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Le scarpe fatte con la plastica degli oceani

Mer, 05/02/2018 - 10:24

I consumatori chiedono più attenzione all’ambiente e i grandi marchi iniziano ad accorgersene. Ecco quindi che si scopre che si possono fare scarpe con plastiche recuperate nelle acque degli oceani, oppure con fibre di cuoio recuperate o ancora ricavare un filato dai rifiuti. 

Un articolo del Corriere della Sera fa un breve resoconto di queste nuove iniziative ”ecologiste” di importanti marche di abbigliamento.

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Troppa igiene? E le allergie aumentano

Mer, 05/02/2018 - 04:44

Sterilizzare di tanto in tanto il ciuccio e la tettarella del biberon che usano i bimbi non fa di certo male: è fuori dubbio che il miglioramento delle condizioni igieniche nelle quali viviamo oggi abbia portato a ridurre l’incidenza di malattie anche gravi. Passi anche una accurata pulizia in cucina, soprattutto per evitare contaminazioni tra cibi crudi e cotti e sventare il pericolo di tossinfezioni alimentari. Ma avere nella borsa il gel germicida sempre a portata di mano e pulire la casa in modo (troppo) approfondito può fare più male che bene. In particolare con i bambini si tende a esagerare, arrivando a sterilizzare praticamente ogni oggetto con cui entrano in contatto, soprattutto attraverso la bocca: al contrario di quello che comunemente si crede, invece, creare un ambiente troppo pulito non fa bene al loro sistema immunitario in via di sviluppo (ma in realtà neanche al nostro) perché non gli consente di “allenarsi” a combattere i microrganismi nocivi.

Non solo batteri cattivi
“In linea generale possiamo dire che il mondo dei batteri è costituito da batteri buoni e batteri cattivi: quelli buoni sono molto importanti, vivono nel nostro intestino (per questo sono chiamati anche batteri endogeni) hanno un loro equilibrio e contribuiscono al mantenimento dello stato di salute di ogni persona: noi stiamo bene perché ci sono loro e loro sopravvivono perché ci siamo noi”, spiega Marzia Duse, Coordinatore della Scuola di Specializzazione in Pediatria della Sapienza, Università di Roma e Presidente Società Italiana di Allergologia e Immunologia Pediatrica (SIAIP).

L’importanza dei batteri esogeni
“I batteri esogeni, quelli che costituiscono l’ambiente intorno a noi, che popolano le nostre acque, il terreno e, più in generale, tutto ciò che non è sterile, sono per la gran parte buoni anch’essi: producendo delle particolari sostanze (chiamate endotossine) guidano infatti il sistema immunitario all’eliminazione dei batteri ‘nocivi’ (ovvero aiutano il sistema immunitario a riconoscere i batteri cattivi e a eliminarli). In questo modo il sistema immunitario sin dalle prime fasi della vita si ‘allena’ a riconoscere i batteri ‘buoni’ da quelli ‘cattivi’ e, man mano che matura, si adatta a combattere tutti i microrganismi che riconosce come suoi nemici, mentre impara a tollerare quelli innocui”, continua la studiosa.

L’aumento delle allergie
Se i batteri buoni presenti nell’ambiente vengono drasticamente ridotti, ad esempio dall’azione pulente dei detergenti, anche le endotossine prodotte da questi diminuiscono, e viene quindi anche meno la competenza del sistema immunitario ad attivarsi contro i batteri cattivi in modalità difensiva. “Questa mancata programmazione del sistema immunitario comporta una sorta di disorientamento delle nostre difese immunitarie che, non trovando più bersagli esterni, va alla ricerca di nuovi nemici da combattere”, individuandoli spesso tra le prime sostanze con le quali è venuto a contatto sin dalla vita fetale, ad esempio gli alimenti assunti dalla mamma durante la gravidanza, e dando quindi vita a risposte infiammatorie verso sostanze che, invece, dovrebbero essere tollerate. Da qui – in concomitanza con altri fattori, tra cui l’aumento dell’obesità, il ridotto esercizio fisico e l’aumento all’esposizione allo smog – l’incremento delle allergie che, da circa trent’anni a questa parte, ha interessato soprattutto i bambini.

