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L’ambulatorio a Milano che cura migranti e senza dimora

People For Planet - Dom, 01/06/2019 - 09:19

Via dei Transiti è una strada stretta nel quartiere Loreto, che collega viale Monza con via Padova, simile a molte altre della periferia est di Milano. Qui, al numero 28, nel 1994 è stato aperto l’Ambulatorio medico popolare, un centro autogestito che fornisce servizi essenziali a chi rimane fuori dal sistema sanitario nazionale: i senza dimora, per esempio, o gli stranieri senza permesso di soggiorno. Più volte minacciato di sgombero, l’Ambulatorio in questi anni ha curato gratuitamente più di cinquemila persone. Ospitato nei locali del centro sociale T28 – occupato dal 1975 – si presenta con un’insegna rossa dove “Ambulatorio Medico Popolare” è scritto in lingue diverse. Dentro ci sono una sala d’attesa e lo studio medico, dove i dottori – volontari, come gli infermieri e chi lavora all’accoglienza – visitano i pazienti.

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La Befana vien di notte con le scarpe tutte rotte…

People For Planet - Dom, 01/06/2019 - 01:36

La leggenda racconta che la Befana fosse la ninfa Egeria, consigliera di Numa Pompilio. Alle calende di gennaio il secondo re di Roma era solito appendere una calza nella grotta dove viveva Egeria e la mattina la trovava colma di buoni consigli.

Nella tradizione cristiana il 6 gennaio è il giorno in cui i Re Magi arrivano alla grotta di Betlemme guidati dalla stella cometa. Dario Fo racconta questa storia a modo suo in Mistero Buffo, potete vederne un estratto qui http://dariofo.it/content/video-dario-fo-i-re-magi.

La parola Epifania deriva dal greco epiphànein che significa proprio “manifestarsi della divinità”. Da Epifania a Befania fino a Befana il passo è brevissimo.

E i Re Magi c’entrano nella storia della vecchia signora con le scarpe rotte, perché si narra che i Re Magi, che al tempo non avevano il navigatore GPS, chiesero indicazioni proprio a lei per trovare la strada e che al momento, malgrado l’invito, l’anziana donna rifiutò di seguirli. Poi ci ripensò e riempì un cesto di dolci e iniziò a cercare i Re Magi fermandosi in tutte le case per chiedere se li avessero visti passare e in ogni casa lasciava un dono ai bimbi.

E così fa ogni anno: nella notte tra il 5 e il 6 gennaio si cala dal camino – un gran traffico in questi giorni nel camino, prima Babbo Natale, poi la Befana – e riempie di leccornie le calze preparate dai bambini. I bambini per ringraziarla lasciano qualche cosa da mangiare o da bere così che lei possa ristorarsi durante il lungo viaggio e per aiutarla a trovare la casa lasciano anche accesa una luce.

Ai bimbi buoni dolci e frutta secca, a quelli meno buoni carbone e cenere. Ma non ci sono bambini cattivi!

Sono tantissime le feste in tutta Italia per il 6 gennaio. In alcuni paesi si brucia la “vecchia” per eliminare le malinconie del passato e propiziare cose buone per l’anno nuovo.

In Toscana, Friuli e Trentino alcuni ragazzi si tingono il viso di nero e vestiti di stracci vanno in giro per le case a chiedere dolci per i bambini, si chiamano “befani” e sono anche dei fidanzati “in prova”, scelti da chi trova all’interno di una focaccia una fava secca che incorona lo stesso Re o Regina della Fava: a lui o a lei il piacere di decidere il proprio partner gettando la fava nel bicchiere del prescelto.

La Befana è una paraninfa anche in Molise dove farebbe apparire in sogno alle ragazze nubili il fidanzato a loro destinato.

Per mandare a letto presto i bambini, così che la Befana possa riempire le calze, a Cucibocca di Montescaglioso, in provincia di Matera, alcuni abitanti incappucciati trascinano catene per fare baccano. Hanno barbe lunghe e minacciano con un ago da materassaio di cucire le bocche dei bambini se non vengono offerti cibo e vino. I piccoli così spaventati corrono a letto. Un po’ macabro ma efficace.

E poi, così da non perdere l’abitudine, ci sono i cibi tipici del 6 gennaio. In Piemonte si prepara la Fugassa, un dolce a forma di margherita. Entro c’è una fava bianca e una nera. Chi trova la prima pagherà il dolce, chi trova la seconda pagherà da bere. In Veneto la torta si chiama Pinsa, un dolce miscuglio di farina di mais e frutta secca, a Siena si sfornano i Cavallucci. E così via.

Quella della Befana è la dodicesima notte dopo il Natale e un tempo si riteneva che fosse una notte magica dove poteva accadere che gli animali parlassero, le lenzuola diventassero lasagne e l’acqua si trasformasse in vino.

In alcune zone si pensa che i morti si risveglino e tornino dai familiari per impastare il pane che poi si mangia a pranzo del 6 gennaio.

In conclusione, riti pagani e cristiani si alternano in questa notte.
Il Cristianesimo ha spesso sostituito feste e ricorrenze antiche con momenti religiosi, per esempio a fine dicembre si celebravano i giorni del Sole sostituiti dalla nascita di Gesù e in tempi recenti la religione del mercato ha imposto Babbo Natale.

La Befana, che rimane soprattutto una festa italiana poco celebrata negli altri Paesi, è un misto tra paganesimo e cristianesimo. Raccoglie tutto in un raro esempio di integrazione.

Hai visto mai che la vecchietta con il naso adunco abbia ancora qualcosa da insegnarci?

Una cosa è certa: l’epifania tutte le feste se le porta via. Buona Befana!

Un Peptide per amico

People For Planet - Dom, 01/06/2019 - 01:10

Conoscete i peptidi? Eppure sono molecole importantissime per la nostra salute, capaci di combattere in modo naturale le infiammazioni batteriche, riducendo il bisogno di antibiotici.
Sul tema sono in corso studi ed esperimenti scientifici, ne abbiamo parlato con la Dottoressa Gianna Palmieri, dell’Istituto di Bioscienze e Biorisorse – CNR Napoli.

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Dal 1 gennaio vietati i cotton fioc non biodegradabili

People For Planet - Sab, 01/05/2019 - 19:45

Dovranno essere biodegradabili e compostabili e sulla confezione dovrà essere chiaramente indicato che non vanno gettati nel wc.

Entra così in vigore l’emendamento di Ermete Realacci, parlamentare e presidente onorario di Legambiente, presentato alla scorsa legge di bilancio, mentre dovremo aspettare il primo gennaio dell’anno prossimo per vedere vietate anche le microplastiche nei cosmetici da risciacquo.

«Il bando dei cotton fioc non biodegradabili e non compostabili è la conferma – ha dichiarato all’Ansa Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente – della leadership dell’Italia nel contrastare il marine litter che soffoca mari, fiumi e laghi anche nel nostro paese, come dimostrato dalle nostre campagne estive di monitoraggio. Auspichiamo che questo primato, come già avvenuto con il bando ai sacchetti di plastica, venga mantenuto anticipando l’approvazione della direttiva europea sui prodotti di plastica monouso: per questo chiediamo al ministro Sergio Costa di fare approvare nel primo Consiglio dei ministri dell’anno nuovo il disegno di legge “Salvamare” sulla plastica monouso, tenendo in considerazione i contenuti del progetto di legge sul “Fishing for litter”  presentato alla Camera dei deputati da Rossella Muroni per permettere ai pescatori di fare gli spazzini del mare.»

Del primato italiano avevamo già scritto (Microplastiche: dai cosmetici una buona notizia, ma sui lavaggi dei tessuti e sugli pneumatici c’è molto altro da fare) mentre per approfondire le proposte alla UE per ridurre la plastica in mare potete leggere Giornata Mondiale dell’Ambiente 2018: combattere la plastica! dove si racconta anche della nuova strategia europea sui prodotti monouso. E per saperne di più su PeopleForPlanet si trova un vero e proprio dossier sulle microplastiche.

Combattiamo le microplastiche aderendo al manifesto di People For Planet!

