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A scuola di gay

Dom, 09/16/2018 - 02:26
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Le percezioni distorte degli italiani

Sab, 09/15/2018 - 10:27

E’ come se lo guardassimo riflesso in uno specchio che ne distorce le forme e le proporzioni, ingigantendo alcune parti, rimpicciolendo o deformando o cancellandone altre.
Di tutto ciò spesso non riusciamo a renderci conto. Fatichiamo, insomma, a percepire quanto la nostra percezione delle cose può essere fallace.

Di tutto ciò si è parlato di recente, in occasione dell’uscita di un libro intitolato The perils of perception. L’autore è Robert Duffy, il direttore della sezione inglese della società di ricerche Ipsos. Il testo dà conto dei risultati di uno studio pluriennale che, partito nel 2014, è andato via via estendendosi fino a coinvolgere 38 paesi, tra cui l’Italia. Qui le sintesi annuali dei dati. Qui quel che ne dice il Corriere della Sera. Qui l’articolo scritto da Duffy medesimo, per l’edizione inglese di Huffington Post.

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Le vittime dei taser di cui non si parla

Sab, 09/15/2018 - 09:54

Nancy Schrock sapeva che la situazione stava precipitando. Suo marito era in cortile in uno stato di estrema agitazione, lanciava sedie per aria e urlava contro i demoni. La donna ha chiamato la polizia. “Bisogna portarlo in ospedale”, ha detto al centralinista del 911. Erano le 22.24 di un giovedì del giugno del 2012. “Sta male, molto male”.

Tom Schrock aveva lottato contro la depressione e problemi legati all’abuso di droghe per tutti i 35 anni del loro matrimonio. Dopo la morte del loro primo figlio per un’overdose di eroina, tre anni prima, le crisi erano diventate più violente. La polizia era stata chiamata a casa degli Schrock, che vivono a Ontario, vicino a Los Angeles, almeno una decina di volte. Di solito gli agenti portavano Tom in ospedale, dove veniva curato e rimandato a casa dopo 72 ore.

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Respirare aria sana anche in casa (Infografica)

Sab, 09/15/2018 - 04:14

Vernici, colle, detersivi, ammoniaca, formaldeide, sono tutte sostanze pericolose. In questa infografica segnaliamo alcune piante da appartamento che possono aiutare ad assorbire questi agenti inquinanti.

Per vedere l’infografica più grande clicca qui

 

Microplastiche al bando: lo chiede il Parlamento Europeo

Sab, 09/15/2018 - 02:34

Nuove norme e standard di qualità per le pastiche, divieto totale alle microplastiche in detersivi e cosmetici entro il 2020, creazione di un vero e proprio mercato unico per le plastiche riciclate e misure per affrontare il problema dei rifiuti marini. Sono queste le richieste contenute nella risoluzione non vincolante approvata giovedì al Parlamento Europeo, con una grande maggioranza: 597 voti favorevoli, 15 contrari e 25 astensioni.

“La mia relazione non è un appello contro la plastica, ma un appello per un’economia circolare della plastica, in cui trattiamo la plastica in modo sostenibile e responsabile, in modo da poter fermare gli effetti dannosi e preservare il valore della catena di produzione” – ha dichiarato il relatore della proposta, Mark Demesmaeker, europarlamentare belga del Gruppo dei Conservatori e Riformisti europei. “Per avere successo, dobbiamo utilizzare la strategia come leva per modelli circolari di produzione e consumo. Dobbiamo fornire soluzioni su misura, poiché non esistono soluzioni facili. E dobbiamo lavorare insieme lungo l’intera catena”.

Secondo stime che si possono leggere sul sito del Parlamento Europeo, nell’Unione nel 2015 la produzione globale annua di plastica ha raggiunto i 322 milioni di tonnellate, e si prevede che raddoppierà nei prossimi 20 anni. Ancora oggi, purtroppo, solo il 30% dei rifiuti di plastica viene raccolto per il riciclaggio e solo il 6% della plastica sul mercato è costituita da materiali riciclati.
Plastica che finisce ovunque, in particolare nei nostri mari e nelle nostre spiagge, dove più dell’80% dei rifiuti è composto da plastica.

Un’economia circolare di plastica riciclata
Gli eurodeputati chiedono di spingere verso la creazione di un mercato interno per le materie prime secondarie, necessario per garantire la transizione verso un’economia circolare. La richiesta, rivolta alla Commissione Europea – l’esecutivo europeo – è di proporre degli standard sulla qualità delle plastiche riciclate per creare fiducia e rafforzare il mercato della plastica secondaria, garantendone quindi anche la sicurezza.
Gli incentivi possono essere anche fiscali: gli eurodeputati propongono agli Stati membri di ridurre l’IVA sui prodotti contenenti materiali riciclati.

Nella proposta del Parlamento, oltre all’incentivo, per rafforzare raccolta e riciclaggio si può anche estendere la responsabilità per i produttori crando però anche sistemi di deposito-rimborso e parallelamente cercare di creare azioni di sensibilizzazione verso questi temi.

Il ruolo dei pescatori
Tra le categorie che il Parlamento propone di incentivare c’è quella dei pescatori: proprio loro potrebbero svolgere un ruolo importante nella lotta contro la plastica, raccogliendo i rifiuti durante la pesca e riportandoli in porto.

Leggi il nostro dossier sulle microplastiche

Leggi e firma la nostra petizione

 

Abbandono scolastico: in vent’anni 3,5 milioni di studenti hanno lasciato gli studi

Ven, 09/14/2018 - 04:09

Tre milioni e mezzo di studenti negli ultimi venti anni hanno abbandonato gli studi di scuola superiore. Su un totale di iscritti di quasi 11 milioni e mezzo – i dati sono riferiti alle scuole statali – non è difficile capire quanti sono gli abbandoni: circa il 31%. Dal 1995 a oggi, quindi, un ragazzo su tre che si è iscritto alle superiori non ha concluso il percorso di studi. I numeri arrivano dal dossier “La scuola colabrodo” di Tuttoscuola – testata specializzata che da oltre quarant’anni si occupa del mondo della scuola, dall’infanzia all’università, e che elabora rapporti, studi e dossier che riguardano le problematiche scolastiche.

