People For Planet

Abbonamento a feed People For Planet
Aggiornato: 1 ora 46 min fa

Claudia, Olga e Rosa sono Ecoplanner

Mer, 05/16/2018 - 04:59

A Roma, tre ragazze, hanno avviato un’attività di Ecoplanner, l’organizzazione di eventi ecosostenibili.
“Disegniamo il tutto nei minimi dettagli per realizzare un evento “diverso” che sappia raccontare un altro modo di vivere, un evento che sia etico e consapevole, che racchiuda una serie di scelte di consumo, utili per noi, per gli altri e per l’ambiente che ci circonda.”

flowplayer.conf.analytics = "UA-11693000-17"; flowplayer.conf.container = "#player_126"; p = flowplayer(flowplayer.conf.container, { splash: 'https://cdn.peopleforplanet.it/v/video/126/output/thumb.jpg', aspectRatio: "16:9", key: '$995340359991288', clip: { sources: [ { type: 'application/x-mpegurl', src: 'https://cdn.peopleforplanet.it/v/video/126/output/Ecoplanner.mp4_master.m3u8' }, { type: 'video/mp4', src: 'https://cdn.peopleforplanet.it/v/video/126/Ecoplanner.mp4' } ] } })

The post Claudia, Olga e Rosa sono Ecoplanner appeared first on PeopleForPlanet.

Scuole e maialini

Mer, 05/16/2018 - 04:20

Lunedì scorso, 14 maggio, è crollato il tetto di un’aula dell’Istituto Industriale Montani di Fermo: per pura coincidenza, nessun ferito. Che fine ha fatto il piano di edilizia scolastica indetto nel 2004? E in che senso l’edilizia è la cartina tornasole sociale più affidabile?

Vale la pena ripercorrere qualche dato: il primo censimento delle scuole italiane fu ordinato da Prodi nel 1996 al fine di avviare la riabilitazione degli edifici scolastici, per la maggior parte costruiti prima degli anni ’80, pericolanti e a rischio crollo. Nel terremoto del 2002 che colpì il Molise, a San Giuliano di Puglia crollò un solo edificio: la scuola elementare. In quel momento erano presenti 8 insegnanti, 2 bidelli e 58 bambini. Morirono 27 bambini e 1 insegnante.

Berlusconi inserì  fra le Grandi Opere un “Piano straordinario di messa in sicurezza degli edifici scolastici” (Art. 3 comma 91 Legge 350/2003 Finanziaria 2004) che però non prevedeva stanziamenti, perché non si conoscevano né le scuole a rischio né le entità dei rischi. Il censimento ordinato nel 1996 non era mai stato eseguito. Ancora nel 2006 non era pronto, quindi si procedette per approssimazione: mezzo miliardo di euro avrebbero dovuto mettere in sesto 1.593 edifici scolastici. Un’impresa basata su stime matematiche degne della distribuzione dei pani e dei pesci di Gesù.

Oggi chiunque acceda al Silos (Sistema informativo Legge Opere Strategiche) e scorra il Piano straordinario per l’edilizia scolastica e messa in sicurezza, può leggere:

“Dalla Relazione semestrale del MIT sull’avanzamento al 30 giugno 2016 del Piano straordinario per la messa in sicurezza delle strutture scolastiche, con particolare riguardo a quelle ubicate in zone a rischio sismico, I e II programma stralcio (Legge 289/2002, Art. 80, comma 21), risultano attivati dagli Enti locali beneficiari 1.378 interventi (pari all’86,5% del totale interventi programmati) dell’importo di 414 Meuro (l’84,7% del valore intero del Piano). I lavori ultimati risultano invece 951 (59,7% ) per un importo complessivo di 269 Meuro 55,1% del totale)”.

Traducendo dal burocratese, significa che dal 2004 a oggi è stato messo in sicurezza soltanto il 59% delle scuole considerate in emergenza. Detto in altri termini: 6 su 10 in 16 anni.

Spulciando fra i rapporti destinati alla Camera dei deputati, salta fuori un altro piano previsto per il ripristino delle scuole, che dal nome evoca una certa urgenza: Piano straordinario stralcio di interventi urgenti sul patrimonio scolastico. L’ultima segnalazione dell’ufficio studi della Camera risale all’ottobre 2013: Su 1706 interventi ritenuti “urgenti” ne risultano ultimati soltanto 19. Forse scritto in lettere il numero sembra maggiore: diciannove. O forse no.

Anche senza una laurea in ingegneria edile, ciò che si profila non è esattamente la tabella di marcia che ci si aspetterebbe da Governi che, prima con la Gelmini, poi con la Boschi, hanno fatto del rinnovo della scuola medaglia da appuntare alla giacchetta.

E se può sembrare paradossale che le Ferrovie dello Stato attuino pedissequamente un piano di sicurezza  (al punto da negare le panchine ai viaggiatori) più di quanto abbiano fatto i Governi con gli edifici scolastici, l’ingegnere Carlo Emilio Gadda – che nemmeno per un istante e in nessun romanzo, racconto o favola smise di essere “l’ingegnere in blu” -novant’anni fa scriveva:

“La casa degli umani si trasforma. La nostra casa, oggi, non è più quella di trent’anni fa. Le ragioni? Ragioni tecniche, ragioni economiche: escluderei affatto le ragioni morali”.

Sfugge perché in Cina, nonostante il prezzo della carne suina sia ormai da otto anni ai minimi storici, gli allevatori della società agricola privata Guangxi Yangxiang stiano investendo negli alberghi a 13 piani, con ascensori dedicati e piani con impianti di ventilazione appositi progettati da un’azienda olandese, per allevarci scrofe e maialini.

Ormai prossimi alle distopie di Orwell, c’è da dire che l’unico specchio che non sfina né ingrassa le silhouettes della società è l’edilizia. Con i suoi tetti, i suoi interni, i suoi crolli e i suoi inquilini, l’edilizia restituisce l’immagine di chi siamo. Né più né meno.

The post Scuole e maialini appeared first on PeopleForPlanet.

A Mantova gli operai salvano l’azienda

Mar, 05/15/2018 - 10:56

Alle porte di Mantova, gli ex lavoratori della raffineria Ies con la cooperativa sociale Cop21 recuperano un territorio da bonificare e coltivano sorgo che diventerà biomassa.

Leggi la storia sul Corriere.it

The post A Mantova gli operai salvano l’azienda appeared first on PeopleForPlanet.