Vivere in fattoria protegge dalle allergie
“Creare una condizione di eccessiva pulizia può aver dunque favorito l’insorgenza delle allergie, tant’è vero che nel terzo mondo il problema sono le infezioni, e non le allergie, come testimoniano i risultati dello studio ISAAC (International Study of Asthma and Allergies in Childhood), studio epidemiologico iniziato nel 1991 che ha coinvolto in 20 anni più di 100 paesi e  2 milioni di bimbi nel mondo. Lo studio ha dato esito a moltissime pubblicazioni che hanno dettagliato la situazione globale e nei vari stati: alla fase 1 sono seguite le fasi 2 e 3 con verifiche a distanza e approfondimenti”, continua Duse. “E’ infatti ormai risaputo che le allergie sono molto meno frequenti tra chi vive in o in prossimità di fattorie in campagna, indipendentemente dalla vicinanza o meno di una strada trafficata (probabilmente la protezione arriva dalle endotossine animali), così come i bambini che crescono con animali risultano in linea di massima meno asmatici”.

Uno “tsunami” allergico
L’allergia, come spiega Alessandro Fiocchi, responsabile di Allergologia dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, è considerata una malattia del ‘mondo sviluppato’: la crescita, infatti, si registra soprattutto nei Paesi occidentali e coinvolge strati sempre più ampi dell’umanità. Con 400 milioni di persone nel mondo che soffrono di rinite allergica e 300 milioni di asma, l’umanità sta vivendo uno tsunami allergico. In Europa si stima che tra 11 e 26 milioni di persone soffrano di allergie alimentari, una fonte di preoccupazione soprattutto tra i più piccoli: almeno 1 bambino su 20, infatti, è allergico a uno o più alimenti. In Italia la prevalenza della dermatite atopica, della rinite allergica e dell’asma tra il bambini di 6 – 12 anni è rispettivamente del 7%, 14,5% e 9%. Ciò significa 490.000 bambini tra 0 e 14 anni con eczema, 1 milione con rinite e 630.000 con asma. E, stando ai dati raccolti nel 2010 dall’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, le allergie sono in aumento soprattutto tra i bambini: si stima che dal 1950 a oggi si sia passati da un 10% della popolazione colpita da una manifestazione allergica a una percentuale del 30%, che include bambini e adolescenti in età scolare. Un vero e proprio boom di allergie, tale da considerare l’allergia una vera e propria malattia sociale.

La risposta è in una “igiene intelligente”
Dunque cosa fare? Non lavarsi più non è certo la risposta. L’ideale sarebbe raggiungere un equilibrio tra pulizia e sporcizia…come fare? Con una “igiene intelligente”. Se, infatti, l’eccesso di pulizia può nuocere, la pulizia (quella normale) non può che fare bene. “Considerando che un graduale contatto con i germi fa sì che il bambino costruisca giorno dopo giorno la sua memoria immunologia, e che più questo contatto viene ritardato, tanto più c’è il rischio di ammalarsi, è bene che il bambino giochi e si sporchi in libertà, per poi insegnargli a lavarsi le mani una volta finito di giocare, semplicemente con il sapone, così come è importante insegnare ai bambini le regole di base di una buona igiene, come lavarsi le mani dopo essere stati in bagno o dopo essersi soffiati il naso, alimentarsi in maniera varia e corretta. meglio invece evitare di utilizzare detergenti antisettici di cui ci serviremo in modo mirato in caso, ad esempio, di una ferita. L’idea di base è questa: se un bambino è sano non bisogna creare un ambiente troppo sterile. E’ un bene che il suo organismo si abitui all’ambiente in cui vive”.

Copertina: disegno di Jacopo Fo

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Una biblioteca in un condominio?!?

Mer, 05/02/2018 - 04:36
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1° Maggio: le bandiere rosse sono superate come i piccioni viaggiatori?

Mar, 05/01/2018 - 04:20

Questa celebrazione è una buona occasione per fermarsi un attimo e ragionare un po’ su quanto di ancora valido c’è oltre al grande concerto dei sindacati a Roma.

Tutto è cambiato in questi anni, da come si compra a come si gira in automobile col navigatore… Siamo connessi, siamo moderni e se parli di socialismo e comunismo i giovani ti guardano come se parlassi di australopitechi.

Cambia tutto e sicuramente certe parole sono ormai archeologia del pensiero.

Ma i motivi che un secolo e mezzo fa fecero nascere le lotte operaie sono ancora tutti lì.
Milioni di lavoratori sono sfruttati da un pugno di super ricchi e il capitalismo continua a girare nudo nei paesi più poveri mostrando appieno la ferocia delle guerre di rapina.

