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Aggiornato: 56 min 54 sec fa

Affetto da Sma, Cristian cerca amici su Facebook disposti a fargli compagnia

Ven, 12/28/2018 - 01:38

Poco prima di Natale l’annuncio, quasi provocatorio, lanciato su Facebook: “Cerco ragazzi della mia età che mi facciano compagnia. Sono disposto a pagare 7 euro l’ora”. Diventato in poco tempo virale, al post di Cristian Viscione, ventenne di Reggio Emilia affetto da Sma, rara malattia neuromuscolare caratterizzata dalla perdita progressiva dei motoneuroni che lo tiene immobile a letto, hanno risposto in tanti: oltre 1500 richieste di amicizia virtuali e più di tremila messaggi. E in molti si sono resi disponibili ad andarlo a trovare, gratis, per trascorrere un po’ di tempo con lui.

Una gara di solidarietà

Una vera gara di solidarietà in cui, forse, lo stesso Cristian – che a causa della malattia è costretto a letto e può comunicare solo grazie all’ausilio di una tastiera virtuale collegata a un computer sul quale naviga grazie a una sorta di joystick – non sperava. “Per fortuna qualcuno ancora di sano ancora esiste. Voglio ringraziare tutti”, ha detto Cristian in un’intervista al Resto del Carlino, in cui viene raccontata la sua storia.

Fonte Immagine: Facebook

La Sma

L’atrofia muscolare spinale (Sma) è una malattia neuromuscolare rara caratterizzata dalla perdita dei motoneuroni, ovvero quei neuroni che trasportano i segnali dal sistema nervoso centrale ai muscoli, controllandone il movimento. Di conseguenza la patologia provoca debolezza e atrofia muscolare progressiva che interessa, in particolar modo, gli arti inferiori e i muscoli respiratori. Colpisce una persona su diecimila.

 

 

L’Europa saluta il diesel e punta sull’elettrico

Ven, 12/28/2018 - 01:13

Lo afferma lo Studio 2018 di Alix Partners, società di consulenza aziendale presentato alla filiera della mobilità in occasione di #FORUMAutoMotive di Roma a ottobre.

Lo studio ha evidenziato inoltre il declino delle auto diesel e il poco interesse degli automobilisti per la guida autonoma.

Entro il 2030 si stima che il gasolio sarà un carburante usato solo da grandi veicoli per chilometraggi elevati mentre le immatricolazioni delle auto elettriche mostrano un trend che può portare al raggiungimento della quota 20% entro il 2025. Questo malgrado ad oggi le colonnine di ricarica in Europa siano solo 424.000.

La previsione di questo importante traguardo è anche legata ai forti investimenti che le case automobilistiche stanno attuando per produrre modelli sempre più appetibili al grande pubblico: si parla di 255 miliardi di dollari per i prossimi 8 anni per 200 nuovi modelli.

I consumatori sembrano invece poco interessati alla guida autonoma e dallo studio di Alix Partners risulta che il 57% degli intervistati non è interessato all’acquisto degli autonomous vehicle che, per ora richiedono un investimento di oltre 20mila dollari in più per un’auto autonoma di livello 4, che prevede la gestione autonoma di accelerazione, frenata, direzione e controllo traffico, ma è possibile per il pilota riprendere il pieno e totale controllo dell’auto quando vuole.

 

Fonti:

http://www.alternativasostenibile.it/articolo/mobilit%C3%A0-sostenibile-diesel-avviato-verso-il-declino-tutta-europa-elettrico-al-20-entro-il

http://www.ansa.it/canale_motori/notizie/componentie_tech/2018/10/30/guida-autonomaok-57-automobilisti-ma-se-si-puo-controllare_50a890b3-0f45-4f77-bc91-d88a95dd8272.html

 

Respiro più pulito grazie a un tessuto: The Breathe®

Ven, 12/28/2018 - 01:12

Ha un nome che ben rende l’idea di quello che fa il primo tessuto che assorbe polveri sottili presenti e nell’aria e le disaggrega, attira gli odori sgradevoli e i batteri (in un’area circoscritta) per poi reintrodurre in circolo aria pulita e, ovviamente, più sana.

Si chiama The Breath ® e a inventarlo è stata la startup Anemotech S.r.l., nata a Milano nel 2014 e facente parte del gruppo Ecoprogram, che opera nei settori dell’automotive e delle facility aziendali.
La tecnologia, adatta sia agli ambienti interni che esterni, può essere applicata in quadri, cartelloni e molte altre soluzioni sia domestiche che per uffici ed edifici pubblici e ha tre principali azioni:

  1. azione assorbente: attira le molecole inquinanti all’interno della propria struttura fibrosa, impedendone il rilascio;
  2. azione pulente: l’utilizzo di the Breath in un’area circoscritta abbatte in modo sistematico la carica batterica dell’aria a contatto con la fibra;
  3. azione antiodore: il sistema non copre solo o mitiga gli odori derivanti dalle molecole inquinanti presenti nei nostri habitat, ma li assorbe liberando l’aria dalle emissioni moleste.

Le tre azioni sono possibili grazie alla particolare progettazione del tessuto fatto da tre strati: i due esterni in materiale idrorepellente con proprietà battericide, antimuffa e anti-odore e quello intermedio in fibra assorbente con nanomolecole. In particolare, il primo strato esercita un’azione assorbente, attirando le molecole inquinanti all’interno della propria struttura fibrosa e impedendone il rilascio; il secondo pulisce letteralmente l’aria, abbattendo la carica batterica e il terzo ha un’azione anti-odore.

Secondo i suoi ideatori, 10 mq di tessuto assorbono la quantità annua di NO2 (biossido di azoto) emessa da 1.450 auto diesel, VOC (composti organici volatili) da 3.625 auto a benzina e NO2 (biossido di azoto) generato da 15 caldaie. Di semplice applicazione anche perché la tecnologia non necessita di alcuna alimentazione, ma sfrutta il naturale movimento dell’aria per ridurre l’inquinamento.

La società ha di recente siglato anche un accordo con la società ENGIE, operante nel settore energetico, per la diffusione di questa innovativa tecnologia anti-inquinamento.

L’accordo permetterà a Engie di offrire i tessuti multistrato The Breath ad amministrazioni pubbliche, aziende, esercizi commerciali, ospedali, trasporti pubblici e a tutte le altre realtà interessate al miglioramento del proprio ambiente, con l’obiettivo di abbattere in maniera sempre più efficacie e diffusa:  polveri sottili, particolato, clorofluorocarburi, benzene, formaldeide (mobilio, moquette e piastrelle sintetiche), idrocarburi aromatici (fumo di sigarette, locali con stampanti), ossidi di azoto, ossidi di zolfo, ozono inquinante.

Libri al posto dei cannoni, Dante Alighieri arriva in Libano

Gio, 12/27/2018 - 07:38

Le casse vengono sistemate sul volo militare in partenza dall’aeroporto di Pratica di Mare per il Libano. È il primo «contingente» con cento speciali munizioni destinate a combattere una guerra tutta particolare in una delle aree più calde del mondo. Non è dunque un caso che l’operazione scatti a pochi giorni dal Natale. Ed è solo l’inizio. Le casse sono state riempite a Palazzo Firenze, a Roma, dove ha sede la Società Dante Alighieri, fondata nel 1889 da Giosuè Carducci e da allora impegnata nella missione di diffondere la lingua e la cultura italiane all’estero. Negli ultimi anni, sotto la spinta del presidente Andrea Riccardi (fondatore della Comunità di Sant’Egidio) e del segretario generale Alessandro Masi, si è arricchita di un’ulteriore vocazione: fare della lingua italiana uno strumento della diplomazia di pace.