Edifici Near Zero Energy e dai materiali riciclati, obiettivi a portata di mano

Mar, 05/15/2018 - 04:43

La Direttiva europea 31/2010, EPBD 2 (Energy Performance of Buildings Directive), sulla prestazione energetica in edilizia, individua una chiara traiettoria di cambiamento per il settore delle costruzioni: dal 1° gennaio 2019 infatti tutti i nuovi edifici pubblici dell’UE (scuole, sedi comunali, biblioteche ecc..), e dal 1° gennaio 2021 tutti quelli nuovi privati, dovranno essere “Near Zero Energy”.
Ma cosa sono gli edifici a energia quasi zero? E che caratteristiche devono avere? Secondo la definizione piuttosto vaga fornita dalla Direttiva e ripresa dal Decreto di recepimento, l’edifico a energia quasi zero è un “edificio ad altissima prestazione energetica … con un fabbisogno energetico molto basso o quasi nullo, coperto in misura significativa da energia da fonti rinnovabili, prodotta all’interno del confine del sistema (in situ)“. “Near zero” significa quindi garantire prestazioni di rendimento tali da non aver bisogno di apporti ulteriori per il riscaldamento e il raffrescamento, oppure che dovranno essere soddisfatti attraverso l’apporto di fonti rinnovabili.
Un obiettivo prestazionale che comporta una innovazione profondissima rispetto alla progettazione e ai cantieri, e anche alla gestione successiva degli edifici, i quali dovranno garantire queste prestazioni attraverso materiali, impianti e sistemi risultati certificabili.

Dal punto di vista progettuale, le scelte che riguardano gli edifici con prestazioni al limite dell’autosufficienza energetica si inseriscono in un percorso che si è già avviato da tempo  e che ha portato anche a determinare in maniera puntuale gli interventi necessari, tra i quali si citano come esempi:

  • l’uso esteso dei materiali isolanti, di sistemi vegetali ombreggianti, l’installazione di dispositivi schermanti;
  • la diffusione dei principi costruttivi dell’architettura bioclimatica;
  • l’impiego delle fonti energetiche rinnovabili quali fonti energetiche primarie, da utilizzare al massimo delle loro potenzialità e l’attribuzione, per le fonti energetiche convenzionali, di una funzione integrativa e/o di backup per l’edificio;
  • lo sfruttamento dell’inerzia termica dell’edificio per ridurre le potenze degli impianti;
  • l’utilizzo della domotica per gestire in modo ottimale i servizi energetici.

Ci sono poi altre novità importanti:

  • La Direttiva 2008/98/CE, che riguarda invece il riutilizzo e il riciclo dei materiali provenienti da costruzione e demolizione (C&D), indica con chiarezza l’obiettivo del 70% di utilizzo di materiali da riciclo al 2020, e la necessità di accompagnare nei diversi Paesi, attraverso specifici provvedimenti, il target.
  • A livello europeo sono stati introdotti dei criteri per il Green Public Procurement, ossia criteri da impiegare all’interno delle gare per l’acquisto di beni e servizi da parte delle pubbliche amministrazioni (GPP Criteria for Office Building Design, Construction and Management del Maggio 2016).
  • Spostandosi in Italia, nel D.Lgs 50/2016, articoli 17-19 (Codice degli appalti) sono state introdotte disposizioni per il contenimento dell’uso eccessivo di risorse naturali e per agevolare il ricorso agli appalti verdi, da adottare sempre con Decreti del Ministero dell’Ambiente, attraverso la valutazione dei costi del ciclo di vita, inclusa la fase di smaltimento e recupero e l’introduzione di criteri ambientali minimi negli appalti pubblici (CAM).

In questo scenario di evoluzione normativa e scadenze a breve, molti sono i modi in cui la politica e gli enti deputati a legiferare o regolamentare, anche premiando, possono agire come volano per l’attuazione degli obiettivi di efficientamento energetico degli edifici, dello sviluppo delle rinnovabili, del riciclo e recupero dei materiali.

L’Europa, come si è visto, questa strada l’ha già scelta ed è molto chiara, deve però essere supportata da scelte altrettanto chiare e coerenti da parte degli Stati membri che aiutino a superare le barriere tecniche e giuridiche, ma anche di informazione.

Oggi non ci sono più nemmeno motivazioni tecniche che possono essere usate come scuse per rinviare la scelta di un approccio davvero incentrato sulla sostenibilità del settore; i materali e i sistemi certificati innovativi e sostenibili da utilizzare ci sono.

Legambiente e Osservatorio Recycle hanno messo a punto un Rapporto di 100 schede, detto anche Libreria MAINN, di tecnologie che permettono di trasformare un problema – ad esempio i rifiuti derivati dalle demolizioni, un tema di proporzioni enormi nel centro Italia dopo i terremoti recenti – in una risorsa, attraverso la trasformazione in mattoni. Oppure di materiali compositi che utilizzano materie naturali con prestazioni certificate attraverso il recupero di usi e competenze antiche. Ma anche di sistemi pensati per migliorare le prestazioni antisismiche nella riqualificazione del patrimonio edilizio – tema purtroppo di grande attualità – o per raggiungere standard energetici e ambientali elevati.

E bisogna sempre tenere presente che tutto ciò che viene ora investito in innovazione consentirà anche in futuro di abbattere i costi di intervento e di lavorare su riqualificazioni meno invasive.

Il settore dell’edilizia che fino a ieri è stato considerato tra quelli con il più alto impatto ambientale e consumo di materiali, oltre che di suolo, oggi può rappresentare un tassello fondamentale della rivoluzione dell’economia circolare e di quella energetica, con un contributo importante alla lotta ai cambiamenti climatici e all’inquinamento atmosferico.

Attenzione, non è un tema solo per ricercatori o addetti ai lavori. Perchè solo se il settore edilizio diventerà davvero trasparente e credibile, si potrà, oltre che a diffondere questi materiali e tecnologie a beneficio dell’ambiente e della salute, rispettare il diritto di una famiglia a vivere in una casa costruita con materiali naturali e sistemi di risparmio efficaci, come magari è stato garantito al momento dell’acquisto.

Altre fonti:

http://www.cened.it/lombardiapiu

“LombardiA+. L’edilizia a consumo quasi zero in Lombardia”- realizzato dall’Organismo di accreditamento con il contributo del Dipartimento BEST del Politecnico di Milano.

Maria Antonietta Giffoni, http://www.nextville.it/news/1365

In copertina: Disegno di Michele Sbicca

The post Edifici Near Zero Energy e dai materiali riciclati, obiettivi a portata di mano appeared first on PeopleForPlanet.