 

Lettera di Leoluca Orlando al ministro dell’Interno

People For Planet - Sab, 01/05/2019 - 14:06
– Al Sig. Capo Area Servizi al Cittadino SEDE

OGGETTO: Procedure per residenza anagrafica degli stranieri.

Nella mia qualità di Sindaco della Città di Palermo, da sempre luogo di solidarietà e di impegno in favore dei diritti umani, in coerenza con posizioni assunte e atti deliberativi adottati da parte di questa Amministrazione comunale, che considera prioritario il riconoscimento dei diritti umani per tutti coloro che comunque risiedono nella nostra città, Le sottopongo una richiesta di ponderazione e una precisa indicazione riguardo alla Legge 132/2018. Tale impianto normativo continua a suscitate riflessioni, polemiche e allarmi diffusi anche a livello internazionale per il rischio di violazione dei diritti umani in caso di errata applicazione, con grave pericolo di violazione anche della legge umanitaria internazionale. A tal proposito si richiama la nostra Carta costituzionale (mi piace qui ricordare che quest’anno si è celebrato il 70° anniversario della entrata in vigore) con particolare riferimento all’art. 2 (laddove il rifiuto di residenza anagrafica limita il soggetto nell’esercizio della partecipazione alle formazioni sociali); all’art. 14 (laddove l’inviolabilità del domicilio verrebbe incisa da un provvedimento negativo in materia anagrafica); all’art. 16 (laddove la libertà di movimento verrebbe condizionata, se non addirittura disumanamente compressa, in caso di incisione del diritto di residenza oltre ogni ragionevole protezione di altri interessi pubblici eventualmente concorrenti); all’art. 32 (laddove il diritto alla salute potrebbe essere meno garantito in ragione della differente area di residenza anagrafica, o peggio, della mancanza assoluta di residenzialità formale). Non solo: è la giurisprudenza stessa della Corte Costituzionale che da sempre afferma e statuisce “che lo straniero è anche titolare di tutti i diritti fondamentali che la Costituzione riconosce spettanti alla persona (…) In particolare, per quanto qui interessa, ciò comporta il rispetto, da parte del legislatore, del canone della ragionevolezza, espressione del principio di eguaglianza, che, in linea generale, informa il godimento di tutte le posizioni soggettive” (Sentenza n. 148/2008; si vedano altresì le sentenze n. 203/1997, n. 252/2001, n. 432/2005, n. 324/2006). Ebbene, al fine di evitare applicazioni ultronee delle nuove norme, che possano pregiudicare proprio l’attuazione di quei diritti ai quali lo scrivente responsabilmente faceva riferimento e ossequio, Le conferisco mandato di approfondire, nella Sua qualità di Capo Area dei Servizi al Cittadino, tutti i profili giuridici anagrafici derivanti dall’applicazione della citata L.132/2018 e, nelle more di tale approfondimento, impartisco la disposizione di SOSPENDERE, per gli stranieri eventualmente coinvolti dalla controversa applicazione della legge 132/2018, qualunque procedura che possa intaccare i diritti fondamentali della persona con particolare, ma non esclusivo, rifermento alle procedure di iscrizione della residenza anagrafica.

Distinti saluti. Sindaco Leoluca Orlando

Vedi anche:
Dl Sicurezza, dalla protezione umanitaria agli Sprar: le critiche dei sindaci.

Dl Sicurezza, dalla protezione umanitaria agli Sprar: le critiche dei sindaci.

People For Planet - Sab, 01/05/2019 - 11:00

Tra le più contestate quella che vieta ai richiedenti asilo di essere iscritti nei registri anagrafici, quindi di avere residenza e carta d’identità. Asgi: “Saranno persone in un limbo e la loro permanenza in Italia non verrà riconosciuta per futuri servizi di secondo livello”

Giuseppe Conte mira a una mediazione, i vicepremier rimangono fermi e l’Anci è spaccata in due, con il presidente Antonio Decaro che guida la protesta. La polemica su alcuni commi del Decreto sicurezza, diventato ufficialmente legge lo scorso novembre, non accenna a calare. Tra i provvedimenti che dividono anche al suo interno l’associazione nazionale comuni italiani l’articolo 13, in materia di iscrizione anagrafica, lo stesso che Leoluca Orlando, sindaco di Palermo, ha deciso di non rispettare, sospendendo qualsiasi provvedimento ‘che possa intaccare i diritti fondamentali’. Ma non solo, anche la stretta sui permessi umanitari e le modifiche agli Sprar destano preoccupazione.

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Tecnologia BEACON: dispositivi wireless per la sicurezza e per la tracciabilità di cose o persone

People For Planet - Sab, 01/05/2019 - 01:26

Un Beacon è un piccolo dispositivo wireless che utilizza la tecnologia Bluetooth Low Energy (L.E.) per inviare informazioni in broadcast: ovvero da un sistema trasmittente a un insieme di sistemi riceventi, in modo unidirezionale. Le informazioni in broadcast sono infatti inviate dal trasmettitore ai ricevitori, senza canale di ritorno e senza certezza della loro consegna.

Rispetto al Bluetooth classico, il Bluetooth LE si caratterizza per un minor consumo di energia e ciò consente di realizzare dispositivi Beacon a batteria che hanno una vita operativa di mesi o addirittura anni.

La tecnologia dei Beacon LE nasce nel 2013 con il lancio da parte di Apple dello standard i-Beacon. Le applicazioni principali inizialmente sono legate al mondo del retail e del marketing di prossimità, ma successivamente vanno ad emergere anche applicazioni con un maggiore utilità sociale.

Fra queste la possibilità di realizzare dispositivi indossabili per i bambini, anche tipo braccialetti in silicone, in grado di “capire” quando il piccolo si allontana oltre un certo margine e di allertare il genitore sul telefono quando ciò avviene. Di utilità estrema soprattutto nelle manifestazioni affollate, nei luoghi turistici o nei centri commerciali.

Ma anche la possibilità di dare un ausilio alla sicurezza dei lavoratori sul posto di lavoro, in cantiere, in un’industria, è una possibile e importantissima applicazione. Un operatore che indossa un Beacon su un qualunque supporto può essere localizzato quando entra in un’area di lavoro a maggior rischio, consentendo di allertare e mettere in atto i relativi sistemi di sicurezza.

Applicazioni interessanti dei Beacon riguardano anche centri espositivi, musei o mostre, in modo che il visitatore possa ricevere – attraverso una specifica App opportunamente progettata – quella che viene definita un'”esperienza di visita arricchita“: un nuovo modo di proporre i luoghi d’arte per rendere ogni visita un momento unico e indimenticabile, dove il coinvolgimento del visitatore diventa una priorità.

Il presepe napoletano, origini e il significato dei pastori

People For Planet - Sab, 01/05/2019 - 01:11

Vi siete mai domandati perché i Re Magi montano cavalli differenti?, oppure chi è Benino?, ancora perché’ sul presepe si mette la fontana con la donna?, e lo sapete perché a Napoli si fa il presepe?
Bene, ve lo diremo noi.

Presepe Napoletano, origini e mito.

Da dove arriva l’antica tradizione del Presepe? I primi a descrivere la Natività furono gli evangelisti Luca e Matteo: nel loro racconto c’è l’immagine di quello che poi nel Medioevo è diventato il “praesepium“, dal latino “mangiatoia”. Il presepe che tutti conosciamo, però, si deve alla volontà di San Francesco d’Assisi. L’idea di far rivivere in uno scenario naturale la nascita di Gesù Bambino, era venuta al Santo d’Assisi nel Natale del 1222, quando a Betlemme ebbe modo di assistere alle funzioni per la nascita di Gesù. Francesco rimase talmente colpito che, tornato in Italia, chiese a Papa Onorio III di poter ripetere le celebrazioni per il Natale successivo. A quei tempi le rappresentazioni sacre non potevano tenersi in chiesa, così il Papa gli permise di celebrare una messa all’aperto.