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I sali minerali: fondamentali per il nostro organismo

Gio, 12/27/2018 - 04:51

Continua il nostro ciclo di infografiche (https://www.peopleforplanet.it/tag/nutrienti/) per conoscere meglio le sostanze nutritive indispensabili per il nostro benessere fisico. Oggi parliamo di sali minerali, a cosa servono, quanto è il fabbisogno giornaliero e dove si trovano.

Per visualizzare l’infografica più grande clicca qui

 

Il Global Compact mette a rischio la sovranità?

Gio, 12/27/2018 - 01:18

ll testo del Global Compact non chiarisce i vincoli legali né mina apertamente le sovranità nazionali, ma l’Italia decide di non decidere.

È arrivato il sì dalle Nazioni Unite sul Global Compact for Migration, il documento che dovrebbe regolare il fenomeno delle migrazioni e regolare una ridistribuzione globale delle responsabilità fra gli Stati che accolgono. L’accordo, che lo scorso 12 dicembre durante la Conferenza Intergovernativa tenutasi a  Marrakech, Marocco, aveva avuto l’appoggio di 164 Paesi a favore, è stato infine approvato con 152 voti a favore, 5 contrari (oltre a Stati Uniti e Israele, i cosiddetti Paesi di Visegràd), e 12 astenuti, fra cui l’Italia.

“Appoggiando il Global Compact for Migration abbiamo davanti a noi un’opportunità storica di collaborare, scambiare buone pratiche e imparare reciprocamente, in modo che le migrazioni, come fenomeno che ha segnato la storia dell’umanità, siano di beneficio a tutti”, ha esultato via Twitter la presidente dell’Assemblea generale Onu, Marìa Fernanda Espinosa Garcés.

Indecifrabile come nel suo stile, il premier Giuseppe Conte ha detto di non ritenere il Global Compact lo strumento adatto “per dire se l’Italia è nel consesso dei grandi”, senza specificare quale altro strumento sarebbe invece più adatto. Intanto alla Camera la confusione rimane, con il Carroccio e Fratelli d’Italia fermi sul no, e il Movimento 5 stelle diviso al suo interno tra chi si dice favorevole al Global Compact e si accoda a Roberto Fico, refrattario alle logiche del consenso (“la politica non si fa con i sondaggi”), e chi pensa che la risposta all’immigrazione debba spettare alla legislazione dei singoli Stati, senza interferenze esterne in grado di indebolire le sovranità nazionali. L’oggetto del contendere, neanche a dirlo, ancora una volta, la sovranità nazionale, potenzialmente a rischio dal Global Compact.

Ne è sicuro il magistrato sottosegretario Luciano Barra Caracciolo, che tuona e abbrevia via Twitter: “NON PUO’ ignorarsi che il global migration compact è applicativo di dich Assemblea NU, onde rafforza formazione del dir internazionale generale che, ai sensi art. 10 Cost, finirebbe per essere assai vincolante, portando alla dich di incostituzionalità delle leggi ITA contrastanti”.

Al solito, fuori da Twitter e dai media, la realtà presenta il profilo meno fotogenico, e il testo del Global Compact pure. Chi volesse leggerlo per intero, eludendo così le possibili forzature di “pennivendoli e puttane” andando direttamente alla fonte – ad esempio ai punti 7 e 15, lettera C – si stupirebbe forse nello scoprire che l’ennesimo documento ONU sfoggia proclami roboanti, parole importanti, persino belle, ma dal valore simbolico piuttosto che legale. Con tutto che il campo giuridico italiano è un dedalo lastricato di buone intenzioni verso uscite tortuose, e che quanto a competenza la figura di Caracciolo è fuori discussione, sorge un dubbio: come può avere effetto coercitivo l’accordo del Global compact, se il suo testo nega espressamente l’elemento della coercizione, all’infuori dell’ipotesi, tutta da verificare, di un “effetto combinato delle leggi nazionali e l’implemento dell’accordo”?

E ancora, se davvero il testo del Global Compact mette a rischio le sovranità nazionali, come è possibile che tra i suoi firmatari compaiano Paesi non esattamente democratici, anzi, piegati all’autocrazia quando non addirittura alla dittatura? Esattamente come, a dispetto delle dichiarazioni faziose provenienti da sinistra, fra i contrari, gli astenuti e i firmatari più riluttanti, compaiono Paesi distanti da Visegrad&Co, basti pensare alla Svizzera, all’Australia, alla Danimarca, dove il dibattito che ha preceduto il sì è stato a dir poco infuocato, e al Belgio, dove è addirittura caduto il Governo.

A fare i maliziosi, infine, andrebbe ricordato che prima dell’accordo di Marrakech ci fu la Dichiarazione di New York, firmata allora da ben 193 nazioni, tutte concordi nel volere tutelare i diritti fondamentali dell’uomo ed eliminare il traffico di esseri umani, tutte, quasi tutte, rivelatesi poi incapaci di mettere in pratica i proclami firmati, al punto che c’è stato bisogno dell’ennesimo accordo.

Quello delle migrazioni è un fenomeno storico e proprio perciò delicato, di difficile comprensione a meno di semplificare, come pare fare il punto 8 del testo del Global Compact, dove non si capisce bene il discrimine tra gli spostamenti dei lavoratori qualificati, i cosiddetti migranti economici, e le migrazioni di massa storiche. Senza contare che dietro ogni disastro, sia esso guerra, carestia, eccetera, c’è sempre un’economia che presta il suo profilo peggiore, quello meno fotogenico.

In tutto ciò, Italia, decide (ancora) di non decidere, rinvia l’appuntamento con la realtà inseguendo un “qui e ora” sotto l’illusione che possa risolversi tutto in eterno, e borbotta, simile al Nano di Così parlò Zarathustra: “Tutte le cose dritte mentono. Ogni verità è ricurva, il tempo stesso è circolo”. Ignorando il penoso eterno ritorno dell’uguale che l’attende.

Biomimesi, quando l’uomo si ispira alla Natura per trovare soluzioni

Gio, 12/27/2018 - 01:02

Gli organismi viventi intorno a noi e i loro comportamenti sono i modelli più elevati da imitare.

Avendo a disposizione milioni di anni per lavorare a un problema, le mutazioni casuali e i cambiamenti graduali dati dall’evoluzione troveranno più facilmente una soluzione a cui la semplice ingegnosità umana, per quanto supportata da computer, non potrà far fronte. Questo il principio alla base della biomimesi, il cui nome deriva dal greco bios (vita) e mimesis (imitazione): idee dalla natura o dalla vita che fa parte di essa.

Le imitazioni possono interessare organismi viventi in sé, i loro meccanismi evolutivi, e anche i loro comportamenti di gruppo; oppure si può trarre ispirazione dalle costruzioni che gli animali realizzano come rifugio o tana: ne abbiamo parlato diffusamente qualche giorno fa nell’articolo Biomimesi, idee dalla Natura per la sostenibilità del costruire.

Importante è altresì l’imitazione diretta della biologia: l’ottimizzazione di una specifica prestazione è una delle strategie più utilizzate dagli organismi; da millenni la natura punta infatti all’ottimizzazione di forme o strategie che adoperano il minore quantitativo di materiale possibile o lo riusano. Così come le api riutilizzano la cera negli alveari abbandonati per costruirne di nuovi per i propri simili.