Il boomerang dei sacchetti bio a pagamento

Mar, 05/15/2018 - 04:14

All’inizio di quest’anno si è discusso moltissimo della promulgazione della nuova legge che ha previsto, a partire dal 1 gennaio 2018, l’introduzione obbligatoria di sacchetti biodegradabili utilizzati per imbustare alimenti da banco, frutta e verdura nei supermercati e punti vendita specifici. Le buste in questione, per essere conformi alla normativa, devono prevedere un contenuto minimo di materia prima rinnovabile non inferiore al 40 per cento.

Quello che è stato messo in discussione della nuova legge non è stata l’inopinabile utilità di una regolamentazione per prevenire e arginare disastri ambientali arrecati dalle nostre tonnellate di rifiuti inconsciamente smaltiti in modo improprio, ma il fatto che a farne le spese, ancora una volta, fossero i consumatori. Le nuove buste, biodegradabili, compostabili e certificate, non sono distribuite a titolo gratuito, ma a fronte di un costo che si aggira tra 1 e 5 centesimi, a discrezione del punto vendita.

Sui social, soprattutto nell’imminente periodo di applicazione della normativa, quando i confini di ciò che era lecito fare erano ancora poco chiari, le polemiche non sono mancate e le proteste hanno saputo raggirare la legge, evitando l’uso dei sacchetti in questione, con modalità ingegnose e talvolta simpatiche: dal prezzare ogni singolo pezzo, all’uso di un solo sacchetto per imbustare più prodotti…

(PH: Corriere della sera, fonte Facebook)

 

Ma, a distanza di più di 4 mesi, qual è il risultato prodotto dalla Legge 123/2017?

In poche parole sembrerebbe aver creato un effetto contrario. La ricerca recentemente condotta dall’Ismea Istituto di servizi per il mercato agricolo e alimentare – sui dati relativi alla vendita dell’ortofrutta nel primo trimestre dell’anno evidenzia un dato paradossale sia in termini di economia familiare che ambientale: le vendite di ortofrutta fresca già confezionata sono aumentate al 32% del totale del venduto, contro il 29% del primo trimestre dell’anno precedente, a discapito dei prodotti sfusi. Scendendo nel dettaglio emerge che, sempre nello stesso periodo di analisi, le vendite di ortofrutta sfusa sono calate del 3,5% in quantità e di ben il 7,8% in termini di valore. Un trend insolito se pensiamo che i prodotti ortofrutticoli confezionati costano mediamente il 43% in più degli sfusi.

“Si tratta di numeri che rendono ipotizzabile come la reazione istintiva avversa dei consumatori – anche a seguito del forte seguito mediatico attribuito all’evento – abbia fornito un’accelerazione a un processo di sostituzione di per sé già in atto.” Dichiara l’Ismea.

Ci troviamo di fronte a due paradossi: il primo è che i consumatori hanno deciso di spendere di più acquistando frutta e verdura già confezionata pur di non pagare pochi centesimi per l’acquisto dei sacchetti biodegradabili; il secondo è che, nonostante la legge sia stata prevista e applicata con l’obiettivo ben preciso di ridurre l’impatto ambientale della plastica, e tuttavia, a causa dell’incapacità di sensibilizzare i cittadini sul tema ponendo l’attenzione non sul costo ma sul risultato ecologico che tale legge si prefissa di avere, ha prodotto un maggior consumo di ortofrutta confezionata e quindi di plastica, considerando la vaschetta e la plastica dell’imballaggio.

Forse una soluzione c’è: ritornare alle buone e vecchie abitudini del mercato.

 

The post Il boomerang dei sacchetti bio a pagamento appeared first on PeopleForPlanet.

Iraq: la guerra è finita solo in tv!

Lun, 05/14/2018 - 10:38

E adesso ci dicono che “la situazione si è normalizzata dopo la sconfitta dell’Isis”. Hanno fatto perfino le elezioni… L‘Iraq rinasce… Attentati a parte…

Che vergogna.

Mi ricorda le parole del Poeta, quando dice: “Dalla tua bocca sgambettano scarafaggi malati di dissenteria!”

Basterebbe uscire dalla capitale e andare verso nord, passando di villaggio in villaggio, per rendersi conto di quanto sono bugiardi i telegiornali.

Continuamente ti trovi la strada sbarrata da un posto di blocco. E per passare devi pagare un dazio, dare qualche cosa. Ci sono le truppe regolari, la polizia, le milizie iraniane, filo-russe, saudite, filo-turche, e anche avanzi degli eserciti cristiani, mercenari e se incontri l’unico mafioso vero, siciliano, con il mitra più grande di lui, ti sembra il più civile di tutti, un filosofo della guerra. Italiani brava gente.

E ogni notte uno dei signori della guerra che controlla una brigata o un battaglione, decide di far fuori una famiglia, di depredare un villaggio, di bruciare qualche cosa. Sullo sfondo passano migliaia di camion che portano il petrolio iracheno, clandestinamente, in Iran, in Turchia, in Siria. Petrolio, opere d’arte e qualunque cosa questa terra abbia ancora da farsi rubare. E a ogni posto di blocco si contratta con il bandito di quartiere, di villaggio, col signore del ponte, col razziatore locale.

L’Iraq era un paese ricco, moderno, laico. Lo hanno distrutto fisicamente con migliaia di bombe, lo hanno contaminato con i proiettili all’uranio impoverito, hanno chiamato mercenari da tutto il mondo “per rimettere ordine”… È stato come armare coi bazooka la ‘ndrangheta, il cartello di Medellin e gli Skorpios di Chicago dopo aver sciolto l’esercito e la polizia.

Uno scenario medioevale con un popolo ridotto al terrore, alla tolleranza dell’ignobile. Uno stillicidio di omicidi e violenze di ogni tipo. Ma questi imbecilli dei media guardano e sentenziano: “Questa è solo malavita locale”. E non si rendono neanche conto delle balle putride che raccontano. Vedere l’Iraq sul monitor in un hotel del quartiere occidentale blindato è difficile. D’altronde mica tutti nascono eroi…

Così nessuno vede che in mezzo a quel canaio, a far la parte del pesce grosso, ci sono il fior fiore dei cattivi Usa e Inglesi.

In effetti il problema dell’Iraq è la malavita… Magari non proprio locale… E in Afghanistan è uguale. Quando sono arrivati i liberatori a difendere la democrazia producevano meno del 5% dell’oppio mondiale (perché i Talebani sono stronzi ma ce l’hanno con gli spacciatori).

Ora, secondo i dati Usa, vi si produce più del 90% dell’oppio mondiale. E chi se lo compra? Dove finisce? Siamo certi che neanche un grammo arrivi negli Usa?!?!