Spariti dai radar della scuola

Dal 1995, ovvero da quando Tuttoscuola ha iniziato a raccogliere analiticamente i dati resi pubblici dal Ministero dell’istruzione, ad oggi, per ogni ciclo quinquennale nella scuola secondaria superiore statale sono mancati all’appello, di anno in anno, ben 150-200 mila studenti che si erano iscritti cinque anni prima: tra il 25 e il 35%. “Erano iscritti al primo anno, non c’erano più al quinto. –  si legge in un articolo di Tuttoscuola – Spariti dai radar della scuola statale”.

La previsione per l’a.s. 2018-2019

Tuttoscuola ha anche effettuato una previsione per quanto riguarda l’anno scolastico che sta per iniziare, stimando che dei 590.000 adolescenti che in questi giorni iniziano le scuole superiori almeno 130.000 non arriveranno al diploma. Vale a dire che il 22% degli studenti, ovvero poco più di uno su quattro, non completerà il percorso di studi: per avere un’idea del fenomeno basta pensare che, stando a questi dati, in una classe di prima superiore di 26 alunni saranno in sei a non terminare gli studi.

Costo enorme 

Il costo è enorme, spiega Tuttoscuola: partendo dai conti dell’Ocse (l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) secondo cui lo Stato per l’istruzione secondaria investe circa 7.000 euro all’anno per ciascun studente, il costo dell’abbandono scolastico è di circa 2,7 miliardi di euro all’anno. E, se si guarda ai vent’anni presi in considerazione dal dossier, la cifra tocca quota 55,4 miliardi di euro.

Trend in diminuzione

Una notizia buona, in tutto questo, c’è: negli ultimi anni, infatti, il tasso di abbandono scolastico è diminuito, passando dal 36,7% registrato nel 1996-2000 al 24,7% (151mila ragazzi) del 2013-2018. “Sono sicuramente risultati incoraggianti – si legge su Tuttoscuola – ma ancora insufficienti. Perché spesso chi abbandona i libri così precocemente finisce nel buco nero dei Neet (not engaged in education, employment or training), ovvero persone non impegnate nello studio, né nel lavoro né nella formazione”.

Investire sull’istruzione, non solo per l’istruzione

Investire sull’istruzione, cercando di mettere rimedio alla piaga dell’abbandono scolastico, converrebbe non solo ai ragazzi che, non “disperdendosi”, avrebbero la possibilità di concludere gli studi superiori, ma a tutta la società. Se, infatti, si considera che la disoccupazione tra chi ha solo la licenza media è quasi doppia rispetto a chi è arrivato al diploma e quasi il quadruplo di chi è laureato, che l’istruzione incide positivamente sulla salute riducendo i costi per la sanità e che un tasso di alfabetizzazione elevato comporta meno criminalità e meno costi per la sicurezza, non è difficile capire che “prevenire la dispersione scolastica avrebbe costi molto più bassi di quelli che derivano dalla necessità di gestirne le conseguenze sociali – si legge su Tuttoscuola -. Servirebbe un grande piano pluriennale. Eppure l’attenzione oggi va molto di più al milione di migranti sbarcati negli ultimi vent’anni che ai 3 milioni e mezzo di adolescenti italiani che nello stesso arco di tempo hanno abbandonato la scuola rendendo più povero, dal punto di vista educativo e non solo, il nostro Paese”.

Per un mondo che riaffiori dalla plastica

Ven, 09/14/2018 - 02:54

Una filiera 100% naturale, ecocompatibile e biodegradabile: finalmente microplastiche che non derivano più da idrocarburi

Questo è il progetto che sta realizzando Bio-On, con una squadra, ad oggi, di 65 persone tra tecnici e ricercatori ed una produzione che già si assesta su un migliaio di tonnellate l’anno di microsfere.
Finalmente microplastiche che non derivano più dagli idrocarburi, ma dai residui di lavorazione di barbabietole e canne da zucchero, senza nessun impatto sull’ambiente. Grazie ad una tecnica di produzione certificata in Europa e in Usa e coperta da numerosi brevetti.

Il primo impianto Bio-On si è insediato nel marzo 2017 a San Giorgio di Piano, vicino Bologna, nello stesso sito dove fino al 2009 Granarolo produceva yogurt dalla fermentazione del latte e dove è stato realizzato un impianto che è un unicum del genere in Italia e il più avanzato tecnologicamente al mondo. “Assomiglia più a un birrificio che a una raffineria”, afferma Marco Astorri, Ceo di Bio-On.
Un investimento da 20 milioni di euro tra la fabbrica di 3.700 metri quadrati (ed altri 6 mila edificabili in un’area di 30 mila mq), laboratori di ricerca e attrezzature.

L’Intellectual property company Bio-on nasce nel 2007 con l’intento di operare nel settore delle moderne Biotecnologie applicate ai materiali di uso per dare vita a prodotti e soluzioni completamente naturali, al 100% ottenuti da fonti rinnovabili o da scarti della lavorazione agricola.
Il prodotto che uscirà ora dal nuovo polo Bio-On sarà Minerva Bio Cosmetics, le microperline in bioplastica per l’industria cosmetica (MINERV-PHA), ma nel laboratorio di R&S si sperimenteranno anche soluzioni per molti altri campi di applicazione.