Un secolo e mezzo fa la marina militare di sua Maestà Britannica bombardava Nanchino per imporre all’Imperatore della Cina il ritiro dell’editto che vietava la vendita dell’oppio. Migliaia di vittime civili. La regina era cioè peggio di qualsiasi narcotrafficante moderno.
Oggi le grandi potenze (Cina esclusa) stanno lucrando sulla distruzione di intere nazioni: Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, Somalia…

Grazie alle lotte di milioni di persone la fame nel mondo è percentualmente diminuita notevolmente ma è ancora immensa la massa dei miserabili che sopravvivono con un pugno di riso al giorno mentre l’1% della popolazione mondiale si è accaparrato più della metà delle ricchezze del mondo.
Quindi, anche se gli ideali socialisti appaiono in crisi di popolarità, sono ancora vivi i motivi che hanno originato la rivolta degli oppressi.

Potremmo discutere a lungo sul perché non siamo più tanto di moda: problemi di linguaggio e di modi di pensare che hanno generato dogmi staccati dal presente e la marcescenza di una casta privilegiata di funzionari depositari della Verità Progressista.

Le forme della lotta contro le ingiustizie sociali possono decadere e estinguersi come è accaduto ai dinosauri ma la loro sparizione non fermerà certamente la lotta di chi rifiuta il sistema; stiamo assistendo a un’evoluzione che porterà sulla strada della storia nuove concezioni organizzative, nuove formulazioni ideologiche.
Sentiamo parlare con insistenza della fine di certi ideali, il crollo del Muro di Berlino e le sconfitte elettorali ci vengono presentate come pietre tombali di un movimento decrepito.
Ma i fatti, se li guardiamo con un minimo di prospettiva storica, ci dicono che la “corruzione degli ideali fondanti il movimento dei lavoratori” è solo il segno di un tumultuoso processo evolutivo di una malapianta che non può morire perché ha dimostrato di essere motore del progresso umano.

Quel che dovremmo ricordare oggi è che le lotte di questo ultimo secolo e mezzo hanno cambiato il mondo.
Senza queste lotte, senza la convergenza di intenti tra progressisti cristiani, socialisti, comunisti e anarchici, senza l’enorme contributo di sangue e dolore che abbiamo pagato, il mondo sarebbe un luogo ben più terribile.

Bisogna iniziare a sghignazzare di fronte a chi ci racconta che il progresso l’ha fatto il libero mercato e che la nostra battaglia l’abbiamo persa.

Il movimento per la pace e la giustizia sociale ha ottenuto vittorie incredibili, realizzato utopie impossibili; le 8 ore, l’assicurazione sanitaria, le pensioni, i diritti sindacali, la parità legale tra uomini e donne, i diritti dei minori, sono frutto di quel grande, eroico, movimento come lo sono il voto universale, la libertà di espressione e le leggi che puniscono i crimini finanziari.

Dobbiamo a quelle lotte il fatto che oggi esiste una cultura della pace e dell’inclusione sociale, che esistono gruppi che difendono i diritti delle donne, degli omosessuali, dei disabili, che esiste un movimento solidale ed ecologico mondiale che raccoglie 500 mila associazioni. Siamo una moltitudine inarrestabile!

Mai come oggi milioni di persone sono impegnate nel migliorare il mondo.

Mai come oggi il concetto stesso di giustizia e l’idea del valore della cooperazione sono diffusi.

E comunque, anche al netto dei risultati sociali le lotte hanno avuto senso perché hanno prodotto donne e uomini nuovi, persone con idee diverse delle relazioni umane e del senso stesso della vita. Abbiamo prodotto noi stessi e abbiamo scritto la nostra vita come volevamo noi, ribellandoci a modelli asfissianti che negavano il diritto all’autodeterminazione degli individui. Abbiamo vissuto vite che prima erano impossibili, vite nostre perché le abbiamo rese possibili noi, scommettendo sulla possibilità di violare i dogmi del passato.

Quindi permettetemi di rivolgermi a voi con parole che ormai sono antiche: compagne e compagni, in alcuni momenti la storia ti dimostra che le cose non funzionano come pensavi tu. Tutto sembra perduto, finita la speranza. In questi momenti devi decidere se hai voglia di mollare oppure vuoi. Se hai ancora voglia di inventarti un modo per continuare la lotta per il progresso.

Questo scriveva Bertold Brecht mentre il nazifascismo trionfava.