Mi piacerebbe tanto fare oggi un dibattito televisivo con quelli che 15 anni fa dicevano che era giusto andare a combattere il terrorismo in Afghanistan e Iraq, e quelli che l’altro ieri gridavano che l’intervento in Libia era necessario…

Un milione di morti dopo (forse molti di più) con un’intera area del mondo devastata, con una dose di dolore talmente grande che non puoi neanche contarla, con una guerra che ha cambiato nome ma continua… dimmi ancora che era indispensabile. Dimmelo!!! Dimmelo!!!

Dimmi che hanno vinto i buoni!

E poi vai a letto a dormire senza pensare che corri il rischio che il tuo Dio ci sia veramente e che decida che sei indegno.

E tu lo sai che il tuo Dio non è quello misericordioso.

Perché tu, quello misericordioso non l’hai mai pregato.

 

The post Iraq: la guerra è finita solo in tv! appeared first on PeopleForPlanet.

Inchiesta sulla Caccia: incontriamo l’ambientalista-cacciatore

Lun, 05/14/2018 - 04:00

Franco Perco – già direttore del Parco Nazionale dei Monti Sibillini (2010-2016) – ambientalista da una vita, ha cofondato il WWF di Trieste e del Friuli Venezia Giulia. A lui si deve ad esempio la reintroduzione dei caprioli e cervi nel parco nazionale D’Abruzzo. E’ un cacciatore.

“La caccia ha senso nel momento in cui non distrugge tutto – dice – ma conserva le specie cacciate. La legge però non è adeguata a questo scopo. La legge ‘cornice’ 157 è un compromesso del 1992 tra ambientalisti e cacciatori, dove i cacciatori hanno perseguito soprattutto l’obiettivo di avere molte specie da cacciare e poche regole, mentre gli ambientalisti quello di limitare i periodi e le specie di caccia. Risultato: una legge inadeguata che non prevede, come sarebbe d’obbligo, di conoscere l’entità del patrimonio faunistico: non c’è obbligo di censimenti ed è un errore clamoroso. Inoltre, il numero di cacciatori ammessi è troppo alto, e non corrispondente alla fauna prelevabile”. La legge pone un tetto al numero animali uccelli migratori cacciabili, ma non al numero di cacciatori: questo crea un evidente frustrazione, in qualche modo invogliando a infrangere le regole.

Un altro grosso problema sono le zone di caccia, i cosiddetti ATC, o Ambiti Territoriali di Caccia. Sono proprietà private o pubbliche che dovrebbero essere gestite insieme da cacciatori e agricoltori (60%) ambientalisti (20%) e rappresentanti dei Comuni coinvolti (20%). Ma sono nei fatti composti da soli cacciatori (o quasi), che lavorano per l’esclusivo bene della categoria e senza controlli: “Hanno estensioni a volte enormi e questo non consente una loro gestione efficace – continua Perco – I cacciatori dovrebbero essere organizzati in piccoli gruppi, e gestire un piccolo ATC che possano sentir loro e rispettare”.
Oggi in definitiva lo Stato ha lasciato le briglie sciolte alle Regioni, che a loro volta hanno passato la palla agli ATC e la situazione ha tecnicamente milioni di difetti. “Per dirne un altro: secondo l’articolo 842 del codice civile, un proprietario terriero non può impedire a un cacciatore con i documenti in regola di entrare nel suo fondo per cacciare. La proprietà del fondo è insomma svincolata dai diritti di caccia, e questo è contrario a tutto il resto d’Europa”.

Arriviamo al dunque: come si controlla, oggi, il sovrappopolamento, ad esempio l’attuale emergenza di cinghiali? “Come tendenza non si fa nulla per rimediare al problema sovrappopolamento – risponde Perco -. I cacciatori sono felici dell’abbondanza di selvaggina, gli ambientalisti preferiscono invece aspettare che il sistema imploda sperando che porti con sé tutti i cacciatori, mentre lo Stato, o le Regioni, come detto, spesso non controllano neppure che gli ATC siano almeno due per provincia, cosa che nei fatti non sempre succede, e che è contro la legge”.

Perco è un cacciatore, ma non difende affatto la categoria: “Le valli venete sono un caso clamoroso. Sono zone da pesca con un livello dell’acqua ottimale per l’allevamento del pesce. Ma ormai ci si pesca di meno: molto più proficuo affittare ai cacciatori le botti che usano come appostamenti per sparare alle anatre, attirate da anatre domestiche o da ‘stampi’ (finte anatre in plastica)”. Una botte affittata può rendere fino a 50mila euro all’anno e comportare abbattimenti mostruosi di anatre selvatiche, fino a 200 esemplari al giorno per cacciatore. Senza un reale controllo, si possono abbattere anche specie protette, e si continuano a usare munizioni che spargono sostanze tossiche – il piombo – che va a disperdersi nelle acque, entrando nella catena alimentare. Ecco chiarito perché l’ambientalismo preferisce far catturare i cinghiali con trappole e recinti, e tende a favorire addirittura l’agricoltura, e gli allevamenti, piuttosto che ammettere la caccia, anche selettiva.

Tuttavia, alcune Aziende Faunistico Venatorie fanno spesso un lavoro prezioso. “Le parlo di Miemo, in Toscana, una tenuta che conosco bene. Era una zona abbandonata, in cui la zootecnia aveva distrutto tutto il bosco -, racconta Perco – Poi per motivi economici la gente era scappata. La proprietà venne rilevata da un privato (Ugo Baldacci) che partì con l’idea di riqualificare faunisticamente zone marginali producendo selvaggina, ungulati per la precisione. Iniziò a ripiantare il bosco, fece coltivazioni a perdere, aprì la macchia, piantò essenze con frutti e introdusse anche alcune specie: il muflone, il capriolo e il cinghiale. Poi il lupo e il cervo sono arrivati da soli. Oggi il territorio è mantenuto anche paesaggisticamente e contiene felicemente questi ungulati, oltre a molte altre specie, comprese alcune protette”.

INDICE INCHIESTA CACCIA

Emergenza ungulati: aprire la caccia o non aprire la caccia?

Incontriamo un cacciatore

The post Inchiesta sulla Caccia: incontriamo l’ambientalista-cacciatore appeared first on PeopleForPlanet.

