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Aggiornato: 9 min 43 sec fa

I tifosi della Stella Rossa mi hanno ricordato la bellezza del calcio

Gio, 11/29/2018 - 18:44
Come nei sogni di bambino

Il calcio come lo ricordavo. Il calcio come nei sogni di bambino. I novanta minuti di tifo incessante dei tifosi della Stella Rossa mi hanno riempito il cuore e fatto tornare alla mente perché, da piccolo, mi innamorai perdutamente dello stadio con i suoi tamburi, le sue bandiere, le sue figure di varia umanità le cui emozioni dipendevano da quel che accadeva sull’abbagliante prato verde.

La diversità rispetto al campionato

La Champions è il pass per un ambiente esclusivo dove poter ammirare le squadre più forti del mondo, calciatori straordinari che altrimenti vedresti soltanto in televisione. Ma anche tifoserie di altri Paesi, che continuano a vivere il calcio come tu lo hai scolpito nella memoria – forse distorta – di piccolo appassionato. La diversità è innanzitutto fisica. Ai tifosi delle squadre ospiti, al San Paolo, è giustamente concesso la parte superiore di quella che un tempo era la Tribuna laterale. Non sono stipati sotto, quasi invisibili, come avviene nelle partite di campionato (quando alle tifoserie avversarie è permesso di venire in trasferta a Napoli). Con le bandiere e i tifosi avversari allo stadio, usciamo dalla dimensione di ghetto che ormai ha assunto il calcio italiano, dove il confronto con l’avversario non è mai arricchimento ma esclusivamente scontro e scambio di nefandezze. Ed è stato bello ieri, per tutta la giornata, attraversa Napoli e sentire parlare in serbo.

La prima tifoseria avversaria che mi colpi fu quella del Bayern, nel lontano 2011, in quella che resta la Champions più bella mai disputata dal Napoli. Riempirono le gradinate con le loro bandiere, le loro sciarpe e i loro cori. Mesi dopo, li vidi invadere pacificamente Madrid dopo aver vinto ai rigori la semifinale col Real. E pensai: chissà cosa sarebbe successo in Italia, a Napoli come altrove. Dopo aver vinto i rigori, tifosi avversari festeggiare nella piazza più importante della città avversaria. Lo scorso anno mi piacquero i tifosi del Besiktas. Ma ieri sera quelli della Stella Rossa mi hanno proprio aperto il cuore. Mi hanno riportato all’età di  sei-sette anni, quando era impossibile guardare il campo perché lo spettacolo sugli spalti era decisamente più affascinante.

Non c’è paragone con le tifoserie italiane

Ultimi in classifica nel girone di Champions – torneo che non giocavano da 27 anni -, al seguito della loro squadra che aveva poche speranze di vincere e che sul campo ha preso tre gol di cui il primo dopo dieci minuti. Nulla ha intaccato la loro performance. Tamburi (tra l’altro suonati anche con cambi di ritmo), bandiere, canti, cori. Canti stentorei, quasi mai nenie autoreferenziali come quelle che oggi si ascoltano negli stadi italiani. C’era gioia nel loro tifo, non c’era rancore, non c’era spirito di rivendicazione (che pure non manca da quelle parti). Hanno mortificato il tifo del San Paolo, lo avrebbero fatto in qualsiasi stadio d’Italia. Il silenzio li colpiva giusto nel momento del gol subito, come se fosse una stilettata. La certificazione che la partita la seguivano eccome. Un secondo dopo, erano di nuovo a cantare a suonare e a saltare. E nel secondo tempo, oltre al gol confezionato da Hamsik e Mertens, l’aspetto più emozionante è stata Bella Ciao intonata in serbo per cinque minuti buoni, se non di più. Hanno idee politiche ben definite, come tutti sanno.

Con una tifoseria così, è impossibile non dare in campo tutto quello che hai. Se non lo facessi, ti sentiresti un ladro. A fine partita, i napoletani sono andati via. Il San Paolo è rimasto vuoto. Loro, come da disposizioni della polizia, dovevano rimanere lì. Hanno continuato a cantare, dopo aver perso 3-1 e le residue speranze di passare il turno. E regalato l’ultima chicca: “Bandiera rossa” in serbo. Sarei rimasto per ore ad ascoltarli. 

Se torno a nascere, nasco tifoso della Stella Rossa.