La Vigilia di Natale del 1223

Fu così che, la notte della Vigilia di Natale del 1223, a Greccio, in UmbriaSan Francesco allestì il primo presepe vivente della storia …

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Cinghiali in autostrada e incidenti

People For Planet - Ven, 01/04/2019 - 19:22

È di poche ore fa la notizia dell’incidente sull’autostrada A1, tra Lodi e Casalpusterlengo, dove sono state coinvolte diverse auto, causando una decina di feriti, e dove un ragazzo ha perso la vita. Si sta ancora indagando sulla dinamica ma sembrerebbe che la causa scatenante sia stata l’attraversamento di una famiglia di cinghiali. Alcuni giornali oggi riportano la ricostruzione dell’incidente fatta dalla polizia stradale. Leggiamo sul Fatto Quotidiano che, secondo la ricostruzione, nello schianto sarebbero rimaste coinvolte tre macchine. Una prima auto avrebbe investito due cinghiali e si sarebbe fermata in strada, una seconda sarebbe arrivata travolgendo le carcasse degli animali e poi colpendo il primo veicolo fermo, mentre la terza vettura, una Polo, avrebbe investito uno dei conducenti sceso per strada, e poi si sarebbe scontrata con le due macchine già ferme. Il conducente di quest’ultima auto è morto sul colpo.

L’incidente ha riportato in auge il dibattito sulla diffusione e la pericolosità di questi animali, più volte denunciata dalle associazioni di rappresentanza degli agricoltori, i primi a subire danni alle colture. People For Planet ha affrontato questi temi in diversi articoli.

“Negli ultimi dieci anni – ha dichiarato la Coldiretti – il numero dei cinghiali presenti in Italia è praticamente raddoppiato. La sicurezza nelle aree rurali e urbane è a rischio per il loro proliferare con l’invasione di campi coltivati, centri abitati, strade ed anche autostrade dove rappresentano un grave pericolo per le cose e le persone. Non è quindi più solo una questione di risarcimenti ma è diventato un fatto di sicurezza delle persone che va affrontato con decisione. Ora – conclude la Coldiretti – non ci sono più alibi per intervenire in modo concertato tra Ministeri e Regioni ed avviare un piano di abbattimento straordinario senza intralci amministrativi”. Anche Confagricotura è intervenuta con le parole del  presidente Massimiliano Giansanti, secondo il quale l’incidente “evidenzia quanto sia necessario intervenire con urgenza per limitare la proliferazione della fauna selvatica. Quanto successo è l’effetto del mancato controllo delle popolazioni di cinghiali che, nonostante gli appelli degli agricoltori, è stato sottovalutato”.

Anche il WWF,  in una nota, ha espresso cordoglio per quanto accaduto e ha evidenziato l’effettiva proliferazione esagerata di questo tipo di animali, suggerendo però di affrontare la situazione in maniera non solo emergenziale ma regolando una situazione con una normativa: “attribuire al branco di cinghiali la diretta responsabilità dell’incidente è riduttivo e strumentale, dovranno essere infatti accertate le responsabilità del gestore dell’Autostrada A1 che doveva assicurare la sicurezza rispetto all’ingresso nell’asse viario di persone o animali controllando adeguatamente le recinzioni che di norma devono essere presenti lungo tutte le autostrade. Come devono essere accertate le dinamiche dello scontro e la velocità delle automobili coinvolte”, scrive l’associazione sul suo sito. “Se esiste un problema di squilibrio delle popolazioni di questa specie, ribadisce il WWF, la responsabilità è essenzialmente dell’uomo che per privilegiare specifici interessi economici e politici ha assecondato la volontà di una crescita incontrollata del cinghiale, diventata anche il pretesto per consentire la caccia di selezione all’interno delle aree naturali protette.

Per il WWF serve senz’altro “un Piano straordinario per la gestione del cinghiale nel nostro paese che preveda interventi prioritari per mettere in sicurezza le strade a scorrimento veloce con maggior traffico veicolare, attraverso dissuasori e sistemi di allerta già sperimentati, interventi per la prevenzione dei danni alle colture agricole e un programma di contenimento del numero degli animali basato su censimenti seri ed attendibili e l’utilizzo di recinti di cattura in grado di assicurare un prelievo controllato e selettivo degli animali”. Il WWF conclude auspicando e riproponendo il coinvolgimento degli stessi agricoltori e rilanciando l’urgenza di una normativa nazionale sulla gestione della fauna selvatica non basata esclusivamente sull’attività venatoria, “che favorisca ed incentivi gli interventi di prevenzione dei danni all’agricoltura, la messa in sicurezza del sistema viario, ed agevoli il coinvolgimento degli agricoltori nella gestione delle popolazioni del cinghiale”.

Bari, il comune pagherà 25 euro al mese chi va al lavoro in bici

People For Planet - Ven, 01/04/2019 - 12:00
Il capoluogo pugliese è il primo in Italia ad adottare questo modello. Finanziato con 545mila dal ministero dell’Ambiente, il bando comunale metterà a disposizione: 20 centesimi di euro per ogni chilometro fatto nel tragitto casa-lavoro e 4 centesimi per altri percorsi cittadini. Cifre dimezzate per chi usa una bici elettrica

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Da Amnesty International le migliori buone notizie del 2018

People For Planet - Ven, 01/04/2019 - 08:00

27 settembre – Dodici stati dell’America Latina e dei Caraibi firmano l’Accordo di Escazú, il primo trattato vincolante in materia di protezione del diritto a ricevere informazioni, partecipazione delle comunità e accesso alla giustizia su questioni ambientali e che contiene precise disposizioni a tutela dei difensori del diritto all’ambiente.

 

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Il wc del futuro trasforma le feci in denaro (e la pipì in acqua potabile)

People For Planet - Ven, 01/04/2019 - 01:46

“Ah! berrei quest’acqua più spesso, e molto volentieri!”: Bill Gates punta a colpire l’immaginario collettivo, uno schiaffo in faccia a effetto wow, parlando in Cina, a una fiera di tre giorni chiamata “Reinvented Toilet Expo”, dell’acqua potabile ricavata da feci e urine umane. Obiettivo presentare e promuovere il suo wc, capace di purificare l’acqua, salvare vite, risparmiare milioni di dollari e fertilizzare sostenibilmente i campi.

Dopo 200 milioni di dollari di investimento e sette anni di lavoro, il magnate ha presentato il water che non necessita di allacciamento fognario né tanto meno di acqua, e che si affida a un pannello solare per trasformare le nostre deiezioni – raccolte sotto al pavimento – in acqua purificata e fertilizzanti solidi, sicuri dopo l’eliminazione di quegli agenti patogeni che si calcola uccidano nel mondo oltre 500mila persone ogni anno, proprio a causa della scarsa igiene. Come noto, il problema globale dei servizi igienico-sanitari ha anche un elevato costo economico, che si aggira intorno ai 223 miliardi di dollari all’anno, e “peggiorerà se non facciamo qualcosa al riguardo“, ha detto Gates. Il sistema si chiama Omniprocessor e promette di cambiare il mondo.

Nel dettaglio, la toilette del futuro funziona così. Feci e urine vengono stipate in un contenitore sotto il pavimento e un pannello fotovoltaico attiva un reattore biochimico che purifica i rifiuti attraverso degli elettrodi. Successivamente, una reazione elettrochimica scompone le deiezioni nei vari componenti, separando l’idrogeno, la componente fertilizzante e l’acqua, resa pulita. Un altro meccanismo immagazzina l’idrogeno come energia nelle celle a combustibile. Il fertilizzante viene raccolto per scopi agricoli, e l’acqua finisce in un serbatoio per essere riutilizzata.

Se state pensando a quanto sarebbe più facile, in questo modo, costruire il secondo bagno in casa, pensate anche ai villaggi nelle zone più povere della terra, dove non ci sono pozzi né acqua potabile, né allacciamento fognario, e dove appunto morire di diarrea è cosa comune. Inoltre, il meccanismo permetterebbe di rendere fertile – ma batteriologicamente sicura – la terra circostante le case, in modo facile ed economico.