Questa frase me la lesse mio padre, un giorno del 1975. Stavamo discutendo, io e altri ragazzi, sul fatto che ormai era evidente che il movimento del 68 stava morendo e avevamo il morale sotto le scarpe.

Oggi la destra avanza in Italia e in buona parte del mondo… Avanza perché fa schifo, sennò non ne avanzava neanche una forchettata.

Forza compagne, forza compagni, o merda o berreta rossa. Una terza opzione non c’è, mai ci sarà.

Il destino dell’Umanità è migliorare.


In copertina: Firma del trattato di Nanchino tra gli spacciatori d’oppio inglesi e l’Impero Cinese – 1842.

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Dal 1 maggio alle Isole Tremiti vietate le stoviglie di plastica

Lun, 04/30/2018 - 09:18

Sono stati recentemente diffusi i risultati dei campionamenti effettuati la scorsa estate in 19 punti del Meditteraneo, uno studio effettuato dall’Istituto di Scienze Marine del CNR di Genova (Ismar), l’Università Politecnica delle Marche (Univpm) e Greenpeace Italia con l’obiettivo di stabilire la quantità e la composizione di microplastiche nelle nostre acque marine. E tra i campioni analizzati, quelli delle Tremiti, nonostante la protezione di quei mari, hanno destato preoccupazione perchè sono risultati tra i più elevati in termini di concentrazioni presenti.

C’erano più microplastiche finite lì a causa di correnti e vortici che non in altre zone d’Italia, a dimostrazione che nessun luogo è completamente al sicuro dagli inquinanti. E’ possibile consultare a questo link i dati dei campionamenti della campagna. La maggior parte delle plastiche ritrovate, inoltre, è risultata essere polietilene, ovvero il polimero con cui viene prodotta la maggior parte del packaging e gli imballaggi usa e getta.

Il Sindaco dell’area protetta, Antonio Fentini, con un’ordinanza dei giorni scorsi, ha deciso quindi di mettere al bando le stoviglie di plastica dal 1 maggio prossimo, al loro posto potranno essere usati solo contenitori biodegradabili.

Chi trasgredirà, commercianti o clienti, sarà multato con una sanzione che arriva ai 500 euro.

Nel testo dell’ordinanza si legge:

….Divieto esplicito di uso di contenitori e delle stoviglie monouso non biodegradabili, non solo in occasione di feste pubbliche e sagre. [….]

e nella parte dispositiva, ai punti b) e c) :

b. gli esercenti sul territorio isolano le attività commerciali, artigianali, e di somministrazione alimenti e bevande, a decorrere dalla data di efficacia della presente ordinanza (1 maggio), potranno distribuire agli acquirenti esclusivamente posate, piatti, bicchieri, sacchetti monouso in materiale biodegradabile e compostabile.

c. i commercianti, i privati, le associazioni, gli enti in occasione di feste pubbliche e sagre potranno distribuire al pubblico, visitatori e turisti, esclusivamente posate, piatti, bicchieri sacchetti monouso in materiale biodegradabile e compostabile, in quanto minimizzare e praticare la differenziazione dei rifiuti per questa Amministrazione è segno di civiltà.

Lo stesso Sindaco, in un’intervista a Repubblica, ha specificato che si tratta solo di un primo passo, a cui faranno seguito il divieto di utilizzo di bottiglie in plastica e dei contenitori in polistirolo per il trasporto del pesce.
Per questi, soprattutto, per le bottiglie, essendo un’isola, dovranno essere trovate modalità alternative come il vetro e l’uso di potabilizzatori di abitazioni e ristoranti, e quindi dovranno essere messe in atto azioni per garantire alternative in sostituzione, più sostenibili.

Lo stesso Fentini ha rivolto poi un’appello a tutti i Sindaci di isole e Comuni italiani che si affacciano sul mare, affinchè adottino al più presto misure analoghe. “Stiamo vedendo il nostro mare ucciso giorno dopo giorno dall’uomo e dovevamo fare qualcosa subito”.

Le Tremiti, in passato più volte Bandiera Blu, fanno parte del Parco nazionale del Gargano e una porzione del suo territorio è riserva naturale marina: sulle tre isole vivono poco più di 500 abitanti.

Solo con un’azione estesa infatti si potranno cominciare a vedere primi risultati e a cambiare ottica, soprattutto rispetto alle produzioni di imballaggi e ai prodotti a breve-brevissima vita, che come spiegavano anche i ricercatori dell’ISMAR- Cnr devono essere ridotti all’origine, il riciclo – secondo loro- non può ormai essere la soluzione, nè quindi la sola modalità.