(Su gentile concessione de ilnapolista © – riproduzione riservata)

L’Unesco ha deciso: il reggae diventa ‘patrimonio dell’umanità’

Gio, 11/29/2018 - 10:15

La musica reggae, il cui groove ha trovato la fama mondiale grazie a Bob Marley, ha conquistato un posto nella lista dei tesori culturali globali delle Nazioni Unite. L’Unesco ha infatti aggiunto il genere musicale originario della Giamaica alla sua lista di patrimoni mondiali immateriali dell’umanità, ritenuto quindi degno di protezione e promozione.

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Paesi Bassi: messa no stop per evitare l’espulsione di una famiglia armena

Gio, 11/29/2018 - 08:38

Una messa infinita, ma soprattutto un escamotage legale per evitare che una famiglia armena di cinque persone venga espulsa dopo che le autorità hanno rifiutato la loro richiesta di asilo, nonostante i cinque vivano in Olanda da nove anni.

In base alla legge olandese la polizia non può interrompere una funzione religiosa. Motivo per cui preti e fedeli provenienti da tutto il paese si alternano giorno e notte per continuare a celebrare la funzione e impedire alle autorità di avvicinarsi.

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I falsi amici della raccolta differenziata (gli errori più comuni)

Gio, 11/29/2018 - 02:26

Il cristallo, il polistirolo, i fazzoletti in che contenitori della raccolta differenziata dei rifiuti vanno gettati?
C’è addirittura un’app che ci può aiutare…

Per vedere l’infografica più grande clicca qui

 

Transizione ecologica: perché il tifo va a Macron e non ai gilet gialli

Gio, 11/29/2018 - 01:41

29″Comprendo le paure dei cittadini ma non cedo alle violenze. Abbiamo fatto troppo poco sul clima”. Con queste parole il Presidente francese Macron ha presentato il suo piano per l’energia che prevede la chiusura di tutte le centrali a carbone entro il 2022, il passaggio dai combustibili fossili alle energie rinnovabili e pulite e la riduzione del 50%  entro il 2035 della quota di energia nucleare, che l’Italia importa a caro prezzo. La traduzione suona più o meno così: “gilet gialli, fatevi da parte, ché qui deve passare la transizione ecologica”.

C’è chi pensa che Macron stia facendo il lavoro sporco di cui la Francia aveva bisogno ma che nessuno era pronto a sostenere. È sceso in politica, ha preso i voti promettendo di cambiare le cose, lo sta facendo. Senza guardare in faccia nessuno, conscio che tale condotta gli varrà il congedo dalla carriera politica a fine mandato. Altri, più maliziosi, sottolineano che l’indice di impopolarità del Presidente è compromesso da tempo, perciò tira dritto, perché non ha nulla da perdere. Vero, solo in parte però. Macron non ha nulla da perdere, ma il proposito di imporre una tassazione sulle emissioni di CO2 di 56€ per tonnellata entro il 2020 e di 100€ per tonnellata entro il 2030 lo aveva annunciato già nel 2015, quando aveva eccome qualcosa da perdere. La decisione del governo francese di alzare le imposte nette (imposte/sussidi) di benzina e gasolio, nata per ridurre le emissioni di CO2 in un’ottica tanto nazionale quanto sovranazionale di salvaguardia del pianeta, è stata accolta con frustrazione dai cittadini francesi, già esasperati dall’aumento dell’IVA e della disoccupazione.

La vicenda, per chi se la fosse persa, è riassumibile così: il ministro dell’ecologia francese – il nuovo, perché il vecchio ministro si è dimesso, come hanno fatto il ministro dello sport e quello degli interni, che però, avendo puntando alla carica di sindaco di Lione, lo aveva dichiarato a suo tempo – ha varato una legge di stampo ‘ecologico’. Sulla base della teoria per cui se si aumenta il prezzo del carburante si accelera il passaggio alle auto ibride ed elettriche, la Francia ha aumentato di colpo la tassa sui carburanti di circa il 20%, e ora il prezzo del gasolio, che si aggirava sui 1,30 Euro al litro, è circa 1,55 Euro – cifra irrisoria rispetto all’Italia, dove ancora si attende il taglio sulle accise promesso da Matteo Salvini durante la campagna elettorale.