La “base” del materiale prodotto è il Polyhydroxyalkanoato o PHAs, un poliestere lineare prodotto in natura da una fermentazione batterica di alcuni tipi di zucchero che ben si adatta a molti usi. Infatti più di 100 differenti molecole semplici (tecnicamente chiamate “monomeri”) possono essere unite da questa famiglia per dare vita a materiali con proprietà estremamente differenti. Possono essere creati materiali termoplastici o “elastici” (elastomerici), con il punto di fusione che varia da 40 a oltre 180°C. Gli utilizzi possono essere svariati: si va dal farmaceutico, al packaging generico, al packaging alimentare, al design, all’abbigliamento, all’automotive, al biomedicale, alla nanomedicina, all’elettronica.
Altro importantissimo aspetto è che può anche sostituire prodotti altamente inquinanti (come PET, PP, PE, HDPE, LDPE, tutte plastiche contrassegnate da acronimi – e nomi – incomprensibili per i non addetti ai lavori).

«Il nostro core business resterà però la concessione in licenza dei nostri brevetti. Altri due stabilimenti simili a questo, ma su scala industriale (5-10 mila tonnellate) sono in costruzione uno in Francia e l’altro a San Quirico di Parma, ma sono già 13 le licenze cedute in giro per il mondo», rimarca il Presidente, che punta ai 140 milioni di fatturato nel 2020 (dagli 11 milioni del 2017).

Da fine giugno Bio-On inoltre ha superato la fatidica soglia di 1 miliardo di euro di valore, traguardo di un’incredibile galoppata in Borsa: +100% dall’inizio dell’anno, +200% negli ultimi 12 mesi e +820% da quando è stata quotata a Piazza Affari, nell’ottobre 2014. Allora le azioni vennero valutate 5,82 euro, oggi per comprare un titolo Bio-On bisogna pagarlo 58 euro.
L’azienda oggi è corteggiata dai giganti mondiali della cosmetica che vogliono le sue micro-perline biodegradabili per metterle nelle creme, negli scrub, nei dentifrici, in tutti quei prodotti dove prima c’erano le micro-plastiche esfolianti (micro-bead) da idrocarburi, oggi vietate negli Usa e anche in Italia (per saperne di più clicca qui) e fra poco, probabilmente, fuori legge anche in tutta Europa.

Ci sono tutti gli ingredienti per rappresentare concretamente un’alternativa valida ad un mondo sempre più invaso dalla plastica.

Fonti:
http://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2018-06-20/bio-on-inaugura-primo-impianto-bioplastica-l-industria-cosmetica-192939.shtml?uuid=AEZute9E
http://www.bio-on.it/
https://it.businessinsider.com/bio-on-la-societa-italiana-che-ha-inventato-il-modo-per-produrre-plastica-biodegradabile-al-100-vale-piu-di-1-miliardo-di-euro/

Tell Me: raccontami la tua storia

Gio, 09/13/2018 - 10:36

Il teatro come linguaggio universale per l’inclusione sociale dei migranti, come strumento di relazione e apprendimento.

 

Il sito internet di Tell Me

Isola di Henderson: l’atollo nel Pacifico ricoperto da 18 tonnellate di plastica

Gio, 09/13/2018 - 04:45

L’Isola di Henderson, la più grande delle quattro isole del gruppo Pitcairn, dichiarata Patrimonio dell’umanità dall’Unesco per la sua bellezza paradisiaca che ricorda le tipiche foto da depliant informativo delle più esclusive agenzie di viaggi, sale al primo posto del podio per densità di detriti di plastica: sull’isola sembrano essere presenti circa 38 milioni di pezzi di plastica per un peso totale di 18 tonnellate.

Un primato triste e quasi paradossale se si pensa che l’isola, di origine corallina, si trova nel bel mezzo dell’oceano Pacifico, tra l’Oceania e l’America Latina, a circa 5.000 km dal più vicino centro abitato. Quest’isola di rara bellezza è talmente remota e fuori rotta che, mediamente, viene visitata solo ogni cinque anni per puri scopi di ricerca. Ma questo non è bastato per difenderla dai rifiuti.

Com’è possibile che si sia creata una vera e propria discarica a cielo aperto in un posto del mondo dove l’uomo non è presente? La responsabilità è da attribuire al Vortice del Pacifico, conosciuto anche come South Pacific Gyre, una corrente marina che raccoglie i rifiuti dell’America Latina e la spazzatura abbandonata in mare dalle navi che navigano nel Pacifico, veicolando la massa di scarti fino alle coste di Henderson. Rifiuti che si depositano sulle spiagge e che impiegheranno fino a mille anni per decomporsi, distruggendo non solo la bellezza naturale del posto, ma arrecando gravi danni anche alla fauna presente. Gli unici abitanti dell’atollo, oltre ad una rigogliosa flora, costantemente rischiano di rimanere intrappolati nei detriti o accidentalmente ne ingeriscono micro frammenti con conseguenze spesso letali.

In uno uno studio pubblicato sulla rivista scientifica PNAS da un gruppo di ricercatori guidato da Jennifer L. Lavers dell’Università della Tasmania (Australia), si è stimato che sulle coste di Henderson, che misura una superficie di circa 36 chilometri quadrati, arrivino ogni giorno circa 3.500 frammenti di plastica, una buona parte dei quali non è neppure visibile sia a causa delle minuscole dimensioni (come nel caso delle microplastiche) sia perché finiscono sepolti in profondità dalla sabbia.

Questa è l’ennesima prova scoraggiante della portata dell’inquinamento, che ormai sembra non conoscere confini, raggiungendo i posti più impensabili, dal Polo Nord alla Fossa delle Marianne.

Il caso dell’Isola Henderson è un esempio scioccante ma purtroppo tipico di come i detriti di plastica influenzino l’ambiente su scala globale diventando un rischio per molte specie, uomo compreso. La situazione, a lungo termine, è chiaramente insostenibile. È davvero questo il mondo che vogliamo lasciare ai nostri figli?

Scegli di fare la differenza! Puoi sostenere anche tu il Manifesto di People For Planet per costruire insieme un mondo migliore. Tre leggi facili, utili e di buon senso, volte anche ad abbattere l’inquinamento da microplastiche.


