanti del villaggio, ma senza molto successo.

William Kamkwamba scopre il potenziale del vento

Secondo la sua autobiografia, intitolata “The boy who harnessed the wind” (Il ragazzo che ha imbrigliato il vento), la carestia che colpì il Malawi nel 2002, generata da periodi di grandi siccità e inondazioni provocate dalla deforestazione, costrinse William a lasciare la scuola perché la famiglia non era in grado di permettersi la retta scolastica. Nel tentativo di mantenere la sua educazione, William iniziò a frequentare di nascosto la biblioteca del villaggio. Suo padre, che era diventato un combattente in lotta per ribellarsi contro il governo di allora che lasciava il popolo nella fame, inizialmente ostacolò duramente il figlio nella sua passione e gli impose di lavorare nei campi per aiutare la famiglia.

William, dopo aver letto in biblioteca il libro “Using Energy”, decise di creare una turbina eolica con pezzi di recupero per dimostrare che con il vento si poteva produrre energia. Inizialmente, con i componenti trovati, sperimentò un piccolo modello che realizzò grazie a una piccola dinamo di recupero.

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Basta catastrofismi: il cambiamento climatico va affrontato per quello che è

People For Planet - Dom, 03/17/2019 - 09:00

Siamo reduci dallo sciopero mondiale degli studenti di venerdì scorso. Impressionante come una ragazzina svedese sia riuscita in pochi mesi a coinvolgere così tante persone nella sua indignazione.

Greta e i ragazzi cambieranno il mondo? Certamente, anche perché non ci sono grandi alternative. I giovani di oggi potranno mettere un freno alla follia di chi non pensa al futuro del pianeta.

Basterà? Forse no, forse è già troppo tardi. Ma niente paura. L’essere umano è un animale adattabile. Ed è proprio così che si chiama la nuova frontiera dell’ambientalismo: Climate change adaptation è un progetto del divulgatore e giornalista scientifico Marco Merola e di Lorenzo Colantoni, giornalista anch’egli e ricercatore IAI (Istituto Affari Internazionali)

Se i cambiamenti climatici non possono essere evitati, forse è il caso di affrontarli con raziocinio, cercando di “adattarsi” nel miglior modo possibile.

E lo possiamo fare iniziando a raccontare il cambiamento, soprattutto narrando le iniziative che favoriscono questo adattamento, atteggiamento molto più utile del catastrofismo imperante.

Merola e Colantoni stanno preparando un docuweb per mostrare come l’uomo possa convivere con i cambiamenti climatici partendo dalla domanda principale: cosa significa adattarsi?

In un’intervista a Mentiinfuga.it Merola afferma: «Più che convivere coi cambiamenti climatici, direi come sopravvivere nel miglior modo possibile, ossia come continuare ad abitare il pianeta con dignità. La letteratura fantascientifica ci ha offerto spessissimo modelli di vita in un futuro caratterizzato da scenari post-atomici o post disastri climatici in cui, a causa del terribile innalzamento delle temperature e di tutti i disastri che da questo poi derivano, l’uomo viene costretto solitamente in condizioni animalesche. Climate change adaptation significa invece agire prima per evitare che questi scenari possano accadere realmente e possano portare l’umanità in una situazione in cui non è più possibile vivere il pianeta come siamo abituati a farlo ormai da un milione di anni.»

E continua:
«Guardando in faccia alla realtà, potremmo dire che gli accordi di Parigi hanno prefigurato il miglior scenario possibile per il pianeta, ma non è detto che esso si verificherà.
In questa ottica, è ovvio che la parola chiave può solo essere adattamento.
Attraverso il nostro approccio, cerchiamo di fare un’operazione di constructive journalism, cambiando il modo e la forma con cui il pubblico viene solitamente informato su questi temi. La maggior parte della stampa mondiale adotta uno stile sensazionalistico, terrorizzando lo spettatore e offrendogli un messaggio privo di speranza. Noi vogliamo invece fornire esempi positivi che mostrino come, a fronte di un cambiamento forte che si sta già verificando, in diverse parti del mondo si stanno già trovando molte soluzioni per affrontare i mutamenti in atto».

Un esempio molto interessante riguarda la gestione delle acque e in particolare l’esempio dell’Olanda. Non a caso parliamo di Paesi Bassi e quindi di Stati che stanno sotto il livello del mare. L’inabissamento delle città sembrerebbe inevitabile se non fosse che gli scienziati olandesi ormai da anni stanno riducendo il pericolo con sistemi innovativi ed ecologici che “rubano” terra al mare. La stessa soluzione potrebbe essere adottata anche in molte regioni d’Italia, come ad esempio a Venezia per contrastare l’alta marea, o nel Delta del Po, a Comacchio e in tutti quei luoghi che hanno l’acqua alle porte.
E dove non c’è il problema dell’acqua c’è quello della siccità, il deserto avanza nel nostro Sud, in questo caso si potrebbe imitare l’esempio di Israele che sta attuando un progetto per rendere abitabile il deserto del Negev con un sistema di irrigazione goccia a goccia.

Oggi è domenica, se volete prendervi un’oretta per ringalluzzire l’ottimismo guardate questo video tratto dal Meeting di Rimini dell’agosto dell’anno scorso intitolato “Adaptation. Adaptation. La risposta del mondo al cambiamento climatico”.

Foto di copertina: Pixabay

Salva un delfino dalle microplastiche del tuo calzino

People For Planet - Dom, 03/17/2019 - 02:18

Siamo in guerra, contro plastica e microplastiche. Abbiamo iniziato con una proposta, un manifesto (clicca qui https://www.peopleforplanet.it/manifesto-people-for-planet/) e alla fine siamo arrivati a chi un filtro per le lavatrici in grado di bloccare le microplastiche che altrimenti finirebbero in mare lo sta studiando veramente, l’Istituto per i Polimeri, Compositi e Biomateriali del CNR di Pozzuoli. Intervista alla Dottoressa Mariacristina Cocca.

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