La roulette russa della Carte Revolving

Lun, 05/14/2018 - 02:50

Sì perché l’ennesimo risultato della crisi economica è il collocamento di massa da parte del sistema bancario (soprattutto per il tramite dello loro società di credito al consumo) della carta di credito revolving, un nuovo tipo di prestito, facile da ottenere e per questo molto più caro che permette di comprare oggi e pagare in rate mensili, invece che a saldo il mese successivo come si fa con le carte di credito tradizionali.
Gli avvoltoi hanno pensato bene di buttarsi sul cadavere del cittadino esasperato e impoverito dalla recessione che, impossibilitato a pagare quanto acquistato anche a un mese dalla data di spesa, è costretto a dilazionare su un periodo di tempo molto piu lungo (a rate mensili) la restituzione.
Un fido insomma, semplice da ottenere ma con dei tassi di interesse pesanti, sostanzialmente usurai.
La Banca d’Italia per il trimestre gennaio-marzo 2018 ha rilevato, per le carte revolving, un tasso medio effettivo globale su base annua (taeg) del 16,1488% (!!!) , con un tasso soglia usura del 24,1488% (il tasso oltre il quale scatta l’usura), il più alto in assoluto rispetto a tutte le altre tipologie di finanziamenti: un prestito personale si aggira intorno al 10% di tasso medio, con un tasso soglia del 17% circa.
Numeri succulenti per banche e finanziarie che magari il prestito non lo danno ma la revolving spesso la spediscono direttamente a casa.
Grazie mamma Bankitalia, grazie di cuore per aver innalzato la soglia usura quasi al 25 % ed evitato di far accusare (e condannare) banche e finanziarie che possono applicare anche prezzi fino a circa il 24%. Come se applicare il 24% piuttosto che il 25% salvasse l’etica e la coscienza di strozzini e truffatori. Ma questa è l’Italia dove il controllore (Bankitalia) è governato dai controllati.

Un meccanismo semplice: il cliente ha a disposizione una somma di denaro da utilizzare a piacere, in un’unica volta o in più occasioni, che può restituire con comodi rimborsi mensili.
Quando la usa, la sua disponibilità diminuisce, ma si ripristina automaticamente a ogni rimborso di rata. Ogni rata comprende una quota capitale e una quota interessi. La quota capitale va a ripristinare il credito disponibile.
Così il suo credito non si esaurisce e lui puoi contare sempre su una riserva di denaro che è come una droga per chi deve affrontare con difficoltà le ordinarie spese quotidiane.
La “ricostituzione” continua del credito disponibile con rimborsi minimi mensili (mediamente tra il 3% e il 5% della linea di credito concessa) e gli eventuali nuovi utilizzi comportano una durata non predeterminata del finanziamento ma la rata non cambia.
I venditori-squali delle banche te la spiegano come se fosse l’affare della vita: avere a disposizione sempre una sorta di “salvadanaio” che si riempiva man mano che ripagavi la rata mensile. Quanto sono bravi i bancari a modificare le leggi macroeconomiche: trasformare il credito in risparmio a usura. Keynes li perdonerà.
Questo tipo di carte nasconde un meccanismo perverso di moltiplicazione dei tassi d’interesse per cui sembra che non si finisca mai di pagare. Soprattutto perché la banca e la finanziaria non fanno il computo del debito residuo e poi perché sulle carte di credito revolving il tasso viene applicato a livello mensile e non annuale.
Inevitabile, dunque, che la situazione possa sfuggire di mano al cliente. L’Antitrust ha attivato un numero verde (800.16.66.61) a cui far riferimento per le pratiche commerciali scorrette in cui rientrano anche i tassi applicati sulle revolving.

Altroconsumo – che qualche anno aveva diffidato un gruppo di istituti (Accord Italia, Agos, American Express Italia, Carrefour servizi finanziari, Cartasì, Compass, Consel, Ducato, Findomestic, Unicredit Family FinancingBank) che rilasciavano queste carte ‘cappio’ per le clausole vessatorie nascoste nei contratti – ha predisposto sul suo sito un servizio per calcolare il reale costo del pagamento rateale con una revolving.
Qualche multinazionale è stata pure multata ma voi pensate che le banche e le finanziarie non mettano in bilancio un accantonamento (che incide forse dello 0,5% dei guadagni) a fronte di tanto grasso che cola?
Fino a che trovano polli da spennare, che non si rendono conto della trappola in cui cadono, della spirale senza fine di pagamenti imposti prima di poter sancire la chiusura del debito, perché fermarsi?

The post La roulette russa della Carte Revolving appeared first on PeopleForPlanet.

Mal di gola con le placche? Non sempre servono gli antibiotici

Dom, 05/13/2018 - 04:22

Il mal di gola con le placche non si deve curare con gli antibiotici se, prima, non ci si è sottoposti a un tampone per verificare la presenza dello streptococco beta emolitico di gruppo A. Solo se ci si è sottoposti al tampone, e solo se il risultato è positivo, si può procedere con l’assunzione degli antibiotici. A spiegarlo sono i medici dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma che spiegano che, in ogni caso, in caso di mal di gola va sempre evitato il “fai da te” ed è bene invece affidarsi ai consigli del pediatra.

Evitare terapie inutili

Le precisazioni in merito a mal di gola e uso di antibiotici arrivano dalle pagine di “A scuola di salute“, il magazine digitale realizzato dall’Istituto Bambino Gesù per la Salute del Bambino e dell’Adolescente: sebbene la presenza di materiale biancastro sulle tonsille possa essere indizio di un mal di gola di origine batterica che necessita di antibiotici per essere curato, “le placche non sono sinonimo di streptococco e possono comparire anche in occasione di infezioni virali come, ad esempio, la mononucleosi”, contro le quali gli antibiotici non svolgono alcun effetto. Di conseguenza, ribadiscono gli esperti, “se ci sono placche sulle tonsille non bisogna mai iniziare la terapia antibiotica senza prima aver verificato la presenza dello streptococco con un tampone”. Il rischio, altrimenti, è di assumere farmaci senza motivo.

I mal di gola di origine batterica

Il mal di gola, spiegano i medici del Bambin Gesù, nella maggioranza dei casi ha origine virale e non necessita di alcun trattamento. Le uniche faringotonsilliti che richiedono terapia antibiotica sono quelle di origine batterica, causate dallo streptococco beta emolitico di gruppo A (SBEGA).  L’antibiotico di scelta è sempre l’amoxicillina, da assumere per bocca per 10 giorni. “La terapia antibiotica deve iniziare entro 9 giorni dal manifestarsi del mal di gola, ma non prima di aver eseguito il cosiddetto tampone, l’esame microbiologico del cavo faringeo”.

Come si esegue il tampone

Il tampone che rileva l’eventuale presenza dello streptococco beta emolitico di gruppo A viene effettuato sfregando energicamente tamponi simili a grandi cotton-fioc all’interno della gola, precisamente sull’orofaringe e sulla superficie di entrambe le tonsille.