Immagine di copertina – Copyright holder: UNESCO – Author: Ron Van Oers

Bioplastica naturale dall’olio di frittura

Gio, 09/13/2018 - 02:14

Utilizzare l’olio di frittura usato per produrre bioplastica naturale, biodegradabile al 100% e con le stesse proprietà termo-meccaniche delle plastiche tradizionali. Questa la scoperta che arriva dai laboratori Bio-on, azienda bolognese attiva nel settore della bioplastica di alta qualità, che ha pensato di utilizzare come materia prima un elemento di scarto tra i più costosi in termini di smaltimento e con un alto impatto ambientale. È la prima volta che la fonte di carbonio utilizzata per alimentare il processo produttivo è di natura lipidica. L’olio esausto di frittura, infatti, va ad aggiungersi alle materie prime già utilizzate dalla Bio-on per produrre bioplastica…

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Il Car Sharing? Sì, ma da privato a privato

Gio, 09/13/2018 - 00:09

Dicono le statistiche che un’auto privata rimane ferma per il 95% del tempo. E se ci pensiamo bene è abbastanza logico: a meno che non si faccia un lavoro in cui viene richiesto di essere in macchina per molte ore al giorno, ci limitiamo a usarla per andare al lavoro, e spesso neanche in questo caso, se vengono presi i mezzi pubblici. E poi può servire per fare la spesa il sabato o la gita fuoriporta la domenica. Per il resto l’auto resta in garage o nel posteggio.

L’auto privata è inoltre una bella spesa: bollo, assicurazione, manutenzione; non a caso molte persone negli anni della crisi hanno dovuto o voluto rinunciarci.

Oppure hanno trovato un altro modo per sopportarne i costi: il noleggio a terzi.

In pratica funziona così: tramite un’app si mette a disposizione la propria auto tra privati, chi desidera noleggiare la macchina si mette in contatto con il proprietario, paga tramite carta di credito e oplà! Il gestore dell’app trattiene circa il 30%, che comprende anche l’assistenza stradale e l’assicurazione per danni, furto, responsabilità civile.

In tutta Europa sono nate aziende che gestiscono il noleggio auto peer to peer.

In Spagna la più famosa è Amovens utile sia per chi vuole condividere un viaggio – secondo il modello più noto di Blablacar – o noleggiare un’auto privata con prezzi che variano a seconda della tipologia del mezzo.

Per esempio una Renault Clio si può avere a 35 euro al giorno, che comprendono la percorrenza di 150 chilometri, o un’Audi Tt 2.0 a 90 euro per lo stesso chilometraggio. Sono registrate al sito un milione e mezzo di persone per oltre 180mila auto. Per ogni automobile è presente una breve presentazione e tutte le caratteristiche nonché le richieste del proprietario, per esempio se si può fumare o trasportare animali.

In Francia c’è Drivy con 36mila auto registrate e più di un milione di utenti. Il sito afferma che viene noleggiata una macchina ogni 3 secondi, un traffico da far girare la testa. Si trovano anche i mezzi da lavoro e le auto storiche, se avete nostalgia degli anni 70/80 potete prendere una 2 cavalli del 1988 e far finta che ci siano ancora i figli dei fiori. Costa 62 euro al giorno. Volendo esagerare si trova anche una Renault 4cv del 1955 a 139 euro. I prezzi si abbassano notevolmente per le auto da città o i furgoni da lavoro: per una Renault Clio del 2005 il costo è di 16 euro al giorno, assicurazione e assistenza inclusi. I proprietari delle auto incassano anche in questo caso circa il 70% dell’importo.

In Italia sono due le start up che organizzano il car sharing peer to peer. I numeri rispetto alle aziende europee sono molto più bassi ma probabilmente si tratta solo di aspettare che la pratica di noleggiare la propria auto prenda piede anche nel nostro Paese.

La prima è Auting, una società bolognese attiva da maggio 2017 e che conta oggi cinquemila utenti e quasi mille vetture.
La seconda è la milanese Genial Move, attiva dallo scorso novembre.
In entrambe i costi sono in linea con il mercato europeo nella fascia più bassa. Anche in questi casi la commissione per l’azienda è del 30%. Il prezzo lo decide il possessore, anche se la piattaforma dà suggerimenti in base a quello di auto simili.
La stima di guadagno per il proprietario può arrivare a 30 euro al giorno. E’ come avere la propria auto gratis, il noleggio paga le spese per tutto l’anno. E se si è fortunati ci si guadagna pure qualcosa.

Fonti e link:

https://www.internazionale.it/notizie/nick-leiber/2016/10/10/car-sharing-affittare-auto-private
https://www.wired.it/economia/start-up/2018/05/14/car-sharing-privati-italia/
https://amovens.com/
https://www.drivy.com/
https://auting.it/
https://genialmove.com/home

 

Negozi aperti la domenica e nei giorni festivi: favorevoli o contrari?

Mer, 09/12/2018 - 15:27

I piccoli commercianti da una parte, la grande distribuzione organizzata con le associazioni dei consumatori dall’altra. Preferenza per le chiusure dei negozi di domenica e nei giorni festivi i primi, preferenza per le aperture gli altri. Anche l’opinione pubblica è divisa, tra chi pensa che si viveva benissimo anche quando i negozi di domenica e nei festivi erano chiusi (senza contare i nostalgici che sostengono che, proprio perché gli esercizi commerciali erano chiusi, si viveva addirittura meglio), e chi invece afferma che – per fare un solo esempio – se non fosse per i negozi aperti di domenica e nei festivi la maggior parte delle persone che lavora durante la settimana, soprattutto nelle grandi città, non avrebbe tempo di fare acquisti.

Il M5S e la Lega in campagna elettorale avevano promesso la chiusura degli esercizi commerciali di domenica e nei giorni di festa, e ora hanno deciso di far partire una serie di proposte di legge che puntano all’obiettivo. Tu come la pensi? Rispondi al nostro sondaggio.