Fonti:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/04/29/tremiti-dall1-maggio-vietate-le-stoviglie-di-plastica-ai-trasgressori-sanzioni-fino-a-500-euro/4323521/

http://bari.repubblica.it/cronaca/2018/04/29/news/i_contenitori_di_plastica_vietati_alle_isole_tremiti-195114252/

http://www.ismar.cnr.it/eventi-e-notizie/notizie/nel-mediterraneo-livelli-di-microplastiche-paragonabili-a-quelli-dei-vortici-di-plastica-del-pacifico

http://www.repubblica.it/ambiente/2018/04/23/news/grenpeace-cnr_in_italia_microplastiche_in_mare_come_negli_oceani_siamo_messi_male_perfino_alle_tremiti_-194610995/

http://www.termolionline.it/news/politica/715797/la-plastica-dura-a-morire-uccide-il-mare-alle-tremiti-vietata-quella-non-biodegradabile

Photo by: Giuseppe Palumbo.

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Mobilità elettrica: le previsioni per il futuro

Lun, 04/30/2018 - 04:31

Gli accordi di Parigi indicano che per contenere il riscaldamento globale è necessario contenere l’aumento della temperatura media di due gradi a partire dal 2020, sforzandosi in realtà di fermarsi a 1 grado e mezzo. Uno degli interventi ritenuti fondamentali è garantire che si arrivi alla cifra di almeno 600 milioni di auto elettriche in circolazione.
Oggi siamo ancora lontani da queste cifre: i veicoli elettrici sono 2 milioni, lo 0,2% del totale.

I dati, però ci permettono di essere ottimisti: dal 2005 al 2016, nel mondo, il numero di immatricolazioni relativo alle sole autovetture full eletric (BEV) e ibride (PHEV) è aumentato del 72%. L’incidenza sul numero totale è ancora bassa ma si stima che entro il 2040 i veicoli elettrici saranno oltre il 50% delle nuove vendite.

In Europa la palma d’oro va alla Norvegia che si piazza al quarto posto nella classifica mondiale per diffusione dei veicoli elettrici dietro Cina, Stati Uniti e Giappone. A fine 2017 il 52% delle nuove immatricolazioni è stato a propulsione elettrica o ibrida. A inizio 2018, per la prima volta, il numero di auto elettriche e ibride vendute ha superato quelle con motore a combustione.
In Italia la crescita media annua è del 30% con poco meno di 10mila unità vendute a fine 2016.
Nel 2017 le vendite sono aumentate, per un totale di 1.967 vetture in tutto il Paese, ma quelle elettriche rappresentano appena lo 0,1% del mercato, anche se sono raddoppiate le auto ibride rispetto al 2016, per un totale di 66 mila.
A frenare la crescita nel nostro Paese sono principalmente due fattori: incentivi poco incentivanti (i più bassi in Europa) e il prezzo delle vetture.
E anche in questo caso le previsioni prevedono un trend positivo: secondo uno studio di Bloomberg entro il 2025 i costi delle auto elettriche saranno uguali a quelli dei modelli a benzina, e la capacità delle batterie triplicherà nei prossimi tre anni.
Il costo delle batterie al litio è diminuito del 73% dal 2010 e non è fantascientifico prevedere che continuerà a calare nei prossimi anni. Inoltre le batterie saranno più leggere e la ricarica sarà più veloce.

E le colonnine di ricarica?
In Italia sono 4.207 in 2.108 postazioni, una ogni 14.388 abitanti; decisamente meglio la Germania con una colonnina ogni 3.620 abitanti
In totale, in Europa sono 70 mila i punti di ricarica pubblici, mentre nel Mondo si arriva a 1,45 milioni di colonnine.
In Italia sono stati stanziati 33 milioni di euro per la costruzione di nuove colonnine. Attendiamo fiduciosi.