Le infezioni da streptococco

Lo streptococco è un batterio di forma sferoidale (cocco) di cui esistono vari tipi, molti dei quali non provocano malattie. Altri, invece, proprio come accade nel caso dello streptococco beta emolitico di gruppo A, possono causare infezioni anche gravi tra cui faringotonsilliti, otiti, meningiti, polmoniti, endocarditi (infezioni della cavità interne o delle valvole del cuore). Anche la scarlattina, la malattia reumatica e la glomerulonefrite (infiammazione dei glomeruli renali, le strutture del rene deputate alla filtrazione del sangue) sono causate dallo streptococco beta emolitico di gruppo A: in tutti questi casi è  invece fondamentale sottoporsi a terapia antibiotica in grado di debellare il batterio responsabile dell’infezione (sempre dopo essersi consultati con il medico).

La malattia reumatica

La malattia reumatica è una complicazione che può insorgere dopo un’infezione da streptococco beta emolitico di gruppo A. E’ una malattia infiammatoria acuta che colpisce soprattutto soggetti di età compresa tra i 5 e i 15 anni, mentre è molto rara al di sotto dei 3 anni. Si manifesta con febbre, dolori e gonfiori articolari e può interessare anche il cuore, colpendo le valvole cardiache e il sistema nervoso centrale, causando movimenti involontari soprattutto degli arti (la corea di Sydenham, comunemente nota come “Ballo di San Vito”).

Come utilizzare gli antibiotici

I medici del Bambin Gesù ribadiscono l’importanza di una corretta assunzione degli antibiotici ricordando alcune semplici regole (che valgono per i bambini, ma funzionano anche per gli adulti):

  • assumerli soltanto su prescrizione medica;
  • usarli solo per curare le infezioni causate da batteri;
  • rispettare il dosaggio prescritto dal medico;
  • consultare il medico di fiducia o il pediatra in caso di errori nell’assunzione (in particolare il sovradosaggio)

E ricordare che gli antibiotici non sono efficaci contro le infezioni causate da virus come i normali raffreddori o l’influenza  e non prevengono eventuali sovrainfezioni batteriche.

The post Mal di gola con le placche? Non sempre servono gli antibiotici appeared first on PeopleForPlanet.

Mangiare sano: poco sale ma iodato!

Dom, 05/13/2018 - 04:21

People For Planet lo ha chiesto a persone comuni e agli esperti del CAPE, Comitato delle Associazioni dei Pazienti Endocrini, e dell’AME, Associazione Medici Endocrinologi.

flowplayer.conf.analytics = "UA-11693000-17"; flowplayer.conf.container = "#player_130"; p = flowplayer(flowplayer.conf.container, { splash: 'https://cdn.peopleforplanet.it/v/video/130/output/thumb.jpg', aspectRatio: "16:9", key: '$995340359991288', clip: { sources: [ { type: 'application/x-mpegurl', src: 'https://cdn.peopleforplanet.it/v/video/130/output/sale-iodato.mp4_master.m3u8' }, { type: 'video/mp4', src: 'https://cdn.peopleforplanet.it/v/video/130/sale-iodato.mp4' } ] } })

The post Mangiare sano: poco sale ma iodato! appeared first on PeopleForPlanet.

Buona festa della mamma con lo smartfon!

Sab, 05/12/2018 - 04:34

Domani è la festa della mamma. Nel mandare un augurio a tutte, un pensiero va sempre alle nostre rispettive genitrici. Molto probabilmente gli auguri glieli manderemo via messaggio sul cellulare, via chat. Sempre ammesso che li vedano.

Chi ha madri sulla sessantina ha capito già dove andiamo a parare: su quell’amabile crogiuolo di insensatezze che sono i dialoghi con le nostre mamme fatte sui nuovi supporti tecnologici. Perchè la mamma-tipo di quelli della mia generazione è in pensione o vicina alla pensione, è figlia del boom degli anni 50 e 60, ha studiato e si è emancipata e il cellulare ce l’ha e lo vuole usare. Purtroppo per noi.

Intendiamoci, molte mamme utilizzano o hanno utilizzato queste nuove tecnologie per lavoro e magari sono anche più capaci di noi ad usarle. Ma molte altre hanno cominciato ad usare il computer e soprattutto lo smartphone per forza, e lo fanno in un modo tutto loro. È  diventata ormai un simbolo per tutti la mamma del fumettista Zerocalcare, che chiama il figlio per avvisarlo che “non c’è più Google” o che “è sparita la F dalla tastiera”.

Ma rimaniamo in particolare sul dialogo su smartphone che avviene con le nostre mamme e genera una serie di mostri. Un giorno gli scienziati identificheranno alcune tipologie di madri che usano lo smartphone, ne possiamo anticipare alcune, con alcuni consigli:

  • La madre 2.0 “impegnata”: è convinta di saper padroneggiare le chat come Mark Zuckerberg ed è ancor più convinta dell’utilità e della necessità di chattare col mondo, tanto che vi subisserà di quelle che una volta si chiamavano “catene di S. Antonio”, messaggi “da mandare subito a tutti i vostri contatti” relativi a ogni tipo di emergenza. Condivide con urgenza la preghiera contro la guerra, la segnalazione della truffa, la notizia fake, le foto dei gattini. Inutile cercare di convincerla a smettere, lasciatele inoltrare tutto, la sua coscienza si sentirà sollevata.
  • La madre 2.0 “ludica”: anche questa tipologia fa ricorso a frequenti messaggi massivi, ma qui la categoria gattini e “buongiornissimo” va per la maggiore. Vale come sopra, anche se qui la probabilità che un giorno vi condivida un potentissimo virus che vi resetta anche il microonde è leggermente più alta.
  • La madre 1.0: generalmente in pensione, utilizza lo smartphone per necessità di comunicazione con i membri più stretti della famiglia. Utilizzandolo meno, è anche meno pratica. I suoi messaggi risentono ancora dell’influenza di una guerra mai vinta contro il T9 o l’autocorrect e i membri più giovani della famiglia hanno ormai una Stele di Rosetta che gli permette di capire almeno le parti fondamentali del discorso.
  • La madre 0.0, detta anche Nokia 3310: ha lasciato il vecchio telefonino perchè si è suicidato, altrimenti avrebbe continuato ad usare quello. Usa lo smartphone ma solo per strette necessità, si connette solo con il wi-fi di casa e proprio per questo spesso il suo telefono è, appunto, a casa. Mentre lei è fuori. E voi siete con una gomma bucata in autostrada.