Il cofondatore di Microsoft ha parlato brandendo un vaso di escrementi umani durante il suo discorso. “Questa piccola quantità di feci potrebbe contenere fino a 200 trilioni di cellule di rotavirus, 20 miliardi di batteri di Shigella e 100mila uova di vermi parassiti. Dove non esistono servizi igienico-sanitari sicuri, c’è molto più di un barattolo a infettare l’ambiente in cui le persone vivono”, ha detto. “Questi e altri agenti patogeni causano malattie come la diarrea; ma anche colera e tifo, che uccidono quasi 500mila bimbi ogni anno.”

Rispetto ai servizi tradizionali, che hanno bisogno di allacciamento all’acqua e di uno scarico, questi water possono funzionare per meno di 0,5 dollari al giorno: rendendo in cambio un gran bel servizio. Finora, già oltre 20 aziende hanno aderito al progetto: tra cui Clear, Eco-San, SCG Chemicals e Eram Scientific Solutions.

“La crescita demografica, l’urbanizzazione e la scarsità d’acqua renderanno ancora più difficile la vita degli abitanti di Africa e Asia nei prossimi decenni. Già oggi stanno lottando con sistemi sanitari inadeguati nel tentativo di interrompere epidemie e povertà, associate direttamente a servizi igienici non sicuri”. Chiaro anche il beneficio per oceani e corsi d’acqua, e dunque per l’ambiente in generale.

Infine, la sostenibilità economica del progetto, capace di fruttare ottimamente: secondo Bill Gates, entro il 2030 la tecnologia dei servizi igienico-sanitari sarà un’opportunità commerciale globale del valore di 6 miliardi di dollari all’anno. Del resto, secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e dell’UNICEF, tre persone su 10, in tutto il mondo – all’incirca 2,1 miliardi di persone – non hanno accesso all’acqua pulita, mentre 4,5 miliardi non utilizzano servizi igienico-sanitari gestiti in modo sicuro.

“Siamo al culmine di una rivoluzione igienico-sanitaria”, ha affermato Gates. “Non è più una questione se possiamo farcela, è una questione di quanto velocemente questa nuova categoria di soluzioni crescerà: non sappiamo esattamente quanto tempo ci vorrà, ma sappiamo che succederà velocemente”. A partire dalla Cina.

La presentazione è avvenuta a Pechino non per un caso: il presidente Xi Jinping sta promuovendo un piano triennale dei servizi igienici che dovrebbe diffondere 64mila water nella Repubblica Popolare, motore del mondo ma ancora estremamente arretrata e non solo nelle campagne, con l’obiettivo di stimolare la crescita, attraverso il turismo, e la salute della popolazione. Basti pensare che lo stesso centro storico della capitale ha water condivisi tra gli abitanti di una strada.

Gates ha spiegato che l’idea è quella di introdurre il magico WC in edifici pubblici come le scuole. Poi, quando i costi diminuiranno, potrà diventare accessibile alle singole famiglie a un prezzo finale che si aggira sui 500 dollari.

Overland, vivere in viaggio

People For Planet - Ven, 01/04/2019 - 01:20

I viaggi Overland sono ormai popolarissimi, c’è persino chi dedica la propria vita a spostarsi di continente in continente a bordo di mezzi modificati per adattarsi a condizioni climatiche e situazioni estreme. Si moltiplicano i consigli online per chi volesse intraprendere un viaggio alla ricerca dell’autenticità, del contatto con l’essenza vera delle terre attraversate e dei popoli che le abitano, ma attenzione: viaggiare senza meta e ritrovarsi in mezzo a terre selvagge è un sogno comune, ma non è uno stile di vita alla portata di tutti. Allestire un mezzo e prepararsi alla partenza è fattibile, ma se non siete del tutto sicuri di sapervela cavare meglio rivolgersi a un tour operator specializzato.

Cosa sono i viaggi Overland

Avventura e contatto diretto con le popolazioni locali sono sicuramente i due tratti principali di questo tipo di viaggi, che si snodano, letteralmente, “over land – via terra”. Impossibile non notare i veicoli a bordo dei quali ci si sposta, veicoli attrezzati per il fuoristrada e allestiti per trasportare anche un numero elevato di persone garantendo sempre a bordo la quantità di carburante necessaria, acqua e cibo a sufficienza per percorrere aree incontaminate e selvagge. Tutti i partecipanti solitamente si occupano di una serie di attività, dalla cucina alla preparazione del campo. Nel caso di viaggi organizzati, risulta indispensabile il supporto delle guide locali che potranno svelare i segreti delle aree attraversate, in un viaggio all’insegna del rispetto e della sostenibilità estrema. Parlare di viaggi-avventura sarebbe restrittivo, così come va sfatato il luogo comune secondo cui i viaggiatori sarebbero del tutto isolati; al contrario, è fondamentale, anche quando si parte senza l’aiuto di un’agenzia, tessere una buona rete di contatti di appoggio prima della partenza e magari seguire anche i blog di coloro che già hanno sperimentato lo stesso itinerario, vera fonte di informazioni spesso non rintracciabili sui canali mainstream. Dove si dorme? A volte in tenda, a volte a bordo, se i mezzi lo permettono, altre volte in hotel scelti sempre con un occhio di riguardo per gli aspetti green. Il rispetto per l’ambiente, per le persone e per i compagni di viaggio è la regola d’oro per chi intraprende questi viaggi. Tutto questo se ci si rivolge a un tour operator ma ci sono anche moltissimi temerari che partono senza affidare l’organizzazione a terzi e, da soli, allestiscono il proprio mezzo e pianificano la rotta. È il loro modo di abitare la Terra, sentendosi a casa sempre, seppur viaggiando.

Le spedizioni di Beppe Tenti e la Rai

A rendere ancora più popolare questo genere di viaggi ha sicuramente contribuito la figura di Beppe Tenti, classe 1936, celebre per le sue spedizioni da un capo all’altro della Terra, spesso accanto a Reinhold Messner e a bordo di veicoli speciali, come le tre Fiat Panda e il mezzo Iveco che lo portarono a ripercorrere la via della Seta da Venezia a Pechino. E poi la riedizione del Raid Pechino-Parigi del 1907 dopo 80 anni, a bordo della stessa auto Itala che aveva vinto allora.

Nel 1967 Tenti fonda il tour operator e l’agenzia viaggi che oggi portano il nome di Adventure Overland, che propone pacchetti diversificati, tutti all’insegna dell’avventura, della sostenibilità e dell’immersione nella natura, ma senza disdegnare le sistemazioni in resort. Intanto, la sua fama è cresciuta negli anni anche grazie alla Rai, che dal 1996 decise di trasmettere “Overland”, programma dedicato proprio a viaggi alternativi su strade inaccessibili, prima su simbolici camion arancioni, poi anche su mezzi di trasporto alternativi, dalle auto d’epoca alle biciclette, fino a quelli elettrici.

Fare una vacanza vs viaggiare

Staccare la spina, rilassarsi, concedersi un momento per allontanarsi dalla routine, visitare città, musei, spa, o magari anche percorrere chilometri in mezzo alla natura fino al prossimo hotel: questo è andare in vacanza. Molto diverso è viaggiare, intraprendere una vita da viaggiatori, cambiare stile di vita. Lo spiegano bene sul loro sito stepsover.com Simone Monticelli e Lucia Gambelli, due tra i tanti avventurieri che hanno deciso di percorrere le rotte meno note del Pianeta: “Viaggiare è una sfida. Viaggiare significa fare rinunce per contenere il proprio budget. Viaggiare significa procacciarsi il budget. A volte è frustrante, a volte stancante. Il concetto chiave è che viaggiare significa uscire dalla propria zona di comfort, abbandonare ciò che ci fa sentire al sicuro, correre rischi a tempo pieno privandosi del senso di sicurezza dato dalle certezze tipiche della vita che vive chi attende una vacanza. Non è sempre divertente. Non è sempre rilassante. Ma cavolo! È memorabile e molto spesso cambia la vita in modo positivo”.