Fonti:
https://www.mobilita-elettrica.it/mobilita/norvegia-regina-mobilita-elettrica/
http://www.omniauto.it/magazine/50077/incentivi-auto-elettrica-italia-due-velocita
https://www.bloomberg.com/news/articles/2017-07-06/the-electric-car-revolution-is-accelerating
http://www.corriere.it/dataroom-milena-gabanelli/2040-fine-dell-auto-benzina-nasce-grande-mercato-dell-auto-elettrica/e33e8444-117e-11e8-9c04-ff19f6223df1-va.shtml
http://www.omniauto.it/magazine/49079/colonnine-ricarica-auto-elettriche-paesi-europa

Immagini: le automobili fantastiche di Jacopo Fo ispirate alla mobilità sostenibile ecologica. Marzo 2018

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Peer to Peer

Lun, 04/30/2018 - 03:12

Non solo banche! I colossi della Fintech stanno arrivando e pochi si preoccupano. Crediti in sofferenza, eccesso di personale, scarsa patrimonializzazione, riduzione del numero delle filiali, etica negli affari: sembrano solo questi i problemi che il sistema bancario deve risolvere per poter rimanere a galla.
Ma ci si dimentica spesso della principale preoccupazione che il mondo della finanza “classica” dovrebbe avere e che potrebbe in pochi anni stravolgerlo completamente, introducendo sul mercato nuovi player che le nostre attuali banche, e men che meno gli analisti, al momento non riescono neppure a vedere.

Nel frattempo si stanno sviluppando nuove forme di strumenti di finanza alternativa che si basano proprio sull’utilizzo della tecnologia. Questa settimana parliamo del “peer to peer”.
Un ulteriore metodo di microcredito, più diretto al singolo che all’impresa, per raccogliere finanziamenti «da pari a pari», che in questo caso significa da privato a privato.
Il prestito tra privati rappresenta un’evoluzione del mercato creditizio, sempre più attento alle esigenze degli utenti di internet, e ha la caratteristica di permettere a chiunque, in maniera trasparente e saltando gli intermediari bancari, di risparmiare (a chi richiede soldi) e di guadagnare (a chi li presta).
Si parla anche di «prestito sociale», perché finanziatori e richiedenti hanno la possibilità di conoscersi, di entrare in una community e decidere in maniera libera a chi prestare denaro e per quale fine o a quale tasso.
Ma il termine «social» potrebbe essere anche fuorviante: meglio chiamarli nuovi prestiti, erogati da piattaforme che non c’entrano nulla con gli istituti di credito, che hanno costi di personale estremamente bassi, che raccolgono capitale da privati direttamente sui loro siti e valutano la gran parte delle richieste tramite un algoritmo.
Il sistema dei prestiti peer to peer è diffuso in tutto il mondo, ma a essere sempre più avanti degli altri sono gli Stati Uniti, dove ci sono due siti che spopolano e che fungono da faro per il resto del mondo: Lending Club e Prosper.
In Italia le community del credito al consumo sono un fenomeno recente e ormai conosciuto grazie a Zopa (Zone of Possible Agreement, ossia Zona di possibile accordo)Boober.
In Zopa – la piattaforma più vicina alle esigenze descritte finora – chi decide di stare dalla parte dei finanziatori, pagando una commissione annuale dell’1% sulla somma prestata ai richiedenti, è mosso da un duplice fine: investire il denaro per una giusta causa, in modo trasparente, e ottenere un rendimento a fronte di un rischio più basso (il cliente viene selezionato) della media e frazionato tra almeno 50 richiedenti.
Anche chi richiede un prestito è mosso da un duplice fine: non favorire gli interessi di banche e finanziarie, ma quelli di altre persone e ottenere tassi più bassi della media, quindi risparmiare.
Perché se ne parla sempre poco? Perché i media asserviti alla lobby bancaria sanno perfettamente che nel peer to peer sta per abbattersi lo tsunami dalle sembianze dei grandi colossi come Apple, Facebook, Google, Amazon, Yahoo! che si apprestano a entrare nel mondo finanziario per stravolgerlo.
Conservate questo articolo, ne riparliamo tra qualche anno…

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A Genova nasce la risposta al problema della plastica: dagli scarti vegetali si ricavano nuovi materiali ecologici

Dom, 04/29/2018 - 11:23

Ogni anno in Europa si producono 25,8 milioni di tonnellate di spazzatura plastica, di cui solo il 31% finisce in discarica, mentre il resto si disperde in natura andando a impattare negativamente sull’ambiente e l’ecosistema. Il 95% del valore degli imballaggi di plastica (70-105 miliardi di euro all’anno) viene perso a causa dell’utilizzo usa e getta dei contenitori in plastica.

Alla ricerca di alternative ecosostenibili alle plastiche che conosciamo, il team di ricerca sugli smart materials dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova ha sperimentato e brevettato diverse tecnologie che permettono, già da ora, di ottenere bioplastiche ecologiche che azzerano l’impatto ambientale

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