E come ci affascinano “architetture” e forme bellissime e perfettamente ottimizzate, ci lasciano a bocca aperta molti comportamenti animali di singoli o di gruppo. La capacità di aderenza delle zampe del geco, la resistenza allo schiacciamento dello scarafaggio, la capacità di salto di alcuni mammiferi, la velocità di alcuni felini, i sensi particolarmente potenziati di molti animali.

Ma anche la capacità di lavorare insieme, nella fuga per la salvezza, nella costruzione dei rifugi o tane e nel reperimento e trasporto del cibo, per fare un esempio sui gruppi.

Molti sono i campi che attingono idee dalla Natura, dalla biologia animale e dai loro comportamenti: l’ingegneria robotica è certamente uno dei più prolifici in termini di realizzazioni ma non è il solo, molti settori dell’ingegneria, dell’architettura e design, e della medicina guardano con sempre più attenzione alla biomimesi.

Vediamo alcune tra le più interessanti applicazioni alla robotica e all’impiantistica:

La resistenza allo schiacciamento dello scarafaggio è da tempo fonte di ispirazione per scienziati per creare robot o mezzi sempre più indistruttibili. L’attuale panorama robotico prevede “creature” rigide o con arti flessibili agili abbastanza ad evitare traumi; le auto più moderne assorbono l’energia di impatto e si accartocciano, ma nessun robot o auto finora è in grado di deformarsi per poi tornare come prima. Nel corso della loro vita taluni insetti come le blatte, ma anche vespe ed api, impattano con un gran numero di ostacoli senza riportare danni, si piegano ma non si spezzano. Taluni insetti hanno questa dote, la resilienza, di deformarsi momentaneamente per poi tornare come prima. Gli scarafaggi ci riescono grazie a un esoscheletro coriaceo e allo stesso tempo flessibile, con placche dure ma pieghevoli connesse da membrane elastiche che permettono ai vari segmenti di sovrapporsi quando il corpo dell’insetto viene compresso.

Robert Full e Kaushik Jayaramat dell’Università della California – Berkeley hanno studiato in laboratorio blatte americane spesse circa 9 mm, costringendole a infilarsi in strette fessure alte appena 3 mm, dalle quali gli insetti sono riusciti ad uscire indenni e a gran velocità. Da questi e altri studi similari sono nati robot che aspirano a possedere la stessa resilienza: uno di questi è CRAM, alto 75 cm con un esoscheletro capace di funzionare anche in posizioni “compresse” e in grado di muoversi 5-10 volte più rapidamente dei robot “morbidi”. Vedere questo divertente e illuminante video del robot CRAM ci fa capire come l’ispirazione qui sia andata ben oltre l’aspetto del design.

Una ricerca pubblicata su Proceedings of the National Academy of Sciences  ha mostrato come i termitai interagiscono con l’esterno come dei grandissimi “polmoni” che sfruttano la differenza di temperatura tra il giorno e la notte per buttare fuori l’aria viziata e far entrare ossigeno. Dall’osservazione dei sistemi di ventilazione dei termitai – una delle più grandi ed efficienti opere di ingegneria animale con strutture anche imponenti (arrivano fino a 6 m. di altezza) – è stato visto come riescano a mantenere temperature pressoché costanti nonostante l’escursione termica esterna, grazie al sistema che creano di ricambio dell’aria. All’interno del nido di terra, cartone o sterco si trova un condotto centrale connesso a un sistema di tunnel secondari che sfociano nelle sottili strutture a contrafforte collocate al perimetro della struttura. Durante il giorno l’aria calda tende a salire e quella fresca a scendere, generando così un sistema di circolazione d’aria autonomo dai fattori esterni. Alla sera accade il contrario e l’aria periferica si raffredda e scende al centro del termitaio, mentre quella ricca di anidride carbonica e calda sale e viene espulsa all’esterno. Le termiti aprono e chiudono i fori di aerazione per regolare la temperatura a seconda del bisogno. Una temperatura costante è essenziale perché esse coltivino un particolare tipo di fungo, loro principale alimento.

Il meccanismo sta ispirando progetti di architettura passiva in cui la ventilazione di edifici sia realizzata con soluzioni ingegneristiche di corretta canalizzazione dell’aria piuttosto che affidata a impianti termoconvettivi, dispendiosi in termini energetici e ambientali. Un esempio recente è dato dall’architetto contemporaneo Mick Pearce che ha preso come fonte ispiratrice proprio questi meccanismi di autoraffrescamento e di ventilazione osservabili nelle tane delle termiti africane per progettare l’Eastgate Building Centre di Harare in Zimbabwe: il risultato è un edificio che usa almeno il 10% in meno di energia rispetto a un edificio con le stesse dimensioni situato nella stessa località.

Da tempo l’uomo studia anche il potere adesivo delle zampe dei gechi per cercare di riprodurre in laboratorio la spiccata adesività delle loro estremità, basata su un sistema di setole, fini lamelle sottili come capelli che ampliano l’area di contatto con muri, foglie e soffitti e instaurano con essi forze intermolecolari attrattive note come Forze di Van der Waals. Una singola zampa di geco può sostenere un peso pari a 20 volte quello del suo corpo.

Ricercatori dell’Università della California di Riverside hanno studiato questo “potere” adesivo sia prima che dopo 30 minuti dalla morte del geco, andando a scoprire che il potere adesivo rimane invariato anche in quei minuti dopo il decesso. Questo perché l’attaccamento che instaurano con le superfici funziona in totale autonomia, senza l’apporto di muscoli o del sistema nervoso. Questo studio, pubblicato sulla rivista Biology Letters, può fornire spunti interessanti per la progettazione di robot o strutture con queste formidabili caratteristiche di resistenza.

L’adesività del geco è talmente impressionante che gli scienziati hanno lavorato a lungo, per oltre dieci anni, per replicarla e sfruttarla nella creazione di nastri adesivi e colle per uso umano. La nuova ricerca potrebbe aiutare a mettere a punto nuovi sistemi adesivi, destinati a obiettivi ambiziosi come robot che possano arrampicarsi sui muri o appendersi a varie superfici; altre applicazioni, anche più futuristiche, potrebbero essere ad esempio robot in grado di lavorare in ambienti estremi e aree colpite da disastri ambientali.

I ricercatori della Shanghai Jiao Tong University (Cina), hanno pubblicato uno studio su Applied Physics Letters in cui dimostrano come la micro-struttura delle ali delle cicale può custodire il segreto per produrre superfici antiriflesso che, applicate alle celle solari, le renderebbero sempre più efficienti. La superficie delle ali di cicala è formata da schiere ordinate di coni microscopici (dell’ordine dei milionesimi di millimetro) con la punta rivolta verso l’esterno. Gli scienziati hanno riprodotto in laboratorio questa struttura con il biossido di titanio, uno dei materiali semiconduttori più promettenti. Sono state realizzate superfici antiriflesso che riescono a trattenere la luce visibile che arriva con una lunghezza d’onda compresa fra 450 e 750 nanometri formando diversi angoli di incidenza. Queste strutture antiriflesso riescono a mantenere la loro morfologia anche se esposte a temperature elevate, pari a 500 gradi.  Per questo motivo i ricercatori hanno visto qui un “enorme potenziale per i dispositivi fotovoltaici come le celle solari” per il futuro. Il loro lavoro di osservazione e studio, anche in questo caso scaturito a partire da un fenomeno naturale, potrà ispirare e motivare gli ingegneri nello sviluppo di superfici antiriflesso con strutture uniche per le più disparate applicazioni.