I francesi, specie quelli con redditi bassi e residenti fuori dalle grandi città, costretti a dipendere dalle automobili, si sono piuttosto arrabbiati, hanno indossato simbolicamente i gilet gialli – i gilet jaunes messi dagli automobilisti in caso di pericolo – e dato il via all’inferno. Impressionante il bilancio della manifestazione che lo scorso 17 Novembre ha coinvolto 287.710 persone e circa 5.000 agenti di polizia (in molti casi apertamente schierati a favore dei manifestanti): 355 persone interrogate, 157 arrestate. 409 feriti, di cui 14 in gravi condizioni. 1 morto.

A giudicare dai numeri, una transizione ecologica poco sociale quella avviata da Macron, che proprio su questo punto ribadisce via Twitter:

“Rifiuto che la transizione ecologica accentui la diseguaglianza tra i territori, questa è la paura espressa da molti dei nostri concittadini negli ultimi giorni, di essere lasciati indietro. Posso capire e condividere questa paura, ma sarà fatto di tutto per sostenere socialmente questa transizione, così che l’ecologia sia un’ecologia popolare”.

Se le previsioni del governo francese si riveleranno fondate, gli effetti positivi si vedranno sulla lunga distanza, con grande merito di Macron, che dimostrerebbe di avere capito che la morte della politica coincide con il pensare alle proprie elezioni. Quali saranno le soluzioni inclusive per compensare gli effetti negativi che la carbon tax riversa soprattutto sulle fasce economicamente più fragili, è tutto da vedere.

Perché la green economy smetta di essere un sogno per ricchi col vizietto del salotto, è necessario che le politiche ambientali si accompagnino a manovre sociali se possibile ancora più complesse, che sappiano creare lavoro e imprese intorno ai nuovi settori dell’economia, garantendo un ritorno economico a tutti, anche a quelli che oggi, a buon diritto, indossano gilet gialli.  L’unico modo che ha Macron di sedare queste persone è garantire loro degli indumenti verdi con proteggersi durante la ‘transizione’. È in difesa loro, dei gilet gialli, che il tifo va a Macron.

 

Foto di Xavier Leoty

 

Transizione ecologica: perché il tifo va a Macron e non ai gilet gialli

Gio, 11/29/2018 - 01:19

“Comprendo le paure dei cittadini ma non cedo alle violenze. Abbiamo fatto troppo poco sul clima”. Con queste parole il Presidente francese Macron ha presentato il suo piano per l’energia che prevede la chiusura di tutte le centrali a carbone entro il 2022, il passaggio dai combustibili fossili alle energie rinnovabili e pulite e la riduzione del 50%  entro il 2035 della quota di energia nucleare, che l’Italia importa a caro prezzo. La traduzione suona più o meno così: “gilet gialli, fatevi da parte, ché qui deve passare la transizione ecologica”.

C’è chi pensa che Macron stia facendo il lavoro sporco di cui la Francia aveva bisogno ma che nessuno era pronto a sostenere. È sceso in politica, ha preso i voti promettendo di cambiare le cose, lo sta facendo. Senza guardare in faccia nessuno, conscio che tale condotta gli varrà il congedo dalla carriera politica a fine mandato. Altri, più maliziosi, sottolineano che l’indice di impopolarità del Presidente è compromesso da tempo, perciò tira dritto, perché non ha nulla da perdere. Vero, solo in parte però. Macron non ha nulla da perdere, ma il proposito di imporre una tassazione sulle emissioni di CO2 di 56€ per tonnellata entro il 2020 e di 100€ per tonnellata entro il 2030 lo aveva annunciato già nel 2015, quando aveva eccome qualcosa da perdere. La decisione del governo francese di alzare le imposte nette (imposte/sussidi) di benzina e gasolio, nata per ridurre le emissioni di CO2 in un’ottica tanto nazionale quanto sovranazionale di salvaguardia del pianeta, è stata accolta con frustrazione dai cittadini francesi, già esasperati dall’aumento dell’IVA e della disoccupazione.

La vicenda, per chi se la fosse persa, è riassumibile così: il ministro dell’ecologia francese – il nuovo, perché il vecchio ministro si è dimesso, come hanno fatto il ministro dello sport e quello degli interni, che però, avendo puntando alla carica di sindaco di Lione, lo aveva dichiarato a suo tempo – ha varato una legge di stampo ‘ecologico’. Sulla base della teoriaper cui se si aumenta il prezzo del carburante si accelera il passaggio alle auto ibride ed elettriche, la Francia ha aumentato di colpo la tassa sui carburanti di circa il 20%, e ora il prezzo del gasolio, che si aggirava sui 1,30 Euro al litro, è circa 1,55 Euro – cifra irrisoria rispetto all’Italia, dove ancora si attende il taglio sulle accise promesso da Matteo Salvini durante la campagna elettorale.