Simone e Lucia non nascondono gli svantaggi: discutere per ore con tassisti, casellanti, poliziotti, doganieri o parcheggiatori per evitare di essere derubati durante il viaggio, fermarsi a dormire nel parcheggio delle stazioni di servizio perché ormai è sera, rischiare intossicazioni alimentari e doversi fermare per giorni nel letto del proprio camper. Si vive nell’incertezza di cosa riserverà la giornata dopo, ma si incontrano persone interessanti con cui si condivide l’esperienza stessa del viaggio, si fa amicizia, si impara moltissimo su culture e modi di vivere diversi. “Si impara tanto anche su se stessi quando si viaggia, si capisce di cosa si è capaci, come si reagisce, cosa si ama e cosa si odia, cosa ispira ognuno di noi, cosa ci fa arrabbiare. In altre parole viaggiando si capisce chi si è veramente”, scrivono.

Come prepararsi per un viaggio Overland

Non tutti possono partire per un simile viaggio, ammettiamolo. Il primo consiglio che traiamo dalle parole di Simone e Lucia è l’invito alla concretezza. Se credete di farcela, però, iniziate dalle basi: vi serve un mezzo di trasporto Overland. Esistono in commercio tantissimi accessori costosi per allestirne uno, ma non fatevi prendere la mano, acquistate equipaggiamento davvero utile. Niente gadget, insomma. I soldi vi serviranno durante il viaggio.

Dove volete andare? Quali sono i vostri limiti?

Partire per fare il giro del mondo è molto diverso dal partire per un weekend in Inghilterra, così come partire per l’Inghilterra è diverso dal partire per il Sahara. E valutate i limiti in gioco, sia del veicolo che del pilota. Tutti i veicoli si possono allestire per un viaggio Overland, ma occorre valutare se il tipo di veicolo che avete a disposizione sia adatto per la rotta che intendete intraprendere e se il pilota è davvero così competente come immagina.

Modifiche utili o modifiche da copertina?

Molte modifiche tra quelle proposte da blogger o trasmissioni tv si focalizzano più sull’apparenza del veicolo che sulla loro utilità in relazione al viaggio che dovrà affrontare. Le modifiche inutili sono quelle che non aumentano affidabilità, sicurezza e comodità, ma allo stesso tempo risultano costose e si traducono in uno sperpero di denaro del tutto irragionevole.

Davvero le modifiche servono?
“Il primo insegnamento che abbiamo appreso durante anni di viaggi in moto, auto e camion è stato che più il veicolo viene mantenuto standard rispetto a ciò che aveva pensato il suo costruttore e meno problemi si avranno durante il viaggio”, sottolineano Simone e Lucia. È complicato trovare ricambi nelle officine se molti pezzi originali vengono sostituiti. E consideriamo che non stiamo parlando dell’officina sotto casa ma di un’officina di un altro Paese in cui molto probabilmente farete fatica a comunicare.

Attenzione al peso del veicolo

Si pensa a caricare attrezzatura ma ci si scorda che questo significa portare il veicolo verso il peso massimo immaginato dal costruttore. Consumo di carburante e velocità ne risentiranno, così come il telaio. Attenzione, quindi, ad attrezzi da campeggio, casse di alluminio, vestiti, cibo, attrezzi vari, carburante, acqua e a tutte le modifiche e le aggiunte che avete fatto prima di partire (paraurti rinforzati, verricelli, portapacchi). Ricordate poi che i pesi vanno bilanciati per non diminuire la stabilità del veicolo: “Mantenere il centro di gravità più basso possibile; ripartire il peso quanto più possibile equamente tra l’asse anteriore e quello posteriore; bilanciare equamente il peso verso il centro del veicolo” sono i consigli di Simone e Lucia.

Pneumatici e motore

Affidatevi alle marche note, tenendo conto del terreno che dovrete affrontare: fango, sterrati, asfalto, neve. Evitate di elaborare il motore. Imparate a utilizzare il vostro veicolo per quello che è sfruttandolo al massimo e non riducendo il tutto a quanto dovete premere l’acceleratore. A meno che non siate piloti esperti è molto più probabile che il vero limite siate voi piuttosto che il veicolo stesso”, consigliano ancora Simone e Lucia. Attenzione anche a dov’è montata la ruota di scorta: se è sotto al telaio cambiate posizione, meglio agganciarla posteriormente, anche per poterla recuperare in maniera rapida in condizioni estreme.

Impianti elettrici e carburante

Ricordate di tenere separati l’impianto elettrico del veicolo e quello che darà energia ai vari servizi, dalla ricarica dei vostri device al riscaldamento. Validissime le soluzioni green, come i pannelli solari, per caricare la batteria aggiuntiva destinata a questo secondo scopo. Avrete poi bisogno di una buona riserva di carburante, o di accumulare taniche là dove potrete comprarle a costo minore. Simone e Lucia suggeriscono una pompa di travaso che vada a spostare il carburante dal serbatoio secondario al principale quando necessario.

Fate pratica!

Non penserete mica di partire senza una minima dose di pratica? Questi veicoli non si guidano facilmente e non bastano i tutorial postati online. Investite del tempo prima di partire per fare esperienza, basta qualche weekend per rendersi conto del vostro livello di sicurezza al volante e della vostra effettiva competenza.

Ancora su stepsover.com ma anche su altri siti Web aperti dagli amanti dei viaggi all’insegna dell’avventura troverete molti altri consigli approfonditi su come allestire il vostro veicolo e come prepararvi alla partenza. Se invece i viaggi senza programma in mezzo alla natura vi affascinano ma non avete abbastanza esperienza e non siete certi di cavarvela, il consiglio è quello di rimandare ed evitare un fai-da-te dannoso; meglio rivolgersi ai tanti tour operator che si trovano facilmente con una breve ricerca in rete e che sapranno offrirvi pacchetti personalizzati dedicati agli amanti dei tragitti Overland, e soprattutto la certezza di far ritorno a casa.

Quanto costa?

Se a frenarvi sono i timori per i costi non correte a comprare tutti i biglietti della lotteria! Pensate piuttosto a Simone e Lucia, che si sono rimboccati le maniche, hanno costruito la loro casa a quattro ruote – “Valentino” – mentre ancora lavoravano in ufficio, hanno iniziato a pubblicare libri e a vendere i loro beni superflui: alla fine sono in viaggio da mesi e hanno superato la “paura di fallire” che ci accomuna tutti. Dove prendono i soldi? Portano avanti un progetto che riguarda le loro passioni, dai libri alle fotografie, e che fino alla partenza non avevano mai avuto il tempo di coltivare. E, quando si accorgono di spendere troppo, si fermano in un bel posto, si godono la gente e la natura, e continuano a coltivare quel progetto, vivendo con pochissimo.

Corruzione, disastro italiano: ci costa 230 miliardi l’anno

People For Planet - Gio, 01/03/2019 - 08:07

Con quello che viene sottratto alla comunità si potrebbero risolvere le principali emergenze sociali.

E’ l’Italia il Paese con il più alto livello di corruzione in Europa. Almeno in termini assoluti e non in percentuale al Pil. Ogni anno perdiamo infatti 236,8 miliardi di ricchezza, circa il 13 per cento del prodotto interno lordo, pari a 3.903 euro per abitante. La cifra della corruzione, già impressionante di per se, è due volte più alta di quella della Francia, pari a 120 miliardi di euro e al 6 per cento del Pil e di quella della Germania, dove la corruzione costa 104 miliardi di euro (il 4 per cento del Pil).

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Hikikomori: quei 100 mila ragazzi che si isolano in casa

People For Planet - Gio, 01/03/2019 - 01:17

In Italia esistono potenzialmente 100 mila hikikomori. Spesso etichettato come depressione in senso stretto, altre volte scambiato per dipendenza da Internet e videogiochi, l’hikikomori è invece un malessere a sé stante, che caratterizza tutti quei giovani che si rinchiudono in casa, in cerca di riparo tra le mura domestiche, per sfuggire alla pressione di realizzazione imposta da una società sempre più competitiva, nella quale i falliti difficilmente sono tollerati.

Abbiamo approfondito il tema insieme a Marco Crepaldi, presidente fondatore dell’associazione nazionale Hikikomori Italia, che ci ha aiutato a capire meglio il fenomeno e, soprattutto, ad andare oltre gli stereotipi.