 

Fonti:

http://rsbl.royalsocietypublishing.org/content/roybiolett/10/12/20140701.full.pdf

https://www.architetturaecosostenibile.it/green-life/curiosita-ecosostenibili/architettura-animali-072/

https://impariamodallanatura.wordpress.com/

https://www.focus.it/ambiente/animali/il-respiro-delle-termiti

http://www.mickpearce.com/Eastgate.htm

https://www.focus.it/ambiente/animali/i-gechi-mantengono-la-presa-anche-da-morti

https://www.focus.it/ambiente/animali/perche-gli-scarafaggi-sono-cosi-difficili-da-schiacciare

 

Come affrontare il Christmas blues e ritrovare il sorriso

Mer, 12/26/2018 - 10:12

Per molti di noi il Natale non assomiglia affatto all’immagine da cartolina proposta dai media e al contrario si trasforma in un periodo difficile da affrontare. “Ma il Christmas blues non è una malattia. Piuttosto, è una crisi esistenziale che può accompagnarsi a sintomi malinconici”, precisa Adelia Lucattini, psichiatra psicoterapeuta, psicoanalista e presidente Sipsies, Società internazionale di psichiatria integrativa e salutogenesi (www.sipsies.org). Anche quando non gli si riconosce una valenza religiosa, infatti, il Natale è legato indissolubilmente alla celebrazione della famiglia. Vediamo insieme perché può capitarci di sentirci giù in giorni in cui essere felici sembra un imperativo categorico. E come uscire da questo mood negativo.

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A Lodi c’è un Arsenale dell’Accoglienza! (VIDEO)

Mer, 12/26/2018 - 01:31

La storia dell’associazione Arsenale dell’Accoglienza Onlus di Borghetto Lodigiano, in provincia di Lodi, ha radici lontane.
Nel 2007 Giuditta Montanari e Andrea Menin aprono la prima comunità familiare, battezzata “La Mongolfiera” per accogliere in casa loro ragazzi in gravi situazioni di disagio sociale.
Nel 2011 nasce poi il primo “alloggio per l’autonomia”, per i ragazzi ormai maggiorenni, nel 2013 nasce la comunità familiare “Il Battello”, nel 2014 la “Società Cooperativa Buona Giornata”, per aiutare professionalmente le persone accolte e nel 2015 si arriva alla fondazione dell’Arsenale dell’Accoglienza.
Oggi contano 15 case aperte, tra comunità familiari, alloggi autonomi, comunità mamma-bambino e case rifugio per le vittime di violenze, dove nel 2017 sono state ospitate 81 persone.
“Nell’arco dell’ultimo anno – sottolinea il vicepresidente dell’Arsenale dell’Accoglienza Andrea Zanelli – abbiamo accolto 59 bambini e ragazzi, 11 giovani adulti e 11 mamme, offrendo loro non solo una casa e il calore di una famiglia, ma anche un sostegno concreto per il reinserimento sociale e per il recupero della serenità. Ai bambini, ad esempio, accanto ai bisogni primari, è stato garantito il diritto di essere, appunto, bambini, con attività ricreative come piccole vacanze al mare e in montagna. Tutto questo è stato possibile grazie ai nostri sostenitori e ai nostri volontari, che quest’anno hanno complessivamente donato all’Arsenale ben 21mila ore del loro tempo”.
Per far fronte a tutte le spese l’associazione riceve fondi da enti pubblici e donazioni da privati.

Con le telecamere di People For Planet siamo andati a conoscere personalmente questa bellissima realtà. Ecco cosa ci hanno raccontato.

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Viaggiare Speciale Natale (Photogallery)

Mer, 12/26/2018 - 01:13

In copertina: Londra, albero di Natale Disney. Fotomontaggio di Armando Tondo, novembre 2018.

Nyhavn, l’antico porto di Copenaghen addobbato a Natale. A destra Venezia riprodotta a Las Vegas. Fotomontaggio di Armando Tondo, novembre 2018.

Natale a Oslo, Norvegia e Brughes, Belgio. Fotomontaggio di Armando Tondo, novembre 2018.

Parigi, Gallerie Lafayette, Taipei a Taiwan, il Claridge’s Hotel di Londra e Rackvere, in Estonia. Fotomontaggio di Armando Tondo, novembre 2018.

Decorazioni natalizie al Rockfeller Plaza e a Berna, Svizzera. Fotomontaggio di Armando Tondo, novembre 2018.

Schiltach in Germania e Tallin, Estonia. Fotomontaggio di Armando Tondo, novembre 2018.

Wroclaw in Polonia e il Municipio di Vienna. Fotomontaggio di Armando Tondo, novembre 2018.

 

“Stille Nacht” compie 200 anni

Mar, 12/25/2018 - 09:33

La vera storia del pupazzo di neve

Mar, 12/25/2018 - 08:33

Sapevate che i pupazzi di neve esistono (almeno) fin dal Medio Evo? Bob Eckstein, autore di “The History of the Snowman” (“La storia del pupazzo di neve”) ne ha trovato la testimonianza in un documento del 1380 chiamato “Book of Hours”, manoscritto trovato presso la biblioteca nazionale dell’Aia, nei Paesi Bassi. Nel libro vediamo un pupazzo di neve seduto pericolosamente vicino al fuoco, quasi rassegnato a sciogliersi.

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La tregua di Natale

Mar, 12/25/2018 - 01:13

I fucili rimasero in silenzio […] senza disturbare la notte. Parlammo, cantammo, ridemmo […] e a Natale giocammo a calcio insieme, nel fango della terra di nessuno”.
Mike Harding, Christmas 1914

Sembra quasi una leggenda. Ne parlano in pochi, i libri scolastici non riportano questa storia e allora viene da chiedersi se è vera. E lo è, a confermarlo ci sono le lettere inviate a casa da chi era lì, in quel Natale 1914 in trincea, in mezzo al fango. Testimonianze di chi ha visto, e ha fatto, il miracolo.

E allora mettetevi comodi, è la mattina di Natale e vogliamo raccontarvi una bella storia, proprio bella.

È la notte del 24 dicembre 2014. Siamo a Ypres in Belgio, dove si fronteggiano tedeschi e inglesi. Da giorni continue battaglie per conquistare pochi metri di terreno che il giorno dopo si perdono: una guerra logorante, la Prima Guerra Mondiale, fatta in trincea, all’interno di fossati profondi un paio di metri, rinforzati con tavole di legno e difesi dal filo spinato. Si combatte in mezzo al fango e ai cadaveri dei compagni caduti.
Un destino uguale, che colpisce sia i “buoni” che difendono sia i “cattivi” che aggrediscono: freddo, fame, desolazione.

Ed è pure la notte di Natale. Un soldato inglese scrive alla sorella: “Meno male che ha ghiacciato, così almeno il terreno è diventato duro e c’è meno fango”.

L’ordine è quello di combattere, sempre e comunque e chi non ubbidisce viene passato per le armi senza troppe cerimonie; è probabile che gli stessi comandanti si rendano conto dell’assurdità della situazione e che diventino perciò ancora più spietati. Forse però non si accorgono che si crea una strana complicità con i “nemici”, tanto che per esempio almeno durante i pasti si smette di sparare; ma quella notte… beh, quella notte accade il miracolo.