I francesi, specie quelli con redditi bassi e residenti fuori dalle grandi città, costretti a dipendere dalle automobili, si sono piuttosto arrabbiati, hanno indossato simbolicamente i gilet gialli – i gilet jaunes messi dagli automobilisti in caso di pericolo – e dato il via all’inferno. Impressionante il bilancio della manifestazione che lo scorso 17 Novembre ha coinvolto 287.710 persone e circa 5.000 agenti di polizia (in molti casi apertamente schierati a favore dei manifestanti): 355 persone interrogate, 157 arrestate. 409 feriti, di cui 14 in gravi condizioni. 1 morto.

A giudicare dai numeri, una transizione ecologica poco sociale quella avviata da Macron, che proprio su questo punto ribadisce via Twitter:

“Rifiuto che la transizione ecologica accentui la diseguaglianza tra i territori, questa è la paura espressa da molti dei nostri concittadini negli ultimi giorni, di essere lasciati indietro. Posso capire e condividere questa paura, ma sarà fatto di tutto per sostenere socialmente questa transizione, così che l’ecologia sia un’ecologia popolare”.

Se le previsioni del governo francese si riveleranno fondate, gli effetti positivi si vedranno sulla lunga distanza, con grande merito di Macron, che dimostrerebbe di avere capito che la morte della politica coincide con il pensare alle proprie elezioni. Quali saranno le soluzioni inclusive per compensare gli effetti negativi che la carbon tax riversa soprattutto sulle fasce economicamente più fragili, è tutto da vedere.

Perché la green economy smetta di essere un sogno per ricchi col vizietto del salotto, è necessario che le politiche ambientali si accompagnino a manovre sociali se possibile ancora più complesse, che sappiano creare lavoro e imprese intorno ai nuovi settori dell’economia, garantendo un ritorno economico a tutti, anche a quelli che oggi, a buon diritto, indossano gilet gialli.  L’unico modo che ha Macron di sedare queste persone è garantire loro degli indumenti verdi con proteggersi durante la ‘transizione’. È in difesa loro, dei gilet gialli, che il tifo va a Macron.

Diesel, la sua fine è inevitabile. Ma non per le ragioni che ci raccontano

Mer, 11/28/2018 - 09:08

In effetti, ci sono ben altri motivi che spingono verso l’eliminazione del diesel per i veicoli privati e hanno a che vedere con il mercato internazionale del petrolio. Non è una cosa che si legge sui giornali o si sente dire in tv, ma la storia sta venendo fuori e ora provo a spiegarvi come stanno le cose, basandomi principalmente su uno studio recente di Antonio Turiel, a sua volta basato sui dati della Joint Oil Data Initiative (Jodi).

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Regali solidali: Medici con l’Africa- CUAMM

Mer, 11/28/2018 - 08:00

Fai un regalo solidale che vale doppio: sarà un pensiero gradito per chi lo riceverà e un aiuto concreto per una mamma e il suo bambino in Africa. Scegliendo uno dei nostri gadget solidali, supporterai il programma “Prima le mamme e i bambini. 1000 di questi giorni”.

E sono bellissimi!

Vedi qui tutti i regali solidali

Alex Bellini, l’italiano che navigherà i dieci fiumi più inquinati al mondo

Mer, 11/28/2018 - 01:39

“Delle 8 milioni di tonnellate di plastica presenti nel mare, l’80% arriva dai 10 fiumi più inquinati del nostro pianeta. Questa plastica fa un lungo percorso: parte dai fiumi, arriva nei nostri mari per essere ingerita dagli organismi marini e finire poi nei nostri piatti. Possiamo fare qualcosa? Assolutamente sì! Ecco il perché del progetto #10rivers1ocean.”

Il mondo sta cambiando. Lo farà sempre. Sta cambiando anche per mano dell’uomo. In questa nuova era geologica, chiamata Antropocene, l’essere umano e la sua attività sono le cause principali dei cambiamenti territoriali, strutturali e climatici. Così si legge sul sito di Alex Bellini, esploratore italiano classe 1978, che proprio in questi giorni ha lanciato l’ultima sfida personale in perfetta coerenza con le sue imprese decisamente estreme: navigare i 10 fiumi più inquinati al mondo per ripercorrere il ciclo dei rifiuti che si accumulano negli oceani e cercare di sensibilizzare su questo tema che sempre più, giorno dopo giorno, sta diventando un reale problema, per l’uomo, gli abitanti dei mari e il pianeta intero.