Migliaia di ragazzi volontariamente prigionieri in casa

Gli hikikomori, anche in Italia, così come in Giappone, sono per la stragrande maggioranza maschi. Addirittura oltre l’80% secondo le nostre stime, ricavate dal nostro campione nazionale. L’età media è intorno ai 20 anni, con una durata dell’isolamento che può superare anche il decennio”, ci spiega Crepaldi.

La sua associazione stima che nel nostro Paese ci siano potenzialmente 100 mila hikikomori. Ma attenzione: non significa che tutti sono completamente isolati, bensì che sono a forte rischio.

Spesso si parla di “patologia”; in realtà si tratta di una “pulsione all’isolamento sociale determinata da un forte disagio adattivo, che può associarsi e favorire lo sviluppo di psicopatologie, ma non necessariamente”.

Il fattore scatenante è la pressione di realizzazione sociale. La nostra società è sempre più competitiva e richiede alti standard di prestazione in tutti i campi – scuola, lavoro, moda – e una capacità elevata di relazionarsi efficacemente con gli altri, aspetto centrale di ogni attività sociale. Alcuni individui non reggono a questa pressione.

I miti da sfatare: ragazzi depressi e Web-dipendenti

Gli hikikomori, in realtà, non si isolano completamente dalla società, lo fanno esclusivamente con il corpo, veicolo della propria identità pubblica, ci spiega ancora Crepaldi.

Spesso si tende a confondere la loro condizione con una spiccata dipendenza da Internet. E, in effetti, visto che questi ragazzi escono raramente di casa, trascorrono gran parte della giornata davanti ad un computer. Ma non sono affatto dipendenti. Il computer è per loro il principale mezzo di intrattenimento e, soprattutto, l’unico mezzo di contatto con il mondo esterno, sia per informarsi circa l’attualità, sia per interagire con altre persone. Ecco perché, quando viene loro vietato l’utilizzo del computer – non riconoscendo l’hikihomori e immaginando che si tratti, appunto, di dipendenza da pc – si commette un grave errore, togliendo loro l’unica porta di accesso che hanno lasciato verso la società.

Anche parlare di depressione non è corretto. “Tra le problematiche che più spesso si associano all’hikikomori c’è sicuramente la depressione, che però nasce solitamente in un secondo momento rispetto alla pulsione di isolamento, e origina da uno stato di frustrazione e apatia, intesa come una forte perdita di motivazione rispetto a qualunque scopo. Quello che sembra mancare a questi ragazzi, infatti, non sono le capacità, spesso elevate, soprattutto intellettivamente, ma un obiettivo che sia in grado di conferire senso alle proprie azioni. Tale perdita di senso può essere talvolta originata anche da una ‘depressione esistenziale’, ovvero un calo del tono dell’umore dovuto a una particolare presa di coscienza della realtà”, dice Crepaldi.

Ma gli hikikomori non sono pazzi, non sono schizofrenici, come un tempo si credeva, tentando di curarli con psicofarmaci e terapie disastrose. Ammettere che in una società all’avanguardia come il Giappone di una ventina di anni fa esistessero simili soggetti sarebbe stato come ammettere un fallimento e dover accettare la vergogna pubblica. Per questo gli hikikomori sono stati semplicemente abbandonati a se stessi per anni, accettando il loro isolamento senza prestare alcun tipo di aiuto. Si arrivava a casi estremi in cui i genitori si limitavano a lasciare i pasti sul pavimento davanti alla porta della camera da letto dei figli isolati. Poi qualcosa è cambiato. Il Giappone si è reso conto che un’intera generazione stava scomparendo e sono iniziati gli studi. In Italia però la confusione persiste. E per anni si è tentato a tutti i costi di etichettare gli hikikomori utilizzando categorie cliniche esistenti.

I genitori, amici-nemici dell’hikikomori

Gli hikikomori scelgono l’isolamento per fuggire alla pressione sociale e per trovare scampo dal giudizio altrui. I genitori sono gli spettatori privilegiati di questo atteggiamento di chiusura. Solitamente la prima reazione di fronte a un figlio che perde il contatto con il mondo esterno è il panico. Dal panico scattano una serie di azioni che si traducono purtroppo in ulteriore pressione. Si aggrava così il conflitto intro-familiare e l’hikikomori finisce per isolarsi all’interno della propria camera da letto, interrompendo qualsiasi contatto diretto anche con i parenti.

“Per fortuna, dal nostro sondaggio interno che ha coinvolto circa 300 genitori dell’associazione, solo una percentuale minoritaria dichiara di avere un rapporto negativo o molto negativo con il figlio. Questo ci fa ben sperare rispetto al nostro metodo di lavoro”, ci spiega ancora Crepaldi. Altri dati aggiornati saranno pubblicati in un libro dedicato al tema che uscirà nel 2019.

Hikikomori Italia: un’associazione per recuperare il dialogo

Quello che oggi è il 28enne presidente dell’associazione Hikikomori Italia scopre per caso questo fenomeno, trattato come una problematica tipicamente giapponese. Convinto che anche in Italia l’hikikomori fosse un tema da approfondire, gli dedicò la sua tesi di laurea e aprì il blog hikikomoriitalia.it. Immediatamente arrivarono i messaggi di decine di ragazzi isolati e dei loro genitori, di psicologi, registi e giornalisti.

Ma è nel luglio 2017, quando le richieste di aiuto, soprattutto da parte dei genitori, erano divenute pressanti, che Marco Crepaldi decise di fondare l’associazione nazionale Hikikomori Italia, con l’obiettivo di sensibilizzare quante più persone possibile sul tema, creare rete e stimolare la nascita di servizi dedicati.

Oggi gli iscritti sono centinaia in tutta Italia, con gruppi fisici di mutuo-aiuto che si incontrano periodicamente anche insieme a uno psicologo. Sono diversi ormai i seminari organizzati nelle scuole, con il supporto dei principali enti territoriali, degli uffici scolastici e dei sindaci, veri motori perché si possa porre rimedio alla crisi.

Come si esce dal tunnel? 

E’ complicato convincere un hikikomori a “uscire dal guscio”.

L’associazione Hikikomori Italia ha un metodo che fa leva sui soggetti che gli stanno intorno, genitori in primis, che come dicevamo hanno un ruolo chiave.Il nostro metodo di lavoro prevede di partire sempre dalla famiglia, prendendola in carico attraverso i gruppi di mutuo-aiuto. Questo perché, a nostro avviso, l’approccio migliore al problema è quello di tipo sistemico, che non va ad agire sul singolo soggetto, ovvero l’hikikomori, ma cerca di cambiare le dinamiche familiari nel loro complesso. Noi crediamo che l’hikikomori sia un problema di tutti e non solo dell’hikikomori stesso”, ci spiega ancora il fondatore Marco Crepaldi.

Il metodo che sembra essere più efficace è quello della “tripla presa in carico”: padre, madre e figlio, con tre psicoterapeuti diversi. Ma ovviamente si tratta di una terapia dispendiosa e non sempre attuabile. L’idea di base, in ogni caso, è sempre la medesima: “prima di ‘aiutare’ il figlio, bisogna ricostruire i rapporti familiari, spesso lacerati dalla condizione di isolamento, la quale porta inevitabilmente tensione e conflitto all’interno della famiglia. Quando l’hikikomori non riesce a uscire di casa, dovrebbe essere il professionista che si reca a domicilio e cerca di instaurare con lui un rapporto empatico e di fiducia, senza farlo sentire giudicato e senza porsi nei suoi confronti come il medico con il paziente. L’obiettivo dev’essere capire, non manipolare. Una differenza sottile, ma che spesso sfugge nella fretta di ottenere risultati rapidi e immediati”.

Uno step fondamentale, dunque, dovrebbe essere quello di comprendere chi sia davvero un hikikomori, evitando categorie preesistenti e considerando la sua situazione come qualcosa di diverso rispetto ad altri tipi di disagio noti, una situazione che merita attenzione, metodi e terapie ad hoc.

Il Giappone riapre la caccia alla balene

People For Planet - Gio, 01/03/2019 - 01:06

A partire dal 2019 il Giappone ricomincerà a cacciare le balene.