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Foto: Kevin Bhagat on Unsplash

383 blog per Gela (VIDEO)

Mer, 09/12/2018 - 04:22

L’idea è che i ragazzi, all’interno dell’alternanza scuola-lavoro, possano imparare a creare e gestire un blog personale dedicato alla propria città e alle proprie passioni.
Il 9 giugno 2018, presso la Villa Comunale di Gela, si è svolto l’evento finale del progetto con la presentazione di alcuni dei blog realizzati.

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Video di Iacopo Patierno
Direttore della Fotografia: Paolo Negro
Audio: Daniele Sosio

Cos’è il Last Minute Market? Lo abbiamo chiesto al suo fondatore, Andrea Segrè

Mer, 09/12/2018 - 04:20

Recuperare il cibo invenduto o vicino alla scadenza per ridistribuirlo a chi ne ha bisogno. E’ il concetto su cui si basa il Last Minute Market, nato copiando il modello di Suor Matilde…
Intervista ad Andrea Segrè, il fondatore di LMM.

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Video di Martina De Polo e Francesco Saverio Valentino

100 blog per Gela. Se cambi l’immagine di una città poi la città cambia?

Mer, 09/12/2018 - 04:07

Abbiamo iniziato incontrando decine di associazioni, dal Rotary alla parrocchia, e abbiamo scoperto che in questa città c’è grande fermento e voglia di migliorare.

Non avevamo un progetto. Siamo stati a sentire.

Ci siamo resi conto così che uno dei problemi di questa città era la pessima immagine. Se cercavi “Gela immagini” su Google venivano fuori centinaia di foto di auto e negozi bruciati, refurtive e pregiudicati.

Se uno vede una cosa così dice: “Ok, a Gela non ci vado!”.

Quindi il primo problema che abbiamo deciso di affrontare è l’immagine web della città.

Ci siamo ispirati all’esperienza di Kate Miner, una ricca signora americana che a un certo punto della sua vita decide di vendere la sua rete di boutique di alta moda, di godersi la vita ma anche di fare qualche cosa di buono.

Allestisce così un mega camion-camper trasformato in beauty center e, aiutata da un gruppo di psicologhe e femministe, inizia a raccogliere donne senzatetto che vivevano sotto i ponti. Le lavano, le fanno dormire, poi massaggi, manicure, pedicure, parrucchiere, trucco, vestiti di lusso. Poi le fanno sfilare di fronte a un gruppo di estetiste, fanno loro i complimenti, qualche consiglio sul portamento…

Poi assistenza per trovare una casa e un lavoro. Vittorio Zucconi racconta che hanno tirato via dalla strada in questo modo più di 5 mila donne. La Miner poi ha detto: “Ho passato anni a vestire delle prostitute da regine e poi si comportavano da regine. La cosa più stupida che ho sentito dire nella mia vita è che l’abito non fa il monaco!”

Alcune foto dall’evento “100 Blog per Gela”, organizzato dal progetto “Gela le Radici del Futuro” per festeggiare la fine del primo anno di alternanza scuola lavoro con 5 istituti scolastici della città.

È la filosofia Shangai, il gioco delle bacchette. Devi cominciare togliendo le bacchette facili da spostare. Cioè bisogna partire affrontando i problemi periferici, che sono i più facili. Così, insieme a Bruno Patierno, coordinatore del progetto, siamo andati a parlare con i presidi di Gela, poi con gli studenti. “Care ragazze e ragazzi, volete fare qualche cosa di utile per voi e la vostra città? Oppure siete rassegnati a emigrare e a scordarvi il sapore degli arancini di riso?” E abbiamo proposto che ognuno realizzasse un suo blog, individuale, su un argomento che lo appassionasse: sport, arte, cucina, moda, tecnologia, storia… L’idea era di puntare sulla passione, perché se una persona sviluppa la propria passione cresce e dà il massimo.

Era importante che fossero blog individuali, perché quando si lavora in gruppo c’è il rischio di fare a scarica barile e inoltre se una iniziativa ha successo non sai mai di chi è il merito… L’idea era quella di connettere, in un secondo momento, tutti i blog, valorizzando così anche la forza della cooperazione… E si collabora a partire da quel che ognuno riesce a fare da solo… Un mix di passione, individualismo e azione collettiva… Ci sono state un po’ di resistenze sull’individualismo ma poi l’idea è passata.

Gli studenti partecipanti sono stati formati e seguiti dai tutor nella creazione e gestione di un blog personale che parlasse delle proprio passioni.

Durante uno degli incontri con le scuole superiori una ragazza ha sollevato il problema di dove reperire le notizie da pubblicare sul blog: “Cosa posso scrivere di diverso da quel che c’è già in rete?”

Le ho risposto: “Tu fai parte della potentissima rete dei blog studenteschi di Gela, che aderisce alla strapotente rete dei blog del gruppo Atlantide: sei l’emissaria di una folgorante forza comunicativa. Telefona all’agente della cantante che vuoi intervistare e chiedi una video intervista!” Mi guardava come se fossi un marziano biondo.

Poi però si è trovata a intervistare la grande cantante che adora… e la credibilità è esplosa, perché abbiamo dimostrato che, quando si lavora tutti assieme e ognuno mette a disposizione le sue risorse, si va lontano.

Poi, anche grazie alla sponsorizzazione di Eni, abbiamo realizzato un corso per gli insegnanti, tutor di questo progetto di Alternanza Scuola Lavoro: abbiamo girato 14 tutorial su come si fa e si gestisce un blog e costruito un software di scambio automatico di contenuti tra i blog (http://www.blogtu.it/) oltre al Gruppo FacebookBlogtu”. Con il Gruppo di Animazione Territoriale gelese, che abbiamo formato durante un laboratorio di 2 settimane alla Libera Università di Alcatraz, abbiamo seguito le scuole con costanza, offrendo consulenze tecniche e suggerimenti per migliorare la qualità dei testi. Insomma, ci abbiamo lavorato. E i risultati sono stati strepitosi.