Le tipologie allo studio sono molteplici, esistono pagine sui social seguite da milioni di persone che raccolgono gaffes  e dialoghi fantastici, che si declinano anche con varianti regionali.

 

Un pensiero affettuoso va a tutte loro e anche a noi: uno studio di Save the Children pubblicato proprio in questi giorni racconta come le donne italiane debbano essere “equilibriste” per conciliare vita e lavoro e diventino madri in età sempre più avanzata, in cima alla classifica europea per “vecchiaia”.

Chissà tra qualche anno quanto sarà cambiata ancora la tecnologia, quanto saremo vecchie noi e quanto faremo fatica a starle dietro, e quanto faremo ridere i nostri figli.

The post Buona festa della mamma con lo smartfon! appeared first on PeopleForPlanet.

Quale Bike Sharing scelgo a Torino?

Sab, 05/12/2018 - 04:08

Cosa significa “free floating” o senza rastrelliere?
La nuova frontiera del bike sharing anche in Italia è il “free floating”, il flusso libero, senza stazioni di prelievo o di parcheggio. Puoi lasciare la bicicletta dove vuoi, basta che non intralci il traffico.

Per vedere l’infografica più grande clicca qui

The post Quale Bike Sharing scelgo a Torino? appeared first on PeopleForPlanet.

Inchiesta sulla Caccia: incontriamo l’esperto in conservazione

Sab, 05/12/2018 - 03:45

“E’ vero che i cacciatori, o almeno alcuni gruppi di cacciatori, partecipano oggi come pochi altri al ripopolamento degli spazi naturali in Italia, attraverso la cura e il recupero degli habitat, e vantano addirittura il merito del ritorno del lupo nel nostro Paese”. Afferma Spartaco Gippoliti è un noto conservazionista internazionale, tra l’altro membro dell’IUCN/SSC Primate Specialist Group.

“La caccia può e deve essere una risorsa come lo è altrove. La Spagna per esempio ha messo insieme un business talmente florido intorno allo stambecco iberico dei Pirenei, altrove addirittura estinto, e lì cacciato entro certi limiti all’interno di vaste riserve di caccia. Quando la Francia ha chiesto degli esemplari per riportarli sui Pirenei e tentare la stessa cosa ci sono state delle resistenze proprio per motivi economici.
Non è un caso se in Spagna esistono ancora relativamente floride popolazioni di avvoltoi, ad esempio, e la lince pardina è in ripresa. Guardiamo altrimenti al sistema americano o tedesco, dove la conservazione si fa di perfetto accordo con i cacciatori: per orsi, lupi e alci, anche in Canada, non c’è nessun conflitto tra ambientalismo e caccia, ma i veri problemi nascono dallo sfruttamento petrolifero, i gasdotti, il taglio del legname. Quello che dovremmo perseguire è un sistema dove non si segue né l’ottica del cacciatore – più ce ne sono, e di poche specie, meglio è – né l’ottica dell’ambientalista – dove la natura si intende come una divinità a priori, dalla quale bisogna escludere l’uomo e le sue esigenze: sicurezza e alimentazione (agricoltura e allevamento) in primis. Mi piacerebbe che a guidarci fossero le ricerche ecologiche – disciplina pressoché ignorata in Italia – e il rispetto per la biodiversità nel suo complesso”.

Ma perché sembra esserci un odio atavico nei confronti dei cacciatori, qualcosa che va oltre i problemi che innegabilmente creano e la mancanza di un coordinamento e una gestione della caccia? “La risposta è molto semplice e sta in un film di Walt Disney, Bambi, e, più in generale, in tutte le favole disneyane che lentamente, ma neanche troppo, hanno sublimato alcune specie animali a discapito di altre: animandole poi, cosa ancor peggiore, di caratteristiche umane”.
“Perché, potremmo chiederci allo stesso modo, il lupo fa paura e il cane no? A contare i morti e i feriti dovrebbe essere vero il contrario. Ma il cane lo conosciamo – è una creatura nostra – e il lupo solo attraverso qualche vecchia fiaba”. Allo stesso modo le idee che l’opinione pubblica si crea degli animali e della loro tutela è troppo spesso basata su vaghi principi etici trasportati nelle nostre menti dall’animazione americana, mentre il “cattivo” è sempre l’uomo con la carabina che spara al cerbiatto e quello buono il vecchio chino a coltivare la terra.

“Per arrivare a risultati concreti per l’ambiente, sarebbe importante trovare un punto di incontro tra ambientalisti e cacciatori – continua Gippoliti – . E’ chiaro che quando le risorse pubbliche sono limitate, la caccia deve essere sfruttata in questo senso: far pagare i cacciatori per eliminare gli animali in eccesso, o già molto adulti, e finanziare così la protezione dell’ambiente. Dobbiamo capire che oggi il vero problema per l’ambiente non è il cacciatore, quanto le trasformazioni su scala regionale degli ecosistemi. In questi tempi difficili per l’ambiente, in cui la Cina sta comprando l’Africa per sfamarsi, non è francamente rilevante se un cacciatore spara a un cinghiale o a un potamocero in Umbria”.

INDICE INCHIESTA CACCIA

Emergenza ungulati: aprire la caccia o non aprire la caccia?

Incontriamo un cacciatore

Prossima puntata il 14 maggio 2018

Foto: Lince pardina (Lynx pardinus) sdraiata su una roccia in Spagna – Foto di ramonsub.hotmail.com

The post Inchiesta sulla Caccia: incontriamo l’esperto in conservazione appeared first on PeopleForPlanet.

Leucemia: una cura innovativa salva mamma e bimbo in grembo

Ven, 05/11/2018 - 04:15

All’inizio del sesto mese di gravidanza una giovane futura mamma ha scoperto di avere la leucemia, ma grazie a una cura innovativa è stata salvata insieme al suo bimbo. Il piccolo è nato lo scorso 23 aprile al Policlinico “Paolo Giaccone” di Palermo e gode di ottima salute, così come la sua mamma che dovrà continuare le cure per assicurarsi di debellare definitivamente la malattia.

La diagnosi di leucemia

Il trattamento innovativo a cui è stata sottoposta la giovane mamma è stato impiegato per la prima volta in Italia su una donna in così precoce stato di gravidanza. E’ Renato Venezia, Direttore dell’Unità operativa semplice di Medicina Prenatale del Policlinico e docente di Ginecologia ed Ostetricia all’Università di Palermo, a raccontare l’accaduto. “La paziente è venuta alla nostra osservazione alla 23° settimana per la presenza di petecchie emorragiche cutanee agli arti inferiori, presto propagate in tutto il corpo. I valori ematochimici al ricovero evidenziavano una riduzione del numero di piastrine e del fibrinogeno. Una consulenza con i colleghi dell’ematologia ha poi permesso la diagnosi di leucemia”.