È ufficiale, le autorità governative giapponesi dichiarano di volersi ritirare dall’ IWC – Internatinal Whaling Commission, la commissione internazionale che conta ad oggi 89 membri per la tutela dei cetacei e la regolamentazione della caccia marina a livello globale, per riprendere la caccia alle balene al solo fine commerciale. Non che il Paese avesse mai davvero interrotto questa pratica, mascherando la caccia ai grandi cetacei dei mari come necessaria a soli scopi di ricerca. La magra consolazione, se di consolazione si può parlare, è che la caccia a scopo commerciale resterà comunque vietata nelle acque internazionali.

La caccia alle balene, bandita nel 1986 dopo che alcune specie furono portate quasi all’estinzione, ritornerà ad essere legalmente praticata dal luglio di quest’anno, nonostante il Sol Levante sia sì il principale mercato di carne di balene, ma dove il suo consumo effettivo è relativamente irrisorio: il rapporto della no-profit Animal Welfare Institute ha stimato un consumo di circa 30 grammi l’anno a persona, che corrisponde a circa 4.000 e 5.000 tonnellate. Difficile quindi trovare una spiegazione razionale rispetto all’utilità e il fine di questo tipo di caccia visto che l’acquisto della carne di balena è nettamente calato negli anni. Forse si può parlare più di un gioco di forza politica e rivendicazioni territoriali sull’Oceano che un vero e proprio fine commerciale, fatto sta che adesso i limiti di pesca sono stati eliminati e il Giappone potrà riprendere la pesca tradizionale nelle acque del Pacifico scegliendo le quote di animali cacciabili, tenendo presente che ad oggi i grandi cetacei sono costantemente monitorati e molte specie risultano ancora in via di estinzione.

L’inaspettata notizie è stata divulgata tramite un annuncio dal capo di gabinetto Yoshihide Suga, ed il governo, a sostegno di questa sconcertante iniziativa, afferma che la decisione è frutto di un sensato ragionamento scientifico e nell’interesse di un uso sostenibile delle risorse:  “Ritirandoci, il pensiero della nostra nazione in termini di cooperazione con la gestione internazionale delle risorse marine non cambia”, ha detto Suga. “Parteciperemo all’Iwc in qualità di osservatori (fino a luglio 2019, ndr) e, pur mantenendo legami con le organizzazioni internazionali, la nostra nazione continuerà a contribuire alla gestione delle risorse di balene sulla base dei principi scientifici”.

Stando a vedere come andrà a finire questa (brutta) storia ci auguriamo non sia l’inizio di una serie di brutte sorprese per questo nuovo anno.

L’uccello “più raro del mondo” torna in natura

People For Planet - Mer, 01/02/2019 - 09:08

L’uccello definito il “più raro del mondo” torna nel suo ambiente naturale: ne sono stati rilasciati 21 esemplari vicino ad un lago nel Nord del Madagascar. Si tratta della moretta del Madagascar, (nome scientifico Aythya Innotata), un’anatra tuffatrice che per 15 anni è stata ritenuta estinta. Prima della sua riscoperta nel 2006, infatti, l’ultimo avvistamento era stato fatto nel 1991. Dodici anni fa sono stati rinvenuti gli ultimi 25 esemplari della specie in un piccolo lago sperduto, dove si erano ritirati quando il loro habitat naturale era diventato troppo inquinato: ma erano solo “aggrappati all’esistenza in un luogo non proprio adatto a loro”, spiega alla Bbc Rob Shaw, responsabile dei programmi di conservazione presso Wildfowl e Wetlands Trust (WWT).

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Gli integratori alimentari: la grande illusione

People For Planet - Mer, 01/02/2019 - 01:39

Per chi gode di buona salute e segue un’alimentazione mediterranea varia ed equilibrata gli integratori alimentari non servono a nulla. A nulla. “Lo possiamo dire chiaramente e senza timore di venire smentiti”, spiega a People For Planet Giuseppe Fatati, Direttore della Struttura Complessa di Diabetologia e Dietologia dell’Azienda Ospedaliera S. Maria di Terni. “Per una persona in salute che mangia in modo equilibrato non è necessaria alcuna integrazione. E questo per diversi motivi: perché l’alimentazione mediterranea da sola è sufficiente a fornirci tutti gli elementi di cui abbiamo bisogno; perché i micronutrienti contenuti nel cibo vengono assorbiti meglio e non presentano effetti avversi; e perché una dieta equilibrata fornisce una varietà di sostanze nutrizionali in quantità biologicamente ottimali rispetto alla loro assunzione isolata in concentrazioni elevate”. E il discorso vale anche per due categorie particolarmente sensibili all’argomento, gli sportivi e gli anziani, che da sole trainano buona parte di questo mercato in continua espansione, che solo lo scorso anno è cresciuto del 5,9% sfiorando i 3 miliardi di euro.

Effetto nutritivo o fisiologico

Gli integratori alimentari – si legge sul sito del ministero della Salute – sono “prodotti alimentari destinati a integrare la comune dieta e che costituiscono una fonte concentrata di sostanze nutritive, quali le vitamine e i minerali, o di altre sostanze aventi un effetto nutritivo o fisiologico, in particolare, ma non in via esclusiva, aminoacidi, acidi grassi essenziali, fibre ed estratti di origine vegetale, sia monocomposti che pluricomposti, in forme predosate”.

Nessuna certezza

Rinforzare il sistema immunitario, ridurre la stanchezza, aumentare tono ed energia (35%), gestione di situazioni specifiche (28%) tra cui disturbi intestinali, ai genitali femminili o delle vie urinarie, prevenzione (22%) in particolare nell’ambito cardiovascolare e osteoarticolare, promozione del benessere (15%): sono queste le motivazioni che più frequentemente spingono gli italiani ad acquistare integratori alimentari. “Ma sono indicazioni non confermate dalla scienza poiché, attualmente, non c’è letteratura scientifica univoca su questi prodotti”, spiega Fatati. “Alcuni integratori vengono poi acquistati pensando che siano in grado di prevenire l’insorgenza di malattie importanti come tumori e patologie cardiovascolari, ma non c’è nulla di dimostrato”.

Uso improprio ed effetti avversi

Non solo. Secondo il Position Statement “Alimenti, diete e integratori: la scienza della nutrizione tra miti, presunzioni ed evidenze” redatto dalla Fondazione Gimbe, che ha lo scopo di promuovere e realizzare attività di formazione e ricerca in ambito sanitario: “relativamente all’assunzione degli integratori alimentari le evidenze scientifiche mostrano che nella stragrande maggioranza dei casi il loro uso non solo è improprio, in quanto una dieta bilanciata sarebbe molto più efficace per ‘sanare’ eventuali carenze, ma che spesso questi prodotti si associano a effetti indesiderati sia per la concomitanza di patologie o di trattamenti farmacologici con cui possono interferire, sia per i potenziali effetti avversi quando oligoelementi e vitamine vengono assunti in dosi superiori rispetto ai reali bisogni”.

Certificata la buona manifattura, ma non l’efficacia

Certo è che, per quanto riguarda gli integratori che si vendono nei canali professionali come farmacie e parafarmacie, sono prodotti sicuri dal punto di vista del ciclo produttivo perché validati dal ministero della Salute con controlli che assicurano che ogni singolo articolo soddisfi una corretta applicazione della “Good manufacturing practice” (buona prassi di produzione), ovvero quell’insieme di regole, procedure e linee guida che garantiscono l’assenza di contaminanti viventi (virus, batteri, ecc.) e sostanze tossiche (metalli pesanti, impurità chimiche, ecc.) al proprio interno. Ma non sono sottoposti ad alcun obbligo di dimostrazione di efficacia, e anche le indicazioni relative al loro impiego sono basate sui claim ammessi dal Regolamento Europeo, e non su evidenze reperibili dalla letteratura scientifica.