Lo abbiamo ricordato: l’ordine è di combattere anche a Natale ma nei giorni precedenti ai soldati arrivano pacchi dono con un po’ di dolci, sigarette, liquori, qualche candela, piccoli abeti decorati.
Anche durante la giornata del 24 dicembre si spara ma a sera smettono tutti, un silenzio irreale dopo settimane di colpi e urla dei feriti. Silenzio.
E dalla trincea tedesca si leva un canto. Belle voci maschili intonano “Stille Nacht, heilige Nacht…” e allora un soldato inglese si fa coraggio e alza la testa fuori dalla trincea e vede tante piccole luci, su tutta la linea tedesca, sono piccoli alberelli illuminati dalle candele. E questo canto, “Notte silente, notte santa”, rende tutto magico.

E’ un bel coro, intonato, tanto che alla fine gli inglesi non possono che applaudire e cantare a loro volta ‘The first nowell, the angel did say…”. E così per un po’ i due schieramenti si alternano cantando le loro canzoni e insieme intonano “Adeste Fideles”.

E poi un grido in un inglese un po’ stentato dalle consonanti dure, un tedesco che urla: “Inglesi, venite fuori! Noi non spara!” Gli inglesi non sono convinti: “Venite fuori voi!” urlano ridendo. E allora due soldati tedeschi scavalcano il filo spinato e avanzano allo scoperto. Un capitano inglese urla: “Non sparate!” e si avvicina ai tedeschi. Quando torna dai suoi ha un sigaro in bocca!
Ci si incontra tra nemici nella “terra di nessuno” tra le due trincee. E c’è chi regala sigarette inglesi e riceve sigari tedeschi, chi prepara un caffè tedesco e chi un tè inglese, salsicce e carne in scatola, un po’ di alcol. E poi piccoli regali, poche cose a ricordo di quella notte. Entrambi gli schieramenti sono sicuri di avere la vittoria in tasca e allora viene a tutti il dubbio che i giornali non dicano esattamente come stanno le cose.

Ma non importa, per quella notte la guerra non c’è. E il giorno dopo tutti insieme a giocare a calcio, che si sa, niente di meglio per festeggiare il Natale.

La storia di questo straordinario Natale è raccontata in un film del 2005 di Christian Carion dal titolo “Joeux Noel” (“Merry Christmas” nella versione Internazionale), che ha vinto il Leone d’Oro al Festival del cinema di Berlino.

Buon Natale a tutti!

Mandorle e datteri: i benefici della frutta secca a Natale

Lun, 12/24/2018 - 08:42

La frutta secca non manca mai sulla tavola delle festività natalizie. Può essere a guscio (anacardi, noci, nocciole, mandorle, pinoli, arachidi e pistacchi) o polposa (fichi, prugne, albicocche, uva passa e datteri). È buona, nutriente, ma richiede moderazione – essendo molto energetica – nelle porzioni consumate, fra una mano a carte e una tombolata.

È un alimento fondamentale nella dieta di sportivi e vegetariani: un vero integratore alimentare naturale. I dottori riuniti al congresso dell’American Heart Association hanno presentato alcuni studi che evidenziano come 30 grammi di frutta secca al giorno hanno effetti benefici sul corpo.

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Stranezze natalizie dal mondo

Lun, 12/24/2018 - 01:35

Sotto Natale in ogni Paese tornano tradizioni che sono un mix di credenze religiose, popolari, usanze contadine influenzate più o meno dalla modernità. Molte hanno radici antiche, qualcuna viene tenuta in vita per attirare i turisti, certamente sono tutte molto diverse. Ecco una raccolta di alcune delle tradizioni natalizie più strane, partendo dalle più spaventose fino alle più divertenti.

Il Krampus: incubo prima di Natale

Cominciamo con un momento che precede il Natale: siamo nella notte tra il 5 e 6 dicembre e si ricorda san Nicolò (o san Nicola), un vescovo turco vissuto nel 3. secolo d.C. E sembra che sia proprio a lui che dobbiamo la figura di Babbo Natale, il Santa Claus sbarcato negli Stati Uniti assieme alle popolazioni nordeuropee che lì migrarono alla fine dell’800. Nel corso dei secoli Babbo Natale – che ha ormai soppiantato altre figure (a cominciare da Gesù bambino) e altri santi (come Santa Lucia) che tradizionalmente portavano regali ai bimbi – ha però perso per strada il Krampus, una sorta di diavolo, soggiogato per tutto l’anno dalla forza del santo, ma che per quella notte è libero di scappare per punire e spaventare i bambini e gli adulti cattivi. Ancora oggi lo si ricorda però in diverse zone di lingua tedesca, specialmente in Austria, nel sud della Germania ma anche in Repubblica Ceca, in Slovenia e nel nostro Sud Tirolo e Friuli. In quei luoghi è ancora usuale che i bambini, accanto a qualche regalo, trovino una piccola fascina di legnetti o un po’ di carbone, a ricordare il dovere di comportarsi meglio durante l’anno a venire. E molti sono i luoghi dove il Krampus viene rappresentato nel corso di sfilate per le vie delle cittadine con maschere spaventose intagliate nel legno che terrorizzano i più piccini.

Lo scheletro di cavallo che canta

 In alcune zone del Galles nel periodo natalizio si aggira per le strade il Mari Lwyd, un teschio di cavallo sostenuto da un palo coperto e agghindato in vario modo, sotto il quale si nasconde il portantino. Assieme ai compagni che lo seguono si fermano davanti alle porte delle case cantando finché i proprietari non li fanno accomodare offrendo loro da bere e mangiare.

Lo scricciolo morto

 La tradizione del Mari Lwyd ha probabili origini celtiche, così come quella del Wren Day, sopravvissuta in particolare a Dingle, nella contea di Kerry, in Irlanda, dove si è addirittura trasformato in un Festival. Il giorno del Wren, il giorno dello scricciolo, si celebra subito dopo Natale (il nostro Santo Stefano): il fantoccio di uno scricciolo morto, che rappresenta l’anno vecchio, viene fatto girare per le strade del paese, dando vita a un corteo di “Wren Boys”, ragazzi travestiti con costumi di paglia, che cantano filastrocche e marciano.

Il posto per i parenti scomparsi 

Nel nord del Portogallo, al tavolo della Consoada, la tipica cena della vigilia, si usa conservare un posto ai familiari recentemente scomparsi, oppure lasciare per loro la tavola imbandita e la luce accesa per tutta la notte.

Il ragno gentile

In Ucraina una delle leggende legate al Natale racconta di un ragno che, mosso a compassione dai lamenti di una povera signora vedova che non aveva soldi per decorare l’albero, decide di intessere una tela per abbellirlo. Oggi in commercio si trovano in effetti piccoli ragni con la ragnatela, dorati e luccicanti, da appendere all’albero di Natale.

Il Cetriolo di Natale

Anche negli Stati Uniti si usa appendere qualcosa di strano sull’albero: un cetriolo. Si dice che sia un’usanza importata dalla Germania, forse dalla regione della Sprea, dove vengono coltivati i cetrioli tipici della regione, e che siano inizialmente stati eletti come ornamento per l’albero di Natale in mancanza di scelte migliori. Nel 2016 l’agenzia YouGov ha però intervistato più di 2mila tedeschi e il 91% ha detto di non aver mai sentito parlare di questa tradizione.

In ogni caso, oggi negli Stati Uniti il Cetriolo di Natale è diventato un oggetto di consumo, se ne producono di ogni foggia e si appendono all’albero come una normale pallina. La tradizione vuole poi che la mattina del giorno di Natale ci si sfidi cercando il cetriolo appeso e chi lo trova avrà fortuna e il diritto a un regalo.

Hai monete per il Pudding?