Il video messo in rete per presentare il progetto 10 rivers 2 ocean e tentare di smuovere le coscienze sta letteralmente facendo il giro del web, trovando l’approvazione e l’indignazione degli utenti. Dati alla mano il conto da pagare per il disastro ambientale è sempre più salato e di questo passo non siamo più sicuri di poter saldare il debito che generazioni e generazioni di Homo Sapiens hanno lasciato in sospeso.

10 RIVERS – 1 OCEAN –

https://www.youtube.com/watch?v=4a7ObQP63f0

Spesso i nostri comportamenti sono in netta contraddizione con i nostri ideali. Ci definiamo ecologisti, amanti del pianeta, contro gli sprechi… ma poi, nella pratica, nella vita quotidiana quanti realmente fanno fede alle proprie parole? Ad Alex Bellini è bastata una semplice domanda durante la sua apparsa al TedxLakeComo, quando chiese al pubblico: «quanti si occupano di ambiente alzino la mano» così la maggior parte dei presenti ha fatto. Poi l’avventuriero ambientalista ha continuato: «quanti di voi da questa mattina hanno bevuto acqua da una bottiglia di plastica?» E le mani, le stesse mani, si sono nuovamente alzate, mettendo in chiara evidenza la contraddizione dei nostri comportamenti e sottolineando che, per quanto riguarda il consumo di plastica, tra le nostre peggior nemiche, qualcosa chiaramente non va.

Molto più recente mi viene da riflettere sull’appena passato Black Friday. Sono pronta a scommettere che molti “ambientalisti” di fronte a sconti, promozioni 3×2 e ingolositi dai prodotti d’impulso strategicamente posizionati, per un giorno hanno dimenticato il significato della parola consumo critico.

Il progetto di Alex Bellini vuole provare a farci cambiare prospettiva. Navigare i 10 fiumi più inquinati al mondo è un tentativo estremo, ma necessario per raccontare il problema della plastica (e non solo) e iniziare laddove tutto ha inizio ha un obiettivo ben specifico: favorire un nuovo senso di comprensione e rispetto per il nostro pianeta e l’ambiente più minacciato: l’ecosistema fiumi. La Spedizione servirà come motivazione per sbloccare l’urgenza di agire, ma creerà anche il giusto mix di autenticità e credibilità per presentare al mondo nuove ed entusiasmanti soluzioni per risolvere la nostra imminente crisi ambientale.

10 fiumi più inquinati del mondo e le isole di plastica

A vincere il primato del fiume più inquinato al mondo è lo Yangtze (Cina), conosciuto in occidente come Fiume Azzurro. Fiume più lungo dell’Asia e in terza posizione nel mondo, trasporta annualmente fino a 1,5 milione di tonnellate di plastica in mare, dimenticando così le origini del suo nome quando ancora le sostanze argillose presenti nel letto del fiume gli permettevano di riflettere invariato il colore del cielo.

La classifica continua:

L’80% della plastica negli oceani proviene da solo 10 fiumi, 8 dei quali si trovano in Asia e i rimanenti nello stato africano. La conseguenza è che ogni giorno circa 8 milioni di tonnellate di plastica entrano nell’oceano, accumulandosi nelle aree in cui convergono le correnti marine e andando a formare le famose Isole di Plastica, tra cui la più nota che è grande tre volte la Francia ed è situata nell’Oceano Pacifico tra la California e le Hawaii.

Augurando buona fortuna ad Alex Bellini per questa nuova sfida e speranzosi che attraverso questa testimonianza diretta e incisiva diverse coscienze si possano smuovere davvero, resteremo in attesa degli sviluppi sfatando l’antico proverbio Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare…

(Foto di copertina: Il Mekong, uno dei fiumi più inquinati al mondo – dal sito web di Alex Bellini)

I capelli me li faccio color curcuma

Mer, 11/28/2018 - 01:00

A Milano, in via Mariotto Albertinelli, c’è il Gianna Longo Daily Spa, un salone di bellezza ecocompatibile. Qui le tinture per capelli sono prodotte esclusivamente con erbe naturali. Perché “in tutte le cose della natura esiste qualcosa di meraviglioso”.