No a lunghi periodi di assunzione

“Presi occasionalmente – precisa Fatati – non fanno male, ma attenzione a seguire le indicazioni anche e soprattutto per i periodi di assunzione. Assumere integratori per lunghi periodi può nuocere. Inoltre l’automedicazione, se non guidata, porta più danni che benefici, anche perché possono esserci diverse interazioni con terapie farmacologiche eventualmente in atto, ad esempio del gynkgo biloba con gli antiaggreganti e gli anticoagulanti, del ginseng con i farmaci contro la pressione alta, del magnesio e del potassio con alcuni farmaci della pressione”, spiega Fatati. E poi, continua l’esperto, se stiamo bene non ha alcun senso assumere un integratore, qualsiasi esso sia. E se invece ci sentiamo stanchi o stressati, “la soluzione non è certamente in un integratore che ci auto-prescriviamo. Meglio andare dal medico e fare un quadro completo della situazione”.

Adulti in salute: integrazioni non raccomandate

A fronte del legittimo entusiasmo dei produttori per un mercato in continua crescita, “le evidenze scientifiche sugli integratori vanno in tutt’altra direzione – si legge nel documento redatto dalla Fondazione Gimbe -. La maggior parte dei trial controllati randomizzati su integratori di vitamine e minerali non ha dimostrato chiari benefici per la prevenzione di patologie croniche non correlate a specifiche carenze nutrizionali. In particolare le evidenze sono insufficienti per valutare il profilo rischio-beneficio di integratori singoli o multipli per la prevenzione di malattie cardiovascolari e neoplasie. Di conseguenza, negli adulti in buona salute l’integrazione di supplementi multivitaminici e multimineralici non è raccomandata”.

Quando servono davvero

Anche se l’utilizzo di integratori alimentari non è raccomandato per la popolazione generale, l’assunzione di specifici supplementi può essere raccomandata in determinate fasi della vita e in alcuni sottogruppi a rischio nei quali il fabbisogno nutrizionale può non essere soddisfatto attraverso la sola dieta. Che è il caso, ad esempio, di pazienti sottoposti a terapie farmacologiche lunghe che comportano malassorbimento di alcuni nutrienti, di persone con particolari patologie, di individui che sono stati sottoposti a chirurgia bariatrica o ad altri interventi invasivi: “In questi casi i supplementi sono necessari per facilitare un buon recupero “. Un altro caso in cui gli integratori servono davvero riguarda le donne in gravidanza, che hanno bisogno di acido folico. Quanto agli anziani, soprattutto i cosiddetti “giovani anziani” di 65-75 anni, se sono in salute e mangiano in modo corretto non hanno bisogno di alcun supplemento. “Le integrazioni possono essere necessarie in soggetti che hanno problemi a masticare e/o a deglutire e non riescono ad alimentarsi in maniera completa, o che seguono terapie particolari: ma sono tutte situazioni in cui le integrazioni sono mirate e prescritte dal medico curante, non ‘auto-prescritte’ e acquistate in autonomia”, precisa Fatati. 

Gli sportivi

Per quanto riguarda la categoria degli sportivi, che insieme a quella degli anziani trainano buona parte del mercato degli integratori, l’acqua è l’unica sostanza da integrare di cui hanno realmente bisogno. “L’unica integrazione necessaria dopo una sessione di allenamento è una buona dose di acqua per reintegrare i liquidi persi con il sudore. Chi pratica sport agonistico ad alto livello può avere necessità di integrare alcuni nutrienti, ma deve essere il medico dello sport a valutare la situazione”. Spesso però nelle palestre molti tendono al “fai da te”, soprattutto quando l’obiettivo è aumentare la massa muscolare. “In questo settore ‘far da sé’ è molto pericoloso. Particolare attenzione va prestata alle integrazioni di amminoacidi o di sostanze che dovrebbero migliorare le prestazioni, che spesso vengono assunte in autonomia e in dosi massive, che possono portare a problemi di salute anche importanti”.

 

16 miliardi di euro di sussidi dannosi per l’ambiente non verranno tagliati nel 2019

People For Planet - Mer, 01/02/2019 - 01:23

Sul filo del rasoio e a poche ore dall’esercizio provvisorio, il 30 dicembre scorso è arrivato con 313 sì e 70 no (astenuti Pd e Leu, sia pure presenti in aula) il via libero definitivo alla manovra 2019, che però si è scordata di includere il taglio dei 16 miliardi di euro di sussidi ambientalmente dannosi.

A febbraio 2017, in un rinnovato esercizio di trasparenza a seguito degli Accordi di Parigi che avevano visto la partecipazione dell’Italia, il ministero dell’Ambiente italiano aveva pubblicato un documento dal titolo “Catalogo dei sussidi ambientali favorevoli e dei dei sussidi dannosi 2016” dove era messo nero su bianco che dei 41 miliardi di euro di sussidi versati, l’equivalente di circa il 2,5% del prodotto interno lordo nazionale, 9 avevano un impatto incerto o nullo sull’ambiente e 32 si dividevano tra sussidi favorevoli e sfavorevoli all’ambiente.

Cosa sono precisamente i sussidi sfavorevoli all’ambiente? L’Ocse li definisce così: sono sfavorevoli quei sussidi che “aumentano i livelli di produzione tramite il maggior utilizzo della risorsa naturale con un conseguente aumento del livello dei rifiuti, inquinamento e dello sfruttamento della risorsa naturale e distruzione della biodiversità.” Al netto della difficoltà di individuare con precisione i nessi tra un sussidio e i suoi effetti dannosi, il ministero aveva stabilito che l’Italia nel 2016 aveva versato 16,6 miliardi di euro di sussidi dannosi, di cui 11,5 miliardi finiti a beneficio delle fonti energetiche fossili. Miliardi, non bastanti a risolvere i problemi dell’Italia, ma pur sempre utili a risollevarla dall’impasse economico ed ambientale in cui versa. Soldi che sarebbero stati utili in questo nuovo anno, se il Governo avesse mantenuto la promessa di tagliargli, e invece così non è stato, il taglio dei famosi 16 miliardi discusso in campagna elettorale non è stato incluso nella Manovra 2019 né è comparso nella colonnina delle cose fatte all’interno della tabellina sfoggiata via Facebook da Luigi di Maio a chiusura del 2018 (e tutta da verificare). E sì che, lo ricorda bene Stefano Ciafani, presidente di Legambiente, il ministro dell’economia e dello sviluppo era andato in Europa proprio per esigere “più coraggio sulle politiche energetiche e i cambiamenti climatici”, dimenticandosi, una volta rientrato in Italia, di “aumentare gli incentivi alle rinnovabili e all’efficientamento energetico, tagliando i sussidi diretti e indiretti ai combustibili fossili”.

Per quanto riguarda l’ecobonus previsto sull’acquisto delle auto ecologiche, forse anche a seguito del clamore scatenato dai gilet gialli, fatta eccezione per i cosiddetti Suv, il Governo non è stato capace di  elaborare delle azioni che disincentivassero l’acquisto di auto inquinanti con un sistema basato sul reddito, così da non gravare sulle famiglie meno abbienti. E nulla si è fatto per incentivare chi vuole rottamare la propria auto inquinante senza acquistarne una nuova, per ridurre il sovradimensionato parco circolante italiano, per agevolare gli abbonamenti ai trasporti pubblici e collettivi, per facilitare la sharing mobility e l’utilizzo delle e-bike e degli altri veicoli elettrici quali ad esempio i tricicli e quadricicli.

Sia detto senza partigianeria, e accodandoci alla voce di Ciafani, “dalla manovra per il popolo e contro le lobby ci aspettavamo molto di più su ambiente, energia e clima”. Soprattutto a fronte dei successi benauguranti ottenuti dall’Italia nel 2018 e registrati da REN21, la rete globale che riunisce rappresentanti governativi, scienziati, istituzioni pubbliche, ONG ed associazioni industriali. L’Italia è infatti quinta nel mondo per potenza solare installata e quarta per la capacità fotovoltaica procapite, che rispetto al 2016 è aumentata del  29%, raggiungendo i 98 GW, superando le aggiunte nette di carbone, gas naturale e energia nucleare messi insieme, e sperimentando tecnologie sempre più avanzate, come quella del fotovoltaico a film sottile. Perché non non recuperare quei 16 miliardi di euro e spenderli piuttosto a beneficio di ambiente ed economia?