Il Christmas Pudding è un dolce che viene preparato in Inghilterra nel periodo natalizio con frutta secca, frutta candita, rum e spezie. Sul fondo del piatto o all’interno vengono nascoste delle monete, originariamente una moneta d’argento da 6 penny, oggi di solito 5 penny, che porta fortuna a chi la trova (senza mangiarsela). A volte si inseriscono anche altri oggetti, ognuno dei quali simboleggia qualcosa, per esempio un bottone, se viene trovato da un uomo single vuol dire che rimarrà single anche l’anno successivo. La tradizione in questi anni si sta un po’ perdendo, anche se sul web si trovano diverse ricette.

Il Caga Tiò e il Caganer

La tradizione che vince su tutte per stranezza, ed è anche la prima ad essere nominata quando si parla di tradizioni curiose, si trova in Catalogna: si tratta del Caga Tiò, un ceppo di legno – che nella versione moderna ha anche occhi e bocca – che viene tenuto a casa, accudito e coperto, fino al giorno di Natale, quando viene obbligato a… defecare dolci per i bambini della famiglia. Per “stimolarlo”, i bambini gli cantano una canzoncina in cui gli chiedono di “produrre” dolci e lo minacciano di prenderlo a bastonate se non lo fa.

Sullo stesso tema in Catalogna ci sono anche i Caganer, statuine satiriche che si usa mettere nel presepe, simili a quelle nostre del presepe napoletano. Come si intuisce dal nome, sono riprodotte nell’atto di defecare. Originariamente il soggetto rappresentato era un abitante delle campagne, ma l’intento satirico ha preso il sopravvento e oggi si trovano Caganer che rappresentano ogni tipo di categoria sociale e – ovviamente – soprattutto politici, non solo spagnoli.

In copertina:
Il Krampus al Mercatino di Natale in Salisburgo (Krampus run in Salzburg © www.christkindlmarkt.co.at)

I mutui ipotecari: non è tutto oro quello che luccica

Lun, 12/24/2018 - 01:25

L’Agenzia delle Entrate, nel Rapporto Mutui Ipotecari 2018, una nuova produzione statistica dell’Osservatorio del mercato immobiliare dell’ente, ha comunicato che sono circa 917mila gli immobili ipotecati a garanzia di nuovi mutui nel 2017 a cui sono associati poco meno di 93,5 miliardi di capitale.

Comparando questi numeri con quelli degli ultimi 15 anni (vedi tabella) emerge con molta chiarezza che i capitali finanziati con mutui ipotecari raggiungono, dopo una sostenuta crescita, il massimo valore nel 2007 superando i 200 miliardi di euro. Una cifra molto lontana dagli attuali livelli!

Ma l’analisi del report conduce anche ad altre riflessioni.

Innanzitutto sembra che le banche, attraverso i mutui ipotecari, stiano pensando a sistemare i loro bilanci zeppi di Npl (crediti deteriorati) non ancora conclamati. Da anni vado ripetendo che i bilanci delle banche non sono “veritieri perché contengono poste di crediti (prestiti effettuati) che, se di fatto sono già incagliati o addirittura delle “sofferenze”, nella forma sono ancora classificati come prestiti in bonis o presunti tali sui quali, come sappiamo, gli accantonamenti da fare sono nettamente inferiori a quelli previsti per i “deteriorati”.

Ne abbiamo una conferma dai dati che emergono dal report della Agenzia delle Entrate. Gli atti che contengono almeno una residenza rappresentano più dell’80% del totale delle iscrizioni ipotecarie ma solo 32 miliardi (di quei 93,5 complessivi), quindi circa il 30%, rappresentano capitale erogato per l’acquisto dell’abitazione che garantisce il mutuo. Oltre il 60% dei mutui è stato quindi erogato per produrre liquidità. Una formula molto utilizzata dalle banche in questi ultimi anni per consolidare debiti incagliati o già conclamati come “sofferenze”.

In secondo luogo risalta immediatamente agli occhi dell’osservatore il fatto che la media di capitale erogato per ogni immobile ipotecato è di circa 100.000 euro. Quanto necessario per comprare una abitazione di circa 50 metri quadri se è vero che, ad ottobre 2018, in Italia il prezzo medio per metro quadro richiesto per immobili in vendita è di 1.928 euro! La casa ideale per il signor Ikea o per uno solo dei sette nani (più di due non ci vanno).

Questo dato va letto insieme ad un altro elemento fornito dalla relazione della Agenzia delle Entrate.

Quasi un quarto del capitale finanziato nel 2017, 21,8 miliardi, origina da atti in cui le unità immobiliari concesse a garanzia del credito sono ubicate nelle otto maggiori città per popolazione (vedi tabella). Infatti, nelle grandi città, a fronte del 12% circa di immobili ipotecati (105.050) corrisponde una quota superiore al 23% di capitale. Una media di circa 200.000 per appartamento.

Chi di voi abita a Milano, Torino, Roma o Napoli mi sa dire cosa riesce ad acquistare con 200.000 euro? Nella mia città (Napoli), nelle zone ad alta densità di popolazione con redditi medio alti (gli unici che ottengono, in fase di stretta creditizia, più facilmente un mutuo), forse riesci a comprare un box auto.

Qualche dubbio sorge. Non è che le compravendite di appartamenti sono ancora realizzate, anche con la silente complicità dei notai, con quello che veniva definito, in gergo banchese, il “sovrapprezzo fuori atto”? Una locuzione gentile utilizzata in banca per dire che una parte, molto consistente, dell’atto veniva regolata dell’acquirente “fuori atto”, con soldi frutto di evasione fiscale.

Che, ne parleremo nelle prossime settimane, sta nelle banche (anche) italiane ma non si vede.

Nel frattempo, Buon Natale a tutti i lettori di People for Planet!

Da Torino una storia di solidarietà e gentilezza

Dom, 12/23/2018 - 08:51

Matteo Miceli è un dottorando di ricerca presso l’Università degli Studi di Milano. Pochi giorni fa era a Torino e ha raccontato su Facebook la storia che leggete qui sotto. Gli abbiamo chiesto se potevamo pubblicarla e lui gentilmente ci ha accordato il permesso.

Buona lettura.

NOTIZIE DAL FRONTE

Sono in via Lagrange, pieno centro di Torino a due passi da Porta Nuova, che rientro da un pomeriggio in giro per il centro con mia madre; il clima è quello delle spese prenatalizie, un sacco di gente per strada, luci (d’artista, ovvio) nelle vetrine e sulle strade, artisti nelle piazze.

A un certo punto sento una serie di urla alla mia sinistra: un tizio sta sbraitando in mezzo alla strada (già uno che sbraita per strada a Torino ci sta malissimo, ma lasciamo correre), alcuni si fermano e iniziano a seguire la scena. In breve, sta urlando contro una “negra”, perché rea di avergli disturbato la comunicazione al cellulare con la moglie con la sua musica di strada.

Lui è il tipico tizio con cappottino squadrato chiaro, scarpa lucida elegante e cafona allo stesso tempo, e gli immancabili riccetti sulla sommità della testa con rasatura laterale, a sottolineare la testa di cazzo; lei… boh, non sono strati di stracci neri quelli che ha addosso, ma poco ci manca.

Il tizio continua a sbraitare, forte.
“Questa è l’Italia! Sono italiano e non posso parlare con mia moglie al telefono perché una negra fa casino a un metro! Ti rendi conto?!?!” Tenta di arringare la folla, convincerli che se non sentiva l’interlocutrice la colpa non è sua che non è in grado di spostarsi di tre metri, ma della “negra” che suonava per strada. Non ho neanche la tentazione di passare ed andarmene; mi fermo, mi avvicino alla signora mettendomi fra lei e l’agitatore e dò le spalle a lui, ignorandolo.