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Video di Indi Mota, da un’idea di Margherita Aina.

Dal carbone al solare

Mar, 11/27/2018 - 11:20

 

Daniel Pennac

Mar, 11/27/2018 - 11:16

 

Coop, stop finanziamenti ai partiti. Una tempesta in un bicchier d’acqua

Mar, 11/27/2018 - 11:00

A sorpresa è passato alla Camera un emendamento al ddl Anticorruzione che secondo il proponente, Giovanni Donzelli di Fratelli d’Italia spezzerebbe la relazione coop-sinistra, quel “rapporto morboso e poco trasparente” (ora la legge verrà vagliata dal Senato). Ma basta fare un semplice fact-checking per capire che non è proprio così.

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Jacopo Fo: “Si cambia solo con la cooperazione”

Mar, 11/27/2018 - 09:00

Ecco la seconda parte della nostra intervista a Jacopo Fo, realizzata qualche settimana fa alla Libera Università di Alcatraz (PG). Siamo partiti da una riflessione sul ‘68 e in particolare sul perché rivoluzioni di così ampia portata non siano riuscite a raggiungere pienamente gli scopi a cui ambivano, interrogandoci in seguito su cosa potremmo imparare oggi dalla storia per non ripetere ciclicamente gli stessi errori.

Non è un caso se l’abbiamo chiesto proprio a Jacopo: ex sessantottino, tuttora impegnatissimo nella “rivoluzione culturale” dei giorni nostri. Ne è venuta fuori una preziosa riflessione su cosa andrebbe fatto al giorno d’oggi per realizzare una vera rivoluzione, tanto sul piano culturale che su quello materiale.

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La casa del futuro è Domani

Mar, 11/27/2018 - 04:13

Ce lo spiega Marco Ruggeri, uno dei progettisti di “Domani”, una nuova concezione di modulo abitativo che si ispira a un’architettura semplice e circolare.
Il progetto è uno dei vincitori il concorso Eco_luoghi 2017/2018 e un prototipo di Domani è stato esposto al MACRO – Museo d’Arte Contemporanea di Roma. Siamo andati a vederlo!

Per maggiori informazioni https://www.casadidomani.it/

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Bernardo Bertolucci: il poeta del cinema

Mar, 11/27/2018 - 01:50

È una frase che mi disse Bernardo Bertolucci negli anni Novanta durante una lunga intervista nella sua casa romana, rimasta come per magia ferma agli anni Settanta, con i suoi grandi divani bianchi e i manifesti senza cornice attaccati alle pareti.

Pochissimi, nel cinema non solo italiano ma mondiale, sono riusciti come lui a mescolare letteratura e immagine, melodramma e politica, trasgressione e romanticismo.

Ora se ne è andato, e con lui abbiamo perso un pezzo di quella bellezza e poesia che fanno del mondo un posto dove vivere, in fondo, non poi così male. Perché con la poesia Bernardo Bertolucci, figlio del grande poeta Attilio, aveva un rapporto speciale.

In quell’intervista disse una frase che mi è rimasta impressa, un concetto che il regista di tanti capolavori (“Novecento”, “Ultimo tango a Parigi”, “L’ultimo imperatore”, “Piccolo Buddha”, “Il conformista”, forse il suo film più bello) riprese in molte occasioni, evidentemente perché diceva molto di lui: «Sono cresciuto in mezzo alla poesia, per via di mio padre Attilio. È lui che me l’ha fatta scoprire. Non in modo scolastico, era qualcosa che faceva parte della mia quotidianità. Ricordo una poesia di mio padre che leggevo da bambino, “La rosa bianca,” dedicata a mia madre: “Tu sei come la rosa bianca che sta in fondo al giardino…”. Io avevo 6 anni, andavo in fondo al giardino, ed ecco: lì c’ era la rosa bianca. La poesia conviveva con la realtà».