Volevamo 100 blog per Gela e dopo 3 mesi in rete ce n’erano 383! Quando all’assemblea degli studenti abbiamo proiettato la schermata di Google “Gela immagini” e tutti hanno visto che non c’era più neanche un’immagine negativa ma solo foto bellissime, è stato un momento di grande entusiasmo. E abbiamo aggiunto: “Potrete raccontarlo ai vostri figli e ai vostri nipoti!”

La risposta degli studenti è stata massiccia, con la nascita di un totale di 383 blog.

Ovviamente non intendiamo fermarci qui: stiamo collaborando nell’organizzazione di eventi teatrali, archeologici e festaioli, mettendo la nostra rete di comunicazione al servizio delle iniziative delle associazioni gelesi. E stiamo portando avanti idee di collaborazione tra agricoltori, artigiani e chi vuol lavorare nel turismo sviluppando un albergo diffuso. Da un mese Gela ha finalmente un sito rivolto ai turisti, che presenta le bellezze della città e la ricchezza culinaria e di eventi, in italiano e in inglese (Gela le Radici del Futuro)…

Il nostro progetto ha fondi per continuare per i prossimi 2 anni. Svilupperemo il progetto dei blog e racconteremo una città che cambia, anche grazie al fatto che il petrolchimico ha chiuso ed Eni lo sta trasformando in un centro d’eccellenza di produzione di biocarburanti.

E vedremo se è vero che se una città sembra più bella, i suoi cittadini la amano di più e quindi la migliorano.

Questo progetto è però molto importante anche al di là di Gela, perché mostra che coinvolgere gli studenti appassionandoli dà risultati migliori della paura delle bocciature.

La gioventù non aspetta altro che trovare un’occasione per appassionarsi: gli stessi ragazzi, anche inconsciamente, sanno che è la mancanza di passione il loro maggior problema.

Se riusciamo a trovare i fondi, a ottobre ospiteremo ad Alcatraz 30 giovani a rischio emarginazione. Staranno con noi 20 giorni imparando come si usa una telecamera, un computer, un social network. Vedremo se diventare videomaker sarà abbastanza appassionante da indurre questi giovani a non abbandonare la scuola e a dedicarsi a un mestiere scommettendo sulle loro potenzialità.

La più grande emergenza nazionale è la disaffezione alla vita dei giovani.

Le più di 30 aggressioni a insegnanti di quest’anno sono un segnale terribile!

La passione è la cura.

Diamoci da fare!

I Blog parlano di Gela, di motori, di moda, di cucina di televisione, ma anche di libri, di città estere da visitare, di arte.

Foto di Bruno Patierno, giugno 2018. Le foto sono state scattate in occasione della Festa “383 Blog per Gela” presso la Villa Comunale della città.

Clicca qui per vedere il video!

 

Terminator contro Trump

Mer, 09/12/2018 - 02:06

2018: Odissea nello spazio, fra satelliti zombie e sporcizia

Mer, 09/12/2018 - 01:20

Oggi forse avrebbe scritto: “e quindi uscimmo a riveder i detriti”, guastando la terzina. A rovinare lo spazio, ci pensiamo già noi.

Il numero dei corpi estranei nello spazio sta aumentando vertiginosamente. Osservando i dati forniti dalla rivista scientifica Nature, sono più di 1,800  gli “oggetti” lanciati in orbita nel solo 2017, secondo una tendenza che se fino al 2010 era da ritenersi in costante crescita, negli ultimi anni ha registrato un aumento di emissioni nello spazio senza precedenti. Il pericolo non si annida nel progresso della scienza, ma nel rischio sempre più frequente che gli oggetti nello spazio collidano, provocando schegge e detriti di ulteriori oggetti che possono collidere con altri oggetti, comprese strumenti da 140 milioni di euro, responsabili del controllo del ghiaccio sulla Terra. Nientemeno.

Stava per accadere lo scorso 2 luglio, quando il satellite CryoSat-2 dell’Agenzia spaziale europea (ESA) a un certo punto si è trovato in rotta di collisione con un detrito spaziale e ha costretto i responsabili della missione a intervenire e a deviare l’abituale corso del satellite così da spingerlo in un’orbita più alta ed evitare l’impatto.

Nella bassa orbita dello spazio terrestre il traffico si è fatto intenso, lavorare con i satelliti e valutarne lo spazio circostante per prevedere collisioni ed evitare che fior di investimenti di intelligenze e di denaro finiscano nella discarica è operazione assai complessa. Perché di questo si tratta, di discarica spaziale.

Ogni collisione tra oggetti in orbita provoca la una cascata di frammenti i cui spostamenti, anche a causa della diversa forma e proprietà nello spazio di ognuno, rappresentano un rischio per lo svolgimento dei satelliti, siano essi della NASA o di  aziende di comunicazione come Boeing.

Attualmente i radar statunitensi che monitorano la circolazione spaziale nell’orbita terrestre bassa non sono in grado di rilevare oggetti di dimensione minore di dieci centimetri. Entro il 2019 è prevista l’attivazione di un nuovo radar a Kwajalein, nell’Oceano Pacifico, in grado di rilevare oggetti anche più piccoli e così fornire rapporti più dettagliati sul traffico nello spazio, sempre più congestionato.

“Se conoscessimo la posizione di ogni cosa, non avremmo quasi mai un problema”, ha detto Marlon Sorge, specialista in detriti spaziali all’Aerospace Corporation di El Segundo, in California. Tuttavia, come sulla Terra, adibire e conoscere i luoghi specifici in cui si trovano i rifiuti non significa risolvere il problema della sostenibilità.

Lo Inter-Agency Space Debris Committee (IADC, Comitato inter-agenzia per i detriti spaziali) è un’associazione internazionale a cui partecipano varie agenzie spaziali di tutto il mondo, tra cui l’italiana ASI, al fine di porre rimedio al problema dei detriti spaziali.