Non ho un piano preciso né ho alcuna intenzione di interagire col tipo, ma mi sa che in questi casi la presenza di un alieno rasato di un metro e novanta può aiutare a prevenire il peggio. Più di tutto, però, temo che lei si ritrovi da sola, nell’indifferenza generale, e non ho alcuna intenzione di far sì che questo capiti.

Non so neanche bene cosa dirle, così le dico semplicemente che mi dispiace, ed è vero. Le poso una mano sulla spalla, voglio che non abbia l’impressione che la trovi repellente.

Ma rapidamente, accade qualcosa che mi rasserena. Quasi contemporaneamente a me accanto alla donna si ferma una coppia piuttosto anziana, sulla settantina; subito dopo due ragazze, giovanissime, si fermano a loro volta. Un altro uomo abbastanza giovane, le si avvicina, la conforta, la stringe, è davvero bravo. Poi appare un altro, quindi una donna. La donna aggredita adesso si ritrova vicino al muro, protetta da un semicerchio di umanità eterogenea che forma la linea di difesa più improbabile della storia, e però hai l’impressione che adesso sia incredibilmente solida.

E mi accorgo di un’altra cosa: nessuno presta orecchio ai proclami dell’agitato, in cui l’aggettivo “italiano” ricorre spessissimo, nessuno gli dà ragione: anzi, alcuni gli parlano, ma quasi a fargli notare l’imbarazzo che causa, una ragazza lo avvicina, la mette sul ridere, è incredibilmente abile a sdrammatizzare e alla fine com’è, come non è, il tipo smette di urlare e pian piano se ne va.

Ci giriamo verso la signora dalla pelle scura: ora che lo spavento è passato i nervi le cedono, urla, scaglia a terri i cd che vendeva, rompendone le custodie. Siamo tutti in silenzio e con la testa china mentre, un po’ in francese e un po’ in italiano, lei inizia sfogarsi, urla che non voleva nascere negra, dà voce ad una storia terribile in cui parla della sua solitudine, della Costa d’Avorio, di colonialisti (dice proprio così: “colonialisti”), del soldato francese che le è entrato in casa e ha ucciso tutta la sua famiglia. Non c’è niente da dire, per noi più che frasi sono lapidi; mia madre mi riporta alla realtà, ha un leggero capogiro e vuole tornare a casa.

L’uomo che prima stava vicino alla donna adesso la abbraccia. Lascio dieci euro accanto ai cd con le custodie rotte, poi vado con mia madre alla fermata del nove, e la ascolto mentre aspettiamo il tram.

“Hai fatto benissimo a fermarti. E sono rimasta stupita da quello che è successo: non lo ha ascoltato nessuno! E’ stata una bellissima scena, non lo avrei mai detto.”
“Questa è Torino, e di qua non passano.”
“Come?”
“Niente. Guarda, arriva il nove, saliamo.”

Dal fronte Ovest è tutto. Buon Natale, bastardi :).

Fonte: Facebook

Biomimesi, idee dalla Natura per la sostenibilità del costruire

Dom, 12/23/2018 - 01:49

Lo studio delle soluzioni fornite dalla natura per la risoluzione di problemi ha da sempre fatto parte del lavoro degli scienziati; in ogni epoca l’osservazione della natura e la sua imitazione, da semplice presa a modello a vera e propria replicazione, ha generato progetti di ricerca che hanno poi trovato le soluzioni. Il settore aerospaziale, per dirne uno, è stato ispirato, fin dai primi studi, dal profilo e dal modo di volare e planare delle anatre e di altri uccelli.

Della Biomimetica, o Biomimicry in inglese,  il cui nome deriva dal greco bios (vita) e mimesis (imitazione), esistono svariate definizioni, dall’ “emulazione cosciente del genio della vita” (J.M. Benyus, 1997), alla “scienza dei sistemi il cui funzionamento è basato sui sistemi naturali o che abbiano analogie con questo” (J. Steele della US Air Force, 1960) o anche “il risultato tecnologico dell’atto di prendere in prestito o rubare idee dalla natura” (J.F.V. Vincent), ma, per tutte, è immediato rilevare la convergenza su due precisi termini: vita e natura.  Idee dalla natura o dalla vita che fa parte di essa.

Limitandosi a guardare alla biomimetica come l’astrazione di buoni progetti che imitano o traggono ispirazione dalla vita, ed escludendo il regno minerale e la materia inanimata, già si entra in un mondo interessante: un mondo basato su ciò che possiamo imparare dal modello biologico, da meccanismi che, in un percorso lentissimo di cambiamenti ed evoluzioni, hanno dato forma a tutti gli organismi esistenti ed anche a quelli estinti.

Meccanismi evolutivi dove l’unicità di ogni individuo è uno degli aspetti più ingegnosi perché ogni esemplare è il frutto di un continuo mutamento, di un’evoluzione; dove un particolare carattere, tra tentativi, errori o coincidenze può diventare fondamentale alla sopravvivenza e quindi diffondersi alle generazioni seguenti.

Dalla vita è possibile imitare soluzioni ampiamente sperimentate e studiare il metodo che ha condotto a quelle soluzioni, ma anche il risultato finale di queste evoluzioni. La vita diventa maestra preziosa, le strategie biologiche da imitare si manifestano in varie scale e possono essere applicate in molti ambiti: nell’architettura e nel design e nella robotica, forse le più sperimentate, ma anche nella medicina, nella meccanica, nell’ingegneria dei nanomateriali, nella fisica, nei progetti che imitano l’intelligenza di gruppo (sciami, stormi, ecc.) o, in genere, i comportamenti sociali degli organismi.

La definizione più ampia, che comprende tutta la natura come fonte di ispirazione e di idee, è forse la più corretta, ed è anche affascinante. Se si osserva che gli organismi viventi rispettano le leggi della fisica, proprio come accade agli elementi inanimati, si scopre che esistono soluzioni simili sia nel mondo vegetale o animale che nel mondo minerale.

La forma dell’esagono ne è un esempio: nel mondo animato è esagonale la costruzione degli alveari delle api, in quello inanimato troviamo forme esagonali in alcune formazioni rocciose vulcaniche, per dirne due. La ricorrenza dell’esagono è dovuta al fatto che è una forma ottimizzata, ovvero che a parità di resistenza necessità di una minore quantità di materiale.

In natura non sono ammessi sprechi, il materiale spesso deriva dai nutrienti che un vegetale o un animale riesce a recuperare dall’ambiente; poter fare meglio o di più con lo stesso quantitativo di risorse può essere il fattore decisivo per la sopravvivenza di una specie a discapito di un’altra.

L’”architettura” degli animali è in perfetta armonia con il contesto ambientale: il loro principio è di non esaurire le risorse naturali e, altra cosa non da poco, di non inquinare. Gli straordinari esempi di architetture realizzate da animali non nascono quindi da azioni inconsapevoli, perché gli animali per loro natura agiscono sempre con un obiettivo ben preciso: l’ottimizzazione delle risorse disponibili è un fattore guida.

Pensiamo alle termiti che nonostante le loro millimetriche dimensioni sono in grado di costruire torri alte diversi metri, che se rapportate alla scala umana corrisponderebbero a grattacieli di diversi chilometri. Ci meravigliano le loro opere che comprendono gallerie articolate, condotti di areazione naturale che consentono di mantenere costante la temperatura tutto l’anno, abitazioni per intere colonie suddivise per ranghi e pozzi per il passaggio di materiale.