La bomba Ancelotti nel retrogrado, razzista, calcio italiano

Mar, 11/27/2018 - 01:29
La favola del re nudo

La colpa è di Carlo Ancelotti. Quest’italiano di provincia, ormai cittadino del mondo. Che ha vissuto e lavorato a Londra, Parigi, Madrid, Monaco di Baviera. Che ha trascorso tanto tempo in Canada (sua moglie è canadese). E dopo quasi dieci anni è rientrato nel calcio italiano. Ingaggiato dal Napoli. Ancelotti, che sembra sempre con la testa da un’altra parte, che dà anche visivamente l’idea di un uomo che è con noi ma che è lontano da noi, ha fatto irruzione nell’italico retrogrado mondo del pallone con lo stesso stato d’animo del bambino della favola del re nudo. All’indomani del gesto di Mourinho allo Juventus Stadium (dopo aver vinto la partita, José si è portato la mano all’orecchio come a dire: “non li sento più i vostri insulti”), Ancelotti ha rilasciato una dichiarazione di buon senso: «Si parla del gesto di Mourinho e non degli insulti. Ormai soltanto in Italia si sentono gli insulti negli stadi, nel resto d’Europa è impensabile».

La forza mediatica di Ancelotti è tale da fargli superare l’handicap – mediatico eh – di allenare il Napoli. L’uomo elogiato da Ibrahimovic e Cristiano Ronaldo non si è lasciato catturare dalla trappola territoriale. Ne ha fatto una questione nazionale. Di immagine del nostro calcio. E quindi del nostro Paese. Persino le polemiche arbitrali gli scivolano addosso, le allontana con un sorriso e una smorfia del viso che comunica: “pensiamo a cose più serie”.

Quando il Chelsea espulse a vita tre suoi tifosi

Da buon tenente Colombo, Ancelotti fa finta di non sapere che cosa è diventato il nostro calcio. Tre anni fa, giusto per fare un esempio, il Chelsea espulse a vita tre tifosi che a Parigi si resero protagonisti di un episodio razzista: impedirono a un cittadino francese originario della Mauritania di salire sul metrò. Incastrati dalle telecamere, furono cancellati per sempre dal Chelsea. Il calcio inglese, da Mourinho a Wenger, espresse riprovazione per l’episodio.

Lotito e Anna Frank

Mica come in Italia dove per gli adesivi di Anna Frank con la maglia della Roma, la Lazio se l’è cavata con 50mila euro di squalifica (oltre alla figuraccia di Claudio Lotito che prima di andare in sinagoga a Roma per le scuse ufficiali, disse: “Annamo a fa’ sta sceneggiata”). Dove nel 2014 il primo provvedimento dell’allora neoeletto presidente della Federcalcio Carlo Tavecchio fu l’annacquamento delle norme che punivano i cori di discriminazione territoriale. Votato all’unanimità e con l’appoggio del giornalismo che conta. Fabio Caressa la definì “una norma iniqua che non deve più esserci. Dà una brutta immagine del nostro calcio”. Dove, qualche anno fa, il presidente della Lega Nazionale Dilettanti Belloli definì le calciatrici “quattro lesbiche”.

La politica orwelliana

È sempre stato questo il livello. E nessuno ha mai avuto nulla da ridire. Fino ad Ancelotti. Mannaggia a lui, hanno troppa eco le sue parole. Improvvisamente, il calcio italiano sembra aver scoperto che esiste un problema razzismo negli stadi. Eppure correva l’anno 2013 quando il Milan abbandonò l’amichevole contro la Pro Patria per insulti razzisti a Boateng. L’elenco degli insulti nei confronti dei calciatori neri è lungo quanto il Po, e prescinde dal colore della maglia. Colpisce tutti: calciatori di Inter, Milan, Juventus, Napoli, tutti.

Adesso, dopo decenni di indifferenza, i vertici del calcio scoprono che c’è un’emergenza. In maniera orwelliana: da oggi il nostro nemico non è più l’Eurasia bensì l’Estasia. E così il presidente del Coni Giovanni Malagò, il numero uno della Federcalcio Gabriele Gravina, il designatore arbitrale Nicola Rizzoli, con voce grave annunciano che nulla sarà più come prima. E che il razzismo non resterà impunito.

Ma proprio in Italia doveva tornare questo Ancelotti?

Kalashnikov venderà fucili, souvenir… e auto elettriche

Mar, 11/27/2018 - 01:04

Nel 2013 i conti aziendali erano in rosso, nel 2015 è stata aperta una fabbrica negli Usa, lo scorso anno è arrivato l’annuncio della nuova privatizzazione. Con la diversificazione come unica strategia possibile, ormai Kalashnikov non vende più soltanto i celeberrimi fucili d’assalto AK-47 ma anche altre armi, abbigliamento e persino souvenir. Come se non bastasse lo shop aperto all’aeroporto di Mosca con portachiavi, magliette, fucili di plastica e gadget vari, ecco che arriva il prototipo di un’auto elettrica, che sicuramente non brilla per bellezza estetica ma è il simbolo della sfida dichiarata a Tesla.