Nessuna complicanza in gravidanza

La futura mamma, continua Venezia, “ha portato avanti la gravidanza con coraggio e determinazione nonostante la diagnosi di leucemia. È stata sottoposta a stretto monitoraggio ostetrico con controlli ecografici ogni 15 giorni. La crescita fetale è andata avanti regolarmente e non sono state mai riscontrate alterazioni della conformazione morfologica del bambino. La gravidanza è andata avanti senza complicanze fino alla 35,4 settimana, epoca in cui si è deciso di procedere al taglio cesareo poiché la paziente era precesarizzata ed essendo già stata raggiunta un maturità fetale soddisfacente e una buona stima del peso fetale”. E così il 23 aprile è venuto alla luce un bambino in salute di 2,310 chili e in perfette condizioni di salute, che non ha necessitato di cure intensive neonatali.

Risultato eccezionale

Secondo Sergio Siragusa, docente di Ematologia e Direttore dell’Unità operativa di Ematologia del Policlinico di Palermo, “l’eccezionale risultato ottenuto è il risultato di una interazione ‘vera’ tra più settori specialistici, e mostra che nei nostri ospedali possiamo gestire pazienti complessi. E dimostra, soprattutto, che c’è un’ematologia che funziona; un’ematologia che non è solo quella del Policlinico di Palermo ma quella italiana”.

Nuove terapie con farmaci mirati

L’importanza di questo caso 11apre la strada a un nuovo modo di affrontare i tumori nell’ambito ematologico. “Strada che stiamo già percorrendo da alcuni anni – continua Siragusa – curando la malattia con farmaci ‘mirati al target’, e quindi non chemioterapici tradizionali (non fanno perdere i capelli, non si vomita, ecc.), che curano o ‘cronicizzano’ le neoplasie ematologiche. Stiamo trasformando patologie tumorali inguaribili e incurabili in tumori cronici, sempre più guaribili ma sicuramente decisamente curabili. E da oggi, anche per le donne gravide. Talvolta si legge nei quotidiani che le donne incinte, eroicamente, rifiutano la chemioterapia per portare avanti la gravidanza, riducendo pertanto al minimo le probabilità della loro guarigione. Nel caso della leucemia acuta promielocitica, fortunatamente, non è più così”.

 

The post Leucemia: una cura innovativa salva mamma e bimbo in grembo appeared first on PeopleForPlanet.

Inchiesta sulla Caccia: incontriamo un’associazione ambientalista, il WWF

Gio, 05/10/2018 - 02:34

Isabella Pratesi, direttrice WWF per la conservazione, è categorica nel negare diritti alla caccia: “Secondo i dati Lipu, in Italia ogni anno 8 milioni di uccelli sono uccisi illegalmente dai bracconieri: cioè cacciatori che infrangono le regole perché è ovviamente difficile controllarli. Secondo dati del Ministero dell’Ambiente, l’80% dei bracconieri non sono altro che possessori di licenza di caccia”.
E’ possibile ammettere la caccia per limitare popolazioni fuori controllo, e pericolose per gli habitat e la restante fauna, come i cinghiali? La sua risposta gira prima intorno alla necessità di prevenire emergenze come quella attuale, ma – dato che il danno è fatto e adesso tocca gestirlo – la sua posizione è tranciante: “Non si può ammettere la caccia al cinghiale per ridurne il numero. Prevenzione a parte, è possibile risolvere questo problema dando modo agli agricoltori di catturarli, allevarli e venderli per essere poi macellati”.

Chiediamo a Isabella Pratesi: “E’ vero che è merito dei cacciatori, del loro lavoro a vantaggio del recupero degli habitat, e del conseguente ripopolamento degli ungulati, se, in Italia, è tornato il lupo?”
“Sì, è vero” risponde aggiungendo: “Ma i metodi che applicano, anche se hanno avuto risvolti in parte positivi è sbagliato, e di fatto ha portato a una crescita eccessiva dei cinghiali: loro considerano positivo unicamente avere molte prede, e per farlo non hanno solo lavorato al recupero degli habitat, hanno anche foraggiato i cinghiali e, nonostante la pratica sia fuorilegge, continuano a farlo”.

Inoltre, mi spiega, senza un reale controllo, si cacciano anche specie protette e si continuano ad usare bossoli che spargono sostanze tossiche – nello specifico piombo – che va a disperdersi nelle acque, entrando nella catena alimentare anche umana.

Per questo la caccia è ritenuta inammissibile dall’ambientalismo, anche “perché rischiosa per l’incolumità delle persone, e dal punto di vista sanitario non sicura per i metodi di macellazione eseguiti”.

INDICE INCHIESTA CACCIA

Emergenza ungulati: aprire la caccia o non aprire la caccia?

Incontriamo un cacciatore

Prossima puntata il 12 maggio 2018

The post Inchiesta sulla Caccia: incontriamo un’associazione ambientalista, il WWF appeared first on PeopleForPlanet.

Le ricette di Angela Labellarte: fagottini di patate ed erbe aromatiche

Gio, 05/10/2018 - 02:20

Ingredienti per 20 fagottini

Per l’impasto:
Farina 350 gr.
Olio Extra Vergine d’Oliva 50 gr.
Vino bianco 100 gr.
Acqua 100 gr.
Sale q.b.

Per il ripieno:
Patate 500 gr.
Un mazzetto di erbe aromatiche (salvia, rosmarino, dragoncello, maggiorana)
Olio q.b.
Sale q.b.

Preparazione

Preparate un impasto morbido ed elastico con farina, sale, vino, acqua e olio e lasciatelo riposare per 30 minuti. Intanto cuocete le patate a vapore, schiacciatele con una forchetta e aggiungere sale, erbe aromatiche e un filo di olio EVO. Con l’impasto formate dei dischetti di 10 cm di diametro, disponete su ciascuno un po’ di ripieno e chiudeteli a mezzaluna aiutandovi con una forchetta. Cuocete i fagottini su un testo caldo, a fiamma bassa, girandoli di tanto in tanto sino a completa doratura. Il testo è la padella romagnola che si usa per cuocere le piadine.

N.B. Se non si ha a disposizione un testo si può utilizzare una padella antiaderente. Il mix di erbe aromatiche può essere variato a seconda delle preferenze, scegliete gli aromi che più vi piacciono!

The post Le ricette di Angela Labellarte: fagottini di patate ed erbe aromatiche appeared first on PeopleForPlanet.