Come si legge dal sito in inglese – alquanto obsoleto, a onor del vero –  “gli scopi principali della IADC sono lo scambio di informazioni sulle attività di ricerca di detriti spaziali tra le agenzie spaziali membri, per facilitare le opportunità di cooperazione nella ricerca sui detriti spaziali, per esaminare i progressi delle attività di cooperazione in corso e per identificare le opzioni di mitigazione dei detriti”. È appunto per mitigare lo smaltimento dei detriti che la IADC ha stilato delle linee guida su come, ad esempio, “rottamare” un satellite al termine del suo utilizzo, scaricando combustibile e materiali pressurizzati che potrebbero innestare un’esplosione. La rottamazione dei satelliti dovrebbe avvenire per esplosione o disintegrazione nella profondità dell’orbita non oltre i 25 anni di attività, così da evitare contaminazioni con i satelliti ancora attivi. Ma non tutti i Paesi si attengono sempre ai protocolli, e molta preoccupazione destano le aziende private che sempre più spesso si lanciano in progetti pioneristici nella  previsione – errata o no non importa, pur sempre previsione – di poter sostenere le spese dell’intero ciclo vitale di un satellite, compresa la sepoltura.

Circa il 95% degli oggetti attualmente presenti in orbita sono carcasse di satelliti inattivi o menomati, c’è chi all’Università dell’Arizona a Tucson studia per individuare i giusti angoli da adibire a cimiteri dei satelliti, con il proposito di offrire una viabilità satellitare nell’orbita terrestre media (MEO) a dispetto dell’instabilità che presenta per via delle risonanze gravitazionali. Tutto, pur di non sfiorarsi. Aveva ragione Jean-Paul Sartre, “l’enfer est l’autres”.

Glifosato, muore il simbolo della lotta all’agrochimica argentina

Mar, 09/11/2018 - 14:18

Se il suo nome non vi dice nulla, è possibile invece che lo ricordiate ritratto negli scatti che il fotografo Pablo Piovano aveva raccolto nell’impressionante The Human Cost of Agrotoxins, il reportage con cui ha documentato gli effetti di un ventennale utilizzo indiscriminato dei prodotti agrochimici in Argentina.

«Il suo corpo era diventato un’arma. La sua gabbia toracica da cui sporgevano due braccia sottili che non si capiva come potessero restare attaccate, la sua colonna vertebrale rigonfia per la scoliosi, le palpebre sempre spalancate, le guance emaciate coperte da una folta barba. E nel mezzo, una bocca nera, allargata, che sembra lottare per prendere ancora una boccata d’aria. Era il grido dell’inquinamento argentino, una replica moderna del capolavoro di Edvard Munch»: questo il ritratto con cui il quotidiano francese Le Monde ricorda la figura sofferente e martirizzata dell’operaio agricolo argentino.

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Io vorrei il Partito dei Migranti

Mar, 09/11/2018 - 02:30

(Raniero Virgilio, fisico cibernetico, dopo Irlanda e Svezia ora vive a Berlino e lavora a Praga)

Quelli disperati dal Nord Africa. Ma migrante sono anche io da dieci anni. Dieci anni in cui produco, come altre centinaia di migliaia, assai più di chi non è emigrato, generando profitto per tasse che paghiamo in molti paesi diversi, pur non usufruendo dei relativi servizi. Io pago le scuole ceche anche se i miei figli non le frequentano, pago gli ospedali tedeschi in cui non vado e le strade italiane in cui non vivo. Noi siamo quelli che lasciano il 15% di mancia nei ristoranti napoletani e fanno gli abbonamenti agli stadi andandoci tre volte in un anno e compriamo case e fittiamo camere d’albergo nei luoghi d’origine riportando in patria un parte cospicua di quanto prodotto e guadagnato altrove. Noi immigrati facciamo girare l’economia. Siamo noi a farlo. A creare i network di conoscenze e competenze. A tenere i legami economici e culturali.
E lo facciamo senza rappresentanza politica. Non possiamo votare in nessuno dei paesi che ci ospitano, e il nostro voto in Italia rimane muto e inutile. Noi immigrati siamo il primo motore del continente, dal venditore ambulante al semaforo fino al CEO della multinazionale, siamo il principale motivo per cui gli anziani possono prendere la pensione non muovendo un dito in patria e i meno anziani il sussidio di disoccupazione senza faticare un giorno, per poi tutti votare per chiudere le frontiere principalmente contro di noi, per impedire lo scambio, per rallentare le integrazioni. Gli stanziali usano l’ipocrita voto di protesta per buscare parte di ciò che noi produciamo, beccandosi contributi che noi, per mancanza di leggi, non potremo mai neppure riscattare un domani.
Noi siamo i lavoratori. E noi, immigrati più fortunati di quelli in fuga, dovremmo formare la leadership di un partito dei migranti. Richiedendo la rappresentatività che ci manca. Ricominciando il vero cammino di un partito internazionalista e progressista, da sempre partito dei “lavoratori” – a prescindere da origine, colore, razza e religione. La-vo-ra-to-ri. Che lavorano i weekend da anni senza chiedere una legge di tutela da bambocci. Perché siamo noi il motore, e siamo stanchi di creare ricchezza per farla mangiare agli stanziali imbolsiti.
E un partito del genere dovrebbe chiedere poche cose ma chiarissime: diritto di cittadinanza immediato, che richieda sei mesi di lavoro in un paese; nessuna necessità di documentazione per muoversi liberamente; diritto conseguente di voto immediato, a sei mesi di occupazione in una nazione. Togliete a noi il voto italiano all’estero e datelo ai migranti ganesi, nigeriani, libici in Italia, e vedremo se vince Di Maio con Salvini. Date a noi il diritto di voto in Irlanda, Germania, Francia, e vedremo se vincono le destre populiste e xenofobe o se la Le Pen finisce nel cesso.
Noi migranti siamo il traino e siete voi stanziali a fare solo da zavorra. E ora ci avete rotto…