Il design vintage della vettura della Kalashnikov è però voluto, ispirato alla Ij-Kombi, un’auto sovietica che i potenziali clienti quindi non faticheranno a ricordare. L’esordio della CV-1 è avvenuto ad agosto durante l’International Military Technical Forum ‘Army 2018’ di Mosca, quando il prototipo è stato sfoggiato allo stand aziendale. Anche il colore – un azzurrino tenue – inganna, visto che la carrozzeria conterrebbe il cuore tecnologico modernissimo di un’auto futuristica pronta a sfidare gli ultimi modelli elettrici delle maggiori case produttrici di tutto il mondo e, in particolare, le auto di Elon Musk. Quando? Per ora top secret, così come i dettagli della tecnologia impiegata, tutto frutto di casa Kalashnikov. La promessa è quella di un motore da 300 cavalli e un’autonomia fino a 500 km in base alla potenza richiesta (350 km a velocità di crociera e 220 kw).

Non solo. La mobilità elettrica sarà davvero un nuovo fronte che l’azienda vuole aprire e sul quale si concentrerà intensamente. Sono stati infatti presentati anche alcuni modelli di moto elettriche, che in un primo tempo saranno commercializzati in versione da enduro ma senza porre alcun limite alla loro evoluzione. Pare anche che il vero modello di auto elettrica che arriverà concretamente sul mercato sarà diverso dal prototipo azzurro, seppur mantenendo i dettagli vintage che tanto colpiscono – nel bene e nel male – e che comunque sono in linea con un trend di rivisitazione del passato molto in voga tra i produttori.

Tutto questo mentre il competitor al quale l’azienda russa fa riferimento se la deve vedere con uno scompiglio mai visto prima. Con un Tweet, Elon Musk aveva annunciato di voler ritirare Tesla dalla Borsa e di cederla al fondo sovrano saudita Pif per un prezzo ad azione calcolato con un premio del 20% rispetto alle quotazioni di quei giorni. Dopo la causa da parte della Securities and Exchange Commission per turbativa d’asta, Musk ha scelto il patteggiamento e ha lasciato la presidenza di Tesla, che così ora fa ancora più gola a molti altri produttori che vorrebbero sviluppare meglio il business dell’auto elettrica con una produzione di massa, la stessa che finora è stato l’ostacolo insormontabile di Tesla, alle prese con i 400 mila ordini di Model S impossibili da evadere e finiti tristemente con inevitabili rimborsi.

 

Fonte foto: https://kalashnikov.media

Immagine di copertina: fotomontaggio di Armando Tondo

Il Sessantotto ha cambiato il mondo? Intervista a Jacopo Fo

Lun, 11/26/2018 - 11:48

Per chi come me auspica e al contempo magari cerca di favorire con tutti i mezzi a sua disposizione una rivoluzione – ma una rivoluzione che sia primariamente delle coscienze – l’anniversario dei cinquant’anni dal ‘68 non può proprio passare come se niente fosse.

Lo scorso aprile ho acquistato un numero extra del settimanale indipendente Internazionale, che riproponeva vari articoli di quell’anno dopo il quale, si diceva, il mondo non sarebbe più stato come prima. In questi articoli d’epoca tradotti dalle maggiori testate internazionali si parla delle rivolte, degli scioperi, delle occupazioni, delle manifestazioni e dei sit-in che si sono svolti in buona parte del mondo e che hanno coinvolto una vasta parte della popolazione civile e particolarmente gli studenti universitari.

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Bambini giocate all’aria aperta e salvate la vista

Lun, 11/26/2018 - 10:06

SIAMO sempre più miopi, gli oculisti di tutto il mondo sono d’accordo. I numeri parlano chiaro: la Cina è in testa, con oltre il 90% dei cittadini che non vedono bene da lontano e un picco che supera il 95% per i più giovani. I Paesi asiatici sono più colpiti, ma anche in Europa gli effetti sono sempre più evidenti. Non può essere una questione puramente genetica, dicono gli esperti, il fenomeno è in crescita troppo rapidamente. Quali sono quindi i fattori di rischio che rovinano la vista fin da bambini? Questo è quanto si sono chiesti nello studio, indagando le abitudini e le diottrie di circa 1000 coppie di gemelli inglesi nati tra il 1994 e il 1996.

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