Ma tante altre strutture complesse del mondo animale ci stupiscono e affascinano: dalle torri di argilla agli alveari, dalle dighe di legno alle tele fatte di filo naturale. Non si contano le innumerevoli fonti di ispirazioni per progettisti tratte anche solo da questi pochi esempi.

La forma di una conchiglia, ovvero della conchiglia nautilus, una delle strutture più belle e complesse presenti in natura, ha dato l’idea per l’organizzazione generale delle forme e delle aree interne del Museo di Storia Naturale di Shanghai.

Questa non è però cosa nuova, o comunque così recente:  dal secolo scorso in poi Le Corbousier, Antoni Gaudì, fino ai più recenti Jorn Utzon e Zaha Hadid, hanno sviluppato forme d’architettura traendo esempio dalle forme di conchiglia, sia per la capacità di contenere i carichi che per la creazione di strutture nidificate e funzionali al loro interno.

Il Museo di Shanghai è stato completato nel 2015 ed è stato progettato dallo studio londinese Perkins + Will: l’idea ispiratrice alla base è dunque la conchiglia, ma i riferimenti alla natura sono presenti ovunque e, per gli accorgimenti, le tecnologie e gli impianti presenti, è destinato a diventare una delle icone del green building (bioclimatica, tetto verde, sistema di assorbimento energia geotermico, pareti verdi purificanti, ecc.).

Su un’area complessiva di 44.500 mq, nel distretto di Jing’an, il Museo sorge all’interno dello Jing’an Sculpture Park di Shanghai, dove è possibile ammirare molte sculture all’aperto, ed è  maestoso: i piani espositivi di cui è composto sono sei e ha un atrio di trenta metri di altezza.

Una “pelle intelligente” massimizza l’assorbimento dell’energia solare, la temperatura interna è regolata da un sistema geotermico e i piccoli specchi d’acqua al centro contribuiscono alla climatizzazione naturale degli ambienti. Il tetto verde, inoltre, raccoglie l’acqua piovana che è immagazzinata insieme alle acque grigie per essere poi riutilizzata per minimizzare i consumi idrici. La parete verde purifica l’aria e protegge l’edificio da inquinamento acustico e sbalzi termici.

Nel progetto ci sono costanti riferimenti alla natura: nelle numerosissime facciate vetrate che esprimono la potenza solare, nella parete vivente ad est che rappresenta la vegetazione della terra, nel muro di pietra a nord che suggerisce lo spostamento delle placche tettoniche e ricorda le pareti rocciose dei canyon erose dai fiumi, mentre il rivestimento reticolare bianco, in vetro multistrato, cemento e acciaio, mostra la struttura cellulare delle piante e degli animali. La biomimesi qui non è un dettaglio ma ovunque.

Di seguito alcune belle immagini del Museo.

 

Fonte: https://www.architetturaecosostenibile.it/architettura/progetti/nel-mondo/museo-storia-shanghai-conchiglia-684/

Altre Fonti:

Chompoonut Chayaamor,  Biomimetica e sostenibilità- Dipartimento IDEAS I

Industrial Design Ambiente Storia presso la Seconda Università degli Studi di Napoli (http://www.scienzaefilosofia.com/wp-content/uploads/2018/03/res611954_04-CHAYAAMOR.pdf )

Immagine di copertina: Fotomontaggio di Armando Tondo

Visita al museo indicata dal medico: in Canada si prescrive l’arteterapia

Dom, 12/23/2018 - 01:25

E vale non solo per chi soffre di problematiche mentali, ma anche per questioni di salute fisica come diabete o malattie croniche.

Insomma, l’arte guarisce. E’ questa è la filosofia alla base di una nuova iniziativa del Montreal Museum of Fine Arts (il Museo delle Belle Arti di Montreal), in Canada, che permette ai membri dell’associazione Medici Francofoni del Canada di prescrivere una visita al museo ai loro assistiti. Fino a 50 prescrizioni l’anno che consentono al paziente di entrare gratuitamente nel museo insieme a un accompagnatore, per un massimo di due adulti e due minori di età pari o inferiore a 17 anni per ciascuna prescrizione. La notizia arriva da un articolo della Montreal Gazette. “Nel XXI secolo – ha affermato il direttore generale del museo, Nathalie Bondil – la cultura rappresenterà per la salute ciò che l’attività fisica ha rappresentato nel XX secolo”.

I benefici dell’arteterapia

Si parla di arteterapia, una tecnica perlopiù ancora poco utilizzata ma che – garantiscono i suoi sostenitori – può davvero migliorare lo stato di salute delle persone. E non solo di quelle che hanno problematiche mentali: “Ci sono sempre più prove scientifiche che l’arteterapia faccia bene anche alla salute fisica – spiega Hélène Boyer, vicepresidente di Medici francofoni del Canada e capo del gruppo dei medici di famiglia presso il CLSC (Centro locale dei servizi comunali) St-Louis-du-Parc di Montreal -. L’arteterapia aumenta infatti i livelli di due ormoni responsabili della sensazione di benessere, il cortisolo e la serotonina. Quando visitiamo un museo secerniamo questi ormoni: le persone tendono a pensare che ciò sia utile solo per chi ha problemi di salute mentale, ma in realtà fa bene anche a individui con diabete, a pazienti cui vengono somministrate  cure palliative, a soggetti con malattie croniche. Dagli anni ’80 abbiamo iniziato a prescrivere l’esercizio fisico ai nostri pazienti perché sappiamo che il movimento aumenta esattamente gli stessi ormoni: ma quando abbiamo di fronte pazienti che hanno più di 80 anni, è ovvio che non possiamo prescrivere attività fisica“.

Primi al mondo

Thomas Bastien, direttore del settore Istruzione, benessere e arteterapia del museo precisa che la struttura lavora con la comunità medica da ormai 20 anni per sfruttare il potere dell’arte a beneficio dei pazienti, ma che l’iniziativa di prescrivere visite al museo  gratuite rappresenta un’assoluta novità a livello mondiale.

Milano: a breve 900 profughi senza tetto

Sab, 12/22/2018 - 01:53

La preoccupazione è espressa all’Agi dall’Assessore alle Politiche sociali Pierfrancesco Majorino: “Il decreto Salvini è un’autentica follia: donne, bambini e famiglie regolarmente presenti sul territorio e titolari di protezione umanitaria, non potranno più stare nei centri di accoglienza e finiranno per strada”. Già nei prossimi giorni, i primi 240 potrebbero trovarsi senza un tetto.
Per meglio chiarire riportiamo quanto scrive Metronews: “I posti disponibili nello Sprar milanese sono 422; il Comune ha partecipato all’ultimo bando del Ministero dell’Interno per ampliare la portata a 1000 entro il 2019. Ma gran parte di chi ha ricevuto l’asilo politico, lo status di rifugiato o la protezione umanitaria rimane nei CAS, centri di accoglienza straordinaria, di gestione integrata tra Comune e Prefettura. A Milano sono una ventina ma alcuni, come quello di via Corelli, in fase di chiusura”.
A questi si aggiungono i 500 profughi accolti nei centri di accoglienza della Caritas che rischiano di diventare senza tetto.
“Ci aspettiamo di ritrovarli in coda ai nostri centri di ascolto – denuncia il direttore Luciano Gualzetti – Dopo esserci impegnati per la loro integrazione ora dovremo spendere soldi e tempo per aiutarli ma senza, a questo punto, poter offrire loro alcuna prospettiva di futuro: un controsenso”.

Fotomontaggio di Jacopo Fo e Armando Tondo

Immagine di copertina: fonte Agenpress