Serena Williams ci ricorda che è la politica a rendere immortale lo sport

Mar, 09/11/2018 - 02:13

Provate a fare un sondaggio e chiedete a un po’ di persone come si chiama la ventenne che ha vinto gli ultimi Us Open di tennis. In pochi vi risponderanno. La frase più gettonata sarà: “la giapponese che ha battuto Serena Williams”. E di cui sui media di tutto il mondo non si è quasi parlato. Il nome non lo ricorderà quasi nessuno. Perché la scena l’ha presa lei: Serena. Forse la più forte tennista di sempre. Che ha trasformato una sconfitta sul campo in una battaglia politica che ha monopolizzato l’opinione pubblica. Secondo alcuni, in maniera ingiusta. Perché Serena ha perso e stava perdendo, e avrebbe dovuto rispettare il risultato del campo invece di dar vita a quella che più persone hanno definito una sceneggiata.

Coaching

Più o meno saprete che cosa è successo. Serena Wlliams, 37 anni e madre da uno (il particolare non è irrilevante), già vincitrice di 23 titoli dello Slam (a uno dal record assoluto della storia del tennis femminile), aveva perso il primo set contro la ventenne avversaria. Nel secondo set, a rimonta in corso, è stata fermata dall’arbitro che l’ha ammonita per aver intercettato un suggerimento del suo allenatore dalla tribuna. Si chiama coaching. E nel tennis è vietato. Anche se poi lo fanno tutti. Ma non è questo il nodo. Così come non lo è la confessione dell’allenatore. Probabilmente Serena nemmeno se n’era accorta. Quella chiamata, però, l’ha destabilizzata. È arrivata in un passaggio fondamentale dell’incontro. In finale. A  casa sua. Dopo la gravidanza. È qui che salta il suo sistema nervoso.

«A un uomo non sarebbe mai successo»

E in un crescendo rossiniano, in una decina di minuti, fracassa la racchetta, incassa un punto di eliminazione e poi attacca platealmente il giudice arbitro Carlos Ramos: “Non sono un’imbrogliona, non faccio queste cose, ho una figlia. Sapete quanta fatica ho fatto per arrivare fin qui. Non c’è stato coaching. Sei un bugiardo, mi manchi di rispetto, mi devi delle scuse. E sei un ladro, mi hai rubato un punto”. Sei un ladro. A questo punto l’arbitro le toglie un game. Serena finisce col perdere la partita. Ma apre una battaglia ben più rilevante della finale di un Grande Slam di tennis. «Lo ha fatto perché sono una donna. A un uomo non sarebbe mai successo». Ed è qui che Serena coglie nel segno.

Billie Jean King

Il New York Times si affretta a ricordare che gli uomini sanzionati sono decisamente più rispetto alle donne (23 a 9), ma non basta a sovvertire il piano. L’unico paragone possibile è quello con Roger Federer. Vi immaginate un arbitro che nella finale di uno Slam chiama un coaching a sua maestà Roger in piena rimonta? Il dubbio, Serena, lo ha instillato. E al suo fianco ha immediatamente trovato Billie Jean King grande campionessa del passato, sostenitrice dei diritti delle donne nello sport e non solo, che una volta sfidò e sconfisse un uomo sul campo. Billie Jean difende Serena prima su Twitter e poi sul Washington Post. Molto efficace il suo secondo tweet: “Quando una donna esterna le proprie emozioni, è isterica ed è penalizzata per questo. Se lo fa un uomo, è scaltro e non ci sono ripercussioni. Ha fatto bene Serena denunciare questo doppio standard”.

Nell’anno del #metoo

Il giorno dopo, da L’Equipe a Repubblica, dal Post alla Gazzetta, sui giornali di tutto il mondo si parla solo di Serena. Il nome della vincitrice non compare in alcun titolo. Se le va bene, è relegata in qualche fotina. L’immagine sparata è Serena in versione leonessa, infuriata con l’arbitro. Nessuno, se non le fisiologiche eccezioni, chiede del match in sé. La domanda è: Serena ha ragione o no? Nell’anno del #metoo, la polemica non è di poco conto. Serena ha messo i piedi nel piatto. Ha lasciato il campo da tennis e si è issata in una contesa politica.

Lo sport e la politica

Come hanno fatto tutte le icone dello sport. Da Tommie Smith e il suo pugno nero con John Carlos sul podio di Messico 68, a Diego Armando Maradona che i due gol più discussi della storia del calcio li ha segnati all’Inghilterra che aveva sconfitto la sua Argentina in guerra. A Muhammad Alì che si rifiutò di andare in Vietnam con la famosa dichiarazione: «Mai nessun vietcong mi ha chiamato sporco negro». Probabilmente nemmeno Jesse Owens sarebbe stato Jesse Owens (la freccia nera che vinse quattro ori alle Olimpiadi di Berlino del 1936) senza la leggenda, poi rivelatasi falsa, di Hitler che non gli strinse la mano perché infuriato a causa del colore della sua pelle. Potremmo continuare a lungo. Il racconto sportivo diventa mito quando entra nell’immaginario, quando intercetta un fenomeno ben più ampio della semplice tecnica applicata a uno sport. Persino la mitica Olanda di Cruyff probabilmente non avrebbe avuto la stessa impronta nel calcio e nello sport se non fosse stata associata storicamente ai movimenti politici di ribellione di quegli anni. E potremmo continuare a lungo.

Si potrà dire – non sono in pochi a farlo – che la battaglia di Serena è decisamente meno nobile. Siamo semplicemente di fronte allo sfogo di una campionessa ferita che non ci stava a perdere. E che in nome del femminismo ha finito con l’oscurare un’altra donna, quella che l’ha battuta sul campo. Può darsi. Ma Serena ci ha ricordato che cos’è che rende lo sport immortale.

p.s. A proposito, la vincitrice si chiama Naomi Osaka.